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Il tempo e la memoria - tesina




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IL TEMPO E LA MEMORIA











Cos’è il tempo?


Il termine tempo proviene dal latino 'tempus, temporis'.
Ci sono numerose ipotesi:
1) qualcuno fa derivare il termine dal sanscrito 'tàpas', che significa 'calore', attribuendogli la nozione primitiva di atmosfera.
2) altri al lituano 'tempti, tampyti', che significa 'distendere', con la nozione di 'estensione'o 'durata'.
3) altri, e sembra l'ipostesi più indovinata, fanno derivare il termine dalla stessa radice del verbo greco 'temno', traducibile con 'separo', 'divido', che porta all'idea di 'sezione', 'periodo', 'epoca', 'stagione'.

Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Tutti gli eventi possono essere descritti in un tempo che può essere passato, presente o futuro. La complessità del concetto è da sempre oggetto di studi e riflessioni filosofiche e scientifiche da parte dell'uomo.





Cos’è la memoria?


'La memoria – la capacità di acquisire e immagazzinare informazioni, che siano semplici come i dettagli della routine giornaliera o complesse come la conoscenza astratta della geografia e dell’algebra – è uno degli aspetti più notevoli del comportamento umano. Ci consente di risolvere i problemi che affrontiamo nella vita di tutti i giorni schierando contemporaneamente numerosi fattori, un’abilità vitale per la risoluzione dei problemi. In un senso più esteso, la memoria garantisce la continuità della nostra vita. ci fornisce un quadro coerente del passato che colloca in prospettiva le esperienze in corso, un quadro che può non essere razionale o accurato, ma che comunque permane. Senza la forma agglomerante della memoria, le esperienze sarebbero scisse in tanti frammenti quanti sono i momenti della vita.”



Eric Kandel





Definire che cos’è il tempo non è cosa facile. Il tempo che passa corrisponde allo scorrere della vita, al passaggio di attimi, di momenti, che ormai sono stati vissuti e non torneranno più. Il tempo è una dimensione molto importante, senza la quale nulla avrebbe senso e significato. Ancora oggi sorge la domanda: che cos’è in realtà il tempo? Cercando il significato di questo termine sul vocabolario, possiamo vedere che esso è “quella dimensione nel quale si concepisce e si misura lo scorrere degli eventi”. Ognuno di noi potrebbe dare una propria definizione di tempo, a seconda del proprio modo di pensare e delle proprie esperienze. Oggi è facile interrogarsi su tematiche come questa, in particolar modo lo fanno i giovani, pieni di aspirazioni per il loro futuro e interessati proprio a questioni che sono state da sempre oggetto di riflessione nel corso dei secoli. Il tempo che scorre porta via con sé tante situazioni, tante esperienze: alcune volano via e vengono cancellate per sempre dalla nostra mente, altre rimangono fisse nella nostra memoria. Alcuni momenti si ricordano con più facilità, forse perché più piacevoli e significativi, forse perché nella nostra vita c’è sempre qualcosa o qualcuno che ci rimanda ad essi; altri vengono rimossi, forse perché siamo noi che cerchiamo in tutti i modi di cancellarli, anche se non è facile. Le esperienze meno piacevoli o che hanno lasciato un segno indelebile in ciascuno di noi sono quelle che riaffiorano prima alla nostra memoria. È proprio grazie alla nostra mente che siamo in grado di ricordarela memoria non ci impedisce di dimenticare quello che lo scorrere del tempo porta via con sé e non ci ridà più.

Nel tentativo di comprendere cosa fosse in realtà il tempo, molti autori nel corso della storia si sono impegnati nel dare la propria visione di questo argomento; conseguentemente, per ricordare gli avvenimenti che hanno caratterizzato il nostro passato, gli storici hanno colto gli avvenimenti, anche quelli più tragici e appunto “indimenticabili”, che ora si trovano sulle pagine dei libri o vengono raccontati in filmati.

La tematica “Tempo e memoria” mi ha sempre affascinata. Il tempo che scorre mi ha permesso di crescere, di capire i miei errori e di imparare. Il ricordo mi permette tuttora di pensare, di riflettere e comprendere, ma soprattutto di non dimenticare.

attraverso la spiegazione di alcuni autori e di alcuni argomenti particolari che posso evidenziare questa tematica. Partendo proprio dalla nostra letteratura italiana, fino a concludere con quella straniera. Giuseppe e Primo Levi rappresentano lo stesso rapporto tra tempo e memoria: il primo con l’opera “Sentimento del tempo”, il secondo con “Se questo è un uomo”, che parla della tragicità dell’Olocausto ebraico e ci permette di ricordare la brutalità del potere nazista. Così è stato istituito il 27 gennaio come “Giorno della memoria”, in onore delle vittime della Shoah ed ogni anno, in occasione di questa giornata, vengono fatte delle riflessioni, degli attimi di silenzio e vengono trasmessi molti film. Il più significativo per me è stato “Shindler’s list” di Spielberg, che dà risalto e centralità allo sterminio ebraico e dimostra come un la grandiosità d’animo di un individuo che ha messo a rischio la propria vita per poter salvare quella degli altri. Dunque, se non ci fosse la memoria, non sarebbe possibile ricordare: gli studi hanno dimostrato che ognuno di noi possiede diversi tipi di memoria e che proprio il cervello, che è la “macchina” più potente del nostro corpo, ci permette di elaborare le informazioni e di conservarle per breve tempo o per un tempo più lungo e duraturo. Anche nella storia dell’arte alcuni pittori si sono cimentati nel rappresentare la loro concezione di fugacità del tempo; basti pensare a Salvator Dalì ne “La persistenza della memoria”. Evidente è anche come lo scorrere del tempo evidenzi il fluire della vita: ciò viene dimostrato ad Piaget, che rappresenta le fasi dello sviluppo di un bambino e ci permette di cogliere i cambiamenti della sua crescita. Autori come Bergson , Agostino e Joyce hanno dato una propria interpretazione di tempo. la verità è che tutte sono differenti tra di loro e ognuno di noi potrebbe cimentarsi nel parlare a proprio modo del “tempo e della memoria”.





Giuseppe Ungaretti : Sentimento del tempo                     




“Ci sono tre momenti nel Sentimento del tempo del mio modo di sentire successivamente il tempo. Nel primo mi provavo a sentire il tempo nel paesaggio come profondità storica; nel secondo, una civiltà minacciata di morte mi induceva a meditare sul destino dell’uomo e a sentire il tempo in relazione con l’eterno; l’ultima parte del Sentimento del tempo ha per titolo L’Amore, e in essa mi vado accorgendo dell’invecchiamento e del perire nella mia carne stessa”.


G.Ungaretti

“Ungaretti commenta Ungaretti” 1963



“Sentimento del tempo” è una delle raccolte di poesie di Giuseppe Ungaretti. Il tema centrale è la percezione fra il presente, il passato e l’eterno. Il poeta cerca di superare l’autobiografismo e vuole dar voce a conflitti eterni, a drammatici interrogativi, alla ricerca di certezze, al mistero e alla tensione esistenziale. La guerra non fa più da sfondo alle liriche. I temi trattati, oltre al dolore e al mistero dell’esistenza, sono la morte, la memoria e la poesia come capacità di impedire la distruzione del ricordo. Nell’opera è presentata, così, una vera e propria riflessione esistenziale da parte del poeta. L’uomo Ungaretti tenta ora di farsi Uomo, cercando di scavare nelle proprie paure e nelle proprie emozioni. Il cammino, tuttavia, non è lineare e non mancano situazioni di conflitto tra il sentimento religioso e le esperienze dolorose nella storia del singolo o della comunità.


Roma, luogo della memoria

Lo scenario in cui Ungaretti colloca le liriche di questa raccolta è la città di Roma. In effetti la loro composizione risale proprio al soggiorno del poeta nella capitale. Le ragioni di tale ambientazione vanno ricercate soprattutto nei significati che il poeta attribuisce a questa città e nella loro connessione con il tema fondamentale del tempo.

Roma, per il poeta, viene considerata innanzitutto come il “luogo della memoria”: la città è colma di antichi monumenti e il ricordo degli antichi splendori è ancora presente neri resti degli edifici sparsi nella città. È proprio la consunzione di tali edifici che evidenzia come il trascorrere del tempo faccia perire tutto, anche le civiltà più illustri.

L’altro aspetto che fa di Roma un luogo privilegiato per poter cogliere il “sentimento del tempo” è rappresentato dalle sue numerose opere barocche. L’epoca barocca, infatti, ebbe un senso acuto del trascorrere del tempo. Dunque la memoria, da un lato consente di recuperare il passato, ma dall’altro finisce per identificarlo nei resti di quei monumenti, oramai erosi dal tempo. C’è infine ancora un aspetto per cui l’antichità romana diviene fonte di ispirazione per la poesia ungarettiana. In numerose liriche fanno la loro comparsa alcune divinità della mitologia greco- romana, come Apollo e Giunone: esse sono le voci del vocabolario accorse a rievocare i fantasmi ( le ombre che riemergono dal passato) e coprono quella sensazione di vuoto che si prova sia di fronte all’arte barocca, sia davanti al Colosseo. La sezione centrale dell’opera si intitola LA FINE DI CRONO: Crono è il padre di Giove ed è proprio il simbolo del tempo. Egli esemplifica gli intendimenti dell’intera raccolta, ossia quell’eternità che l’uomo, soprattutto attraverso la poesia, cerca costantemente di raggiungere già in questa vita, ma essa si attuerà soltanto dopo la morte.


Analogie e differenze tra l’ “Allegria” e “Sentimento del tempo”.


Le poesie di “Sentimento del tempo” segnano una svolta fondamentale nella direzione di un ritorno alla tradizione. La parola poetica utilizzata nell’Allegria, viene immessa nella tradizione letteraria, che ha i suoi nomi- guida in Petrarca e Leopardi.  I due poeti sono vicini ad Ungaretti anche per quanto riguarda la riflessione sul tempo: Leopardi, infatti, sente la fine di una civiltà giunta al culmine della sue evoluzione, mentre Petrarca si trova di fronte a un mondo, quello della classicità, da ripristinare attraverso la memoria dell’antico.

Terminata la guerra, Ungaretti aveva continuato la sue meditazione sulla poesia e sulla condizione dell’uomo. La prima lo porta al recupero dell’endecasillabo e del settenario, che non si riduce ad una pura esercitazione stilistica e metrica, ma risponde all’esigenza morale che avverte il poeta di comunicare agli uomini le sue arcane scoperte, di essere insomma il poeta “veggente”, teorizzato dai simbolisti. Quanto alla seconda meditazione, sulla condizione dell’uomo, il titolo “Sentimento del tempo” è fortemente allusivo: sta ad indicare, infatti, il veloce scorrere del tempo, il rapido fluire delle cose, delle persone amate, che produce, per contrasto, la nostalgia del passato e un più tenace attaccamento alla vita. Accanto a questo tema del fluire delle cose, appare l’altro tema della raccolta, scaturito da un avvicinamento di ungaretti alla fede: il sentimento di Dio, in cui solamente si placa l’angoscia esistenziale del poeta.

Nel “Sentimento del tempo”, Ungaretti evidenzia un altro suo modo possibile di intendere il tempo: esso è infatti qui sentito come durata, come causa del mutare di tutte le cose, in un processo continuo di distruzione e rinascita. Nell’Allegria, invece, le singole poesie miravano a fissare quell’istante in cui si manifesta, in modo quasi magico, il mistero della vita: il tempo viene così concepito come un’ entità discontinua, un insieme di attimi separati e distinti tra di loro.

L’ “Allegria” privilegiava la prima persona del presente indicativo, proprio per marcare l’esperienza della guerra, vissuta dal poeta in prima persona; nel “Sentimento del tempo”domina l’indicativo imperfetto, che ha essenzialmente valore evocativo. Nel “Sentimento del tempo” , il poeta rinuncia alla frantumazione in versicoli, ma li organizza in strofe costruite su una sintassi che può essere anche complessa.


Scriverà Ungaretti in proposito: «Non cercavo il verso di Jacopone o quello di Dante, o quello del Cavalcanti, o quello del Leopardi: cercavo in loro il canto. Non era l’endecasillabo del tale, non era il novenario, non il settenario del tale altro, era il canto italiano, era il canto della lingua italiana che cercavo nella sua costanza attraverso i secoli, attraverso voci così numerose e così diverse di timbro e così gelose della propria novità e così singolari nell’esprimere pensieri e sentimenti; era il battito del mio cuore che volevo sentire in armonia con il battito del cuore dei miei maggiori di una terra disperatamente amata».














Di luglio (Sentimento del tempo)


Quando su ci si butta lei,
Si fa d'un triste colore di rosa
Il bel fogliame.

Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
E' furia che s'ostina, è l'implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
E' l'estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.


Quando sovviene l’estate,

il bel fogliame assume un triste colore rosa.

Essa distrugge le pareti in cui scorrono i corsi d’acqua, asciuga i fiumi,

sgretola gli scogli, splende,

è come rabbia che si ostina, è implacabile,

aumenta la grandezza dei luoghi, impedisce la visione dei confini,

questa è l’estate che riduce gli occhi a calce, a causa del suo calore,

e rende sempre più nudo lo scheletro della terra.




Analisi del testo

Il “sentimento del tempo” e del suo inevitabile trascorrere riguarda in questa poesia la stagione estiva, vista come momento che distrugge la natura stessa. Il soggetto è l’estate (v.8). il primo verso evidenzia un tono di accanimento dirompente, che si traduce nell’uso di un verbo “forte” associato a particelle monosillabiche (su ci si butta lei), introducendo un ritmo abbastanza aggressivo. Gli effetti devastanti sulla natura vengono evidenziati nei versi 4-7, che sembrano scorrere impetuosi e travolgenti. Il periodare è breve, basato su rapide sequenze, sull’unione tra un verbo e il suo complemento oggetto. Si tratta di ottonari divisi, con perfetta simmetria, in due parti di quattro sillabe, con accenti che cadono martellanti sulle sillabe dispari.

Dopo l’indicazione del soggetto il ritmo si placa: all’immediatezza dell’azione subentra la considerazione degli effetti che questa stessa azione ha prodotto nel suo cammino secolare. Il lento fluire del discorso si racchiude negli esiti di una fissità macabra: dagli “occhi calcinanti” allo “scheletro” dissepolto.

Questa poesia contiene un esempio significativo del “barocco” ungarettiano, come ricerca di uno stile più ricco, che corrisponde ad un’idea della natura come interrotto e continuo travaglio. In tale ambito rientra anche il motivo della metamorfosi, presente nei vv. 2-3; esso è introdotto dal verbo di movimento “si fa” e consiste nel passaggio dal verde del fogliame al colore di rosa, accompagnato dall’antitesi “bel/triste”. Lo stile di Ungaretti sembra avvicinarsi a quello della poesia dannunziana; ma al panismo di D’Annunzio si sostituisce qui il prevalere di un destino di dissoluzione e di morte. L’elemento decisivo risulta quello di una perplessità esistenziale, di una sospesa incertezza di fronte al mistero delle cose.

PRIMO LEVI : SE QUESTO è UN UOMO


“Se questo è un uomo” è un romanzo autobiografico di Primo Levi e rappresenta la coinvolgente testimonianza di quanto fu vissuto in prima persona dall’autore nel campo di concentramento di Auschwitz. Levi diceva testualmente che “ il libro era nato fin dai giorni di lager per il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi”..

Entrato nel 1943 nelle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà, Primo Levi fu catturato dai tedeschi e deportato nel Lager di Auschwitz, in quanto ebreo. Riuscì però a scampare allo sterminio e a ritornare così a Torino, la sua città natale.

Il libro è una testimonianza sulla crudeltà non solo fisica, ma anche morale, che mirava prima di tutto a distruggere la sostanza umana stessa del deportato. “Se questo è un uomo” non è solo un libro di memorie, un documento, ma è anche uno studio acutissimo sulle leggi che regolano quella società fuori del comune che è il Lager.

Molte sono le descrizioni di quella realtà cruda, cupa, che lasciano senza fiato e che portano immediatamente al silenzio e alla riflessione.





Iniziata con la stesura di Se questo è un uomo, la vocazione letteraria di Primo Levi ha dimostrato uno spessore artistico ed intellettuale che non può essere semplicemente ridotto alla categoria della testimoninza episodica, come fu per molti tra gli scampati ai campi di sterminio nazisti. L'esperienza della deportazione rimase sempre centrale nelle opere di Levi, analizzata con lucidità di pensiero: la malvagità di cui l'uomo era stato capace non trovò in lui né un facile assolutore né un superbo inquisitore.










La testimonianza di Primo Levi


“Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwithz solo nel 1944, e cioè dopo che il Governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenore di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.

Avevamo deciso di trovarci, noi Italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perché era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi, a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo….”


L’inverno nel lager

Con tutte le nostre forze abbiamo lottato perché l’inverno non venisse. Ci siamo aggrappati a tutte le ore tiepide, a ogni tramonto abbiamo cercato di trattenere il sole in cielo ancora un poco, ma tutto è stato inutile. Ieri sera il sole si è coricato irrevocabilmente in un intrico di nebbia sporca, di ciminiere e di fili, e stamattina è inverno.

Noi sappiamo che cosa vuol dire, perché eravamo qui l’inverno scorso, e gli altri lo impareranno presto. Vuol dire che, nel corso di questi mesi, dall’ottobre all’aprile su dieci di noi, sette morranno.

Chi non morrà, soffrirà minuto per minuto, per ogni giorno, per tutti i giorni: dal mattino avanti l’alba fino alla distribuzione della zuppa serale dovrà tenere costantemente i muscoli tesi, danzare da un piede all’altro, sbattersi le braccia sotto le ascelle per resistere al freddo. Dovrà spendere pane per procurarsi guanti, e perdere ore di sonno per ripararli quando saranno scuciti. Poiché non si potrà più mangiare all’aperto, dovremo consumare i nostri pasti nella baracca, in piedi, disponendo ciascuno di un palmo di pavimento, e appoggiarsi sulle cuccette è proibito. A tutti si apriranno ferite sulle mani, e per ottenere un bendaggio bisognerà attendere ogni sera per ore in piedi nella neve e nel vento……


(Se questo è un uomo)





“Se questo è un uomo” e l’ “Inferno” dantesco


Il romanzo di Primo Levi tiene costantemente presente l’Inferno dantesco. È evidente una netta metafora: quella tra LAGER e l’INFERNO.


Analogie tra le due opere.

viaggio che gli ebrei fanno verso il lager di Auschwitz appare come un viaggio verso il buio, le tenebre, l’ inferno;

l’autocarro che trasporta i prigionieri verso il campo di concentramento può essere paragonato alla barca che traghetta le anime dannate al di là del fiume Acheronte;

il soldato tedesco che sorveglia i deportati viene chiamato da Primo Levi “il nostro Caronte”, riprendendo la figura del Caronte dantesco, traghettatore delle anime;

sulla porta dell’ Inferno c’era scritto:

'Per me si va nella città dolente,                                Sulla porta del Lager di Auschwitz vi

per me si va ne l’etterno dolore,                                era la scritta ARBEIT MACHT FREI

per me si va t ra la perduta gente.                                                               

Giustizia mosse il mio alto fattore;                                         IL LAVORO RENDE LIBERI

fecemi la divina podestate,

la somma sapienza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate.”




la prima giornata nel Lager viene definita antinferno;



il Lager viene definito casa dei morti, richiamando l’Inferno dove vi sono le anime;

le pene dei prigionieri ricordano quelle dei dannati: nell’Inferno dantesco gli avari spingono i massi, i golosi sono oppressi da una pioggia maledetta ed eterna, i lussuriosi sono tormentati da una bufera;

Il tumulto, ovvero il rumore che Dante percepisce appena varcata la porta dell’Inferno, può essere ricollegato alla baracca assegnata a Primo Levi, dove tutti urlavano in lingue mai sentite prima;

l’infermeria del Lager, detta Ka-Be, viene paragonata al limbo, un mondo escluso dalle categorie del bene e del male, privo di punizioni vere proprie: rappresenta forse il momento di tregua nei lager nazisti;

al momento di sostenere l’esame di chimica per essere trasferito in laboratorio, Levi si imbatte nel dottore, che rassomiglia in qualche modo al giudice infernale. Egli riprende in qualche modo il Minosse dantesco, che assegna a ciascuna delle anime dannate un determinato cerchio e quindi una punizione: il dottore ha la facoltà di decidere del destino altrui.


Differenze tra le due opere:

la drammatica esperienza raccontata da Primo Levi è realmente accaduta, infatti le testimonianze ce lo dimostrano; il racconto dell’opera di Dante non può essere definito facilmente “vero”, poiché nessuno è in grado di esprimere quello che accade davvero dopo la nostra vita terrena;

i deportati chiusi nei campi di concentramento non avevano nessuna colpa, al contrario delle anime dannate di Dante che si trovano nell’Inferno per pagare i peccati commessi sulla Terra.



Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

27 gennaio: giorno della memoria

 La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, 'Giorno della Memoria', al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.[1] 

Legge n. 211 del 20 luglio 2000


La scelta della data è quella del 27 gennaio 1945, quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa giunsero presso la città di Auschwitz, scoprendo la dura realtà che si celava dietro i cancelli del campo di concentramento: furono liberati così i pochi superstiti.


Lo steriminio e la Shoah

Con il termine Shoah si indica lo sterminio degli ebrei effettuato in maniera sistematica dai nazisti negli anni 1933-1945, provocando circa 6 milioni di vittime. Nella parola Shoah, voce biblica che significa “catastrofe, disastro”, è implicito che quanto è accaduto non ha alcun significato religioso, contrariamente a ciò che richiama il termine olocausto, spesso usato, che rinvia a un’idea di sacrificio di espiazione. La Shoah è piuttosto un genocidio, ovvero un’azione criminale che, attraverso un complesso e preordinato insieme di azioni, è finalizzata alla distruzione di un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso. Secondo lo storico Raul Hilberg, essa può essere suddivisa in tre grandi fasi: la definizione, la concentrazione e l’annientamento.


  1. Definizione: la prima fase si svolse tra il 1933 e il 1939, ed ebbe per teatro la Germania e quei territori che il Terzo Reich occupò senza la resistenza delle altre potenze.
  2. Concentrazione: si sviluppò prevalentemente in Polonia, nel periodo compreso tra l’inizio della seconda guerra mondiale (1 settembre 1939) e l’invasione dell’Unione Sovietica (22 giugno 1941).
  3. Annientamento: si svolse nei cinque conclusivi anni di guerra e si esaurì con la disfatta del regime nazista.

Nel 1935 il regime nazista promulgò le Leggi di Norimberga, che vietavano i matrimoni e i rapporti sessuali fra ariani ed ebrei: era necessario definire con la massima precisione chi doveva essere definito ebreo e chi no. In primo luogo vennero catalogate come ebree quelle persone che avevano almeno tre nonni ebrei. In seconda istanza, nel caso in cui i nonni ebrei fossero stati solamente due, era la confessione religiosa del singolo a giocare il ruolo decisivo: l’individuo veniva considerato ebreo se, alla data del 15 settembre 1935, era iscritta alla Comunità religiosa giudaica. Analogamente veniva anche considerato ebreo chi, avendo solo due nonni ebrei, aveva sposato un ebreo. La discriminazione degli ebrei tedeschi trovò la sua completa attuazione nel 1938, dopo la cosiddetta Notte dei cristalli. Un giovane ebreo polacco uccise un funzionario dell’ambasciata tedesca, per protestare contro le violenze subite in Germania dai suoi genitori; fu così ordinato ai militanti delle varie organizzazioni naziste di attaccare su tutto il territorio tedesco il maggior numero possibile di negozi e abitazioni ebraiche: ciò si svolse nella notte tra il 9 e il 10 novembre.

Gli ebrei, inoltre, furono esclusi dalle scuole e da tutte le manifestazioni della cultura tedesca (cinema, teatri, mostre…). Si procedette anche con l’ARIANIZZAZIONE DELL’ECONOMIA, per cui tutti gli ebrei titolari di un’industria o di un’impresa furono costretti a vendere a prezzi notevolmente inferiori.

La fase di concentrazione ebbe inizio nell’autunno del 1939, dopo che l’esercito tedesco conquistò gran parte della Polonia e circa due milioni di ebrei polacchi si trovarono sotto la dominazione nazista. I tedeschi, di fronte ad un numero così elevato di ebrei, decisero di istituire dei ghetti , recintando alcuni quartieri e concentrandovi tutti gli ebrei. Essi erano sorvegliati dalla polizia tedesca. Le condizioni di vita degli individui erano drammatiche: i ghetti erano sovraffollati, vi era la mancanza di strumenti igienici e sanitari , si diffusero malattie come il tifo e la gente soffriva di fame. La fase dell’annientamento ebbe inizio nel 1941, con la diretta invasione dell’URSS: l’ordine di sterminare gli ebrei russi venne impartito da Hitler, che li considerava i veri artefici della rivoluzione comunista).

Il 20 gennaio 1942 si tenne una conferenza finalizzata a pianificare lo sterminio degli ebrei di tutti i territori europei conquistati dall’esercito tedesco. Venne deciso che la maggioranza degli ebrei sarebbe stata portata ad Auschwitz, una località polacca presso la quale esisteva un rete di campi di concentramento. Quando arrivava un convoglio, i deportati erano sottoposti alla cosiddetta selezione: gli ebrei che non erano considerati capaci di svolgere alcuna attività lavorativa venivano uccisi nei forni crematori. Chi era ritenuto abile al lavoro veniva inviato in uno dei lager che si trovavano nei dintorni di Auschwitz. In Germania, i lager erano nati subito dopo la conquista del potere da parte del nazismo nel 1933. fino alla guerra, il regime vi aveva rinchiuso soprattutto prigionieri politici, omosessuali, colori che non volevano trovare una stabile occupazione….durante la guerra, invece, venne internato nei lager un numero enorme di individui considerati razzialmente inferiori (ebrei, zingari, polacchi…) La condizione di vita di costoro era estremamente dura: erano sottoposti a violenze, non ricevevano un’adeguata alimentazione…l’unico modo per sopravvivere era quello di sottrarsi ai lavori più duri e di trovare reazioni supplementari di cibo. Nei lager era impossibile ogni forma di solidarietà verso il prossimo: gli individui erano costretti a cambiare la propria moralità. Parte integrante del lager era la cosiddetta ZONA GRIGIA, composta da prigionieri che, per sopravvivere, accettavano posti di responsabilità e si ponevano ad un livello intermedio fra i nazisti e gli altri deportati. Possiamo affermare che il lager assunse una precisa funzione ideologica: i prigionieri razzialmente inferiori assumevano tutte le caratteristiche che l’ideologia nazista assegnava loro: diventavano ipocriti, falsi, immorali…i nazisti riuscivano a ricreare quell’ebreo diverso, che in natura non esiste. Osservando i prigionieri dei lager e il loro modo di agire, i nazisti potevano confermare tutti i propri pregiudizi razzisti. E mentre rafforzavano la loro idea di appartenere ad una razza superiore riuscivano perfino a convincersi che, procedendo allo sterminio di quegli esseri malefici e ripugnanti, non stavano compiendo un crimine orrendo, ma rendevano un servizio all’umanità.


VITA NEI LAGER

I deportati nei campi di concentramento erano sottoposti ad orribili condizioni: molti malati non venivano accettati in ospedale per il troppo affollamento, così i più coloro che non manifestavano alcuna speranza di guarigione venivano portati nelle camere a gas, efficace mezzo di sterminio. Anche il lavoro portava alla morte di molti ebrei: inizialmente essi lavoravano all’ampliamento del campo di concentramento livellando il terreno, costruendo strade e baracche. Dopo furono impiegati perennemente nelle industrie. Le condizioni abitative erano disastrose: in detenuti dormivano sulla paglia sparsa su pavimenti di cemento. A seconda dei motivi dell’arresto, i detenuti erano contrassegnati da triangoli di diverso colore, cuciti sulle casacche insieme al numero di matricola. I triangoli rossi erano assegnati ai prigionieri politici, quelli neri agli zingari, i verdi ai criminali, i rosa agli omosessuali, i viola agli ebrei. I prigionieri, inoltre, venivano rasati e su di loro veniva gettata acqua bollente o fredda: dopo indossavano uniformi a righe, sempre larghe o strette. Ogni prigioniero, inoltre, portava un tatuaggio sull’avambraccio. I prigionieri dovevano imparare imparare i canti di marcia tedesca e poteva solo parlare di aspetti positivi, senza far risaltare la terribile situazione in cui si trovava. La sorte più terribile era quella delle donne incinte e dei bambini che sin dall’inizio venivano condotti nelle camere a gas. Se la donna partoriva, il bambino veniva ucciso. Tutti i bambini più bassi di 120 cm  venivano uccisi.

Schindler’s list: “chiunque salva una vita, salva il mondo intero”

È un film appassionante, che colpisce e riesce a scavare nei sentimenti della gente. È il racconto di una storia, una storia vera, quella di Oskar Schindler. Egli è un tedesco, che nel 1939 giunge a Cracovia, poco dopo che la vasta comunità ebraica è stata costretta al ghetto. Inizialmente viene mostrata la crudeltà del personaggio, che come tutti gli altri nazisti comincia a manovrare a proprio piacimento gli ebrei che gli vengono assegnati, sfruttandoli come manodopera in una fabbrica di pentole. Ad un tratto qualcosa cambia: Oskar stesso cambia. Comincia a capire, a riflettere, è uno dei pochi, dei rari, a rendersi conto della ferocia della persecuzione razziale nazista. Pensa così di farsi assegnare altri ebrei, ma con un intento diverso: quello di salvarli. Grazie all’aiuto del suo contabile, egli sfrutta le sue industrie come copertura per salvare e proteggere gli ebrei. Alla fine della guerra Shindler è costretto a fuggire all’estero, ormai povero, poiché ha perso i suoi averi utilizzati per corrompere i militari. Grazie a quest’uomo, però più di 1100 ebrei riescono a sopravvivere all’olocausto.



Il film è davvero significativo, anche perché presenta molti riferimenti simbolici: è importante notare, infatti, che il film viene presentato quasi interamente in bianco e nero, ad eccezione di pochissime scene.

Bianco e nero: indicano il periodo buio della persecuzione nazista.

Le scene a colori del film sono tre:

la candela che si spegne: indica l’innocenza dell’uomo e la sua speranza, che viene spenta dalla violenza dei tedeschi.

bambina con il cappotto rosso: indica il sangue che la popolazione ebraica ha versato durante questo periodo di follia;

ebrei sopravvissuti all’Olocausto, nella scena finale del film, poggiano un sasso sulla tomba di Shindler: indica una sorta di omaggio nei confronti di un uomo, un grande uomo, che grazie al suo coraggio è riuscito a salvare le vita di centinaia di uomini.

La memoria



Tradizionalmente nello studio della memoria si suppone che esistano magazzini distinti in cui l’informazione raccolta dal mondo esterno può essere conservata. Si tratta di magazzini che differiscono principalmente per la durata dei ricordi, ma anche per la quantità di informazione che possono contenere, per il modo in cui i dati sono immagazzinati e per la facilità con cui sono conservati e recuperati. Si suppone anche che l’informazione possa essere trasferita da un magazzino all’altro.

Tutti noi facciamo esperienza di una memoria che dura poco e che serve a tenere a mente le cose sul momento e di una memoria che ci permette invece di richiamare alla mente esperienze anche di parecchio tempo prima. Quando leggiamo un numero telefonico sull’elenco, lo ricordiamo in quell’istante poiché ci serve per comporlo e poi svanisce dalla nostra mente, mentre alcuni numeri telefonici importanti sono come depositati nella nostra mente e quando servono riusciamo a recuperarli. William James nei “ Principi di psicologia” aveva introdotto già la distinzione:

_ memoria primaria, che è un mantenere vive le cose alla coscienza;

_ memoria secondaria, che è la conoscenza di un antecedente stato mentale che ha già abbandonato la nostra coscienza.

Le ricerche della seconda metà del ‘900 hanno confermato l’esistenza di questi due magazzini di memoria, che attualmente si chiamano memoria a breve termine o short-term memory e

memoria a lungo termine o long-term memory. Gli studi più recenti hanno individuato poi un terzo magazzino di memoria, più breve della memoria a breve termine: si tratta della memoria sensoriale o sensory memory.


La memoria a breve termine Riesce a contenere solo una modesta quantità di dati e tende a perderli in breve tempo , per liberare il deposito e consentire nuove memorizzazioni. In compenso accedere ai dati è molto facile.

La MBT non serve solo a tenere a mente cose appena apprese da utilizzare sul momento e poi dimenticare. Date le sue caratteristiche, è essenziale per svolgere qualsiasi compito cognitivo: ci permette di avere sempre pronti gli elementi utili, i dati con i quali stiamo operando.

Dato che serve per lavorare, la MBT è in stretto collegamento col sistema centrale di controllo e con la coscienza. Si parla di MEMORIA DI LAVORO per indicare il sistema formato da MBT, MLT e sistema centrale di controllo che interviene nello svolgimento di compiti mentali. Ciò che noi chiamiamo comunemente pensare non è altro che operare consapevolmente con i dati della MBT.

Caratteristiche della memoria a breve termine.

Capacità. La MBT può contenere solo pochi chunk (pezzi) alla volta. Gorge Miller, il primo a segnalare i limiti di questa memoria, ne stimò la capienza in 7 + 2 chunk, cioè valore che oscilla tra 5 e 9. Un chunk è semplicemente ciò che assumiamo come blocco a sé da inserire nella MBT e può contenere poche o tante informazioni. Tutto dipende dal chunking, quindi da come formiamo i dati e impacchettiamo i blocchi.

Durata. Nella MBT i ricordi resistono al massimo 20-30 secondi. Il rapido decadimento è dovuto al fatto che le nuove informazioni che entrano nella MBT interferiscono con le vecchie e le cancellano.

Mantenimento. I ricordi si possono conservare nella MBT oltre la durata naturale con strategie di reiterazione. È un modo in cui manteniamo in vita l’informazione mettendola in circolazione e impiegandola in attività mentali. Ripetere parole a bassa voce o mentalmente, come spesso facciamo, è la forma più comune di reiterazione.

Formati. Negli anni ’60 si pensava che nella MBT le informazioni fossero sistematicamente registrate in forma acustica, mentre nella MLT in codice semantico. Successivamente si è chiarito che nella MBT i dati possono essere conservati, oltre che in forma acustica, anche in fora visiva e sottoforma di significati.



La memoria a lungo termine. Presenta caratteristiche decisamente diverse dalla MBT. La sua capacità è praticamente illimitata. I dati vi si conservano spontaneamente e per tempi lunghi. Si tratta di un magazzino sconfinato e sicuro. D’altra parte recuperare le informazioni che vi si trovano richiede solitamente lavoro e si rivela a volte un’impresa difficile.



La memoria sensoriale E’una specie di prolungamento della percezione, di durata molto breve (da 0,25 a 4 secondi), che consente di tenere a disposizione per un po’ l’informazione cui non si applica l’elaborazione cosciente e che consente di riempire vuoti percettivi, dando continuità e coerenza alle esperienze percettive frammentate nel tempo. Le caratteristiche principali della memoria sensoriale sono la capacità ampia, l’assenza di strategie per trattenere oltre l’informazione, il fatto che il materiale conservato sia poco elaborato e la facilità con cui accediamo ai dati immagazzinati. Le forme di memoria sensoriale più studiate sono la visiva, che si chiama MEMORIA ICONICA e dura circa 0,25-0,50 secondi, e la uditiva o MEMORIA ECOICA, che dura da 2 a 4 secondi.


Sistemi di memoria. Negli ultimi decenni si è fatta strada la convinzione che, accanto ai tre magazzini, esistono quattro sistemi di memoria: vere e proprie memorie distinte, che differiscono per il tipo di informazione trattata, per come operano e per le funzioni che svolgono. Ciascuna di queste memorie sui basa su strutture neurofisiologiche proprie.

Delle quattro memorie due sono inconsce: c’è il ricordo senza la consapevolezza di ricordare. Accanto a una MEMORIA ESPLICITA, in cui il ricordo è cosciente può essere riferito, per cui si parla anche di MEMORIA DICHIARATIVA, c’è una MEMORIA IMPLICITA o NON – DICHIARATIVA, fatta di ricordi inconsapevoli che non siamo in grado di riferire.

È implicita la MEMORIA PROCEDURALE, che consiste nel ricordo di una procedura per svolgere un’attività. Quando camminiamo, lavoriamo o corriamo, seguiamo istruzioni contenute in memoria di cui non abbiamo coscienza. La memoria procedurale differisce dalla memoria delle informazioni sul mondo anche per altre ragioni. Le istruzioni della memoria procedurale non solo si richiamano senza accorgersene, ma si memorizzano anche senza accorgersene. Ci vuole un lungo esercizio per acquistare le capacità procedurali e si possono usare solo per quella data attività.

L’altro sistema implicito è la MEMORIA ASSOCIATIVA, che consiste nell’associare a uno stimolo una risposta comportamentale senza ricordare consapevolmente le situazioni pregresse. Ad esempio, una persona può ispirarci una simpatia inspiegabile dato che non ricordiamo l’episodio piacevole in cui ci abbiamo avuto a che fare.

Sono esplicite la MEMORIA SEMANTICA, fatta di conoscenze generali sul mondo, e la MEMORIA EPISODICA, che riguarda avvenimenti particolari che l’individuo inquadra nel contesto della propria vita. Si parla anche di memoria autobiografica. Può trattarsi di fatti di cui la persona è stata protagonista o testimone o di cui ha avuto semplicemente notizia. In ogni caso i ricordi episodici restano legati alle circostanze della nostra esperienza e non acquistano valore generale, mentre i ricordi semantici rientrano in un sapere organizzato sul mondo che ci portiamo dietro.

Le memorie implicite sono evolutivamente antiche e sono le prime a comparire nello sviluppo. Le esplicite sono evolutivamente più recenti. La più recente è l’episodica: è con l’avvento della coscienza che nasce l’esigenza di registrare i fatti della vita. Ci sono prove che la memoria episodica è propria dell’uomo e di pochi altri animali ed è assente nei bambini più piccoli.





MS MBT MLT

memoria sensoriale                        memoria a breve termine                        mem. a lungo termine



INPUT OUTPUT




Modello di Atkinson e Shiffrin modificato sulla base delle conoscenze attuali.

È il più noto modello a magazzini multipli, proposto nel 1968. tutto sommato è ancora attuale, salvo il fatto che, come è stato fatto qui, bisognerebbe aggiungere una freccia che vada direttamente dalla MS alla MLT. Evidenze di neuropsicologia, infatti, dimostrano  che i dati possono essere trasferiti nella memoria a lungo termine superando la memoria a breve termine.
L'encefalo umano





L’encefalo è quell’insieme di organi che sono racchiusi all’interno della scatola cranica. Esso non è a diretto contatto con le ossa, ma è avvolto da una specie di buccia formata dalle meningi. Esse sono tre membrane disposte a strati:

quella a contatto con le ossa è chiamata dura madre;

quella a contatto con gli organi è la pia madre;

nel mezzo c’è una membrana porosa, detta aracnoide.

Tra le due meningi principali sono racchiusi i vasi sanguigni che alimentano l’encefalo.

Nei vertebrati, durante i primi stadi dello sviluppo, all’estremità anteriore del tubo neurale compaiono tre rigonfiamenti, chiamati:

prosencefalo

mesencefalo

rombencefalo

Nel corso dell’evoluzione dei vertebrati, il prosencefalo e il rombencefalo si sono a loro volta suddivisi, sia dal punto di vista strutturale, sia da quello funzionale, in regioni con particolari caratteristiche. Durante lo sviluppo embrionale dell’encefalo umano, i cambiamenti più profondi avvengono nella regione del prosencefalo. Il rapido accrescimento di tale regione nel corso del secondo e del terzo mese dà origine alle due metà del cervello, chiamate emisfero destro ed emisfero sinistro. A partire dal sesto mese dello sviluppo, numerose pieghe aumentano l’area superficiale degli emisferi cerebrali; questa regione esterna è chiamata corteccia cerebrale.






Struttura encefalica

Funzioni principali

Tronco encefalico: formato da due parti del rombencefalo (midollo allungato e ponte) e dal mesencefalo. Esso è situato all’estremità superiore del midollo spinale.

La sua funzione principale è quella di condurre le informazioni provenienti dai neuroni sensoriali e motori verso i centri encefalici superiori. Regola anche il sonno e la veglia e contribuisce a coordinare i movimenti.

Midollo allungato

Controlla la respirazione, la circolazione, l’ingestione e la digestione.

Ponte

Controlla la respirazione

Mesencefalo

Coordina i riflessi e manda impulsi sensoriali ai centri superiori dell’encefalo

Cervelletto: componente del rombencefalo, coinvolto nei processi di apprendimento e di memoria.

Riceve informazioni sensoriali dal sistema visivo e da quello uditivo; elabora un coordinamento automatico dei movimenti e dell’equilibrio


I più sofisticati centri di elaborazione nervosa sono quelli che derivano dal prosencefalo: il talamo, l’ipotalamo e il cervello.


Talamo: contiene la maggior parte dei corpi cellulari dei neuroni che invia informazioni alla corteccia cerebrale

È il centro di arrivo dei dati sensoriali diretti al cervello e anche il centro di trasmissione delle risposte motorie in partenza dal cervello

Ipotalamo

Controlla l’ipofisi e la secrezione di molti ormoni; regola la temperatura corporea, la pressione sanguigna, la sensazione di fame e di sete e ci fa provare emozioni. In un’area dell’ipotalamo ci sono gruppi di neuroni, chiamati nuclei soprachiasmatici, che funzionano da orologio biologico: essi mantengono invariati i nostri processi ripetitivi come il ciclo del sonno o della fame

Cervello: porzione più grande e sofisticata del nostro encefalo, è costituito dagli emisferi cerebrali destro e sinistro. Una spessa banda di fibre nervose, detta corpo calloso, facilita le comunicazioni fra gli emisferi cerebrali consentendo loro di elaborare insieme le informazioni

Gioca il ruolo primario nelle funzioni della memoria, dell’apprendimento, del linguaggio e delle emozioni


La corteccia degli emisferi è grigia, perchè è formata da uno spesso strato di neuroni; le fibre bianche dei neuroni formano invece la “polpa” degli emisferi e collegano tra loro le varie parti.

I due emisferi cerebrali non sono simmetrici, ma presentano delle differenze anatomiche; inoltre svolgono diverse funzioni:

- l’emisfero sinistro è specializzato nelle funzioni atte ad articolare il linguaggio e nei procedimenti logici sequenziali, come leggere e scrivere. Esso elabora le informazioni in modo analitico, ossia componendole per parti.

- l’emisfero destro è specializzato nel riconoscimento delle immagini visive complesse e nella rapprsentazione mentale di oggetti tridimensionali,. Esso elabora le informazioni in modo sintetico, senza scomporle in parti.

Nelle regioni più profonde del cervello c’è il sistema limbico, costituito da uno strato di materia cerebrale che aggira il corpo calloso. La paura, l’aggressività, la depressione o l’angoscia hanno la loro sede nel sistema limbico e in alcune regioni dell’ipotalamo.



La malattia di Alzheimer


La malattia (o morbo) di Alzheimer è oggi definita come quel “proceso degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale”. In Italia ne soffrono circa 800 mila persone, nel mondo 26 milioni, con una netta prevalenza di donne. Questa malattia è caratterizzata da perdita di memoria e confusione mentale. La sua incidenza nella popolazione varia a seconda dell’età: è di circa il 10% intorno ai 65 anni e aumenta al 35 % intorno agli 80. la malattia si manifesta inizialmente come demenza caratterizzata da deficit cognitivi. Inizialmente si verificano disturbi della cosiddetta memoria a breve termine (non ricordarsi cosa si è mangiato a pranzo) e della memoria prospettica (che riguarda l’organizzazione di qualcosa che si sarebbe dovuta fare in un futuro prossimo: ad esempio andare ad un appuntamento). Man mano il deficit aumenta e la perdita della memoria arriva a colpire anche la memoria episodica retrograda (riguardanti eventi accaduti nel passato) e la memoria semantica (le conoscenze acquisite). Col progredire della malattia, le persone diventano anche deficitarie nelle funzioni strumentali e possono presentare disturbi neurologici. Pertanto i pazienti necessitano di continua assistenza personale. La malattia è dovuta a causa di una diffusa distruzione di neuroni, causata dalla betamiloide, una proteina che depositandosi tra i neuroni agisce come una sorta di collante. La malattia è accompagnata da una forte diminuzione di acetilcolina nel cervello (un neurotrasmettitore fondamentale per la comunicazione tra i neuroni).




La persistenza della memoria  (Salvator Dalì)




L’opera “La persistenza della memoria” (conosciuta anche come “Gli orologi molli” o “Il tempo che si scioglie”) è stata realizzata nel 1931 dal pittore spagnolo Salvator Dalì, con l’intento di interpretare le indagini relativistiche sulla dimensione del tempo. Infatti la deformazione delle immagini è uno strumento per mettere in dubbio le facoltà razionali, che vedono gli oggetti sempre con una forma definita. È l’orologio lo strumento razionale che permette di misurare il tempo: deformando l’orologio, trasformandolo in una figura liquida, Dalì invita l’osservatore a riconsiderare la dimensione del tempo e della memoria. Nelle composizioni di Dalì incontriamo paesaggi fantastici popolati da creature semi-divine e semi- mostruose, in parte terrestri (uomini e donne, formiche, leoni,elefanti), in parte aliene e deformi. Nessun corpo ha mai consistenza e identità: le forme appaiono viscide e gelatinose, modificate dal tempo, esposte ad un processo di trasformazione continuo.

In questo quadro, in un paesaggio deserto, si delineano presenze che sembrano essere sottratte alla realtà della vita quotidiana. Sembra una spiaggia, con una ripida ed alta scogliera affiancata dal mare, un mare di un azzurro limpido e terso come una fredda giordana invernale.

A sinistra scorgiamo un parallelepipedo su cui è innalzato un albero secco sul cui ramo si trova un orologio molle, liquido, che sembra sul punto di sciogliersi. L’opera presenta altri due orologi: uno scivola dal bordo del parallelepipedo ed un altro, poggiato su una sorta di telo grigio, dalle cui estremità fuoriescono delle lunghe ciglia, quasi ad indicare l’occhio di un uomo addormentato.

Un ultimo orologio, differente dagli altri tre sia per la forma che per il colore, è poggiato sul parallelepipedo: esso è infatti ancora chiuso nel suo coperchio, ma è sovrastato da un cumulo di formiche.

L’opera fu realizzata in seguito all’elaborazione del metodo paranoico- critico, cioè il far emergere l’inconscio: si trattava dell’elaborazione delle forme basata sulla capacità di rielaborarle con l’immaginazione. secondo alcuni critici gli orologi flosci nasconderebbero la paura dell’impotenza, ma piace di più pensare a questo dipinto come ad una geniale interpretazione della memoria e del tempo, trasposizione dell’onirico nel figurativo ed ennesima felice intuizione dell’incredibile genio di Dalì.

Questi orologi molli rappresentano l’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere, calcolabile scientificamente in modo univoco, assume connotazioni e velocità diverse nella percezione umana.
L’orologio che si scioglie, non può misurare il corso del nostro tempo, perché esso varia secondo la psiche e gli attimi della vita di ciascuno di noi. Il rapido o lento passare dei minuti, delle ore e dei giorni, è determinato dallo stato d’animo col quale affrontiamo le situazioni che viviamo.
Il tempo scorre lento, provocando sensazioni di noia, quando la realtà è malvagia o non cattura la nostra attenzione, passa invece fulmineo se siamo impegnati in attività così piacevoli da farci desiderare che non finiscano mai.








Jean Piaget:  gli stadi dello sviluppo cognitivo


Cos’è lo sviluppo cognitivo?


Per “sviluppo cognitivo” si intende lo sviluppo delle attività intellettive. Nell’uso psicologico del termine possiamo distinguere due indirizzi fondamentali:

quello statistico, prevalentemente interessato allo studio delle differenze individuali e al carattere dimensionale dell’intelligenza;

quello qualitativo, che analizza i processi intellettivi all’interno dell’individuo. Ciò pone all’interno del soggetto il meccanismo che alimenta lo sviluppo stesso e lo orienta.



Jean Piaget è lo studioso che più ha contribuito nel XX secolo, insieme a Freud, a modificare l’immagine del fanciullo e dell’educazione. Piaget non solo individua i meccanismi di base e le linee principali dello sviluppo, ma descrive tappa dopo tappa l’evoluzione del pensiero dalla nascita all’adolescenza e va ad indagare aspetti specifici, come il concetto di permanenza degli oggetti o la logica delle classificazioni. La sua è una ricostruzione completa dello sviluppo cognitivo.

Nelle indagini Piaget si è servito essenzialmente di quello che chiama metodo clinico, un misto di test, osservazione e intervista: il suo scopo era scoprire il mondo mentale del bambino alle prese con la comprensione della realtà circostante. Per questo motivo egli metteva i soggetti di fronte a problemi e cercava di capire i ragionamenti che seguivano nella soluzione, osservandoli mentre li risolvevano e interrogandoli.

Piaget individua quattro stadi principali, che coprono l’arco dalla nascita all’adolescenza.


  1. PERIODO SENSOMOTORIO (0-2 ANNI). Il bambino è sprovvisto di rappresentazioni mentali e vive nell’immediato presente, nel qui e ora. Tuttavia riesce lo stesso a comprendere la realtà, grazie all’attività pratica di manipolazione delle cose : percepisce, agisce, percepisce gli effetti dell’azione e torna ad agire. Il bambino sonda il mondo circostante attraverso circuiti di controllo a feedback di tipo cibernetico, che Piaget chiama reazioni circolari. Egli suddivide il periodo sensomotorio in 6 stadi. Le reazioni circolari, man mano che il bambino cresce, diventano sempre più controllate: egli impara ad individuare i feedback che vengono dall’esterno, coordina sempre meglio le azioni, a un certo punto smette di fare cose casuali e comincia a manipolare la realtà intenzionalmente. (è qui che secondo Piaget che nasce l’intelligenza). Alla fine il progresso è tale che emergono le rappresentazioni mentali. Si tratta di una conquista fondamentale, perché il bambino ora non ha più bisogno di apprendere per tentativi ed errori, ma può lavorare con le sue mappe mentali.

esercizio dei riflessi              I RIFLESSI SI MODIFICANO A SECONDA DELLE SITUAZIONI

reazioni circolari primarie            IL BAMBINO RISPONDE AI FEEDBACK PROVENIENTI

DAL PROPRIO CORPO E SI FORMA LE PRIME ABITUDINI

( ad es. si succhia il dito)



reazioni circolari secondarie          IN RISPOSTA A FEEDBACK ESTERNI IL BAMBINO CERCA DI FAR

DURARE ESPERIENZE PIACEVOLI IL PIU A LUNGO

(ad es. scuote il sonaglio per fare in modo che continui a          

suonare)




coordinazione degli schemi secondari           COMINCIANO LE AZIONI INTENZIONALI COME MEZZI

PER RAGGIUNGERE FINI

reazioni circolari terziarie                  IL BAMBINO SPERIMENTA ATTIVAMENTE E SCOPRE NUOVI

MEZZI PER RAGGIUNGERE FINI

comparsa delle rappresentazioni                   IL BAMBINO NON HA PIU BISOGNO DI APPRENDERE

PER TENTATIVI ED ERRORI , MA LAVORA CON LE SUE

MAPPE MENTALI




  1. PERIODO PREOPERATORIO (2-6 ANNI). Dopo i due anni è evidente che il bambino possiede rappresentazioni interiori. Lo testimoniano l’imitazione differita, ovvero il fatto che ripete un’azione qualche tempo dopo averla vista, il gioco simbolico, ovvero il far finta di e la padronanza del linguaggio. È significativo soprattutto il fatto che il bambino mostra di aver colto che il linguaggio permette il di stanziamento, cioè di parlare di cose assenti. Tolta la conquista delle rappresentazioni, la descrizione che Piaget fa del periodo preoperatorio è negativa, verte sui difetti, su ciò che il bambino di quest’età non è in grado di fare. Prima dei 6 anni il bambino tende a elaborare una rappresentazione mentale alla volta. Non è in grado di considerare più aspetti e più punti di vista integrandoli. C’è rigidità: la realtà appare fissa, statica, perché il bambino non riesce a immaginare processi di trasformazione. L’incapacità di prendere in considerazione punti di vista diversi è alla base anche dell’EGOCENTRISMO: il bambino dà per scontato che gli altri vedano le cose come le vede lui. Il periodo preoperatorio è caratterizzato anche dal ragionamento prelogico. C’è una visione antropomorfica del mondo fisico. Il bambino fa del proprio io il metro per interpretare l’universo. Tutto accade con uno scopo (finalismo), le cose sono vive e dotate di intenzioni (animiamo) e sono prodotte da qualcuno (artificialismo). I collegamenti vanno dal particolare al particolare, senza schemi logici generali. Il bambino tende a concatenamenti contingenti: si può invertire il rapporto di causa-effetto e confondere i due termini.


  1. PERIODO DELLE OPERAZIONI CONCRETE (6-12 ANNI). il bambino afferra le trasformazioni della realtà e diviene capace di operazioni concrete, cioè di manipolazioni mentali degli oggetti secondo principi e regole generali, come l’addizione, la sottrazione, la moltiplicazione, la divisione….Con l’aiuto delle operazioni concrete, il bambino matura il CONCETTO DI CONSERVAZIONE, il principio per cui certe proprietà non cambiano alterando le apparenze. La conservazione del numero arriva presto, già a 5 anni. quella della quantità di liquido compare intorno ai 7. La conservazione della massa si capisce solo a 8 anni e quella del volume a 12. il bambino è anche in grado di capire la logica delle classificazioni, quindi come ordinare gli oggetti reali, e in particolare l’INCLUSIONE, ovvero il fatto che ci sono categorie più piccole comprese in altre più ampie. Il pensiero del periodo operatorio concreto non è coerentemente strutturato, tutto allo stesso livello. Il bambino può essere più avanti nella conoscenza di certi ambiti e più indietro in altri. Piaget parla di DECALAGE ORIZZONTALE, per indicare lo sfasamento cronologico nell’acquisizione delle diverse capacità.

  1. PERIODO DELLE OPERAZIONI FORMALI (12- 16 ANNI). Con le operazioni concrete il bambino smette di essere dominato dalle impressioni empiriche e comincia a interpretare la realtà partendo dai principi e dal ragionamento. Egli però non sa applicare le operazioni mentali a situazioni ipotetiche. Questo passaggio avviene con l’adolescenza e porta il ragazzo a ragionare nel regno del possibile. Con l’adolescenza i ragazzi mostrano anche procedimenti metodici e sistematici senza precedenti. Dinanzi a un problema lo analizzano esaminando le variabili una per una. Piaget lo ha dimostrato con L’ESPERIMENTO DEL PENDOLO. Soggetti che non conoscono le leggi del pendolo devono scoprire da cosa dipende la frequenza delle oscillazioni. Gli adolescenti, a differenza dei più piccoli, arrivano presto alla soluzione.

Lungo tutto lo sviluppo ci sono processi evolutivi che si ripetono ai vari livelli. Uno di questi è il decentramento, l’uscire da sé per guardare le cose dall’esterno. Nel periodo sensomotorio il bambino deve decentrarsi sul piano del controllo del comportamento, distinguendosi dall’ambiente. Alla fine del periodo preoperatorio occorre che arrivi a decentrarsi nei pensieri,. Imparando a considerare altri punti di vista oltre il proprio e col pensiero formale si svincola anche dalla fiducia nella realtà concreta.
















Henry Bergson: tempo della scienza e tempo della vita



La filosofia di Bergson è tesa ad



Il pensiero di Bergson, in particolare, si caratterizzò per l'attenzione dedicata al concetto di tempo, rispetto al quale egli distinse due approcci possibili.

Il tempo della scienza indica la nozione utilizzata dai ricercatori nella teoria scientifica e nella pratica sperimentale. È un tempo che gode delle proprietà di essere: oggettivo, esterno e indipendente dal soggetto umano; quantitativo, perché la scansione degli attimi (o di qualsivoglia unità di misura) che si succedono sempre con lo stesso ritmo non presenta differenze qualitative: ogni momento è sempre uguale a tutti gli altri; geometrico, cioè immaginabile come una sequenza infinita di stati uniformi; meccanico e spazializzato, ossia misurato tramite la dimensione spaziale, per esempio il quadrante dell'orologio su cui si muovono le lancette. Secondo Bergson si può paragonare questa concezione del tempo a una collana di perle, tutte uguali e distinte fra loro.

Il tempo della vita, quello vissuto dagli individui concreti, è essenzialmente qualitativo: quando si è annoiati certe ore sembrano non passare mai; altri istanti invece appaiono lunghi come un'eternità. Altri ancora danno senso all'intera esistenza segnandola in modo indelebile: l'attimo della nascita e quello della morte, per esempio. Il tempo vissuto è denso di significato, ha sempre un sapore particolare per il soggetto; non per nulla possediamo un termine specifico, noia, per designare quella sofferenza che nasce quando non si riesce a dare un senso al tempo. Nell'esperienza di vita questo tempo psicologico, una dimensione peculiare della spiritualità, è soggettivo e non separabile dalla memoria del passato e dall'anticipazione del futuro. Per il singolo individuo esso è sempre una durata: un intervallo temporale concreto e psicologicamente variabile, in cui si svolgono gli eventi della vita. Ponendosi su una linea di integrazione con la Fenomenologia e l'Esistenzialismo, la riflessione di Bergson ebbe un impatto notevole sulla cultura e sulle arti visive in particolare. È stato coniato il termine bergsonismo per designare l'irruzione della dimensione temporale nello spazio pittorico, un elemento di poetica che accomuna praticamente tutte le avanguardie di inizio secolo, Futurismo e Cubismo in particolare. La scienza, spazializzando il tempo, lo snatura; inaspettatamente però la pittura si rivela in grado di ribaltare questo rapporto: attraverso una deformazione delle immagini spaziali essa inventa l'effetto visivo di un tempo vivo.

La durata è il concetto fondamentale della filosofia di Bergson. Il tempo misurabile dalla scienza è il tempo della meccanica, cioè un tempo spazializzato, come il tempo dell'orologio, che è un insieme di posizioni delle lancette sul quadrante; questo è un tempo reversibile, nel senso che in un fenomeno meccanico è possibile tornare indietro e ripartire da capo; nel tempo della meccanica ogni momento è esterno all'altro, è uguale all'altro: un istante segue l'altro e nessun istante è diverso dall'altro; nessun istante è diverso, più intenso o più importante dell'altro. Il tempo dell'esperienza concreta è cosa ben diversa dal tempo della meccanica. E ciò perché il tempo concreto è “una durata vissuta, irreversibile, nuova ad ogni istante .

La coscienza coglie immediatamente il tempo come durata. E durata vuol dire che l'io vive il presente con la memoria del passato e l'anticipazione del futuro. L'immagine adatta del tempo concreto della coscienza è quella di un gomitolo di filo che cresce conservando se stesso nella vita della coscienza; infatti “il nostro passato ci segue e s'ingrossa senza posa col presente che raccoglie lungo la strada”. E ciò mentre la concezione spazializzata del tempo trova un po' un paragone nell'immagine di una collana di perle tutte uguali ed esterne le une alle altre.

Agostino : anima misura del tempo


LE CONFESSIONI        

Le Confessiones, il libro prediletto da Agostino, e, senza dubbio, il suo capolavoro, furono redatte tra il 397 e il 401, durante i primi anni dell’episcopato, e si articolano in 13 libri. Il titolo stesso allude ai tre valori che la parola confessio ha per i cristiani:

“confessio peccatorum” (confessione dei peccati), come quello di anima che umilmente riconosce i propri peccati;

“laus dei”(lode a Dio), come quello di anima che loda la maestà e la misericordia di Dio;

“confessio fidei” (confessione di fede), come quello di anima che spiega sinceramente le ragioni della propria fede.

L’opera è articolata in tre parti: la prima sul passato dell’autore, la seconda sul presente e infine l’ultima sul racconto della creazione della Genesi. I tredici libri contengono la descrizione psicologicamente raffinata della biografia di Agostino, la riflessione su temi teologici (come il rapporto di Dio con il creato) e filosofici( come la natura della memoria), lo scandaglio di alcune problematiche che oggi considereremmo di psicologia o di pedagogia.

Una caratteristica formale che contraddistingue l'opera è lo stile vocativo, il rivolgersi continuo e diretto a Dio, con la finalità di mostrarci un colloquio informale, che cede ora alla preghiera, ora al ringraziamento, ora alla supplica. L'autore inoltre alterna espressioni concise e rapide, ad un periodare articolato e complesso, ricco di figure retoriche, lasciandoci spesso un'impressione di artificio, che riflette indubbiamente la sua abilità di retore consumato e una consuetudine contratta dalla predicazione religiosa. Nelle 'Confessiones' è infatti facile rilevare influssi ed echi delle scritture Bibliche. Ne risulta uno stile disuguale, vivo, drammatico, perfettamente aderente al tessuto narrativo.


Che cos’è in realtà il tempo?

Uno dei temi più celebri della teologia agostiniana è legato al concetto del tempo. Agostino cerca di rispondere a questa domanda: che cos’è in realtà il tempo? Agostino era partito nella sua indagine sul problema del tempo costatandone la complessità con queste parole: “se non me lo chiedi lo so, se me lo chiedi non lo so”. Certamente la realtà del tempo non è nulla di permanente. Il passato, secondo Agostino, è tale perché non è più, il futuro è tale perché non è ancora; e se il presente fosse sempre presente e non trapassasse continuamente nel passato, non sarebbe tempo, ma eternità. Nonostante questa fuggevolezza del tempo, noi, però, riusciamo a misurarlo e parliamo di un tempo breve o lungo, sia passato sia futuro. Come e dove effettuiamo questa misura? Agostino risponde: nell’anima. Non si può certo misurare il passato che non è più, o il futuro che non è ancora; ma noi conserviamo la memoria del passato e siamo in attesa del futuro. Il futuro non c’è ancora, ma c’è nell’anima l’attesa delle cose future; il passato non c’è più, ma c’è nell’anima la memoria delle cose passate. Il presente è privo di durata e in un istante trapassa, ma dura nell’anima l’attenzione delle cose presenti. Il tempo trova nell’anima la sua realtà: nel distendersi (distensio) della vita interiore dell’uomo attraverso l’attenzione, la memoria e l’aspettazione, nella continuità interiore della coscienza che conserva dentro di sé il passato e si protende verso il futuro. Partito alla ricerca della realtà oggettiva del tempo, Agostino giunge invece a chiarirne la soggettività.







presente (attenzione al presente attuale)


Tempo passato ( memoria del presente che fu)           



futuro (attesa del presente che sarà)




ANIMA: misura del tempo


TEMPO: distendersi dell’anima





Il tesoro della memoria


“Nam et in tenebris atque in silentio dum abito, in memoria mea profero, si volo, colores, et discerno inter album et nigrum et inter quos alios volo , nec incurrunt soni atque perturbant quod per oculos haustum considero, cum et ipsi ibi sint et quasi seorsum depositi lateant. Nam et ipsos posco, si placet, ayque adsunt illico, et quiescente lingua ac silente gutture canto quantum volo…”



Io posso anche starmene in silenzio, al buio: ma se voglio rimetto a fuoco i colori della memoria e distinguo il bianco dal nero e da qualunque altro colore: e non accade mai che i suoni si intromettano disturbandomi nel vedere ciò che ho appreso dalla vista. Eppure anch’essi si trovano lì: ma sembrano in disparte. Tanto che se capita di richiamare anche loro, subito essi si presentano: io, a gola muta, senza muovere la lingua, canto finchè ne ho voglia………





James Joyce: stream of consciousness



The stream of consciousness takes its name from William James’s theories. It is used to represent in prose fiction the casual association of thoughts, impressions and emotions of a character who is not thinking intentionally, but is letting his/her mind flow freely.

The term is often used as a synonym for interior monologue, but they can also be distinguished, in two ways. In the first (psychological) sense, the stream of consciousness is the subject matter while interior monologue is the technique for presenting it. In the second (literary) sense, stream of consciousness is a special style of interior monologue: while an interior monologue always presents a character's thoughts ‘directly’, without the apparent intervention of a summarizing and selecting narrator, it does not necessarily mingle them with impressions and perceptions, nor does it necessarily violate the norms of grammar, syntax, and logic; but the stream of consciousness technique also does one or both of these things.

James Joyce’s novel Ulysses makes extensive use of this narrative technique. See also narrator, point of view.



“Ulysses” is famous of course for introducing stream of consciousness to fiction. Characters' thoughts, fragments of memory and fantasies are mixed with input from the outside world. But it is all rather academic for me. Despite Joyce's attempts to replicate the flow of sensation through characters' minds with a diverse repertoire of literary effects, I doubt anyone has such intelligible thought processes as the characters in Ulysses do. In my own experience, vast stretches of mental time are passed without any thoughts that are expressed internally in words. This is a failing of the stream-of-consciousness method. An author must either include blank pages, pages of scribbling, musical notes, etc., or give up the pretence that one is reproducing the mental process. An author has to acknowledge that out of the nearly infinite range of daily human experience he is selecting specific items to put together artificially to represent through language what is largely inarticulate.

The stream-of-consciousness approach introduced by Joyce has had a great effect on modern writing, but Ulysses may be the over-the-top experiment (we won't even mention Finnegans Wake) that has allowed other writers to use the technique selectively as is appropriate in their writing.



Bisogna cominciare a perdere la memoria, anche solo ogni tanto, per comprendere che la memoria è ciò che riempie la nostra vita. La vita senza memoria non è vita [] La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino la nostra azione. Senza di lei, non siamo niente.




Luis Buñuel















Che cos'è il tempo?
Se nessuno me lo domanda, lo so.
Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda
non lo so più.
Sant'Agostino

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