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Il lavoro nel pensiero aristotelico




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Il lavoro nel pensiero aristotelico

Secondo Antonio Santoni Rugiu[1] Aristotele sosteneva che per la parte più illuminata della società greca era necessario servirsi di schiavi e graduare nettamente i diritti civili e politici in rapporto alle classi sociali di appartenenza. Era quindi una necessità sfruttare il lavoro e a volte la vita di prigionieri di guerra, come oggi si considera necessario l’apporto di principi nutritivi con un'alimentazione sana e equilibrata.



Aristotele, riserva l’educazione ai veri cittadini, coloro cioè che per condizioni sociali potevano accedere alle funzioni pubbliche direttive; egli ritiene, infatti, che siano “ignobili tutte le opere, i mestieri, gli insegnamenti che rendono inadatti alle opere e alle azioni della virtù il corpo (o l’anima) o l’intelligenza degli uomini liberi. Perciò tutti i mestieri che per loro natura rovinano la condizione del corpo li chiamiamo ignobili, come pure i lavori a mercede, perché tolgono alla mente l’ozio e la fanno gretta. Riguardo alle scienze liberali, poi, interessarsi di qualcuna entro certi limiti non è indegno d’un libero, ma l’occuparsene troppo, fino all’eccesso, comporta i danni ricordati. Grande importanza riveste pure il fine per cui uno agisce o impara; l’agire in vista di se stesso o degli amici o per amore della virtù non è illiberale, ma chi fa queste cose per gli altri spesso sembrerà che agisca in maniera mercenaria e servile”[2]. Per Aristotele la condizione di benessere psico-fisico non è di chi lavora, ma di chi sta in ozio. Aristotele parla di ozio in termini corretti, non intende assenza di azione, ma “ (…) di stare in ozio nobilmente: perché è questo il principio unico di ogni azione, ripetiamolo anche a questo proposito. E se entrambe le cose sono necessarie, ed è preferibile l’ozio all’azione, anzi ne è il fine, bisogna cercare di stare in ozio facendo quel che si deve. (…). Ma lo stare in ozio par che contenga da sé il piacere, la felicità, uno stato di vita beato. E ciò appartiene non a quelli che operano, bensì a quelli che stanno in ozio, perché chi è in attività lo è proprio perché vuol raggiungere un qualche fine che attualmente non possiede, mentre la felicità è fine e tutti la ritengono accompagnata non dal dolore ma dal piacere. Ora questo piacere non lo concepiscono nello stesso modo, ma ciascuno secondo il suo punto di vista e la sua disposizione: i migliori, in ogni modo, cercano il piacere migliore e che deriva dalle fonti più belle. Di conseguenza è chiaro che bisogna imparare ad essere educati in talune cose in vista dell’ozio che c’è nello svago nobile, e che queste discipline e queste nozioni sono in funzione di se stesse, mentre quelle che servono alla attività pratica vanno riguardate come necessarie e in funzione di altro. Per ciò gli antenati inclusero la musica nell’educazione, non in quanto necessaria (…) rimane dunque che essa serve a ottenere lo svago nobile che c’è nell’ozio e per questo pare che l’abbiano introdotta. In realtà essi le cedono un posto in quella forma di ricreazione che ritengono propria degli uomini liberi”[3].

È evidente in Aristotele la contrapposizione tra vita contemplativa e vita lavorativa, solo il padrone può dedicarsi al ragionamento e alla riflessione, lo schiavo poteva avere al massimo una “giusta opinione”[4], se seguiva le direttive del padrone; per il resto era troppo occupato a lavorare. Secondo Santoni Rugiu, Aristotele considerava i lavoratori come strumenti sociali, quasi come arnesi necessari al lavoro, infatti non aveva senso preoccuparsi per un loro affinamento razionale, dal momento che le capacità che loro dovevano sviluppare nell’interesse di tutti erano esclusivamente tecniche e non intellettuali[5]. Dello schiavo Aristotele dice : “Per ciò, mentre il padrone è solo padrone dello schiavo e non appartiene allo schiavo, lo schiavo non è solo schiavo del padrone, ma appartiene interamente a lui. Dunque, quale sia la natura dello schiavo e quali le sue capacità, è chiaro da queste considerazioni: un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato”[6].

Per Donati Aristotele considera il lavoro attività «inferiore».  Donati spiega che Aristotele concepisce l'uomo (maschio, adulto, libero) composto di tre anime (razionale, sensitiva, vegetativa) 'ed è un essere sociale in base - si badi bene - alle due anime sensitiva e vegetativa, dal momento che la razionalità, l'operazione razionale, è invece essenzialmente individuale e perviene a maturità quando giunge all'autosufficienza, cioè alla chiusura completa (sublimata nella parte speculativa o contemplativa della razionalità, distinta da quella pratica)'[7]. Secondo Donati la società per Aristotele è una condizione «naturale» per l'Uomo e gli aspetti sensibile e vegetativo «stanno sotto», precedendo l'operazione razionale. Il lavoro è così considerato per l'uomo 'attività «inferiore»'[8], necessaria a soddisfare i bisogni primi di sopravvivenza, ed eventualmente sensitivi, per poi concedergli di accedere all’attività razionale superiore. Il lavoro assume così significato per la specie, ma non per l’Uomo, (che per Aristotele, è per essenza razionale)[9].






[1]SANTONI RUGIU Antonio, Storia sociale dell’educazione, Milano, ed. Principato, 1980, p. 102.

[2] ARISTOTELE, Politica, VIII, 2, 1337a, 7-20, (traduzione e introduzione di Laurenti Renato), Bari, ed. Laterza, 1993, pp. 264-265.

[3] Ibid., VIII, 3, 1337a, 33-1338a, 23, pp. 265-266.

[4] SANTONI RUGIU Antonio, Storia sociale dell’educazione, op. cit., p. 96.

[5] Ibid., p. 102.

[6] ARISTOTELE, Politica, I, 4, 1254a, 11-17, op. cit., pp. 9-10

[7] DONATI Pierpaolo, Il lavoro che emerge, op. cit., 2001, p. 32.

[8] Ibidem.

[9] Ibid., p. 33.

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