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Il lavoro che 'emerge' secondo pierpaolo donati




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IL LAVORO CHE 'EMERGE' SECONDO PIERPAOLO DONATI Dopo la breve panoramica



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IL LAVORO CHE 'EMERGE' SECONDO PIERPAOLO DONATI

Dopo la breve panoramica storica, la riflessione si concentra su una visione del lavoro, particolarmente interessante. Il sociologo Pierpaolo Donati nel suo volume Il lavoro che emerge[1], mostra chiaramente l’aspetto relazionale del lavoro; pertanto ne evidenzia, a mio parere, anche la valenza educativa. Il lavoro, infatti, non può più essere affrontato solo dal punto di vista economico di prestazione e rispettiva remunerazione, in quanto in esso c’è uno scambio anche d'altra natura. Tuttavia difficilmente il lavoro viene definito come una relazione sociale “che implica quattro dimensioni fondamentali (mezzi o risorse, obiettivi, norme e valori), le loro interazioni e le relazioni fra tali elementi e tali interazioni”[2].



1. Il lavoro come una relazione sociale

Donati affronta il lavoro come relazione in sé, con un proprio ruolo autonomo, “secondo la realtà sui generis che gli appartiene in quanto relazione sociale”[3].  L’identità del lavoro, infatti, è 'quella di una relazione sui generis che si eccede proprio come relazione, ossia si rigenera come pluralità di eccedenze relazionali”[4].

L’aspetto che forse colpisce maggiormente nella riflessione di Donati è il suo tentativo di affrontare il lavoro come liberazione per l’uomo; e se questo è vero si può aggiungere che tale liberazione vale anche per l'uomo 'prigioniero per i propri progetti passati', dell’'uomo che sta pagando' per i propri sbagli commessi. Dunque, il lavoro non è più solo strumento di sopravvivenza economica, ma anche mezzo di realizzazione di altri progetti relazionali: quello che l’uomo 'prigioniero per i propri progetti passati' dà nel proprio lavoro politico, sociale gli ritorna come realizzazione di un proprio progetto, ma “produce” anche un ritorno sociale, in quanto la propria opera è rivolta alla società intera. Il lavoro per Donati è di tipo societario, “la sua emergenza è un fenomeno globale in almeno due sensi: 1) perché riguarda sia chi lavora, sia chi gode dei frutti del lavoro, sia le forme di interazione e intreccio fra produttore-distrubutore-consumatore;  2)  perché  il  lavoro   diventa  un’attività  meno  manuale  e  meno

materiale, distinta dai fattori tecnologici della produzione: con ciò mette nuovamente in causa la persona di chi opera nella sua qualità relazionale più complessiva (il lavoro deve essere “personalizzato”)”[5]. Il processo del lavoro contempla così una parte creativa che lo fa andare al di là del suo tecnicismo, della sua ripetitività, del suo fine economico. Questa dimensione eccedente caratterizza l’aspetto relazionale del lavoro.

            Il lavoro sta andando incontro a una svolta epocale, ciò che sembrava solido, sicuro, certo non lo è più, tutto diventa “evanescente”[6]. Siamo in un periodo in cui i confini tra lavoro e non lavoro non sono più ben distinti, emergono sempre nuovi tipi di lavoro e la disoccupazione non può più essere affrontata come pura contingenza economica: “tutto è lavoro e niente è lavoro”[7]. Secondo Donati, è in atto un “processo di precarizzazione del lavoro su scala universale”[8], nessuna attività lavorativa è immune da questo fenomeno; ci troviamo inoltre di fronte a rapidi cambiamenti delle competenze, delle capacità di prestazione e di una sempre maggiore concorrenza che va a ridefinire i riconoscimenti sociali di ogni lavoro. I confini tradizionali tra lavoro e non lavoro cambiano repentinamente; per capire ciò si deve riaffrontare e ridefinire il lavoro e non vederlo più solo come prestazione d’opera o attività lucrativa. Il lavoro è un fatto sociale nel senso che implica dimensioni economiche, politiche, giuridiche e non è riducibile a nessuna di esse; appartiene a un ordine di realtà sui generis “che sta fra queste dimensioni e tutte le collega e divide”[9]. L’aspetto sociale del lavoro può essere affrontato da svariate prospettive teoriche, ma resta sempre un fatto della «vita morale»[10], riferito sia alle persone, sia alla società.

Donati[11] propone un’analisi della relazione sociale che il lavoro attualmente presenta. La relazione sociale in genere è composta da quattro dimensioni: A) economiche; G) politiche; I) sociali e L) culturali. Calandola nel contesto lavoro, si può affermare che esso è una relazione con mezzi (strumenti del lavoro), scopi (intenzionalità del lavoro), regole (norme del lavoro), valori (criteri di valore che caratterizzano ciò che viene “prodotto”). Come si può osservare il lavoro non può essere ridotto a nessuna delle dimensioni prese singolarmente. Le componenti economiche e politiche, di libertà e controllo non possono agire indipendentemente le une dalle altre, che formano la realtà relazionale del lavoro. Se fattori economici o politici prevalgono sulle altre dimensioni socio-culturali, “il lavoro perde la qualità di genere proprio (sui generis) che ne fa una forma di agire sociale dotata di senso e di capacità innovativa, oltrechè performativa'[12].

Donati, dopo aver percorso storicamente come il concetto di lavoro sia cambiato nei tempi, arriva a dimostrare che la visione attuale del lavoro, quella ridotta alla sola dimensione economica, deriva direttamente dalla concezione moderna nata con il protestantesimo e passata poi nel capitalismo e anche nel marxismo. È questa visione che non tiene più e che deve essere modificata, recuperando quell'altra visione, pure presente nel medioevo (con San Tommaso), che però deve essere ripresa e riformulata[13]. Secondo Donati la modernità ci lascia un'eredità conflittuale tra 'processi di secolarizzazione e processi di (ri)umanizzazione'[14]. Una cultura si definisce secolarizzata “se e nella misura in cui prescinde da (o si oppone a) riferimenti spirituali trascendenti o, in altre parole, religiosamente ispirati”[15]. Tale cultura vede il lavoro come attività che non ha  valenze  religiose,  ma  puramente terrene.  Essa  può mantenere questa

posizione e perseguire scopi terreni, o può assumere anche atteggiamenti maggiormente umanistici, avvicinandosi ai principi religiosi.

            Una cultura è invece umanistica se e nella misura in cui valorizza elementi propriamente umani. Essa vede il lavoro come mezzo di espressione e di realizzazione dell’umanità della persona in vista del bene comune.

            Ciò che distingue una cultura secolarizzata del lavoro da una umanistica riguarda non solo il soggetto e la sua posizione nel processo lavorativo; ma anche le caratteristiche del contratto di lavoro e quale significato culturale assume il lavoro. “La concezione secolarizzata vede il soggetto del lavoro nell’individuo (…), in linea di principio sostituibile dalle macchine o da operazioni automatiche; ha una concezione utilitaristica del rapporto di lavoro (…). La concezione umanistica, invece, vede il soggetto del lavoro nella persona come individuo-in-relazione con altri significanti non sostituibile dalle macchine o dalle organizzazioni sistemiche”[16]. Nella visione secolarizzata la “disoccupazione è il risultato di un gioco di utilità strumentali, più o meno sistemico”[17]. Nella concezione umanistica, invece, “la disoccupazione è il sintomo di una distorsione relazionale, cioè «morale» (…) della società, e in specifico di una cattiva regolazione e interscambiabilità delle relazioni sociali fra i soggetti  implicati nel processo produttivo (…)”[18]. Secondo Donati va distinto ciò che è lavoro umano da quello che non è specifico dell’uomo. Devono essere istituite regole civili per le quali “tra chi dà lavoro e chi riceve lavoro non solo non c’è umiliazione, ma c’è promozione reciproca”[19].

2. Il diritto al lavoro e il lavoro che fa società

Il lavoro va verso una maggiore umanizzazione? Perché si deve lavorare? Perché si deve far bene il proprio lavoro? “Solo se le risposte, teoriche e pratiche, a queste domande sono realmente finalizzate a uno sviluppo della persona umana adeguato alla sua natura relazionale si può dire di trovarsi di fronte a processi di autentica personalizzazione e umanizzazione”[20]. Varie possono essere le motivazioni per cui una persona lavora: per necessità materiali, obbligo religioso, morale, sociale, per proprio piacere e autoaffermazione, per esigenze di integrazione sociale (proprie del soggetto e della società in cui è inserito). La personalizzazione e l’umanizzazione del lavoro sono legate al tipo di fini dell’azione in sé e di chi la svolge e dai valori cui si tendono.

            La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948, “Ognuno ha diritto a un lavoro, a scegliere liberamente la propria occupazione, a condizioni di lavoro giuste e vantaggiose e a essere protetto dalla disoccupazione”) e la stessa Costituzione Italiana (art. 1, comma I, “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; art. 4, comma I, “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”) proclamano il diritto al lavoro. Ma esiste un diritto al lavoro? Tale quesito solleva parecchi dubbi, perplessità e riflessioni. Dando per scontato il diritto al lavoro, questo dovrebbe essere di che tipo? Qualificato o generico? Chi avrebbe l’obbligo a fornirlo?  Donati analizza la proposta di Jon Elster, proponendo in seguito la sua riflessione sull’argomento del diritto al lavoro. Donati ricorda che Elster sostiene che non può esistere un diritto al lavoro come diritto positivo; per considerarlo come diritto 'bisognerebbe dimostrare che è individualmente possibile farlo'[21] e che è un bene che abbia la priorità su altri diritti. Bisogni come l’autostima, la gratificazione, l’integrazione sociale sarebbero così soddisfatti anche da altre condizioni di non-lavoro. Secondo Donati Elster parte da premesse restrittive e cioè: a) che i diritti effettivi sono solo quelli legali (prodotti da procedure democratiche); b) il diritto al lavoro può essere giustificato solo 'in base alla dimostrazione che esso ha un valore prioritario diverso da quello del diritto ad avere un reddito, per il fatto che fornisce vantaggi e risponde a bisogni che vengono prima del semplice reddito, come la stima di sé e degli altri, i contatti sociali necessari per l'integrazione sociale, una strutturazione non alienante della vita quotidiana e l'autorealizzazione che è richiesta dalla natura umana'[22]. Elster arriva di conseguenza a argomentare che 'il diritto al lavoro non può essere un diritto legale (imposto per legge) perché ciò non è compatibile con il mercato, basato sui contratti fra individui'[23]. Inoltre, la natura umana si adatta sia al lavoro, sia al non lavoro, dunque “i vantaggi primari invocati per giustificare il diritto (stima di sé, integrazione sociale ecc.) non sono necessariamente assicurati dal lavoro'[24].



La tesi di Elster, secondo Donati è discutibile. Il lavoro non è un diritto economico, sociale o legale, ma è un diritto di ordine morale; invece Elster argomenta il tema e cerca soluzioni alla disoccupazione “solo con strumenti economici (A), e politico-giuridici (G), prescindendo completamente dai problemi sociali di giustizia (I) e dai modelli culturali, dagli stili di vita e in ultima analisi dai diritti umani (L), ridotti a residuali e puramente derivati dalle esigenze economiche e politico-giuridiche”[25].

Il lavoro che scopo ha? Ritorna importante a questo punto riprendere le concezioni umanistiche e secolarizzate. La visione secolarizzata vede il lavoro come strumento per obiettivi, valutati economicamente; la visione umanistica affronta il lavoro come “azione sociale fra soggetti che stanno in relazione di scambio”[26]. Il lavoro diventa così non il fine dell’uomo, ma la manifestazione della persona, l’esplicarsi di un suo progetto.

            L’economia capitalistica può produrre società nel senso che crea relazioni, beni e servizi tanto da aumentare la socialità complessiva; nello stesso tempo però essa produce sì ricchezza, ma materiale, solo per pochi, creando nello stesso tempo emarginazione per altri. Vari sono i sostenitori di una o dell’altra posizione. Secondo Donati anche Marx “si oppose strenuamente al socialismo umanistico, ritenendo che il capitalismo fosse una forza non soltanto inarrestabile, ma anche positiva per il progresso della società. (…). A suo avviso, il capitalismo, giunto alla sua massima espansione, si sarebbe ribaltato in un’altra economia, quella comunista, che avrebbe «fatto società» nel senso di produrre beni economici attraverso forme di socializzazione della vita più profonde e diffuse”[27]. Il capitalismo avrebbe distrutto così se stesso, superandosi. Marx però non aveva previsto certe forme differenziate del capitale (i contratti di lavoro sono cambiati, gli scambi sono di altro tipo, non si consuma più la persona del lavoratore, ma risorse naturali, informazioni, tecnologie) e quindi “ciò che è veramente stato sconfitto è l’idea di un’economia comunista che voglia superare il capitalismo per via politica”[28]. Rimane il problema di 'fare società', anche dopo la sconfitta della teoria marxista. Donati propone una via diversa. Si tratta di chiarire, secondo Donati, che il lavoro stesso possa 'fare società'.

Per secoli il lavoro è stato affrontato come pura necessità e quindi tanto si è detto affinchè ci si liberasse dalla sua natura coattiva. Lo schema AGIL, che propone il concetto del lavoro da un altro punto di vista, vede libertà e necessità come elementi che si implicano mutuamente, “poiché non ci si può realizzare se non in interazione costante con il mondo, e perciò libertà e necessità del lavoro diventano   aspetti   della   stessa   logica   di  emancipazione  o,  se  si  vuole,  di

trasgressione rispetto all’economia moderna tipicamente capitalistica basata ancora sull’opposizione fra libertà e necessità del lavoro”[29]. Di fronte a questo scenario, il lavoro non può più essere predefinito a priori, “ingabbiato” da contratti collettivi che lo inquadrano anticipatamente; esso “diventa una condizione processuale a cui si deve pensare in termini di globalizzazione, ossia dal punto di vista della globalizzazione come referente relazionale inevitabile, affinché il lavoro stesso possa diventare condizione di qualunque progetto economico sociale”[30]. Il lavoro diventa globalizzato in quanto si apre ad un orizzonte di possibilità con aspettative nuove, dando vita a beni e servizi che possono essere trasferiti in altro modo, trasformandosi in altre attività, restando pur sempre lavoro. Un esempio di ciò è la tematica del dono. Parlando di lavoro e di economia che produce società, si può introdurre una riflessione sul significato di dono. “Il lavoro può essere oggetto di un dono? Se sì, perché e come? Se no, perché?”[31]. Dono e lavoro non possono identificarsi, “ma ciò non significa che non si possa fare dono di un lavoro e che il dono non possa essere una motivazione o un incentivo al lavoro”[32]. Nel privato sociale il dono e la gratuità sono posti come prerequisiti istituzionali, configurati dal proprio regolamento interno. I beni-dono sono fatti circolare nelle sfere della società e possono o meno essere riconosciuti come lavoro.

Seguendo lo schema AGIL Donati distingue quattro diverse organizzazioni del rapporto tra dono e lavoro nel privato sociale:

* (A= carattere economico) la cooperazione sociale vede il dono-gratuità come mezzo produttivo;

* (G= scopo solidaristico) la fondazione basata sul dono–gratuità mira a un investimento;

* (I= coesione sociale) le associazioni sociali considerano lo scambio del dono-gratuità per l’integrazione sociale;

* (L= carattere valoriale) il volontariato libero considera il dono-gratuità per il valore della relazione umana.

Fra questi modelli ideali esistono naturalmente delle vie intermedie, per esempio le cooperative sociali usano spesso anche la forma del volontariato. Ogni organizzazione farà prevalere il proprio ”codice simbolico”[33], con mescolanze possibili, ma non eccessive. Allo stesso tempo l’organizzazione potrà avere relazioni con altre, facendo sì che le connessioni mantengano e accentuino le distinzioni, con forme opportune di reciproca sinergia.

3. Alcune implicazioni del lavoro come relazione sociale

 A cosa serve il lavoro? A guadagnare? Si può guadagnare anche senza lavorare? Il lavoro può essere visto anche sotto aspetti diversi rispetto a prestazioni; esso infatti “ha come scopo non secondario quello di acquisire la stima o almeno il riconoscimento degli altri”[34]. Dunque il lavoro non risponde solo a bisogni privati, ma relazionali, “in quanto vengono a dipendere dalla relazione fra il soggetto che opera e gli altri rilevanti”[35]. La modernità ha eluso o non ha fatto caso a questo aspetto sociale del lavoro, osserva Donati. L’età dopo-moderna mette in rilievo gli aspetti relazionali del lavoro, sia esterni (visibili per esempio nelle associazioni), sia interni (riguardante il fine interno del lavoro).

Negli anni il lavoro si è sempre più differenziato; i suoi confini mutano continuamente  e  si   intrecciano   con  le   più   diverse  attività.  Ad   esempio  la

manifestazione e la crisi del lavoro maschile si lega anche all’emergere del lavoro femminile.  “L’etica  maschile  enfatizza  la  capacità  di  prestazione individuale, il valore strumentale del compito, la struttura gerarchica del comando, il potere, il valore della prestazione, in una parola il successo strumentale. L’etica femminile accentua il valore espressivo del compito, la processualità, la relazionalità, la cura, la qualità sia del prodotto sia del servizio, in una parola il lavoro come compimento coordinato, meno segmentato, attento al fatto che l’autonomia si traduca in responsabilità. Le donne, più e meglio degli uomini, connettono la qualità del lavoro ai suoi risultati, colgono l’utilità sociale (in senso relazionale) dei lavori”[36].

I contratti di lavoro dovrebbero contemplare l’aspetto relazionale, cioè prevedere sì uno scambio economico, che abbia però come oggetto una relazione sociale reciproca come valore aggiunto della remunerazione di chi lavora. Il lavoro diventa così “un bene relazionale se e nella misura in cui è configurato come riattivatore della relazione stessa, cioè della reciprocità di prospettive implicate nel contratto di lavoro”[37]. Nell’occidente il denaro è stato ridotto a moneta e fra lavoro e denaro esiste un parallelismo. Il denaro non è pura moneta, ma assume in sé anche l’aspetto soggettivo, umano. Il denaro può essere qualificato come pulito o sporco, mentre la moneta è solo vera o falsa; il denaro assume così valenza relazionale; “mentre l’occupazione (…) ha un significato unicamente oggettivo, che non implica un giudizio psicologico o morale (…), il lavoro implica una relazione personale con l’occupazione (il compito da svolgere), relazione che è generatrice della ricchezza e creatività umana della stessa occupazione”[38]. “Lo Stato produce (batte) moneta (l’occupazione), mentre la società civile crea il denaro (il lavoro) ”[39].




Ciò che emerge da quanto detto sopra è la possibilità di pensare il lavoro in termini relazionali, che rappresenta un modo di concepire e gestire l'economia che tende sempre più all'umanizzazione del lavoro. Il capitalismo non dovrebbe più assumere come riferimento solo la produzione, la distribuzione e la commercializzazione dei beni, ma adottare codici simbolici differenti, ponendo attenzione agli stili di personalizzazione dei beni e dei servizi che sono prodotti. Sia le politiche che perseguono un progetto di liberalizzazione dei mercati, sia quelle che vogliono il controllo dell’impresa e dei mercati, “sono limitate dal fatto di intendere il lavoro come «occupazione» (status-ruolo e relative prestazioni di output)”[40]; entrambe non prendono mai in considerazione l’aspetto creativo e relazionale del lavoro. Per “combattere” il lavoro e il non lavoro ci si deve liberare dalle concezioni antiche e moderne che oggettivizzano il lavoro e lo considerano al di fuori della progettualità della persona. “Esse sono accomunate dal fatto di non vedere né le relazioni sociali insite nel lavoro, né tanto meno il lavoro come relazione sociale”[41]. Il limite delle concezioni moderne sta nel fatto di vedere il senso del lavoro al di fuori dei suoi contenuti relazionali e non come relazione di mediazione fra persone.

            Dall’excursus qui sopra esposto, si può notare come il lavoro è parte fondamentale della vita della maggioranza delle persone e che ha riscontri considerevoli sull’intera società. Noi occupiamo un terzo circa del nostro tempo al lavoro; esso non può più essere considerato né come attività che degrada l’uomo, né come pura prestazione alla quale far corrispondere una remunerazione. Il lavoro è un’attività complessa che ha ripercussioni sociali ed economiche, oltre che offrire opportunità di crescita personale e comunitaria. È necessario quindi che esso possa essere creativo e corrispondente a “esigenze e aspirazioni” sociali e individuali.



[1] DONATI Pierpaolo, Il lavoro che emerge, Torino, Ed. Bollati Boringhieri, 2001, p. 15.

[2] Ibid., p. 17.

[3] Ibidem.

[4] Ibid., p. 18.

[5] Ibid., p. 20.

[6] Ibid., p. 23.

[7] Ibid., p. 24.

[8] Ibidem.

[9] Ibid., p. 27.

[10] Ibidem.

[11] Ibid., pp. 48-52.

[12] Ibid., pp. 51-52.

[13] Ibid., pp. 59-66.

[14] Ibid., p. 70.

[15] Ibidem.

[16] Ibid., pp. 77-78.

[17] Ibid., p. 78.

[18] Ibidem.

[19] Ibid., p. 79.



[20] Ibid., p. 107.

[21] Ibid., p. 112.

[22] Ibid., p. 113.

[23] Ibidem.

[24] Ibidem.

[25] Ibid., p. 114.

[26] Ibid., p. 116.

[27] Ibid., p. 122.

[28] Ibid., p. 123.

[29] Ibid., p. 135.

[30] Ibidem.

[31] Ibid. p. 148.

[32] Ibidem.

[33] Ibid., p. 152.

[34] Ibid., p. 172.

[35] Ibidem.

[36] Ibid., p. 178.

[37] Ibid., p. 185.

[38] Ibid., p. 190.

[39] Ibid., p. 191.

[40] Ibid., p. 203.

[41] Ibid., p. 205.

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