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Alcune teorie economiche e il lavoro




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ALCUNE TEORIE ECONOMICHE E IL LAVORO 1. Il sistema classico: Adam Smith   Il



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ALCUNE TEORIE ECONOMICHE E IL LAVORO

1. Il sistema classico: Adam Smith

 



Il più grande fra gli economisti classici è senza dubbio lo scozzese Adam Smith[1]  (1723-1790).   È   considerato   il   fondatore   della  scienza   economica

moderna, anche se in vita fu maggiormente stimato per le sue opere filosofiche ed ebbe scarsa influenza nella vita politica.

            Uno dei grandi problemi della filosofia sociale del XVIII sec. era come l’ordine sociale potesse emergere dal caos di una società individualistica. Quando il sistema sociale medievale crollò, vari erano gli interrogativi che i filosofi si ponevano: che cosa si sarebbe creato al posto dell’ordine, dei diritti e obblighi ben stabiliti durante il medioevo? Poteva mai funzionare una società formata solo di unità individuali che seguivano i propri impulsi e cercavano di sopraffarsi a vicenda? Come era possibile realizzare un'armonica coesistenza sociale in un tale caos individualistico?  Quali erano i principi che dovevano regolare i rapporti sociali in una società individualistica, competitiva, mutevole? L’intervento e il controllo del governo avrebbero favorito o impedito il progresso d’una simile società? Proprio a questi problemi, afferma D. Fusfeld, peraltro di grande attualità, Adam Smith cercò di dare risposte e il risultato fu la stesura di La Ricchezza delle Nazioni.

In questo classico della teoria economica, Smith invoca un sistema di libertà naturale, nel quale ognuno sia libero di esprimere e promuovere i propri interessi. Questo sistema recherebbe il maggior beneficio a se stesso e alla società. Lo sforzo individuale non porterebbe i risultati solo al singolo, ma anche a chi gli sta attorno e alla società intera. D. Fusfeld ricorda come, secondo Smith, non sia essenziale un intervento governativo, anzi esso costituisce un impedimento alla libera scelta dell’uomo, in quanto ciascuno ha un beneficio da uno scambio. Ognuno dà via qualcosa che ha un valore minore di quello della cosa che riceve in cambio; di conseguenza l’interesse e il benessere di entrambi viene ad essere accresciuto. Il tornaconto personale in una società libera è la molla per un più rapido progresso dell’intera nazione. La gente tende a risparmiare per migliorare la propria posizione e così aggiunge nuovi capitali alle risorse della nazione, impiegando il capitale nel modo più redditizio, in tal modo si producono le cose che gli altri desiderano. Anche se leggi o regolamenti impediscono all’uomo d’affari di investire come e dove desidera, la motivazione porterebbe ugualmente  progresso e ricchezza. A tal proposito Fusfeld cita una frase di Smith:

“Lo sforzo uniforme, costante ed ininterrotto di ogni uomo per migliorare la propria condizione, questo principio dal quale scaturisce la ricchezza pubblica e nazionale come quella privata, è spesso abbastanza forte per dirigere il naturale corso delle cose verso il progresso, a dispetto sia della stravaganza del governo sia dei più gravi errori dell’amministrazione”[2].

Smith non temeva neppure i monopoli; egli era convinto che nessun monopolio privato, non protetto dal governo, avrebbe potuto durare a lungo; i profitti monopolistici avrebbero creato una concorrenza tale da distruggere il monopolio stesso. Fusfeld ritiene che Smith considerasse il governo come il maggiore impedimento al progresso economico e solo tre erano le funzioni legittime del governo: amministrare la giustizia, difendere la nazione e creare e mantenere certe opere e istituzioni pubbliche la cui creazione e il cui mantenimento non potessero rientrare nell’interesse di alcun individuo[3].

            Per Smith ogni bene ha un suo prezzo “naturale”. 'Nelle società primitive, questo prezzo è determinato dalla quantità di lavoro occorrente per la produzione. In una società evoluta, dove sia già sviluppata la proprietà privata, il prezzo naturale dipende dai costi di produzione, cioè dalla somma che bisogna pagare per salari, interessi e profitti. Ogniqualvolta il prezzo di mercato di un bene sorpassa il suo prezzo naturale, le forze di mercato entrano in azione per riportarlo indietro. (…)'[4].

Egli quindi sosteneva che 'il mercato è un sistema che si autoregola'.

            In Smith[5], secondo Santoni Rugiu emerge con chiarezza una posizione molto chiara sull’istruzione: una società progredita e ormai civile, deve preoccuparsi dell’istruzione della gente comune. L’insegnamento offerto alla gente comune doveva essere nettamente diverso da quello dato alle persone di un certo rango. Secondo Smith non c’è lavoro che non offra l’occasione di applicare le basi della geometria e della meccanica e che quindi consenta alla gente comune di appropriarsi e approfondire quelle conoscenze anticamera delle scienze più elevate.

Tiziano Raffaelli[6] introduce un altro argomento di particolare importanza che riguarda l'origine della divisione del lavoro secondo Smith. Raffaelli sostiene che Smith individua l’origine della divisione del lavoro nelle necessità espresse dalla società. È il processo sociale che promuove lo sviluppo delle abilità e genera i vari tipi di conoscenza.

“La differenza tra due personaggi tanto diversi come un filosofo e un volgare facchino di strada, per esempio, sembra derivi non tanto dalla natura quanto dall’abitudine, dal costume e dall’istruzione. Quando vennero al mondo, e fino a sei o otto anni, potevano anche somigliarsi molto e magari i genitori e i compagni di gioco non sarebbero stati capaci di notare nessuna differenza significativa. Ma a questa età, o poco dopo, vengono indirizzati a occupazioni molto diverse, sicché allora comincia a essere avvertita una differenza di talenti che cresce a poco a poco fino a che la vanità del filosofo giunge a non riconoscere più quasi nessuna somiglianza”.[7]

Smith non affronta solo gli effetti che il lavoro ha sulla natura, ma anche sull’uomo. Secondo il pensatore scozzese solo la qualità della destrezza è favorita da una puntuale divisione del lavoro; per quanto riguarda l’intelligenza del lavoratore egli, concentrandosi su una sola e semplice operazione, può acquistare una maggiore conoscenza dei modi di meccanizzarla. Non va comunque dimenticato che l’aumento della destrezza, la riduzione dei tempi e l’introduzione di nuove macchine favorivano per Smith l’aumento della produzione.

La divisione del lavoro migliora le qualità del processo sociale del lavoro, non  le  qualità  del   singolo  lavoratore  che,  invece,  vede indebolite  le  proprie

capacità di comprensione e le sue qualità intellettuali, mentre la destrezza aumenta considerevolmente[8].

Poco spazio è stato dato al rapporto tra pensiero economico e pensiero sociale secondo Smith. Successivamente, infatti, le analisi dei vari autori si sono soffermate maggiormente sul valore economico, sottovalutando o trascurando i valori socio-culturali e valoriali del lavoro, come afferma Tiziano Raffaelli quando dice che “sulle orme di Smith, ai principi e alle conseguenze produttive, antropologiche e sociali della divisione del lavoro hanno dedicato la loro attenzione Mill, Marx, Marshall, Durkheim. Si potrebbe ricostruire lungo questa linea una storia del pensiero economico integrata con quella del pensiero sociale, ma gli sviluppi dell’economia nel periodo successivo hanno portato a privilegiare la teoria del valore e ad ignorare questo filone essenziale di ricerca avviato dall’opera smithiana'[9].

2. Karl Marx e la teoria del lavoro alienato

           

Il socialismo moderno si presentò come una risposta ai problemi dell’età industriale allo stesso modo in cui si era presentata l’economia classica; come gli economisti classici avevano elaborato un'ideologia per il nuovo ordine, così i socialisti elaborarono una critica di esso[10].



Karl Max (1818-1883), padre del socialismo scientifico fondò il suo pensiero economico sul problema della proprietà privata dei mezzi di produzione, in mano esclusivamente al capitalista e non al lavoratore.

            Come ricorda D. Fusfeld, Marx parte dall’idea che il motore di ogni società è costituito dai rapporti economici. L’interesse economico fa da stimolo all’azione umana. Un brano marxiano, da Per la critica dell'economia politica (1859) è particolarmente significativo: “Nella produzione sociale che realizzano, gli uomini entrano in determinati rapporti che sono indispensabili e indipendenti dalla loro volontà; questi rapporti di produzione corrispondono a un determinato stadio di sviluppo delle loro materiali capacità di produzione. La somma totale di tali rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, la base reale su cui si elevano le sovrastrutture legali e politiche e a cui corrispondono determinate forme di coscienza sociale. Il modo di produrre nella vita materiale determina il carattere generale del modo di vivere sociale, politico e spirituale”[11].

Nella società capitalistica i due grandi interessi economici secondo Marx sono quelli del capitalista e del lavoratore: due classi economiche in opposizione l’una con l’altra, in quanto il capitalista può guadagnare solo sfruttando il lavoratore. Il Manifesto del Partito Comunista (1848) lo dice chiaramente: “La storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono in continuo contrasto, e condussero una loro lotta ininterrotta, ora latente, ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta (.…). La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta. La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi  di classe.  L’intera

società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra: borghesia e proletariato”[12].

Marx sostiene che 'i valori delle merci sono in ragione diretta del tempo di lavoro impiegato per la produzione di esse, e in ragione inversa delle forze produttive del lavoro impiegato'[13]; in un’economia capitalista il lavoro è sfruttato perché non viene pagato il valore intero delle merci e dei servizi che esso produce. La differenza tra il salario corrisposto al lavoratore e il valore di ciò che egli stesso produce viene definito da Marx plusvalore che diventa il profitto del capitalista. Più cresce lo sfruttamento, più aumenta il profitto[14].

Lo sfruttamento del lavoratore produce anche effetti psicologici, infatti “la separazione del lavoratore dal frutto del proprio lavoro produce, infatti, una diffusa alienazione del lavoratore nei confronti dei suoi compagni, della sua famiglia e delle sue relazioni sociali in generale. Il suo lavoro è tale che una porzione della sua stessa vita viene incorporata nel prodotto della sua fatica, e questa porzione egli non la vede più, ricevendo in sua vece un salario che basta appena a sostenerlo”[15].

            Secondo Marx i due aspetti fondamentali del capitalismo sono quindi: lo sfruttamento e l’alienazione, da una parte e l’aumento del capitale attraverso il profitto dall’altra.

            Le intuizioni di Marx si basavano sulla convinzione che due grandi forze sono sempre all’opera nel processo evolutivo della società umana: una è la lotta dell’uomo contro la natura per ricercare il benessere, l’altra è la lotta uomo contro uomo determinata dai mutamenti economico-sociali. Egli credeva che all’ultimo stadio dell’economia si fosse potuto realizzare un benessere diffuso e una produzione sufficiente  per tutti,  cosicché tutti gli  uomini potrebbero  essere liberi

sia politicamente, sia economicamente.

Marx auspicava un’economia del benessere, possibile solo in una società  senza classi.

Il comunismo rappresenterà per Marx la forma societaria nella quale i “produttori, liberamente associati, si approprieranno collettivamente del frutto del proprio lavoro”[16].

3. Max Weber e lo «spirito del capitalismo»

            Max Weber (1864-1920) è probabilmente lo studioso che ha influenzato maggiormente la sociologia del XX secolo[17]. Per Weber la società occidentale moderna ha il suo perno nel capitalismo; dare una definizione del capitalismo nell’occidente significa quindi definire un aspetto essenziale di questa civiltà.

Un atto economico si basa sull’aspettativa di guadagno derivante dallo sfruttare abilmente le congiunture dello scambio, con conseguente probabilità di guadagno. Per Jedlowski, Weber considera l’atto economico non rispondente solo al desiderio di accumulare denaro, né ad un atto di rapina, ma 'si basa su aspettative di guadagno formalmente pacifiche e, soprattutto, disciplinate razionalmente e reiterate nel tempo (…). Il capitalismo è dunque un sistema economico al cui interno i soggetti agiscono al fine di conseguire un guadagno in modo formalmente pacifico utilizzando le congiunture dello scambio'[18]. Il capitalismo occidentale moderno risponde ad un’organizzazione razionale del lavoro formalmente libero, cioè utilizza dei lavoratori salariati, giuridicamente liberi, per lo svolgimento delle attività dell’impresa.  È evidente che in Weber è assente il tema dello sfruttamento; la denuncia dello sfruttamento è un  aspetto di

natura morale che niente ha a che fare con una definizione scientifica di capitalismo. Egli si riferisce, rispetto a Marx, al carattere razionale dell’agire capitalistico, “cioè alla razionalità formale del calcolo economico che vi è alla base e all’organizzazione razionale del lavoro”[19].

La razionalità a cui fa riferimento Weber è quella dell’agire razionale rispetto ad uno scopo. Egli nomina alcuni fattori storici necessari affinché il capitalismo si potesse sviluppare: la disponibilità di lavoro formalmente libero (fine della schiavitù), lo sviluppo di mercati aperti, la separazione tra famiglia e impresa, lo sviluppo di un diritto formalmente statuito che consente ai soggetti dell’agire capitalistico (imprese) condizioni per operare. Secondo Weber queste condizioni erano presenti anche in altri luoghi e in altre epoche, ma la loro combinazione si è prodotta solo nell’Occidente moderno[20]. Ciò che caratterizza il capitalismo occidentale è «lo spirito del capitalismo» e Weber si riferisce a disposizioni culturali. Il saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo è uno sforzo teso a definire le origini di questa disposizione. Weber spiega lo sviluppo del capitalismo occidentale rifacendosi alla religione protestante, rilevandone le differenze col cattolicesimo.

Egli sostiene che il protestantesimo pone più di altre confessioni religiose l’accento sull’individuo come interprete diretto della parola di Dio. Inoltre, egli osserva che il Protestantesimo si differenzia dal cattolicesimo per l’importanza data alla vita mondana. I protestanti hanno indicato il carattere sacro dei compiti professionali di ciascuno[21]. ”L’uomo è soltanto amministratore dei beni assegnatigli dalla grazia di Dio, egli deve, come il servo della Bibbia, render conto di ogni centesimo che gli è stato affidato, ed è per lo meno una cosa pericolosa il darne via una parte per uno scopo, che serva, non alla gloria di Dio, ma al proprio godimento[22]. Altro aspetto fondamentale che Weber usa per motivare il capitalismo occidentale è la predestinazione delle anime: “Ciò che noi sappiamo è soltanto questo: che una parte dell’umanità rimarrà dannata. L’ammettere che merito o colpa umana concorra a determinare tale destino equivale a considerare mutevoli per l’influenza d’uomo, le decisioni assolutamente libere di Dio che sono fisse ab aeterno; pensiero di per sé assurdo. Il Padre che sta nei cieli umanamente intelligibile, del Nuovo Testamento, che si rallegra del ritorno del peccatore, come la donnetta della moneta ritrovata, si è trasformato in un Ente Trascendente, sottratto ad ogni misura di intendimento umano, che dall’eternità ha assegnato secondo decreti imprescrutabili ad ogni singolo il suo destino ed ha disposto di ogni più piccola cosa nel Cosmo. Né la grazia divina si può perdere da coloro a cui è assegnata, né si può acquistare da quelli, cui è negata[23]. Se solo Dio ha il potere di salvare le anime, l’uomo non può nulla per mutare o condizionare ciò che solo la Grazia divina può concedere. Così il singolo fedele si occupa sistematicamente della creazione di Dio e quindi del mondo: “(…) E se connettiamo quella limitazione del consumo con questo scatenamento dello sforzo teso al guadagno, il risultato esteriore è evidente: formazione del capitale per mezzo di una costrizione ascetica al risparmio. Gli ostacoli che si opponevano al consumo di ciò che si era acquistato dovevano avvantaggiare il suo impiego produttivo come capitale di investimento”[24]. Ne consegue una condotta del tutto metodica e il lavoro assurge a modo di glorificare il Signore e a strumento per evitare le tentazioni. Il denaro così guadagnato da una attività economica è continuamente reinvestito per la crescita della propria produzione. Weber dice infatti “Ciò che è veramente riprovevole dal punto di vista morale, è l’adagiarsi nella ricchezza, il godimento della ricchezza colla sua conseguenza dell’ozio e degli appetiti carnali, soprattutto di sviamento dallo sforzo verso la vita eterna. E la ricchezza è sospetta solo perché porta con sé il pericolo di questo riposo; poiché il riposo eterno dei Santi è nell’aldilà; ma sulla terra l’uomo per esser sicuro del suo stato di grazia deve compiere le opere di Colui, che lo ha mandato fintanto che è giorno. Non l’ozio e il godimento, ma solo l’azione serve, secondo la volontà da Dio manifestatamene rivelata, ad accrescimento della sua gloria? La perdita di tempo è così la prima e, per principio, la più grave di tutte le colpe”[25].




Da quanto affermato qui sopra da Weber si può notare come il lavoro sia considerato non solamente da un punto di vista economico, ma da una prospettiva religiosa, quindi culturale e, pertanto, il suo significato non si riduce alla sola sfera produttiva. Con Donati vedremo che questa concezione culturale verrà ulteriormente ampliata, fino a vedere il lavoro come un'attività particolare di relazione sociale, che comprende in sé fini, valori, mezzi e scelte politiche.



[1] FUSFELD Daniel R., Storia del pensiero economico moderno, trad. it. Milano, ed. Arnoldo Mondadori, 1970, pp. 29-43, [ed. or. The Age of the Economist, Scott, Foresman and Company Glenview, Illinois, 1966, 1972].

[2] SMITH Adam, La Richezza delle Nazioni, in FUSFELD Daniel R., Storia del pensiero economico moderno, op. cit, p. 36.

[3] Ibidem.

[4] Ibid., p. 37.

[5] SANTONI RUGIU, Storia sociale dell'educazione, op. cit., pp. 360-361.

[6] Tiziano Raffaelli, professore associato di Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Economia dell’Università di Cagliari ha affrontato La Ricchezza delle Nazioni di A. Smith, cercando di seguire fedelmente il testo e le argomentazioni di Smith, impegnandosi anche a guidare il lettore nell’affrontare il pensiero economico smithiano, richiamandone continuamente la portata esplicativa e i limiti, anche alla luce delle teorie economiche successive, (RAFFAELLI Tiziano, La Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith. Introduzione alla lettura, Roma, Carrocci editore, 2001, retro copertina).

[7] SMITH Adam, La ricchezza delle Nazioni, Traduzione di F. Bartoli, C. Camporesi, S. Caruso, Newton, 1973, p. 74, in RAFFAELLI Tiziano, La Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith. Introduzione alla lettura, op. cit., pp. 39-40.

[8] RAFFAELLI T., La Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith. Introduzione alla lettura, op. cit., p. 41.

[9] Ibid., p. 43.

[10] FUSFELD D., Storia del pensiero economico moderno, op. cit., pp. 61-74.

[11] MARX Karl, Per la critica dell’economia politica, citato in FUSFELD, Storia del pensiero economico moderno, op. cit., p. 67.



[12] MARX Karl, ENGELS Friedrich, Manifesto del Partito Comunista, Bari, Editori Laterza, 1958, pp. 58-60.

[13] MARX Karl, Salario, prezzo e profitto, Introduzione di Paolo Rossi, Lezioni di politica/3, Roma, Libera Informazione Editrice, 1993, p. 24.

[14] Ibid., pp. 27-29.

[15] FUSFELD, Storia del pensiero economico moderno, op. cit., p. 68.

[16] JEDLOWSKI Paolo, Il mondo in questione, Roma, Carocci Editore, 1998, p. 56.

[17] Ibid., pp. 127-135.

[18] Ibid., p. 128.

[19] Ibid., p. 129.

[20] WEBER Max, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, Sansoni Editore, 1945, pp. 1-2: “Per quale concatenamento di circostanze è avvenuto che proprio sul suolo occidentale, e qui soltanto, la civiltà si è espressa con manifestazioni, le quali – almeno secondo quanto noi amiamo immaginarci – si sono inserite in uno svolgimento, che ha valore e significato universale? Solo in occidente vi è una scienza con quello sviluppo che noi oggi riconosciamo valido. Conoscenze empiriche, riflessioni su problemi del cosmo e della vita, sapienza filosofica e teologica profondissime – di cui si trovano accenni nell’Islam e in alcune sette indiane, sebbene il perfetto svolgimento di una teologia sistematica sia particolare del Cristianesimo influenzato dall’Ellenismo – scienza ed osservazione di straordinaria finezza, ce ne furono anche altrove; soprattutto in IIndia, in Cina, in Babilonia e in Egitto. Ma all’astronomia antica manca il fondamento matematico, che le dettero per primi gli Elleni e la cui assenza rende ancor più stupefacente lo sviluppo della scienza degli astri presso i Babilonesi. Solo l’Occidente conosce una creazione come quella del diritto canonico”.

[21] WEBER, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, op. cit., pp. 23-25.

[22] Ibid., p. 226.

[23] Ibid., p. 115.

[24] Ibid, pp. 229-230.

[25] Ibid., pp. 200-201.

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