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Tesina per il corso I.F.T.S. di Mediatore all’inserimento lavorativo delle fasce deboli




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Le fasce deboli



Il termine “fasce deboli” comprende un determinato gruppo di persone che risultano svantaggiate a vario titolo. Più in particolare, per l’inserimento al lavoro, vengono presi in considerazione i giovani a bassa scolarità, gli ex tossicodipendenti, ex alcolisti, ex detenuti, i portatori di handicap, gli immigrati, i profughi, i nomadi, le donne, ragazze madri e così via. Risulta evidente che la lista è lunga e considerando le situazioni intermedie questa si allunga molto di più. Ognuno di questi soggetti ha chiaramente uno svantaggio di tipo diverso, ma il fine ultimo rimane uno solo: l’inserimento nel mondo del lavoro.

I giovani a bassa scolarità sono quelli che lasciano la scuola finita quella dell’obbligo. Con una scarsa istruzione è molto difficile collocarsi nel mondo del lavoro e si finisce col fare lavori in “nero” ed essere sottopagati, oppure a non fare

niente.

[…]

Queste due categorie di persone sono difficili da inserire nel mondo del lavoro. Innanzitutto la loro vita da tossicodipendenti ed alcolisti li ha allontanati dal mondo; sono poco aggiornati, mantenere un impegno costante di lavoro dopo tanta sregolatezza potrebbe non essere facile per loro. Proprio per questo hanno bisogno di una guida forte e sicura e che dedichi loro del tempo.Queste persone hanno bisogno che qualcuno gli dia fiducia e che li spinga ad andare avanti finché non trovino la loro strada, che può essere un impiego stabile o la formazione di un’impresa.

I portatori di handicap, dal punto di vista legale, sono i più tutelati, ma comunque hanno bisogno di qualcuno che li aiuti nell’inserimento. A secondo del tipo di handicap (del grado) possono fare lavori diversi come qualsiasi altra persona, ma spesso i datori di lavoro sono piuttosto diffidenti. Tocca al mediatore vincere le resistenze di chi li deve assumere. Altre volte hanno grandi idee da realizzare, ma mancano loro i mezzi burocratici per farlo: sta al mediatore fornirli.

Gli immigrati e i profughi sono svantaggiati dal fatto che hanno un disperato bisogno di lavorare e inoltre, venendo da un paese straniero, parlano un’altra lingua, e questo rende difficile la comunicazione (comunicare è importante!). Spesso sono clandestini e questo li mette in una condizione di maggiore ricattabilità. Lo sanno bene gli sfruttatori che li fanno lavorare molto per pagarli poi poco. A loro serve un tramite per conoscere i loro diritti e per sapere come fare per mettersi in regola, trovare lavoro o per crearsi un’attività lavorativa. Sono svantaggiati perché si trovano in un paese che non è il loro e si trovano disorientati e non sanno a chi affidarsi. Il mediatore deve essere il punto di riferimento per queste persone, per metterle in condizione anche di non subire più sfruttamenti. I nomadi hanno una situazione leggermente diversa, ma anche loro possono non conoscere i loro diritti/doveri e inoltre possono trovare resistenze nei confronti di datori di lavoro.

Le donne vengono considerate fascia debole poiché, per dedicarsi alla vita famigliare e ai figli, abbandonano il mondo del lavoro: questo le allontana e, dato che le cose cambiano in fretta, se non si tengono aggiornate, cosa che pertanto è molto difficile, il loro reinserimento può risultare complicato. Sempre per questo motivo per una donna può risultare difficile crearsi un’impresa: il mediatore deve saperle indicare la strada. Le ragazze madri sono quelle più in difficoltà giacché devono badare anche alla loro prole e sono spesso sole.

Il ruolo del mediatore

Risulta evidente che il ruolo del mediatore è di aiutare le fasce deboli a trovare un lavoro in un’impresa già avviata o di crearsene una propria togliendole dall’emarginazione in cui la società le ha inserite. Queste persone possono esse limitate dal fatto che, per le loro suddette condizioni, non siano al corrente dei diritti che hanno o del comportamento burocratico che devono tenere. Molte persone non sanno come compilare il proprio curriculum vitae, oppure se hanno una buona idea per un progetto d’impresa non sanno come stilare questo progetto e quali sono i passi giusti per attuarlo: a chi presentare il progetto? A chi chiedere i finanziamenti e a quali di questi ne hanno diritto? E così via. Il mediatore deve sapere come parlare a queste persone, come far capire loro ciò che vogliono fare nella vita e come renderle più fiduciose in se stesse. Il suo compito più difficile è di combattere l’emarginazione e l’isolamento in cui queste persone vivono ogni giorno. Il mediatore deve essere una persona informata sui continui cambiamenti del mercato e sulle richieste che fa quest’ultimo. Naturalmente questo prevede un costante aggiornamento, un continuo contatto con enti, aziende e imprese sul territorio, una buona conoscenza della situazione locale e non solo. Deve conoscere le leggi e gli iter burocratici per guidare sulla giusta strada le persone che vogliono entrare nel mondo del lavoro. Deve essere in grado, infine, di orientare colui che gli si rivolge a quello che vuole e che è in grado fare. Sicuramente la parte più “facile” è il lavoro tecnico, mentre quella estremamente più complicata riguarda il lato dei contatti umani sia con gli utenti sia con i vari gestori di enti ed imprese. La parte di accoglienza, counseling e l’orientamento sono le parti più difficili e le più importanti che affronta il mediatore. Il mediatore deve essere sempre presente in quelle situazioni che riguardano l’occupazione e per svolgere bene il proprio lavoro deve conoscere e farsi conoscere il più possibile. Il suo ruolo si può definire come un ponte che colleghi le persone che gli si rivolgono al mondo del lavoro.

L’orientamento

L’orientamento è un servizio proposto per instaurare il processo d’aiuto. Questo processo si basa sull’accoglienza della domanda, la conoscenza della situazione, la valutazione, l’elaborazione del progetto di intervento, la proposta di tale progetto all’utente e la sua attuazione, e la conclusione dell’azione. Tutto questo viene effettuato attraverso un percorso che si estendi in tre fasi.

Nella prima fase il protagonista è la persona. In questo momento parla dell’esperienza formativa, di quella lavorativa e dei dati personali. Si accoglie quindi la domanda e si va a conoscere la situazione, facendo anche una prima valutazione della stessa.

Nella seconda fase il protagonista è il mediatore. In questa fase egli procede ad un’analisi potenziale della situazione e restituisce all’utente una sua visione di quello che ha sentito dall’utente stesso. In questo caso la valutazione è più profonda e si inizia a definire una prima idea di progetto, che però non è ancora proposto all’utente.

Nella terza fase si ha una definizione di un progetto. Si cerca di far capire alla persona ciò che vuole, cercando di far emergere tutte le sue potenzialità. In seguito si propone all’utente un progetto in prima definizione e, se si sente stimolato e motivato da questo progetto, l’operatore e il cliente si mobilitano per rendere operativo tale progetto. Nei casi di maggiore difficoltà si effettua una consulenza orientativa che serve per individuare gli aspetti di debolezza del soggetto e serve per rimuovere gli ostacoli, là dove è possibile (qui si instaura una vera e propria relazione d’aiuto). In questi casi particolari dovrebbero intervenire soggetti esterni, come le famiglie e i servizi sociali del comune.

Lo scopo dell’orientamento è di arrivare ad una rimotivazione ed un’autostima, una conoscenza del contesto e all’acquisizione di un metodo che porteranno poi ad una valutazione della situazione personale, ed infine ad una scelta (stage, formazione professionale, autoimprenditorialità o lavoro). Dopo un periodo di prova il mediatore e l’utente fanno una valutazione della scelta: se è giusta l’utente può proseguire da solo, se è sbagliata è necessario l’accompagnamento di un tutor. L’orientamento si propone infine come un orientamento motivazionale e un orientamento psicopedagogico che hanno il fine di lasciare gli strumenti per  l’autorientamento e l’autovalutazione, cioè la capacità di orientarsi da soli e più volte nel corso della vita.

L’orientamento viene effettuato attraverso specifici strumenti dove l’operatore mette al lavoro tutte le sue doti e le sue abilità. Questi strumenti sono l’Accoglienza, che a sua volta implica l’azione di Counseling in cui si cerca di dare una motivazione. Queste due fasi vengono a loro volta attuate attraverso un importante processo: la comunicazione.

L’accoglienza

L’accoglienza è la prima fase che il mediatore affronta. Non sembra, ma questa fase è la più importante e anche la più difficile poiché impronta il rapporto che si costituisce con chi viene a richiedere aiuto.

La parola accoglienza può assumere almeno due significati diversi:

*   può considerarsi la fase di “aggancio” o “presa in carico” dei destinatari del servizi o degli interventi che stiamo esaminando;

*   può essere lo stile con il quale accompagniamo le persone dai primi contatti verso passaggi evolutivi.

Occorre considerare che l’accoglienza è caratterizzata dalla “negatività” del soggetto che si rivolge al mediatore. Questa persona ha un carico emotivo molto forte: si sente esclusa dalla società e spesso vive in condizioni di subordinazione sociale, suo malgrado. Arrivare ad un centro di accoglienza è l’ultima spiaggia, dato che sicuramente avrà provato molte strade, quindi ha raggiunto una condizione psicologica non certo delle migliori.

Nella fase di accoglienza ci si identifica con chi si ha di fronte, si deve saper comprendere e si devono lasciare pregiudizi e gli stereotipi alle spalle. Molto importante è parlare un linguaggio adeguato secondo la persona che si ha di fronte, si deve quindi avere una capacità di controllo sulla comunicazione interattiva e una capacità di collocarsi nel punto di vista dell’altro. Il compito di chi accoglie è di  saper ascoltare, far sentire a proprio agio, avere la capacità di dare informazioni. Per completare questa fase occorre avere una buona conoscenza delle procedure di lavoro, del contesto territoriale e di come lavorano le strutture esterne.

Il mediatore deve avere inoltre tre particolari capacità: la capacità di saper OSSERVARE, la capacità di saper VALUTARE e la capacità di saper INTERVENIRE. Per quanto riguarda saper OSSERVARE si intende la capacità si saper capire gli avvenimenti e di cogliere la loro essenza dal profondo, di riuscire a comprendere la situazione di una persona al di là del problema che espone e in genere di ciò che racconta. Saper VALUTARE è la capacità di saper soppesare gli avvenimenti indipendentemente dai giudizi personali, andando oltre l’evidenza dei fatti. I giudizi bloccano la comunicazione, mentre la valutazione li manda avanti. Saper INTERVENIRE è invece la capacità che deve avere il mediatore nel percorrere la strada giusta che fa giungere, se non proprio ad una soluzione finale, almeno ad un determinato risultato ponendo obiettivi intermedi, coerenti con la situazione presa in atto, attraverso mezzi efficienti ed efficaci.

Durante l’accoglienza il mediatore deve inoltre far sentire libero di parlare chi ha di fronte, deve dare attenzione e successivamente deve fare una riformulazione del colloquio (deve cioè ridire in modo coinciso ciò che ha appena ascoltato) per dimostrare la sua attenzione. Naturalmente dopo deve anche lasciare spazio al cliente per delle eventuali rettifiche.

In questa situazione si va ad inserire l’opera di counseling, la quale si fonde con la fase di accoglienza, ed è molto importante perché aiuta a conoscere la persona.



Il counseling

Il counseling è un processo tra due persone in cui il mediatore ha lo scopo di abilitare il cliente a prendere una decisione rispetto a scelte che riguardano aspetti di carattere personale (scegliere un corso di studio o di formazione) e condurlo a capire ciò che vuole. Il punto focale è centrare l’intervento sulla persona e non sul problema in se (il problema viene dopo). Il counseling non ha come obiettivo quello di fornire risposte preformate, ma piuttosto quello di rendere consapevole la persona dei propri comportamenti, delle proprie decisioni e quindi capace di utilizzare le proprie risorse. Gli operatori, oltre ad avere capacità di ascolto e confidenzialità, dovranno saper vivere le emozioni autentiche che nascono durante l’incontro.

Il mediatore deve avere le tecniche e le qualità umane necessarie per effettuare una buona azione di counseling. Egli deve tenere, infatti, un atteggiamento di interesse aperto, senza pregiudizi o preconcetti e un modo di essere e di fare che sia di incoraggiamento; deve inoltre avere un atteggiamento non giudicante, in modo da accettare tutto senza critiche, colpevolizzazioni o consigli. Non bisogna inoltre fare domande che risultano inquisitorie, ma lasciare alla persona la libera espressione del suo problema e tutta l’iniziativa dell’esposizione, senza che si vada a cercare niente di nascosto. Il mediatore deve essere in grado di immedesimarsi nell’altro ed entrare nel suo modo di parlare e di pensare, rimanendo sempre obiettivo e controllando ciò che avviene durante il colloquio.

Ci sono delle variabili che possono interferire con il colloquio, in modo positivo o negativo, tipo il tempo scelto per il colloquio e quanto ce se ne vuole impiegare, la stanza (troppo grande o troppo piccola), l’arredamento (fastoso o meno), lo status dell’intervistatore, gli stereotipi dei gruppi sociali dell’intervistatore e dell’intervistato, il vissuto di entrambi, l’idea che ciascuno si fa dell’altro, l’estetica o l’atteggiamento generale. Tutto questo può essere determinante nel facilitare o inibire il colloquio. È naturale che per effettuare un colloquio facilitante si devono superare gli stereotipi, la paura del colloquio da parte dell’intervistatore, che a sua volta la deve far passare all’intervistato, e mantenere vigile l’attenzione sul cliente. Nel colloquio non bisogna dare risposte di giudizio morale, interpretative (che distorcono od omettono in parte la realtà), di sostegno e consolazione, per non mettere l’intervistato in condizione di considerarsi aiutato per pietà, inquisitive o di risposta del problema, tipo “..al posto tuo io avrei fatto così…” ecc: queste mettono a disagio l’intervistato e potrebbero creare reazioni emotive opposte a quelle che il mediatore deve stimolare, e cioè fiducia in se stessi, chiarezza sul futuro, consapevolezza ecc….

Per effettuare una buona riformulazione bisogna non introdurre niente di nuovo e farla in modo che l’intervistato ci si riconosca, così che si senta sulla buona strada per essere capito. Per farlo occorre essere concentrati sul vissuto del cliente, interessarsi alla persona in quanto tale e facilitare la comunicazione il più possibile.

L’esito del colloquio può essere sia l’aver fornito risposte concrete e riferimenti precisi, sia l’orientamento a servizi adeguati ad affrontare e risolvere la domanda espressa oppure, là dove la persona non individui una richiesta concreta, dare la motivazione di agire e sostenerla nei momenti di crisi.

La comunicazione

La comunicazione è uno scambio di informazioni e di influenzamento reciproco che avviene tra due o più persone in un determinato contesto.

Un soggetto emittente codifica un messaggio (ciò che vuole dire) e lo invia attraverso un canale (a suo modo, attraverso la voce, le parole scritte, ecc…) al ricevente che lo decodifica (interpreta a suo modo il messaggio) e a sua volta codifica un messaggio di risposta che invia al mittente creando così un ritorno della domanda: avviene cioè un processo di feedback.

   Fonte                                                                 Ricevente

                       

       Trasmette            Messaggio                     Decodifica           

                            

                           Canale

                                                                             

       Decodifica                                                                 Codifica un messaggio di

                            feedback                                   risposta

Le funzioni principali della comunicazione sono:

*   TRASMETTERE un messaggio da una persona all’altra;

*   INFORMARE gli altri di un nostro pensiero;

*   PARTECIPARE ad un sistema di relazioni;

*   ASCOLTARE ciò che gli altri vogliono comunicare.

 La comunicazione può essere VERBALE (parole dette o scritte) o NON VERBALE (gesti, voce, sguardi, postura, distanza, odori, movimenti del corpo, pause, sospiri). Quella verbale è quella che occupa il minor spazio durante la comunicazione. Molto diciamo, infatti, attraverso la mimica facciale, il tono della voce, i vestiti che indossiamo, i movimenti del corpo, i gesti, lo sguardo. Molti di questi fattori sono difficili da controllare e così comunichiamo il nostro stato emotivo involontariamente. Questi possono determinare i rapporti interpersonali (intimità, status …), e dare determinate impressioni della persona che sta comunicando.

Alcuni gesti possono indicare uno stato emotivo, possono illustrare cosa si sta dicendo o possono esprimere il tentativo di controllare le emozioni in un determinato momento (es.: tenere qualcosa in mano per sentire maggiore sicurezza). La voce può dire ciò che le parole non dicono, possono aggiungere o togliere forza al messaggio attraverso il tono, il timbro, l’intensità, le pause e i sospiri. L’aspetto prossenico (la posizione del corpo nello spazio) può aumentare o diminuire la distanza dall’interlocutore secondo l’intenzione di mantenere o interrompere un incontro. Lo sguardo invece regola i rapporti tra i ruoli di chi parla e di chi ascolta e può fornire, a chi parla, un feedback su come il suo messaggio è stato ricevuto. Sempre lo sguardo può indicare attrazione, dominanza o minaccia a seconda dei casi; può incoraggiare il feedback, indicare apertura o bisogno di coinvolgimento, ridurre o aumentare le distanze o provocare ansia.

La comunicazione può essere ostacolata o favorita, sia dal mittente che dal ricevente, a secondo di come vengono utilizzati gli elementi della comunicazione non verbale. Inoltre i fattori che aiutano la comunicazione sono l’autostima, la capacità di ascoltare, la pazienza, la concentrazione, il rispetto e l’equanimità (essere giusti ed imparziali); mentre i fattori che la ostacolano sono l’ansietà, l’inquietudine, i blocchi emotivi (pianto, spavento ecc..), l’ostilità, la soggezione di fronte al leader, lo status sociale e le condizioni ambientali.Il mediatore deve cercare di fare tutto il possibile per facilitare la comunicazione. Deve saper vincere le ostilità che gli vengono rivolte, ma anche eliminare le sue; deve essere sempre equanime e concentrato sul cliente e deve calmare le sue paure, oltre che le proprie. La pazienza e la capacità di ascoltare sono aspetti fondamentali, anche per rendere più sicuro chi si ha di fronte.

Organizzazione e gestione del servizio

I servizi per l’impiego sono destinati ad assumere un ruolo strategico quale motrice e strumento per la regolazione delle dinamiche nel mondo del lavoro.

Il servizio che offre il mediatore all’inserimento lavorativo delle fasce deboli si pone due obiettivi principali: la sperimentazione di percorsi integrati volti allo sviluppo dell’occupabilità e dell’inserimento professionale assistito dei destinatari finali (mediante azioni di rafforzamento del loro patrimonio informativo, di orientamento e formazione professionale), e di configurare le attività e i servizi erogati come strumenti di promozione e sostegno dell’imprenditorialità singola e/o associata, di rafforzamento dell’impresa sociale, di creazione di nuove imprese. In pratica resta comunque il fatto che si vuole inserire il destinatario dell’intervento, vittima dell’esclusione sociale, in un percorso con fasi specifiche (orientamento, formazione, esperienze di lavoro, inserimento lavorativo o creazione d’impresa, ecc…) in modo da giungere all’inclusione nel mondo del lavoro.




I metodi per raggiungere questi obiettivi sono molteplici, tra cui l’orientamento e l’informazione, la formazione, l’alternanza formazione/lavoro, strutture o servizi per l’inserimento al lavoro, che possono essere realizzati anche attraverso la riconversione di figure/competenze che intervengono nel percorso dell’inserimento e la creazione o il rafforzamento di partnership tra enti pubblici e privati coinvolti nel processo di transizione.

Per quanto riguarda l’orientamento e l’informazione si vuole rendere consapevole la persona delle sue competenze, lo si vuole guidare, attraverso dei percorsi, alla scelta di una professione (grazie anche all’attività di counseling motivazionale individualizzato), oppure alla realizzazione di attività autonome. Strumenti di supporto per questo tipo di sostegno possono essere sportelli informativi sulle opportunità professionali, banche dati per l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, ecc….

La formazione può essere messa in atto attraverso la definizione di progetti professionali individuali per lo sviluppo dell’autonomia e dell’autopromozione nella ricerca del lavoro e per la creazione di impresa, oppure la formazione di figure professionali particolari come tutor aziendali, operatori all’inserimento e responsabili dell’accompagnamento al lavoro, tutor dell’inserimento, e tutti quei tipi di figure che possono essere richieste sul mercato nelle varie realtà locali in cui si va ad inserire l’opera di formazione. Lo strumento più indicato per questo tipo di percorso non può che essere il corso di formazione.

L’alternanza formazione/lavoro riguarda metodi più consolidati tipo l’apprendistato, i tirocini formativi e di orientamento o gli stage.

I servizi e le strutture per l’inserimento al lavoro riguardano reti di servizi per il collocamento al lavoro, servizi di tutoraggio per la fase iniziale dell’inserimento, imprese di transizione, ecc….

La creazione di un servizio di questo tipo crea dei beneficiari intermedi che sono gli operatori dell’orientamento, gli operatori sociali, i tutor, i formatori, i mediatori, ecc…. Naturalmente il loro compito implica anche uno studio approfondito delle caratteristiche del contesto territoriale in quale si va ad inserire il soggetto svantaggiato. È importante conoscere con esattezza l’incidenza delle diverse tipologie di svantaggio, il grado di sviluppo del mercato del lavoro e del non-profit, dello stato dei servizi per l’impiego, delle risorse tecnologiche, del livello di mobilitazione degli enti o dei privati per lo sviluppo del territorio e tutti quei fattori che sono determinanti per l’intervento che si deve andare ad operare. Non si può agire alla cieca e rischiare di effettuare un servizio ridondante o al contrario insufficiente.

Per la creazione di un servizio efficiente ed efficace è quanto mai necessaria la realizzazione di una rete operativa tra le tre macro tipologie di soggetti, legate all’integrazione socio-lavorativa dei soggetti appartenenti alle fasce svantaggiate:

*   enti pubblici e amministrazioni regionali, provinciali e locali;

*   imprese, associazioni datoriali categoria, organizzazioni sindacali;

*   soggetti della società civile (associazioni, volontariato, cooperative sociali).

La struttura del servizio che si va ad offrire può essere sintetizzata in due azioni principali:

*   l’azione “interpersonale”, che riguarda la relazione tra operatore ed utente, rispetto all’orientamento;

*   l’azione “organizzativa”, cioè l’insieme delle risorse organizzative in grado di supportare la relazione tra operatore ed utente.

L’azione interpersonale prende in considerazione i bisogni dell’utente, attraverso l’interpretazione che ne fa l’operatore, e i servizi offerti dalla struttura, quali servizi di accoglienza/informazione, dove l’utente viene motivato alla scelta mettendolo a conoscenza dei vari percorsi formativi, il servizio di orientamento, dove si orienta la persona verso percorsi in base alle competenze, alle possibilità e all’offerta formativa, e i servizi di tutoraggio per sostenere la persona attraverso il contatto personale, l’aggancio alla rete locale dei soggetti preposti all’intervento sociale, e il monitoraggio.

L’azione organizzativa comprende il sistema formativo, per fornire informazioni mirate e sistematiche, la rete organizzata di scambio d’informazioni, tra la struttura e i soggetti preposti all’intervento sociale, e le risorse umane e professionali, con le competenze per assolvere i compiti e le funzioni da mediatori.

Reperimento e trattamento dati

La conoscenza del contesto territoriale è fondamentale per il mediatore. Una maniera per conoscere in modo approfondito la situazione è il reperimento, la progettazione e la costruzione di dati sul proprio territorio.

La ricerca si basa su delle fasi fondamentali:

*   l’impostazione della ricerca;

*   la raccolta dei dati;

*   la codifica e l’inserimento dei dati;

*   l’elaborazione dei dati;

*   l’analisi e l’interpretazione dei risultati.

Durante l’impostazione di un progetto di ricerca si fissano gli obiettivi, si definisce cioè il fabbisogno informativo, il problema che si vuole conoscere. Spesso una ricerca può dare informazioni utili sia per quanto riguarda l’oggetto della ricerca stesso, sia per argomenti che possono essere attinenti.

Dopo l’impostazione si passa alla metodologia di’indagine, ovvero si cercano gli strumenti più efficienti ed efficaci per la raccolta dei dati. Le tecniche di rilevazione possono essere standardizzate o non standardizzate. Nel primo caso si tratta di tecniche che si avvalgono di strumenti rigidi per registrare i dati come, ad esempio, il questionario, e si utilizzano per focalizzare l’oggetto della ricerca; le seconde invece si avvalgono di strumenti più flessibili come le interviste più approfondite, le storie di vita, e si utilizzano per avere una maggiore conoscenza del contesto d’indagine.

Alcuni tipi di intervista sono quella telefonica (attraverso il mezzo meccanico, manca la figura fisica) o quella faccia a faccia (dove l’intervistatore pone direttamente le domande). In entrambi i casi può essere un colloquio informale (utile per contatti preliminari, in cui in seguito si farà un approfondimento), libero (utile quando si vogliono avere risposte approfondite su un certo fenomeno), strutturato (in cui è definita la forma e la sequenza di domande), di gruppo o focus group (utilizzata rivolgendosi ad un gruppo eterogeneo per approfondire determinati temi), e altre sfumature ancora.

Un altro strumento importante è il questionario che può essere compilato dall’intervistatore mentre pone le domande o può essere sottoposto direttamente ai soggetti intervistati (questionario autocompilato).

I dati raccolti vengono catalogati fornendo alle diverse risposte un certo codice che permetterà così di individuarle subito durante l’analisi dei dati. In seguito alla codifica e all’inserimento dei dati si costruiscono più grafici, a seconda delle variabili che si vogliono analizzare, e se ne segue l’andamento.

Alcuni strumenti per l’analisi dell’andamento dei dati sono la moda, la mediana, la media. La moda è la modalità della variabile che si presenta nella distribuzione con maggiore frequenza, la mediana di una variabile è la modalità del caso che occupa il posto di mezzo nella distribuzione ordinata dei casi, mentre la media (aritmetica) è data dalla somma dei valori assunti dalla variabile su tutti i casi divisa per il numero dei casi. 

Mercato del lavoro

Il lavoro è il fattore umano che consiste nello sforzo fisico e mentale dell’uomo finalizzato alla produzione.

Nel mercato economico l’offerta e la domanda sono rispettivamente la quantità di beni (o servizi) che vengono immessi sul mercato ad un certo prezzo e in un certo momento e la richiesta di determinati beni (o servizi) sul mercato ad un certo prezzo in un certo momento. L’incontro tra domanda e offerta formula il prezzo dei beni e dei servizi. Tranne nei beni a domanda rigida, cioè in quei beni, come ad esempio il pane, dove la domanda non varia di molto al variare del prezzo, la domanda può variare al variare di alcuni fattori: la richiesta del bene, la produttività della risorsa da cui deriva il bene, i prezzi delle altre risorse che possono essere complementari o succedanee.

Nel mercato del lavoro la legge della domanda e dell’offerta ha un ruolo diverso perché l’aspetto economico viene corretto da aspetti morali e politici. L’offerta di lavoro è costituita da tutti gli individui in grado di lavorare e desiderosi di farlo, mentre la domanda di lavoro è rappresentata dalla richiesta di lavoro di qualsiasi genere fatta dalle imprese.

Il salario è il prezzo che viene pagato per utilizzare il fattore lavoro e può essere visto sotto due punti di vista: come salario nominale, che è la somma di denaro per ogni unità di lavoro prestata, e come salario reale, che è costituito dai beni e servizi che si possono acquistare con il salario nominale.



Il salario può essere condizionato dalla quantità di lavoro richiesta ed offerta sul mercato. Quando l’offerta di lavoro aumenta, e la domanda rimane invariata, il salario scende, viceversa sale se l’offerta diminuisce; nel caso che sia l’offerta di lavoro a rimanere invariata abbiamo che nel caso di un aumento della domanda il salario sale, mentre se diminuisce la domanda, diminuisce anche il salario.

Nel mondo del lavoro si possono presentare situazioni in cui una parte della forza lavoro non è in grado di lavorare anche se vorrebbe: si tratta di disoccupazione. La disoccupazione può essere frizionale, che riguarda sia i lavoratori che stanno cercando un impiego sia quelli che attendono di tornare a lavorare, può essere strutturale, dovuta cioè ai cambiamenti nello sviluppo tecnologico che richiedono meno alcune figure professionali, ma che comunque ne fanno nascere nuove, e può essere ciclica, dovuta alla fase di recessione economica dovuta alla diminuzione della domanda aggregata che fa diminuire l’impiego delle risorse.

Accompagnamento al lavoro

Il mediatore deve avere le giuste competenze per aiutare i suoi assistiti anche nella compilazione dei curriculum vitae e dei progetti d’impresa.

Spesso quando si compila un curriculum non si ha bene in chiaro cosa mettere e può accadere di mettere dei dati superflui od omettere quelli realmente importanti. Uno schema tipo di curriculum prevede in prima linea i dati personali: nome e cognome, data di nascita, residenza, telefono, a volte è utile lo stato di famiglia (può dare un indizio riguardo alla libertà di orario di una persona: se si è sposati si prevede una minore disponibilità, anche se la cosa è solo indicativa). In seguito vanno inserite le conoscenze tecniche e teoriche acquisite e certificate della persona: titolo di studio (diploma, laurea ecc…), corsi effettuati, lingue conosciute, competenze acquisite, ecc…. Le esperienze professionali devono essere esposte in modo abbastanza chiaro, menzionando tutti i lavori fatti, anche quelli non retribuiti, gli stages, indicando in che periodo, dove e con quale mansione si sono eseguiti. Infine possono essere inseriti altri dati come gli hobby, interessi personali, qualità che si ritiene di possedere ecc…. La forma di presentazione di questi dati deve essere naturalmente ben curata, anche per fare una buona impressione, oltre che rendere di facile interpretazione i dati.

La formulazione di un progetto di impresa è più complessa e può leggermente variare a seconda del tipo di progetto, ma rimane importante la chiara esposizione ed una buona formattazione del testo.

Per prima cosa bisogna esporre brevemente di che cosa tratta il progetto, si fa una presentazione dell’organizzazione e dei soggetti che propongono il progetto descrivendo il loro curriculum, in seguito si espongono i punti di forza e quelli di difficoltà (se ce ne sono) che si prevedono nella realizzazione del progetto. È importante in seguito descrivere il contesto territoriale in cui si va a inserire il progetto, se ci sono concorrenti e, nel caso ci siano, come il progetto possa reggere il peso della concorrenza. Dopo di ciò si passa a spiegare nei particolari il progetto, come si vuole attuare, chi sono i destinatari, diretti e/o indiretti, si specifica l’andamento dell’attività, da chi sarà gestita e come. Si devono poi specificare le risorse e i metodi con i quali portare avanti il progetto, l’organizzazione della struttura, dimostrando infine la fattibilità del progetto. Per ultimo si deve fare un bilancio preventivo dei costi di gestione e questo deve comprendere tutto: dalla corrente elettrica, alle spese telefoniche, al mobilio, gli stipendi e tutto ciò che occorre per rendere il progetto operativo.

Il mediatore deve essere sempre aggiornato su questo tipo di cose e su come vanno fatte, deve conoscere i finanziamenti ai quali le persone che propongono i progetti possono attingere e come fare per accedervi. Il suo compito è guidare queste persone negli iter burocratici in cui potrebbero perdersi.

Gli stages

Gli stages sono un’occasione formativa molto preziosa per il futuro mediatore. Personalmente ho effettuato gli stages a contatto con ragazzi ex tossicodipendenti, ma anche ex alcolisti. Per la maggior parte sono ragazzi ai quali è mancato l’affetto e una guida sicura durante il loro cammino e così si sono persi. A volte non c’era nessuno ad occuparsi di loro, altre volte chi doveva non l’ha fatto e così si sono rifugiati nell’effimera consolazione della droga o dell’alcool. Qualcuno ha voglia di uscirne definitivamente e fa delle scelte coraggiose, come decidere di prendere un farmaco che fa stare male se si assume della droga; altri invece si lasciano andare, sperando che la vita passi in fretta. C’è chi ha voglia di fare qualcosa che l’impegni e gli tenga la mente lontana dalla droga, una volta smesso: il mediatore ha il compito di aiutarlo a capire ciò che vuole e ciò che riesce a fare, guidandolo durante la strada. Ho visto ragazzi con il talento della musica, o altri che ci sanno veramente fare con i bambini, hanno una tale potenzialità! Purtroppo però a volte non riescono a uscire completamente dall’oblio in cui si sono celati. Solo stando a contatto con loro e sentire le loro storie ci si può rendere conto della loro situazione. Purtroppo gli stages sono stati effettuati in modo discontinuo nel tempo, causa problemi di organizzazione, e quindi con i ragazzi, che non ti vedevano spesso, è stato difficile creare quel determinato tipo di rapporto che ti permette di entrare in confidenza. Ricordo che il primo giorno ci guardavano (a me ad ai miei colleghi) con circospezione, come invasori del loro territorio. Dopo pochi giorni però ci hanno accettato e tutto è diventato più facile.

Ho imparato molto da questa situazione e spero di ripetere un’esperienza simile in futuro.

Inglese

Dato che il programma comprendeva un modulo di inglese qui di seguito vengono esposti due brani in lingua inglese. Il primo parla brevemente della storia della formazione della Comunità Europea, mentre il secondo parla dei quattro organi principali della CE.

Europe: from war to unity

The Second World War was a disaster for Europe. Six year of fighting caused the death of millions of people, destroyed the economy of many countries and greatly reduced Europe’s political influence. Something had to be done not only to prevent further conflicts but also to make another war materially impossible.

The first important step was taken in 1957 with the Treaty of Rome. Six countries, Belgium, France, Italy, Luxembourg, The Netherlands and West Germany, decide to establish closer economic links. In 1973 Denmark, Ireland and the United Kingdom joined the six founder members. They were followed later by Greece, Portugal, and Spain. At present other countries like Austria, Finland, Hungary, Sweden, Switzerland and Turkey have applied for membership.

The EC took another important step with the Single European Act signed in 1987. The most practical aspect of this act was the creation of a single European market.

Since January 1st 1993 capital, goods and people have been able to move freely between countries without any customs barriers. EC citizens are now finally able to study and work anywhere within the Community.

Another dramatic step forward towards European political union was taken in December 1991 when EC leaders signed the Treaty of Maastricht. According to this treaty by the end of the century Europe may have common foreign and defence policies, a common form of social legislation and a single European currency. The creation of European economic and monetary union and the introduction of a common currency have become the issues of the moment in Europe. In order to achieve these goals the economic policies of member states must converge on matters like inflation, fiscal policies and the limitation of budget deficits. However, this is not at all simple and only time will tell when and how these plans will be realized.

How the EC works

The EC works through four organizations:

*   The EUROPEAN COMMISSION, based in Brussels, has 17 members, 2 from each of the five largest countries and 1 from each of the others. The commission’s main job is to make proposals to the Council of Ministers;

*   The EUROPEAN PARLIAMENT, is based in Strasbourg. Its 518 Members of Parliament are elected every five years. France, Germany, Italy and the United Kingdoms elect 81 MPs each, Luxembourg only 6. Its job is to discuss the Commission’s proposals and to express its opinion to Council of Ministers;

*   The COUNCIL OF MINISTERS, which meets in Brussels, is responsible for deciding EC policy. The member states are usually represented by their foreign ministers. Each country in turn presides over the council. In addition 12 government leaders meet as the European Council to discuss the main issues;

*   The EUROPEAN COURT OF JUSTICE, in Luxembourg, is made up of 13 judges and 6 lawyers. Here both countries and private citizens can appeal against violations of Community law.

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