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Il significato umano del lavoro




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Istituzioni e performance del mercato del lavoro 1.1 Introduzione La



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IL SIGNIFICATO UMANO DEL LAVORO




Il cammino dei lavoratori verso l’emancipazione…

…attraverso il ruolo degli intellettuali


      Analisi della situazione italiana                                        Analisi della situazione tedesca

La militanza degli intellettuali sfocia nella


Prima vera rivoluzione operaia


L’importanza assunta dal significato umano del lavoro in ambito metodologico…


METODOLOGIA

 
                                                                                                                        Scientific Management

MOTIVAZIONE AL LAVORO

 

Elton Mayo

 


                                                                                                                                          Human Relations


Mc Gregor

 
                                                                                                                                 

                                                                                                                                  Teoria x, y e z

e pedagogico


Dalla “scuola del lavoro”

di Kerschensteiner

all’importanza pedagogica

dello stage e del tirocinio


E’ ancora possibile nella situazione odierna

dare un significato umano al mondo del lavoro?

c<< Il lavoro è la dimensione fondamentale dell’uomo sulla terra. Come tale esprime la sua stessa essenza>>

Così Papa Giovanni Paolo II ha descritto il significato umano del lavoro. Ed è proprio vero. Il lavoro ha un valore spirituale e profondo, oltre che materiale. Nel lavoro l’uomo esprime le sue capacità, il suo ingegno, la sua creatività. Il lavoro è lo strumento della realizzazione umana, oltre che il mezzo fondamentale per procurarsi da vivere.

Attraverso il lavoro l’uomo conosce sè stesso.

Ma non esiste lavoro che per quanto piacevole , libero e privo di costrizione non richieda uno sforzo.

Il lavoro è impegno e fatica. Del resto l’origine stessa del termine lo conferma. Dal latino labor, infatti, derivano l’italiano <<lavoro>> e l’inglese <<labour>>.

E altrettanto non priva di fatica e sforzo è stata la strada percorsa dai lavoratori per ottenere i propri diritti. Oggi il diritto al lavoro e le disposizioni previste per la tutela dei diritti dei lavoratori, almeno a livello teorico, sono scontate.

Infatti la nostra Costituzione, che è di tipo lavorista, attribuisce uno spiccato rilievo al lavoro, dichiarandone ora il valore primario assunto a fondamento della Repubblica, ora la volontà di tutela mediante la previsione di numerose ed importanti disposizioni.

<<L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro>> recita l’articolo 1 della nostra Costituzione.

<<La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo dirittoe>>, sancisce, invece, l’articolo 4 della Costituzione.

Proprio a tale disposizione si è ispirato il legislatore nell’emanare, ad esempio, le leggi sull’avviamento al lavoro e sull’assistenza ai lavoratori involontariamente disoccupati o quelle sul collocamento obbligatorio. A questi diritti si è appellato il legislatore nel fare in modo che la nostra Costituzione riconoscesse il diritto allo sciopero, senza però regolamentarlo.

Questi ed altri principi hanno consentito al legislatore di partorire l’atto normativo più importante nell’ambito del diritto del lavoro, ovvero la legge n. 300/1970, nota anche col nome di “Statuto dei lavoratori”.

Tale legge è una legge speciale poiché esula dal principio della generalità e per la prima volta non soltanto ha garantito a tutti i lavoratori “il diritto di costituire associazioni sindacali e di aderirvi”, ma anche “il diritto a  svolgere l’attività sindacale all’interno dei luoghi di lavoro”. A rendere testimonianza del fatto che la nostra Repubblica si fonda sul lavoro c’è l’ emblema dello Stato italiano, caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia. La ruota dentata d’acciaio è appunto, simbolo dell’attività lavorativa su cui si fonda il nostro Stato.

Nonostante oggi, non soltanto nel nostro paese, ma anche nel resto del mondo, tali disposizioni sono ormai consolidate, il cammino compiuto dai lavoratori verso il raggiungimento dei propri diritti è stato difficile perché altrettanto difficile è stata la presa di coscienza, da parte degli operai, delle loro condizioni di lavoro.

Nella seconda metà dell’Ottocento la situazione degli operai nelle fabbriche era assolutamente drammatica: la rivoluzione industriale aveva accelerato l’affermazione del capitalismo, imponendo un’ urbanizzazione forzata e sottoponendo a uno sfruttamento brutale la forza – lavoro. Di fronte a questo scenario ci furono diverse reazioni. Si diffuse, ad esempio, il fenomeno del luddismo, cioè la distruzione delle macchine da parte degli operai.



Oppure cominciavano a nascere le prime teorie socialiste. Il socialismo era proprio quell’ideologia che si poneva come obiettivo l’emancipazione della classe operaia e che contrapponeva all’etica individualistica del capitalismo, principi come la solidarietà e l’egualitarismo. Tuttavia, nonostante questi movimenti gli operai non avevano ancora preso coscienza della loro condizione, perché non erano ancora riusciti a comprendere il meccanismo alla base del sistema capitalistico.

In questo quadro di distinse Karl Marx, il primo filosofo a svelare le contraddizioni del capitalismo e a demolire la filosofia come sistema, che aveva trovato in Hegel il suo culmine.

Definito proprio per i suddetti motivi “maestro del sospetto”, insieme a Nietzsche e Freud, Marx realizzò, innanzitutto, una svolta nel pensiero filosofico, rivendicando il primato filosofico della prassi sulla teoria, a differenza di tutta quanta era stata la filosofia a partire dalla classicità.

<<I filosofi si sono limitati a interpretare il mondo; si tratta ora di trasformarlo>> , queste sono state le sue parole a proposito del nuovo compito della filosofia.

Ma soprattutto l’autore tedesco è stato il primo ad attribuire al lavoro un valore umano, profondo, autentico.

Marx, infatti, ha ritenuto che ciò che caratterizza l’uomo non è il suo pensiero, ma la sua attività sensibile, il suo stesso lavoro.

<<L’uomo è un ente naturale che si autodefinisce mediante il lavoro, cioè che si realizza mediante la trasformazione della natura>>, ha sostenuto.

L’attività sensibile, il fare, la prassi trovano nel lavoro la loro maggiore espressione. <<Il lavoro è un processo che si svolge tra l’uomo e la natura>>. Modificando la natura l’uomo modifica anche la propria natura, sviluppa le sue facoltà e le sue potenzialità.

Date le sue caratteristiche si può dire che il lavoro appartiene esclusivamente all’uomo. L’uomo, dunque, è ciò che fa. La sua essenza è determinata dai “rapporti sociali” e dalle condizioni di vita materiali. Da qui deriva la dottrina del materialismo storico. Ma il sistema capitalistico moderno, secondo Marx, nega il significato umano del lavoro rendendolo disumanizzante.

L’operaio dovrebbe realizzare la sua “essenza umana” nel lavoro, ma egli in realtà, nel lavoro si aliena, poiché non può disporre del prodotto del lavoro e vede, anzi, ergersi contro di sé tale prodotto, come potenza estranea.

Questa concezione emerge in particolar modo nei “Manoscritti economico – filosofici” del 1844. Qui quest’economista geniale ancora così giovane svela che nella società capitalistica l’operaio è soggetto allo sfruttamento, in quanto il frutto del suo lavoro diventa proprietà del capitalista, solamente per il fatto che questo è detentore della proprietà dei mezzi di produzione. Per questo motivo <<l’operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce… L’operaio diventa una merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che produce … La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose>>.

Dunque, allo sfruttamento economico si aggiunge un danno all’umanità stessa dell’operaio. Il lavoro diviene nel sistema capitalistico annullamento dell’operaio, perdita e asservimento dell’oggetto. Il lavoro riduce l’uomo a bestia. Ne deriva che l’operaio si sente libero, quindi “uomo”, solo quando non lavora e sembra ritrovare sè stesso solo nelle funzioni biologiche, elementari, animali. <<L’alienazione consiste nel fatto che il lavoro è esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega>>.

E non soltanto. L’estraneazione dell’uomo non avviene soltanto rispetto a sè stesso o rispetto al prodotto, ma anche rispetto all’altro uomo. <<L’estraneazione dell’uomo all’uomo>> la definisce Marx. <<Se l’uomo si contrappone a sè stesso, l’altro uomo si contrappone a lui>>.

L’uomo diventa cosa tra le cose, perché questa reazione di ostilità si estende a tutti i rapporti sociali. In questo modo ha avvio il processo di “reificazione” o “cosificazione”, come affermerà Lukàcs, uno dei maggiori rappresentanti della scuola di Francoforte.

Nella moderna società non si realizza nessuno, neppure lo stesso capitalista. Questa società è malata di se stessa, produce solo alienati, per questo possiede in sè i germi stessi della sua distruzione. <<La moderna società borghese produce innanzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili>>.

Per questo motivo è necessario intervenire.

La trasformazione della società non può limitarsi, infatti, alla comprensione dei meccanismi economici alla base dello sfruttamento, ma implica il passaggio all’azione rivoluzionaria. Questo superamento costituisce il messaggio centrale del Manifesto del Partito comunista. Il Manifesto, pubblicato da Marx ed Engels nel 1848 poche settimane dallo scoppio dei moti rivoluzionari, divenne il testo-base della rivoluzione proletaria.

Non a caso, dunque, il 1848 viene considerato l’anno ufficiale di nascita del movimento operaio, caratterizzato dalla nascita dei sindacati e poi dei partiti. Marx all’interno del Manifesto prevedeva un periodo di dittatura del proletariato, che consentisse una transizione dallo stato borghese a quello comunista. <<Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde un periodo politico di transizione, in cui lo stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato>>. <<Workers of all lands unite!>>. Gridavano Marx ed Engels alla fine del Manifesto, incitando i lavoratori di tutto il mondo a prendere coscienza del proprio ruolo storico.

Ne “Il Capitale”, l’opera più importante che risale al 1868, Marx conduce una descrizione tecnica delle strutture e del modo di funzionamento dell’economia capitalistica, ponendo le premesse per una nuova scienza economica. Innanzitutto egli definisce il valore di una merce come equivalente al tempo di lavoro necessario a produrla. Così non sono le merci ad avere valore in sè, ma è il lavoro umano, che dà a esse tale valore. A questo punto introduce il concetto di forza-lavoro, ovvero l’insieme delle energie muscolari, nervose, intellettuali che mettono in condizione qualsiasi individuo di lavorare. Nel sistema capitalistico l’operaio vende questa forza-lavoro. Ed è proprio a questo punto che Marx svela la più grande contraddizione. È dall’istituzione del lavoro salariato che nasce lo sfruttamento. Infatti, la vendita di forza-lavoro in cambio di un salario è uno scambio commerciale soltanto apparentemente equo. La forza-lavoro è l’unica merce che, quando viene consumata, produce di più di ciò che è venuta a costare. Tale eccedenza, che Marx definisce plusvalore, viene sottratta all’operaio rimanendo sotto il controllo del capitalista e generando il suo profitto. Lo sfruttamento che nasce da questo meccanismo non è un fenomeno accidentale, legato all’arbitrio del capitalista, ma legato alla natura stessa dell’organizzazione economica capitalistica. Secondo Marx, dunque, bisogna intervenire.

Questa urgenza da parte degli operai di prendere consapevolezza della propria condizione è stata rappresentata in tutta la sua autenticità nell’opera “Il Quarto Stato”, realizzata dal divisionista italiano Pellizza Da Volpedo.

La situazione italiana rappresentata da Pellizza, però, era molto diversa da quella tedesca, analizzata da Marx. L’Italia, infatti, aveva raggiunto l’indipendenza solo nel 1870 e dal punto di vista economico, sociale e politico era ancora molto arretrata. Tuttavia, a fine Ottocento nasceva in Italia un movimento artistico, chiamato divisionismo. Esso si distingueva dagli altri movimenti coevi non solo per la tecnica utilizzata o per il valore simbolico delle sue opere, ma soprattutto per l’importanza conferita ai temi politici e sociali. Infatti, a  partire dal 1890, con un disegno intitolato “Sciopero”, Pellizza avviò una serie di lavori d’ispirazione sociale, che attraverso “Ambasciatori della fame” e “Fiumana” sfociò nel grande quadro “Il Quarto Stato”. Esso non riscosse il successo desiderato da Pellizza. Infatti, l’artista venne accusato di inquinare i puri valori pittorici, per il fatto di far prevalere i fini politici nella creazione artistica.

La critica, fondamentalmente conservatrice, non riteneva validi i contenuti ispirati alla realtà contemporanea, i cui autori – come Pellizza – traevano spunto dalle aspre e difficili battaglie, combattute dai lavoratori fra Ottocento e Novecento, soprattutto nell’Italia Settentrionale. L’opera, dunque, fu sottratta alla pubblica visione. Insoddisfatto dei risultati raggiunti con “Fiumana”, Pellizza pensò a una nuova composizione sullo stesso soggetto, che nel 1901 chiamò “Il Quarto Stato”. Ne “Il Quarto Stato” le pose dei personaggi maschili sono nette, rese classicamente statuarie dalla fermezza del modellato, mentre l’atteggiamento della figura di donna – la cui veste lunga è panneggiata come quella della statuaria greca – sembra incoraggiare l’avanzata dei due uomini. Alle spalle di questo gruppo vi è una schiera di personaggi che discutono tra loro.

La solidità, l’equilibrio e l’armonia della composizione rivelano l’esercizio di Pellizza sulla pittura del Rinascimento: evidenti sono alcune riprese dalle Stanze Vaticane di Raffaello, in particolare dalla “Scuola d’Atene”. Anche l’eloquenza dei gesti degli altri personaggi rimanda direttamente a Raffaello. Ma i modelli antichi ne “Il Quarto Stato” sono interpretati in modo contemporaneo. Qui Pellizza effettua una totale revisione dei canoni classici. Il perfetto chiaroscuro conferisce alle forme solida volumetria, i personaggi col loro gestire delle mani segnano un’interrotta linea ondulata che accompagna l’incedere della schiera. La tecnica divisionista ha raggiunto in quest’opera effetti di estrema sapienza, perfettamente rispondente agli scopi del pittore: nei personaggi è presente quella “atmosfericità”o mancanza di inerzia della materia. Le calde tonalità della terra si animano sulle figure nelle tonalità verdastre, rossastre dei vestiti dei contadini, intessuti di puntini precisi sulle camicie bianche e di filettature sugli abiti. La struttura della composizione è perfettamente calibrata, le linee rette e ondulate si equilibrano suggerendo un avanzare lento e pacato; lo stacco vuoto in primo piano dà allo spettatore l’impressione di trovarsi davanti a una vera e propria massa di popolo che avanza inesorabilmente. Ma a prescindere dalla tecnica divisionista e dai contatti con l’arte classica, l’opera di Pellizza ha un elevato valore simbolico, reso attraverso l’incongruenza tra la luce solare e il crepuscolo. Le figure che, volgendo le spalle a questo crepuscolo, avanzano verso la piena luce solare sono l’allegoria del proletariato che avanza verso un futuro radioso, lasciandosi alle spalle l’età dell’oppressione, forte della sicurezza che gli deriva dalla consapevolezza del proprio ruolo storico.

Attraverso quest’opera l’artista è riuscito a rendere con forza la raffigurazione del cammino inarrestabile dei lavoratori verso la propria emancipazione e si è fatto testimone del loro ruolo tra fine ‘800 e inizio ‘900.

La eco delle parole di Marx ed Engels e l’impegno sociale e politico di intellettuali come Pellizza si diffusero in tutto il mondo, trovando un terreno particolarmente fertile nella Russia del 1917.

Marx riteneva che la rivoluzione sarebbe scoppiata nel punto più forte del sistema capitalistico, in Germania o in Inghilterra.

Nikolaj LeninLenin, fondatore nel 1898 del partito socialdemocratico russo, invece, seppure si attenesse alle tesi di  Marx sosteneva che la rivoluzione sarebbe scoppiata laddove l’anello della catena capitalistica era più debole, ovvero in Russia. Così avvenne.

La rivoluzione russa fu la prima vera rivoluzione operaia della storia. Quando nel marzo del 1917 (febbraio per il calendario russo) il regime zarista fu abbattuto dalla rivolta degli operai e dei soldati di Pietrogrado, la successione fu assunta da un governo provvisorio, che si proponeva di portare avanti il conflitto mondiale e di occidentalizzare il paese. Facevano parte del governo provvisorio i menscevichi, ovvero le forze borghesi, rappresentanti della Duma (il Parlamento). Essi accettavano la Repubblica pur chiedendo una Costituzione liberale e avevano intenzione di proseguire il conflitto mondiale. A rifiutare ogni partecipazione al potere furono i bolscevichi, ovvero gli operai e i soldati rappresentati dai Soviet, consigli operai nati nel 1905, che ponevano il problema della terra ai contadini e desideravano la fine del conflitto mondiale.

Lenin, il leader dei bolscevichi era stato mandato in esilio dai Romanov perché costituiva una minaccia per lo zarismo.

Nell’aprile del 17 rientrò in Russia coperto dalle autorità tedesche che, poiché conoscevano le sue idee sulla guerra speravano che, facendolo tornare in patria, la Russia si ritirasse dal conflitto mondiale. In patria scrisse le “Tesi di aprile” in cui affrontava questioni come la presa del potere da parte dei bolscevichi, la pace, la questione della terra ai contadini e il controllo della produzione da parte dei Soviet.

L’insurrezione tentata a metà luglio fu repressa dal governo Kerenskij, ma quella di ottobre, organizzata da Trockij, riuscì a rovesciarlo. 

Il 7 novembre ( 25 ottobre per il calendario russo ) i soldati e le guardie rosse circondarono il Palazzo d’inverno, ora sede del governo provvisorio e se ne impadronirono. Il nuovo governo rivoluzionario, composto solo da bolscevichi, di cui Lenin era presidente emanò due decreti: il primo sanciva la pace, il secondo imponeva l’abolizione della proprietà terriera. Alle elezioni per l’Assemblea Costituente, però, i bolscevichi non ottennero la maggioranza. Per questo motivo Lenin decise di scioglierla.

Certo è che, con questo atto il potere bolscevico rompeva con la tradizione democratica occidentale, ponendo le premesse per una dittatura di partito. Nonostante la presa del potere da parte dei bolscevichi fu facile, la gestione di tale potere non fu altrettanto facile. Nell’opera “Stato e Rivoluzione” Lenin sperava di poter costruire un nuovo stato proletario ispirato alla Comune di Parigi. Il suo programma prevedeva oltre alla democrazia diretta dei Soviet, l’abbattimento del dominio borghese, la pace (ottenuta col trattato di Brest-Litovsk), la nascita della Ceka (la polizia politica) e del Tribunale Rivoluzionario Centrale, l’istituzione della pena di morte e il rafforzamento dell’Armata Rossa.

Intanto l’Intesa, considerando il trattato di Brest-Litovsk come un tradimento appoggiò le forze antibolsceviche, alimentando la guerra civile. A questo problema si aggiunse quello della guerra russo-polacca.

Il successo della rivoluzione bolscevica rese possibile attuare un progetto che Lenin aveva concepito da tempo: sostituire alla vecchia Internazionale socialista una nuova Internazionale <<comunista>>. Questo rappresentò una rottura definitiva con la moderatezza della socialdemocrazia europea. Con l’obiettivo di rendere la Russia Sovietica il centro del comunismo mondiale, Lenin stabilì che i partiti aderenti avrebbero dovuto cambiare il proprio nome in quello di Partito comunista, avrebbero dovuto difendere la causa della Russia sovietica e rompere con le correnti riformiste.

Quando i comunisti presero il potere la situazione economica era molto grave. La socializzazione della terra aveva determinato la nascita di piccole aziende che producevano solo per l’autoconsumo e non contribuivano all’approvvigionamento delle città. Il governo, che non riusciva a riscuotere tasse, era costretto a stampare moneta priva di valore. Si finì, così, per tornare al baratto. Per questi motivi Lenin attuò una politica economica denominata “comunismo di guerra”, che prevedeva la formazione di fattorie collettive (Kolchoz) e fattorie sovietiche gestite dallo Stato (Sovchoz), la nazionalizzazione dei settori industriali più importanti e il rafforzamento della burocrazia. Però tale politica costituì un fallimento, tanto che cominciò a serpeggiare il dissenso tra gli stessi operai. Lenin attuò, così la Nep (Nuova Politica Economica) che prevedeva la reintroduzione parziale della moneta e della proprietà privata, un migliore approvvigionamento delle città, e la liberalizzazione di alcuni settori della piccola industria. La Nep ebbe conseguenze positive e favorì il riemergere dei contadini ricchi (i Kulaki). Nella Joseph Stalin 1879-1953, Man of steel.prima Costituzione della Russia rivoluzionaria, risalente al 1918, emergeva il principio dell’autogoverno sulla base dell’ esperienza della Comune di Parigi e veniva prevista la trasformazione in uno stato federale. Soltanto nel 1922, però, nacque l’Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) che comprendeva Russia, Bielorussia, Ucraina e Transcaucasia. Nel 1924 venne emanata una nuova Costituzione che, sebbene affidasse il potere supremo al Congresso dei Soviet, il potere effettivo era nella mani del Partito comunista. Lo Stato finiva così con l’essere governato dal ristretto gruppo dirigente del partito bolscevico. Lo sforzo di diffondere la cultura adatta alla nuova società comunista si espresse in due direzioni: l’educazione della gioventù e la lotta contro la chiesa ortodossa, condotta con molta durezza. Furono chiuse le chiese, fu legalizzato l’aborto, furono semplificate le procedure per il divorzio. Si stabilì inoltre che l’istruzione fosse imperniata sulla dottrina marxista. Nell’aprile del 1922 Stalin fu nominato segretario generale del Partito comunista.

La progressiva malattia di Lenin e l’ascesa di Stalin resero la lotta per la successione molto tesa. Lenin morì nel 1924 e alla sua morte Pietrogrado fu ribattezzata Leningrado. Nel suo testamento politico Lenin presentava Trockij come l’uomo più idoneo a succedergli. Stalin, invece, veniva descritto come un uomo rude e intollerante, sicuramente inadeguato a succedergli. Fu proprio tra Stalin e Trockij, portavoci di due tendenze politiche opposte, che si svolse lo scontro.

Trockij riteneva che la rivoluzione comunista si sarebbe dovuta estendere in tutto il mondo, altrimenti i nazionalismi delle grandi potenze l’avrebbero soffocata (dottrina della “Rivoluzione permanente” ). Stalin, invece, sosteneva la teoria del socialismo in un solo paese, perché l’Unione Sovietica aveva in sè le forze sufficienti a fronteggiare l’ostilità del capitalismo. Il fallimento dei tentativi rivoluzionari in Germania e in Ungheria diedero ragione a Stalin. Ma la sua vittoria fu dovuta anche al fatto che godeva di più iscritti al Partito e al fatto che ormai anche gli operai avevano capito che la rivoluzione non si sarebbe mai diffusa in tutto il mondo.




Lo scontro tra Trockij e Stalin, però, proseguì. Il primo, appoggiato da Kamenev e Zinov’ev, sosteneva la necessità di lottare contro i kulaki, mentre Stalin, appoggiato da Bucharin, riteneva che non fosse ancora il momento. Il Partito, così, si divise in un’ala destra e in un’ala sinistra.

Ancora una volta Trockij ebbe la peggio e fu definitivamente espulso dal partito.

Quando Stalin ritenne che fosse arrivato il momento di eliminare i kulaki, grave minaccia per il comunismo, visto che sarebbero potuti divenire i nuovi capitalisti, cominciò la collettivizzazione forzata e la portò avanti con durezza. Molti kulaki, infatti, furono chiusi in campi di concentramento ( i Gulag ), moltissimi furono deportati in Siberia dove fornirono la manodopera necessaria per alcune opere pubbliche. La collettivizzazione produsse, inoltre, una grave carestia, che provocò un elevatissimo numero di morti. Il fatto che Stalin si  propose come un continuatore di Lenin fu il motivo principale per cui ottenne il consenso dalla popolazione. Anche se si faceva portavoce dell’ideale marxista e leninista « A ognuno secondo il suo bisogno », in realtà a questo motto ne aveva sostituito un altro: <<A ognuno secondo il suo lavoro>>. Stalin, infatti, realizzò i Piani Quinquennali proprio con l’obiettivo di aumentare la produttività e di favorire l’industrializzazione. Essi prevedevano di ovviare le conseguenze che erano sorte con le liberalizzazioni della Nep e fissavano obiettivi economici tecnicamente irraggiungibili. Tuttavia tali obiettivi vennero raggiunti poiché gli operai furono sottoposti a una disciplina severissima, ai limiti della militarizzazione e furono anche stimolati con incentivi che premiavano la loro produttività. Il caso del minatore russo Stachanov , diventato famoso per avere estratto in una notte un quantitativo di carbone quattro volte superiore a quello normale, diede origine a un movimento di massa detto, appunto, Stachanovismo, esaltato da Stalin. Nel 1936 venne promulgata una nuova Costituzione che prevedeva non solo che i Soviet divenissero istituzioni parlamentari, ma garantiva importanti diritti individuali, compresa la libertà di stampa e di parola. Tuttavia ci fu una profonda discrepanza tra i diritti sanciti nella Costituzione e quelli realmente garantiti: la libertà di opinione era vanificata dal fatto che era vietata la libera associazione politica, essendo prevista l’esistenza di un Partito unico.

In questo modo Stalin riuscì ad occultare l’ascesa della Dittatura, che, subito dopo la promulgazione della Costituzione si accelerò. Ad essa seguirono le “Grandi Purghe”. Il primo ad essere ucciso fu Kirov, massimo dirigente del Partito comunista di Leningrado. Poi fu la volta di Kamenev e Zinov’ev, rappresentanti di estrema sinistra. Stalin non si limitò ad eliminare i suoi oppositori, ma eliminò anche i rappresentanti della destra, di cui lui stesso faceva parte, come Bucharin.

Il prestigio raggiunto dalla sua dittatura, come quello raggiunto dagli altri totalitarismi (Nazional-socialismo e Fascismo) fu dovuto all’esistenza di condizioni molto favorevoli. Innanzitutto le condizioni di vita della popolazione erano molto negative allo scoppio della Rivoluzione e, quindi, a molti sembrava che i sacrifici imposti da Stalin fossero necessari per uscire da questa secolare condizione di miseria e per favorire l’industrializzazione. Inoltre la popolazione si sentiva protetta dal nuovo sistema perché esso dava a tutti la garanzia di un minimo livello di sicurezza sociale (come faceva del resto lo stesso Fascismo). A determinare il consenso ci fu anche il fatto che Stalin si propose come il “depositario” dell’autentica dottrina marxista-leninista.

Ma in particolare tre fattori sembrano aver giocato un ruolo determinante nella nascita del fenomeno stalinista: lo scardinamento delle vecchie strutture sociali, l’onnipotente apparato burocratico e le tradizioni storiche e culturali del paese. Questi tre fattori, uniti ad uno sviluppo industriale frettoloso cominciarono a spingere verso la “statolatria”.

Nel tentativo di sradicare la mentalità e in particolare la religiosità contadina, gli educatori di quel tempo capirono che gli usi e le cerimonie profondamente radicati nelle tradizioni familiari, potessero essere vinti solo sostituendo ad essi qualcosa di analogo, anche se d’ispirazione laica. La devozione tradizionale, il culto dei santi, le vecchie processioni vennero sostituite da squallide imitazioni: i santini dei nuovi dirigenti presero il posto delle vecchie icone; una vera e propria liturgia di massa ufficiale fece la sua comparsa, e, a colmare la misura vennero le processioni ad un mausoleo che conteneva la mummia di un ateo imbalsamato.

Con l’affermazione della dittatura Sovietica, dunque, il nobile progetto che Marx si era prefissato, ovvero quello di realizzare una società dove tutto fosse in comune, venne praticamente soffocato dalle armi della repressione e della violenza, che ancora oggi purtroppo fanno sentire i loro effetti.

In English literature George Orwell was the most important writer who expressed his disillusionment with  Stalinism and in a wider sense with totalitarian regimes in general.

This was to form the subject of his satirical fable “Animal Farm” (1945) which was followed in 1948 by the prophetic dystopian vision of “Nineteen Eighty-four”. The novel “Animal farm” is a famous political satire which, like Swift’s Gullivers Travels, can be read by children without the need to grasp its political implications.

Orwell’s life influenced a lot his socialist beliefs.

In “Animal farm” Orwell attacks Stalin’s totalitarian regime.

The plot concerns an animal rebellion on Manor Farm, which seizes power from Mr. Jones, the lazy owner. The pigs, being the  most intelligent of the animals, take control of the organization of the farm (Napoleon and Snowball become the leaders of the animals). They become as ruthless as the former human owner. The pigs, however, treat themselves much better than the other animals. The egalitarian rules on which the farm is initially run are reduced to a single commandment: <<All animals are equal but some animals are more equal than others>>. Years pass. The pigs end up looking just like the human beings they replaced and at last the name of Animal Farm is changed back to Manor Farm. Although the story is told from the animals’ point of view, it represents a  condemnation of the inequality on which Stalin’s totalitarian regime is built.

In fact Napoleon represents Stalin, Snowball represents Trockij and Windmill’s destruction represents the Battle of Stalingrado.

The novel is constructed as an Anti-Soviet satire.

“Nineteen Eight-four” describes a nightmarish totalitarian world in which every aspect of the individual’s life is controlled by the omnipresent eyes and ears of the state. On the basis of his observation of Communist totalitarian regime Orwell tried to look into the future and imagined what the world would be like if totalitarianism were to develop unchecked. In fact, the novel’s title is an inversion of the year in which it was written, 1948.

The novel’s protagonist is Winston Smith, the Ministry of Truth in Oceania, one of the three Empires that control the Planet Earth in 1984. It includes North America and British Empire. Big brother is the all-powerful dictator of Oceania. His face is to be seen everywhere in people’s homes, on the streets and at work. His regime has a total control over people’s lives and his Thought Police try to eradicate any form of free thinking or expression.

Smith, a typical modern anti-hero, is a powerless individual who tries to rebel against the rules of his society. He is imprisoned and tortured for months by an official called O’ Brien.

“Nineteen Eighty-Four” is perhaps George Orwell’s most famous and popular novel. Although he set his story in a totalitarian state in the future, Orwell was also describing the Political scenario of his own time in a way which echoed the horrors and the terrible oppressions of Stalinist Russia. 

Ignazio Silone

Tra gli autori italiani che, seppure mostrassero un certo interesse per la causa operaia e per la problematica del lavoro, in realtà, non condivisero la degenerazione del comunismo nello stalinismo ci fu Ignazio Silone.

L’autore abruzzese, segnato da un “socialismo cristiano”, “umanitario”, fu il principale precursore del Neorealismo, che si diffonderà in Italia nel secondo dopoguerra.

Questo movimento esprimeva, attraverso la riscoperta dell’ideologia marxista e soprattutto del pensiero di Gramsci, la necessità di attribuire all’intellettuale un ruolo politico, vivendo l’illusione di poter contribuire, dopo il Fascismo, al rinnovamento politico e sociale. Il movimento era caratterizzato dal rifiuto di una cultura elitaria e avulsa dai problemi reali della società, dall’accettazione del pensiero di Sartre, incentrato sul ruolo attivo dello scrittore e sulla funzione sociale della letteratura, dallo stimolo proveniente dai dibattiti delle riviste ( soprattutto il “Politecnico” di Elio Vittorini ) e dalla riscoperta del Verismo.

Il Neorealismo riprendeva da Gramsci soprattutto la concezione di letteratura Nazional-popolare e del ruolo dell’intellettuale.

<<In Italia manca un’identità di concezione del mondo tra “scrittori” e “popolo”; cioè i sentimenti popolari non sono vissuti come propri dagli scrittori, né gli scrittori hanno una funzione “educatrice nazionale”, cioè non si sono posti e non si pongono il problema di elaborare i sentimenti popolari dopo averli rivissuti e fatti propri. In Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla “nazione” e sono legati, invece, a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso: la tradizione è libresca e astratta, e l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano>>.

Queste sono le parole di Gramsci a proposito dell’intellettuale italiano. Secondo il filosofo l’intellettuale italiano, passando attraverso il recupero di una cultura Nazional-popolare, sarebbe dovuto diventare protagonista militante della vita politico-sociale del suo tempo. La lezione di Gramsci venne recepita completamente da Silone: la sua vita politica e letteraria, infatti, si divise tra “militanza ed eresia”.

Militanza ed eresia sono senz’altro i due aspetti più importanti dell’esperienza di quest’intellettuale. La militanza di Silone iniziò nel 1918 nelle file del Socialismo e proseguì nelle file del PCI, di cui nel 1921, fu uno dei fondatori.

Divenne poi membro dell’Ufficio politico del Partito nell’epoca della clandestinità e fu molto vicino a Togliatti.

Ebbe inoltre contatti personali con Lenin. Seppure lo descrivesse come un uomo dal grande carisma, vedeva nel leninismo il germe totalitario dello stalinismo. Ebbe la possibilità di conoscere anche lo stesso Stalin, in cui vedrà il motivo dell’assoluta degenerazione del Comunismo.

La sua militanza politica è stata descritta in particolar modo nella raccolta di scritti autobiografici, “Uscita di sicurezza”. Lo scrittore, dunque, fu un vero e proprio intellettuale politico impegnato, anche grazie alle personalità di rilievo incontrate e frequentate, e alle esperienze vissute nelle città della clandestinità politica comunista: Mosca, Parigi, Barcellona.

Per eresia siloniana si intende, invece, un atteggiamento di avversione nei confronti dell’impostazione dogmatica dell’ideologia comunista, che sfocerà nella fuoriuscita dal Partito.

Per la sua avversione a qualsiasi dogma o conservatorismo verrà definito, infatti, “un cristiano senza chiesa, un socialista senza partito”.

Il suo capolavoro letterario in assoluto è il romanzo denominato “Fontamara” (1933).

Fontamara è un immaginario paese dell’Abruzzo più povero, dove i cafoni vivono da sempre in uno stato di soggezione, quasi feudale, ai grandi latifondisti. Con l’avvento del Fascismo, però, agli antichi proprietari terrieri si affiancano nuove figure di rapaci imprenditori, di cui l’Impresario è l’emblematico rappresentante. Con l’inganno, questi riesce a far deviare verso le sue terre il ruscello che irrigava i campi dei fontamaresi, che vedono così compromesse le loro colture.

Tra i fontamaresi rassegnati solo Berardo predica la rivolta; poi, inascoltato, decide di pensare solo a sé stesso e si reca a Roma per trovare lavoro. A Roma incontra l’Avezzanese, un giovane impegnato nella lotta antifascista, e ciò determina la sua maturazione politica: il passaggio dall’istintivo ribellismo alla coscienza di classe.

Arrestato per errore, Berardo muore in carcere, cosciente di essere diventato un simbolo rivoluzionario per i fontamaresi. A questo punto a Fontamara si compie, per la prima volta, un gesto politico ed eversivo. Aiutati dall’Avezzanese, i cafoni stampano un loro giornale, in cui denunciano i soprusi patiti e la tragica fine di Berardo.

Il regime non può tollerare questa voce d’opposizione: una spedizione punitiva della Milizia Fascista fa strage dei fontamaresi e i superstiti, sconfitti ma non domati, si danno alla macchia o prendono la via dell’esilio.



“Fontamara” è l’unica opera importante nella narrativa contemporanea che assimili la visione marxista del mondo, la necessità del cambiamento sul piano del mito e della leggenda.

Il libro è contemporaneamente concreto per l’osservazione minuta della vita contadina, ed astratto per il fatto di inquadrare la vita contadina in un ampio schema sociale.

Durante gli anni del Fascismo, con “Fontamara” l’autore si inserì a pieno nella nostra “letteratura militante”, attraverso la sua protesta civile e sociale.

Il “Socialismo Cristiano”, di cui l’opera di Silone era pervasa lo rese a tutti gli effetti il primo grande autore italiano antifascista.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dunque, il tema del lavoro assunse un ruolo fondamentale. L’esperienza della Rivoluzione Bolscevica e del suo fallimento, la nascita del movimento operaio e dei sindacati posero al centro la necessità di risolvere la questione operaia. Ecco che il lavoro divenne un tema largamente dibattuto anche in ambito pedagogico e metodologico.

Dal punto di vista pedagogico in questi anni venne sottolineato il ruolo educativo del lavoro. Dal punto di vista metodologico, invece, si cercò di capire quale ruolo svolgessero i rapporti umani, oggetti di studio delle scienze sociali, nell’organizzazione aziendale del lavoro.

Ai primi anni del Novecento, infatti, risalgono gli studi sociologici che posero al centro argomenti come la trasformazione dei rapporti di fabbrica, o l’impatto delle innovazioni sulla classe operaia e sulle sue organizzazioni. In quest’ambito si sono fronteggiate nel tempo due scuole totalmente contrapposte. La prima, nota col nome di “Scientific Management” fu elaborata da Taylor.

La seconda, conosciuta col nome di “Human Relations” ha come capostipite Elton Mayo.

Taylor si proponeva di organizzare il lavoro in tre fasi: analizzare le caratteristiche della mansione da svolgere, creare il prototipo del lavoratore adatto a quel tipo di mansione, selezionare il lavoratore ideale, al fine di formarlo e introdurlo nell’azienda. Il Taylorismo, dunque, si concretizzava in una razionalizzazione dei movimenti dei lavoratori: nel lavoro bisognava eliminare quei movimenti inutili che causavano perdita di tempo, ritardavano la produzione e aumentavano i costi. Questa teoria era, dunque, in sintonia con il comportamentismo in Psicologia, in quanto puntava sulla somministrazione di rinforzi esterni, come l’aumento del salario.

L’applicazione di questi principi condusse alla prima catena di montaggio, introdotta nel 1913 negli stabilimenti della Ford Motors Company.

Però il Taylorismo (detto anche Fordismo) fu sin dall’inizio contestato dai lavoratori e dai sindacati, per la forte riduzione della libertà sul lavoro dell’operaio, costretto ad adeguarsi a tempi e a modi di produzione imposti dall’alto. Infatti, questa teoria mirava solo all’efficienza dell’azienda e al massimo profitto dell’imprenditore, trascurando del tutto ogni analisi globale della realtà aziendale. Inoltre, la corrispondenza tra aumento della produttività dei lavoratori ed aumento del loro salario era tutt’altro che dimostrata nella realtà. Come reazione alla scuola dello “Scientific Management”, venne elaborato il modello delle “Human Relations” ad  opera di  Elton Mayo.

Egli rimproverava allo “Scientific Management” di non tener conto dell’aspetto umano del lavoro. Per Mayo il prestigio sociale, la soddisfazione morale, il senso di appartenenza a una squadra erano più importanti del rendimento degli operai. Poiché alla base della sua teoria c’era la concezione che il lavoro fosse un’attività di gruppo e libera, secondo Mayo l’efficienza dell’azienda era strettamente connessa con il clima aziendale e con i gruppi di lavoro presenti nell’azienda. Se il clima aziendale era buono, la produttività aumentava.

La collaborazione del gruppo non doveva essere casuale: doveva essere progettata e sviluppata.

Con questa nuova dottrina Mayo spostò l’attenzione sul significato umano della vita lavorativa, e per questo motivo la sua dottrina è degna di lode. Per la prima volta, infatti, quest’autore ha mostrato che i lavoratori accanto a una logica economica seguono una logica dei sentimenti e della socialità.

Negli anni 50 e 60 ci fu il tentativo ad opera di Mc Gregor di conciliare  finalità produttive aziendali e soddisfazione dei lavoratori. Egli individuò due ipotesi (x e y) sul comportamento umano in ambito lavorativo. La prima ipotesi prevedeva che l’uomo avesse un’avversione al lavoro a causa della sua naturale pigrizia. Partendo da questo presupposto ci si aspettava che i lavoratori  andassero motivati continuamente, e che facessero quanto veniva loro richiesto in modo acritico. La seconda ipotesi concepiva il lavoro come un’attività naturale, paragonabile al gioco o al riposo.

Il dirigente che avrebbe seguito la teoria y, dunque, avrebbe soltanto incoraggiato i suoi subordinati a sviluppare capacità, creatività, e immaginazione. La teoria y, considerando il lavoro esplicazione della creatività e della fantasia umana, non avrebbe basato l’organizzazione dell’azienda sul controllo da parte del dirigente, ma sulla collaborazione tra le idee dei singoli lavoratori.

Come evoluzione della teoria y fu proposta la teoria z.

Essa presupponeva che l’azienda avrebbe dovuto fornire ai dipendenti un luogo di lavoro “a misura d’uomo”, ponendo, quindi, al centro il lavoratore e le sue esigenze.

Dunque, secondo Mc Gregor un’azienda produttiva avrebbe potuto rendere soddisfatti i lavoratori e aumentare la loro produttività solo offrendo loro l’occasione di realizzarsi nel lavoro. Le tesi di Mc Gregor furono avvalorate in seguito all’elaborazione della scala dei bisogni di Maslow. Maslow, infatti, aveva elaborato fra il 1939  e il 1943 una scala di bisogni. Secondo questa scala il bisogno di base era quello fisiologico, seguiva il bisogno di sicurezza, di amore, di stima e di autorealizzazione o sublimazione. Il bisogno di autorealizzazione coincideva con la necessità da parte dell’essere umano di raggiungere una soddisfazione personale. Nel bisogno di autorealizzazione rientrava, dunque, la motivazione al lavoro di cui parlava Mc Gregor.

Oggi, sebbene attraverso queste dottrine si sia raggiunta la conclusione che la motivazione al lavoro non deriva da fattori esterni ma interni, poiché è legata alla realizzazione “umana” del lavoratore, c’è ancora chi nutre dei dubbi sulla possibilità di conciliare soddisfazione personale dei lavoratori e esigenze produttive  delle organizzazioni.

Ma nonostante lo scetticismo oggi, come dimostrano gli studi di Robertson e Smith, è consolidata la concezione che la consulenza psicologica e la comunicazione all’interno dell’azienda in ogni modo svolgono un ruolo determinante nella qualità e nella produttività del lavoro, inteso come motivo di crescita e realizzazione personale. In ambito pedagogico, invece, lo svecchiamento della scuola tradizionale portato avanti dall’attivismo di John Dewey ha svolto un ruolo fondamentale nel rendere l’allievo assoluto protagonista della sua formazione attraverso il lavoro. La pedagogia del ‘900, infatti, ha posto al centro il lavoro smettendola di attribuirgli un valore unicamente operativo-manuale, ma conferendogli un valore etico e pedagogico, al pari del sapere intellettuale. Il sapere pratico, infatti, fin dalla classicità era stato considerato inferiore rispetto al sapere teoretico.

<<Posidonio divide le arti in quattro specie: le rozze arti popolari, le arti per il divertimento, le arti educative, le arti liberali. Le prime sono proprie degli artigiani: esclusivamente manuali, servono per il miglioramento materiale dell’esistenza e non sono ispirate a nessuna considerazione morale>>.

Ad esempio, questo era il giudizio di Seneca nei confronti del sapere tecnico. Egli, coerentemente con la classe dirigente romana, considerava le arti tecniche come <<studi che fanno arricchire>>  e, quindi, indegne della ricerca morale.

Nella pedagogia di fine Ottocento e inizio Novecento viene ribaltato il principio per cui il sapere teoretico è superiore a quello pratico. Anzi, l’educazione al lavoro diviene per alcuni autori addirittura più importante dell’educazione intellettuale.

In particolar modo Kerschensteiner, che risentì fortemente l’influsso di Dewey, assunse di fronte al problema del lavoro scolastico un atteggiamento originale, arrivando anche a teorizzare una “scuola del lavoro”.

Per l’autore bavarese obiettivo dell’educazione è la formazione della personalità.

Ma soprattutto la formazione è per Kerschensteiner formazione civica in uno “stato di diritto” e il contributo del cittadino nei confronti dello stato è la sua professione, la quale perciò deve collocarsi al centro dello sforzo educativo.

Il lavoro, secondo Kerschensteiner  non è solo un’attività manuale, ma è anche mezzo idoneo di formazione morale e spirituale.

Egli, infatti, ne “Il concetto della scuola di lavoro” afferma che <<un’attività manuale non può divenire lavoro in senso pedagogico se non quando è l’esplicazione esteriore di un precedente lavoro spirituale>>.

Per Kerschensteiner, ad esempio, se si dà al ragazzo una tavola di legno col compito di ricavarne una cassetta con certi requisiti, egli ci farà sopra le sue osservazioni e solo dopo eseguirà: la riuscita della sua esecuzione darà la prova della bontà del procedimento seguito. Tutto ciò, secondo l’autore, ha una portata educativa di primo ordine, in quanto è formazione all’obiettività, cioè a trattare, stimare e realizzare le cose per il loro effettivo valore, e quindi formazione alla moralità, poiché la moralità consiste appunto nell’anteporre il valore obiettivamente pregevole a quello che è pregevole solo soggettivamente.

Lo spirito dell’ allievo si tempra e si matura nell’accettazione della legge dell’obiettività. Solo a questo duro prezzo si avrà la soddisfazione di produrre qualche cosa d’utile a sé ed agli altri. Utile agli altri perché Kerschensteiner affida al lavoro anche il compito di promuovere il miglioramento etico della società nella quale la professione deve essere esercitata. La professione, infatti, oltre che essere fonte di guadagno personale, poiché si esplica nella comunità, è motivo di cooperazione e di solidarietà. Nella comunità scolastica di lavoro, di cui parla Kerschensteiner, vivaio di virtù sociali, il futuro cittadino acquista, dunque, attraverso il suo “fare” la capacità di contribuire al miglioramento di “uno stato di cultura e di diritto”.

Da questa esigenza di cui parlava l’autore bavarese, ossia di “introdurre il lavoro a scuola” nasce oggi la necessità di alternare scuola e lavoro attraverso stage e tirocini. Oggi la situazione è  cambiata, ma è ancora più imminente la necessità di portare il lavoro a scuola.

Infatti, l’aspirazione dei giovani oggi non è di essere trattenuti in uno stato di minorità, ma di entrare nel mondo del lavoro e di conquistarsi una loro indipendenza.

Dire che lo studio è un lavoro, e compensarlo anche sostanzialmente non può essere una soluzione generalizzata. L’unica soluzione costruttiva resta allora quella di integrare lavoro e studio, o di alternarli.

Una concezione nuova del sistema formativo deve perciò superare la separazione tra il mondo del lavoro e quello della formazione scolastica.

Oggi, l’esistenza di disposizioni previste per la tutela dei lavoratori e l’efficacia di stage e tirocini realizzati nel pieno rispetto delle regole ci danno l’impressione che il valore spirituale del lavoro sia stato recepito.

Il diritto allo sciopero, il diritto al trattamento di fine rapporto, o addirittura la possibilità di alternare scuola e lavoro: sono tutti traguardi fondamentali.

Tuttavia, nonostante tutte le conquiste noi, uomini del terzo millennio ipocritamente ci accontentiamo ancora del fatto che oggi un posto di lavoro si ottenga tramite raccomandazioni. Non facciamo assolutamente nulla per impedire i frequentissimi incidenti sui luoghi di lavoro, la disoccupazione, il precariato perpetuo, il lavoro nero o il mobbing. Dunque, nonostante tutte le possibilità che il mondo del lavoro offre, poiché oggi affermare il significato umano del lavoro vorrebbe dire anche riconoscere la propria umanità in un lavoro privo di ogni merito oppure nelle innumerevoli vittime degli incidenti sul lavoro, risulta inevitabile ammettere quanto il lavoro per certi versi sia ancora “disumanizzante”.

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