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Analisi quantitativa dei progetti




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I questionari


I QUESTIONARI  1. Metodologia utilizzata per la ricerca Come già detto

Emergenza petrolio in mare


EMERGENZA PETROLIO IN MARE Il 12 dicembre 1999 la petroliera Erika si spezza

Analisi quantitativa dei progetti


ANALISI QUANTITATIVA DEI PROGETTI 1. Premessa Una duplice premessa



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ANALISI QUANTITATIVA DEI PROGETTI


1. Premessa


Una duplice premessa si rivela necessaria prima dell’analisi dei progetti affrontata in generale in questo capitolo, ed in particolare, ciascun singolo progetto poi, nel capitolo successivo. La prima, riguarda il materiale relativo ai cinquantanove progetti: si è già detto delle due fasi della ricerca, il questionario, facente parte della prima, è uguale per la totalità dei rilievi, è chiaro che, invece, non agli stessi risultati hanno condotto i singoli contatti diretti, facenti parte di quella intesa come seconda fase. Infatti, i tipi di collaborazione ricevuta non si sono eguagliati, in alcuni casi hanno portato ad ottenere più materiale che in altri. I motivi di questo sono facilmente intuibili non interessa in tale sede approfondirli, si tenga solo presente che la quantità, ed anche qualità, di documentazione ottenuta varia da progetto a progetto.



La seconda precisazione, invece, riguarda genericamente le difficoltà che si incontrano nella trattazione di un tema come quello della mediazione culturale nel momento in cui si voglia procedere ad una verifica concreta, aspetto che risulta quale importante premessa soprattutto al capitolo successivo che si occupa proprio dell’analisi dei singoli progetti rilevati. Come ribadito in più punti della ricerca (si veda in particolar modo la parte relativa all’Emilia e le riflessioni dei seminari regionali lì svoltisi), esiste un problema di definizioni che deve essere tenuto presente: nelle diverse realtà la concretizzazione di un lavoro di mediazione può avere contenuti, oltre che modalità, assai differenti tra loro, cosa che di certo non facilita chi voglia rilevare un dato, soprattutto di tipo quantitativo. Ciò nel senso che un’analisi di tipo quantitativo deve necessariamente accompagnarsi ad una di tipo qualitativo per tentare delle distinzioni, ma anch’essa, ovviamente, pone delle difficoltà. La causa principale viene individuata nell’assenza di una normativa che definisca i contenuti della figura del mediatore culturale; a poco giova l’unico e piuttosto flebile riferimento da poco inserito, nel nuovo Regolamento penitenziario (art. 35, co 2 del D.P.R. n. 230/2000) dove si legge appunto che “deve essere favorito l’intervento di operatori di mediazione culturale, anche attraverso convenzioni con gli enti locali o con organizzazioni di volontariato”. Come si vede, nulla è detto su cosa si intenda per “mediazione culturale”, né tanto meno quali debbano essere le caratteristiche qualificanti gli “operatori di mediazione”; tralasciando in questa sede i problemi che tali carenze comportano anche nella fase progettuale, si vuole qui porre attenzione alle difficoltà che queste causano quando si svolge una indagine sui progetti stessi. Non semplice, infatti, risulta cercare di ricostruire a ritroso quali siano stati i contenuti individuati da coloro che hanno strutturato un progetto, quali le premesse, visto che, da quanto riscontrato dal materiale della ricerca, il concetto di mediazione appare tutt’altro che univoco, e ancor  più variegato appare il profilo professionale del mediatore, i criteri in base al quale viene o non viene ritenuto competente, o viene in concreto scelto un soggetto piuttosto che un altro.

A ciò si aggiunga un ulteriore problema di interpretazione del questionario, che è venuto in luce solo nella seconda fase del ricerca, cioè nel momento in cui c’è stato un contatto diretto con chi concretamente lavora con progetti di questo tipo. Solo in tale fase, infatti, è stato possibile chiarire come gli stessi operatori hanno interpretato il questionario e secondo quali criteri hanno dato le risposte. Per interpretazione, quindi, si vogliono intendere quei criteri sottesi alla compilazione del questionario che, come è facile immaginare, per ciascuno possono essere diversi, e di cui si deve tener conto nella valutazione dello stesso.

Questi aspetti sono fondamentali per leggere il diverso panorama offerto dai cinquantanove progetti di questo studio, ma anche per essere spunto di riflessione sulla mediazione culturale in generale, ed in particolare in carcere. Quest’ultimo, infatti, per una serie di complessi fattori, molti dei quali inevitabili viste le finalità della struttura stessa, è un istituzione con cui risulta più difficile interagire dall’esterno. In tal senso, una delineazione chiara dei contenuti della mediazione e la trasformazione del mediatore in una figura professionale, giuridicamente riconosciuta, permetterebbero un lavoro coordinato su tutto il territorio nazionale, e al contempo la stessa mediazione avrebbe più riconoscimento e facilità di interazione anche dentro le strutture carcerarie.


2. Un’ analisi quantitativa: quadro generale


Prima di analizzare i dati relativi ai progetti rilevati dalla ricerca (cfr. cap. successivo), si tenta una descrizione generale riguardo a come sono distribuiti nel territorio i progetti emersi, così da tracciare il panorama che è apparso dallo studio fatto.

Le Regioni in cui è stato rilevato il maggior numero di progetti sono due: la Toscana e l’Emilia Romagna. La prima ha nel territorio 20 Istituti (di cui 13 C.C., 4 C.R. , 1 O.P.G., e 2 Case Mandamentali) di questi 18 hanno risposto al questionario (cioè tutti fatta eccezione delle due Case Mandamentali che però non sono state investite dalla ricerca per opera dello stesso P.R.A.P. Toscana) e ben 13 hanno dichiarato l’attivazione di almeno un progetto. La seconda, su 12 Istituti ( di cui 8 C.C., 1 C.R., 1 O.P.G., e 2 Case di Lavoro) 11 hanno interessato la ricerca (cioè con la sola eccezione dell’ O.P.G.) e tutti hanno compilato e fatto pervenire il questionario, di questi 9 svolgono attività di mediazione culturale al loro interno. Questa Regione in particolare, comunque, sarà oggetto di un approfondimento successivo al quale si rinvia. In base ai dati rilevati circa il totale di detenuti presenti (che si ricorderà essere la prima richiesta posta dal questionario), gli Istituti con progetti delle due Regioni di cui si parla, hanno una percentuale di stranieri sul totale della popolazione detenuta che supera il 42%, con punte minime del 15% ( C.C.- C.R. di Volterra) e massime del 60% (C.C. di Sollicciano e C.C. di Modena) , si tratta infatti di Regioni del Centro – Nord dove, come già visto, il numero di detenuti stranieri è molto alto.

Proseguendo nell’intenzione di disegnare una mappa ideale attraverso i dati ottenuti, quanto visto accadere nelle due Regioni sopra menzionate non si ripete nel resto d’ Italia: si riscontra infatti, che nelle altre Regioni la realizzazione di progetti segue un andamento irregolare, quale fenomeno sporadico, piuttosto poco esteso. Per maggiore chiarezza si ricorre ad una tabella ove sono schematizzati quelli che si potrebbero definire i “numeri” della ricerca (incluse Toscana ed Emilia Romagna di cui si è già detto):




P.R.A.P.

RISPOSTE

OTTENUTE

NUM. ISTITUTI

CON

PROGETTI *

DI CUI:


C. I. A. **

Lombardia






Piemonte e

Valle d’Aosta











Triveneto






Liguria






Emilia Romagna













Toscana






Marche






Lazio






Abruzzo e Molise











Umbria






Basilicata






Campania






Calabria






Puglia






Sardegna








Sicilia






Totale






Tabella n.3

(*) All’interno di alcuni Istituti è stato rilevato più di un progetto

(**)Legenda: C.= concluso; I.= in itinere; A.= da avviare


Come si vede bene da questi dati, in nessuna altra Regione si verifica la coincidenza tra alto numero di risposte, dunque un campione quasi del 100%, ed altrettanto alto numero di progetti, con la sola eccezione dell’ Umbria che come si nota ha però, la caratteristica di avere un numero contenuto di carceri rispetto a molte altre Regioni, stesso dicasi nel caso delle Marche. Si evidenzia questo poiché naturalmente le difficoltà incontrate nelle Regioni con un grande numero di Istituti, ed in particolar modo se tra questi ve ne sono di dimensioni notevoli, si pensi al S. Vittore di Milano o al Rebibbia di Roma, non sono state di certo le stesse di quelle in realtà più piccole. Tali difficoltà sono da considerare nel momento in cui si analizzano i dati della tabella sopra riportata, nel senso che non è facile ipotizzare se il motivo di una mancata risposta sia da ricercare in un intasamento del lavoro amministrativo del carcere, piuttosto che nell’assenza di attività di mediazione al suo interno . E’ chiaro che a tale domanda non è possibile dare risposta certa e che le analisi saranno fatte sul materiale effettivamente pervenuto.

Tornando quindi ai dati, si vuole ora focalizzare l’attenzione sulle due Regioni sulle quali le notizie sono più carenti: la Lombardia ed il Lazio (mentre si ricorda per quanto riguarda il Triveneto quanto già esplicato nella nota 1 del Cap. III ). In realtà si tratta di assenze gravi vista l’importanza nodale di queste due Regioni, è nota infatti l’alta percentuale di stranieri, extracomunitari in particolare, presente in queste zone, dove, secondo i dati del Dossier/Caritas 2002, soggiorna ben il 40,3% del totale degli immigrati in Italia, ed in particolare il 23% in Lombardia e il 17,3% nel Lazio. Anche la popolazione straniera detenuta ha poi, percentuali sostenute: in particolare la Lombardia ha il numero più alto di detenuti stranieri delle altre Regioni, cioè il 15,4% del totale di detenuti stranieri in Italia (e ben il 33% circa del totale di detenuti negli Istituti della Regione stessa), mentre il Lazio ne risulta avere il 12,7% ( e rispetto al totale di detenuti nella Regione gli stranieri sono circa il 37%). Si tenga però presente che la Lombardia è la Regione col maggior numero di detenuti (in totale, cioè maschi, femmine e stranieri), circa il 14% del totale di detenuti nel territorio italiano, a seguire la Campania con il 12,5% ca., la Sicilia con l’11% ca., il Lazio risulta invece quarto con il 9,7% ca. (Fonte: elaborazioni dati Annuario ISTAT 2001). In parte tale discorso sarà ampliato trattando dei progetti rilevati nelle singole Regioni, parte a cui si rimanda per un approfondimento .

Dunque nonostante si tratti di zone molto interessanti ai fini della ricerca, purtroppo sono scarsamente rappresentate in essa: solo 4 risposte su 13 nel caso del Lazio, e solo 6 su 17 per quanto riguarda la Lombardia. Le motivazioni come già detto sono molteplici, nonché, si fa notare, che ha di certo inciso in questo caso la modalità di diffusione del questionario (problematica esposta nel par. 1) non effettuata direttamente dal P.R.A.P..

Tolti i due esempi estremi in positivo (Toscana ed Emilia Romagna), i due estremi in negativo (Lazio e Lombardia), nonché i tre casi un po’ particolari, per ragioni diverse, dell’Umbria e delle Marche da un lato (per le quali l’affluenza di risposte è del 100% ma si è detto essere le Regioni con meno Istituti nel territorio), e del Triveneto dall’altro (per le già dette ragioni relative all’autorizzazione del P.R.A.P.), e pure il caso della Basilicata che è l’unica Regione dalla quale non è pervenuta nessuna risposta, nelle restanti Regioni il campione si attesta circa sulla metà degli Istituti presenti, con una percentuale di progetti bassissima, dove addirittura pari a zero come nel caso della Puglia. Questo mette in luce un aspetto che sarà trattato meglio più avanti, ma che può essere qui anticipato: le attività di mediazione non sono ancora frutto di un lavoro coordinato tra istituzioni, si è lontani dal “normalizzarla”, essa è prevalentemente frutto del singolo istituto, ancora fatto eccezionale, non parte del quotidiano, ma piuttosto inserito nelle varie attività del carcere con la caratteristica della saltuarietà o della breve durata.






3. Alcuni dati a confronto


Sempre con lo scopo di approfondire il quadro generale, si vogliono fornire mediante una tabella, i dati relativi alle presenze degli stranieri soggiornanti sul territorio nazionale affiancate a quelle delle presenze negli Istituti di pena. Ciò, si precisa, qualora si volesse cercare una relazione tra quanto la ricerca si promette di rilevare, e cioè il lavoro di mediazione culturale che viene svolto nelle carceri, e la massiva presenza di stranieri nelle stesse (dato inevitabilmente legato alla generica presenza sul territorio, ma non solo ad esso); ovvero verificare se ricorrono alla mediazione solo quegli Istituti in cui il numero di stranieri è fortemente significativo.




ITALIA

PRESENZE STRANIERI SUL TERRITORIO

(soggiornanti)

% SUL TOTALE

DI STRANIERI


TOTALE

DETENUTI


DETENUTI STRANIERI

(dati al 31.5.2002)

% SUL TOTALE DI

DETENUTI


Nord












Centro













Sud e    Isole












Totale











Tabella n.4

Fonte: Dossier/Caritas Immigrazione 2002


Sempre al fine di testare la significatività del campione, si nota che proprio il Nord Italia, dove si riscontra una massiccia concentrazione di stranieri (il 56,8%) ed una corrispondente alta presenza di detenuti stranieri (il 53,5% del totale di detenuti stranieri in Italia), nella ricerca registra la grande assenza della Lombardia ed in pratica delle tre Regioni facenti parte del P.R.A.P. Triveneto (dove si ricorda il campione testato è notevolmente ridotto). Questo elemento rende particolarmente difficile lo studio circa la relazione di cui si è detto.

In ogni caso, analizzando questi dati e confrontandoli con quelli mostrati dalla tabella n.3, si può anticipare, rispetto a quanto si chiarirà nel capitolo successivo, che da quanto rilevato la relazione appena accennata non è poi tanto ovvia: è chiaro infatti, che in molti Istituti proprio l’alta percentuale di stranieri ha rappresentato la premessa per un progetto di mediazione, vissuto come un primo indispensabile tentativo per affrontare, e tentare di risolvere, difficoltà incombenti, e che altri, invece, hanno specificato sul questionario stesso il non aver attivato progetti di mediazione per una percentuale particolarmente bassa di detenuti stranieri al loro interno. Ma è altrettanto vero che in altre realtà, la necessità di un lavoro mirato e specifico per i detenuti di altre nazionalità, non parte necessariamente da un’ urgenza quantitativa. E’ facile in ogni caso immaginare che in un’ “istituzione produttrice di disagio” come può essere il carcere, non è il numero che fa la differenza, ciò nel senso che difficoltà di integrazione o la necessità di facilitare e rendere concretamente possibile l’accesso ai diritti, possono interessare, e di fatto investono, ogni singolo detenuto e gli interventi in tal senso dovrebbero prescindere dal numero di soggetti a cui sono diretti, fermo restando un incontestabile principio di uguaglianza.

Ma, al di là di tali considerazioni, quello che più è fortemente emerso dal lavoro, è che essendo il discorso sulla mediazione un qualcosa di estremamente poco definito e da poco inserito, e in modo del tutto particolare, nell’organigramma delle attività degli Istituti, l’affrontarlo dipende da fattori assai diversi tra loro. Mentre laddove ci sono Istituti molto grandi, con presenze che sfiorano il 60% di stranieri, sono spesso le Istituzioni, gli stessi Enti Locali a muoversi, (sempre strettamente connessi alle associazioni che più sono presenti nella realtà delle singole carceri), e non solo nel senso di promuovere, ma anche di finanziare dei progetti, invece nelle realtà più piccole, laddove non c’è un fattore “evidenza”, che esistano o meno dei progetti può dipendere anche, e solo, ad esempio, dal lavoro di un singolo operatore. E’ chiaro che quanto vissuto in un carcere è pur sempre una riproduzione, anche se estremizzata e problematica, di quanto accade fuori: in tal senso le realtà locali che più fanno per l’integrazione, o dove proprio vi è un buon livello di integrazione, sono quelle che hanno una rete di servizi esterna forte, attiva, enti che sostengono e lavorano per l’inserimento degli immigrati. Dove accade questo, tali attività permeano anche la struttura carceraria, se non altro per la maggiore sensibilizzazione al fenomeno e quindi la maggiore predisposizione all’aiuto e all’apertura di tutta la comunità d’accoglienza, fuori e dentro le mura del penitenziario.


4. Problematiche relative agli aspetti strutturali dei progetti


Già si è detto, nel paragrafo relativo alla descrizione del questionario, come sono state strutturate le domande per rilevare il dato circa la configurazione di un progetto, qui si vogliono illustrare alcune problematiche, insite nella stessa complessa catena di passaggi in cui un progetto si articola, da tenere presenti quando si vanno a studiare le singole iniziative realizzate.

Si vuole iniziare dal chiarire i ruoli dei diversi soggetti interessati dalla realizzazione di un progetto, che sono in sostanza, quelli già accennati in relazione alla descrizione del questionario. Il fine di tale semplificazione, è quello di precisare cosa significhi o comporti l’assunzione di un determinato ruolo nella realizzazione di un progetto, (esserne ad esempio titolare o soggetto attuatore), e quali i problemi che in tal senso possono riscontrarsi.

Innanzitutto la titolarità del progetto spesso, ed in pratica, coincide con chi rende possibile il finanziamento: per un esempio, un Ente Provincia richiede alla propria Regione i fondi per finanziare un determinato progetto, in questo caso la suddetta Provincia ne deterrà la titolarità. Ciò implica naturalmente, che l’Ente in esempio condivide finalità e contenuti dell’iniziativa, ma non anche che a questa abbia dato vita. La titolarità, insomma, non investe necessariamente, anzi quasi mai, la “creazione” del progetto, l’idea stessa da cui esso si sviluppa. Più spesso tale coincidenza si registra con chi del progetto è soggetto attuatore; anche questo non è un dato valevole per tutte le situazioni, ma si è riscontrato essere verità frequente. Per un altro esempio che chiarisca cosa si vuole intendere, si prenda una Associazione ONLUS che si occupi della stesura di un progetto da realizzare dentro un determinato Istituto Penitenziario, in tal caso si rivolgerà alla Direzione di questo, le chiederà l’approvazione nonché i fondi per realizzarlo; in questo caso l’Istituto suddetto assume la titolarità del progetto, mentre l’Associazione, qualora lavori essa stessa alla realizzazione del progetto, risulterà essere il Soggetto attuatore. Ma può ulteriormente accadere che il promotore di un’iniziativa non ne sia allo stesso tempo l’attuatore, anche se già questo è meno frequente, perlomeno nei casi di cui la ricerca si occupa: vengono ad esempio coinvolti degli esperti che, per tornare all’esempio di poco fa, “dipendono” dall’Associazione, non ne sono membri, ma vengono stipendiati per il lavoro che svolgono. In tali casi di norma, nei progetti qui analizzati, l’Associazione in esempio partecipa con propri fondi alla realizzazione, o li richiede essa stessa, ricoprendo in tale ipotesi, il ruolo di titolare dell’iniziativa suddetta, ma al contempo è colei che ha ideato il progetto, se si potesse usare tale espressione in questo caso, ne ha la “paternità”.

Una chiarificazione occorre anche per il discorso relativo ai fondi utilizzati: si tenga presente che nella stragrande maggioranza dei casi, per realizzare i progetti di mediazione, si ricorre ai fondi previsti ex art. 127, co. 1 del DPR 309/90, cioè stanziati dallo Stato a norma della legislazione in materia di droga, e dunque per sostenere le iniziative a favore del recupero dei tossicodipendenti. A tal proposito bisogna dire che tra la popolazione immigrata detenuta, la percentuale di tossicodipendenti è molto alta, secondo i dati forniti dall’Istat, è pari al 26% dei detenuti, e la stessa percentuale è valida per i detenuti italiani. Ma il ricorrere a tale normativa, spesso, è strada obbligata, trattandosi degli unici fondi concretamente disponibili ed utilizzabili qualora si voglia attuare un progetto di mediazione. Non tutte le realtà regionali si equivalgono, laddove una Regione, ma anche una Provincia, nell’ambito delle attività aventi come destinatari gli Istituti penitenziari (si veda per un esempio, la C.C. di Como, o il caso Emilia – Romagna), quindi in specie un Assessorato alle politiche sociali, stanzia dei fondi, questi a buon titolo sono investiti in un progetto di mediazione in carcere. Laddove manchi tale disponibilità, rappresenta una valida risorsa, se non una scelta obbligata, il DPR 309/90. Non stupisca, dunque, il frequente richiamo a quest’ultimo che nello scorrere i singoli progetti si potrà ampiamente verificare (e sia detto che laddove il richiamo esplicito ai fondi utilizzati manca, spesso viene sotteso proprio il richiamo a tale legge).

Altro discorso comporta l’accesso al “Fondo Nazionale per le politiche migratorie”, previsto dall’ art. 45 del D.lgs. 286/98, la cui regolamentazione cambia a seconda dei contesti regionali: ad esempio, in alcune realtà, vedi la Lombardia, le Associazioni, così le Cooperative e altri enti no profit, vi possono accedere direttamente, altrove l’accesso è veicolato dalla Regione di appartenenza. Spesso, inoltre, la suddette Associazioni, oltre a fare ricorso a fondi propri, che di frequente coprono una piccola parte del costo complessivo del progetto, possono rivolgere richieste di contributo ad Enti, quali le stesse Regioni, ma anche i Comuni, a seconda delle leggi vigenti, che visto il decentramento amministrativo,possono variare, e di fatto variano molto anche da Comune a Comune, incidendo ovviamente, sulle difficoltà da affrontare qualora si voglia realizzare un determinato progetto.

Infine, stando ai progetti rilevati dalla ricerca, è possibile riscontrare un ulteriore aspetto, cioè che laddove i soggetti sono tanti, la divisione ed individuazione delle proprie competenze ha creato diversi problemi, a volte rallentando la concreta realizzazione e, in tali casi, il lavoro di coordinamento assume un ruolo fondamentale. E’ altrettanto vero, però, che maggiore efficacia nei risultati si è riscontrata proprio in quelle iniziative in cui i soggetti coinvolti spaziavano, per dire, dal Comune di appartenenza, ad Enti di formazione, ad Associazioni specificatamente attente alle problematiche inerenti l’immigrazione, nonché, ovviamente, all’Istituto penitenziario stesso: enti differenti, dalle finalità disomogenee ma investite tutte dall’emergenza immigrazione, e tutte coinvolgibili per aspetti diversi di un unico problema. Risulterà sempre più evidente e chiaro nel corso della trattazione quanto più è connesso il “dentro” e il “fuori”, cioè più è presente un lavoro di rete fra istituzioni, più la mediazione è possibile e, affatto concetto astratto, si trasforma in pratica efficacemente risolutiva di grosse problematiche.










Si ha infatti notizia di alcuni Istituti che non hanno fatto pervenire il questionario proprio per il motivo appena accennato, nonostante sia stata esplicitata la volontà di ricevere anche le risposte negative, queste facenti parte integrante della ricerca.

Cfr. cap. IV.

Cfr. GOUSSOT A., Materiale e riflessione sui seminari regionali: carcere, mediazione e immigrazione, in “Mediazione carcere immigrazione”, Documentazione e materiale di riflessione dei seminari regionali svolti a Bologna, Bologna, Ed. Lo Scarabeo 1998.

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