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Determinismo, indeterminismo e liberta’ umana




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DETERMINISMO, INDETERMINISMO e LIBERTA’ UMANA

Si definisce determinismo quella concezione per cui in natura nulla avviene a caso ma tutto accade secondo ragione e necessità. Il determinismo esclude qualsiasi forma di casualità nelle cose ed individua una spiegazione di tipo fisico per tutti i fenomeni, riconducendola alla catena delle relazioni causa-effetto. Al contrario chiamiamo indeterminismo quella concezione che ammette l’esistenza in natura di eventi non determinati da cause precedenti, che pertanto risultano imprevedibili e frutto del caso.



L’uso abituale di questa terminologia è piuttosto recente; essa risale al 1927, anno in cui viene formulato il famoso “principio di indeterminazione” ad opera di Werner Heisenberg (1901-1976). Nonostante queste categorie vengano applicate principalmente all’ambito d’indagine scientifico, esse implicano anche problemi di natura filosofica che, come tali, sono molto più antichi e investono campi ben più vasti dell’interpretazione della meccanica quantistica o delle teorie fisiche in genere. Tali problemi pongono, in particolare, interrogativi a riguardo della libertà decisionale dell’uomo o dell’azione divina. Questo genere di questioni è stato uno dei temi centrali e più controversi della storia del pensiero, sia antico che moderno. Pertanto, per una corretta comprensione del rapporto tra determinismo e indeterminismo, è necessario un approccio interdisciplinare che ne formuli e ne metta a confronto i termini, sia dal punto di vista scientifico che da quello più propriamente filosofico e teologico.

Dal determinismo meccanicista all’indeterminismo quantistico

I  mutamenti verificatisi nel campo delle scienze a partire dal XVII secolo e la conseguente nascita della scienza moderna influiscono in modo determinante sull’elaborazione di una visione del mondo di tipo meccanicista. Essa concepisce la natura come una macchina perfetta il cui funzionamento si basa su pochi fondamentali principi, primo fra tutti quello di causalità. Con sufficiente studio la scienza può determinare esattamente il modo in cui opera questa grande macchina e, una volta capito, lo può controllare, poiché ogni effetto corrisponde ad una determinata causa. Tale punto di vista è ben esemplificato dall’opera di Newton (1642-1727) e dalle leggi matematiche da lui elaborate per descrivere i moti dei corpi nello spazio, che divengono la base della fisica classica. Essa, tra le altre cose, prevede che lo scienziato sia un osservatore distaccato dall’oggetto di studio, sul quale non ha nessuna influenza. Questa visione meccanicistica della realtà, secondo cui i corpi interagiscono tra loro in base ad una legge di causalità necessaria e rigorosamente determinabile sul piano matematico, verrà accettata per i successivi 200 anni.

Tra la fine del 700 e l’inizio dell’800 si fa sempre più strada l’idea che la scienza fisica sia in grado di prevedere lo stato futuro dell’universo a condizione di conoscerne lo stato presente: è il trionfo del determinismo meccanicista, di cui Pierre-Simone de Laplace, nell’introduzione alla sua Teoria analitica delle probabilità (1812), dà la formulazione più celebre: ogni stato è l’effetto del suo stato anteriore e la causa del suo stato futuro; più aumenta la nostra conoscenza delle cause, più esauriente è la previsione degli effetti; un’intelligenza superiore che conoscesse in un dato istante posizioni, velocità e forze agenti relative a tutti i corpi dell’universo potrebbe determinare con precisione assoluta il comportamento passato e futuro della macchina del mondo. Per l’uomo questo tipo di conoscenza è impossibile: egli si deve accontentare di conoscenze approssimate, di previsioni solo probabili. L’uso del calcolo probabilistico, però, non conduce ancora a dubitare (come invece accadrà un secolo più tardi) dell’esistenza di un determinismo rigido in natura.

Nel corso dell’800, sotto l’influsso del clima positivista e della sua concezione di un mondo ordinato secondo leggi necessitanti, il meccanicismo si estende addirittura a campi e settori nuovi, quali la chimica, la biologia e la fisiologia.

Eppure, proprio nel momento in cui sembra aver toccato il suo apogeo, il meccanicismo, in seguito ai nuovi sviluppi della fisica della seconda metà del XIX secolo, viene investito da questioni del tutto nuove, che ne mettono in crisi gli stessi presupposti: ad esempio, in termodinamica, con l’affermarsi dell’idea anti-meccanicistica dell’entropia; oppure, nell’elettromagnetismo, con la teoria del campo elettromagnetico di James Clerk Maxwell e il suo sforzo di unificare in un sistema di equazioni i fenomeni elettrici, magnetici, luminosi. Tali sviluppi rendono sempre più problematica la collocazione nel modello meccanicista di fenomeni nuovi e conducono gli scienziati a realizzare vari accomodamenti che permettano di non abbandonare gli elementi essenziali del meccanicismo; tali ipotesi di soluzione verranno smentite dalla scienza successiva. E’ il caso dell’etere ipotizzato da Maxwell, una sostanza immobile capace di sostenere la propagazione di onde elettromagnetiche, che, secondo la concezione meccanicista, veniva considerata impossibile nel vuoto.

Proprio l’ambiguità di alcuni concetti adottati acriticamente dalla scienza viene messa in evidenza dal fisico e filosofo Ernst Mach (1838-1916), teorico dell’Empiriocriticismo, che pone in evidenza il carattere metafisico della concezione meccanicistica della natura. Essa si avvale di concetti (primo fra tutti quello di causa) per i quali si è dimenticato come si è giunti ad essi e che non risultano fondati empiricamente. La pretesa che queste nozioni risultino perennemente valide equivale all’affermazione, del tutto ingiustificata, che l’esperienza non potrà in alcun modo subire arricchimenti tali da suggerire nuove categorie, diverse da quelle costituitesi in una fase antecedente della ricerca. Questa riconsiderazione critica del concetto di causa anticipa la messa in discussione, per opera di scienziati e filosofi novecenteschi, di alcuni capisaldi teorici del meccanicismo. Il fine di Mach, però, non è quello di negare valore alla scienza newtoniana, ma di correggerne alcuni gravi difetti che ne frenano lo sviluppo e di denunciare le ipotesi metafisiche tacitamente accolte dalla fisica classica. Il concetto di causa viene ricondotto a quello di funzione, cioè alla relazione matematica che è possibile determinare tra diversi fatti.

L’opposizione di Mach al meccanicismo si inserisce in una più generale revisione del Positivismo che caratterizza tutta la cultura filosofico-scientifica europea di fine 800, e a cui prende parte anche Emile Boutroux (1845-1921), le cui argomentazioni, però, si spingono oltre ed arrivano a mettere in discussione la stessa razionalità scientifica. Boutroux infatti, oltre a voler vanificare la pretesa positivistica di mostrare che il reale è soggetto a leggi deterministiche, intende svuotare di ogni valore oggettivo le leggi scientifiche. Secondo Boutroux la scienza moderna ha ammesso l’esistenza di un punto di coincidenza tra il mondo sensibile e il mondo matematico ed ha considerato le cose come determinazioni particolari delle stesse essenze matematiche. Noi, pertanto, “crediamo che tutto sia necessariamente determinato perché crediamo che tutto sia, in fondo, matematico”. In realtà, la scienza si limita soltanto a supporre che l’essenza delle cose sia esclusivamente matematica: l’ordinamento matematico dei fenomeni è solo un’ipotesi comoda per la conoscenza. Il fondamento della legge scientifica è invece soltanto empirico; tale legge raggiunge una determinazione maggiore del legame matematico, ma non stabilisce rapporti necessari: necessità e determinazione, per Boutroux, sono dunque cose distinte. Il principio di causalità, su cui si fonda la visione meccanicistica e deterministica del mondo, perde il suo valore.

I principi della meccanica newtoniana vengono messi a dura prova, nel 1905, dalla formulazione della teoria della relatività ad opera di Albert Einstein, ma il loro definitivo declino si ha negli anni ’20 e ’30, quando la teoria quantistica della materia distrugge completamente l’edificio della fisica classica – inadeguata a spiegare il mondo microscopico – e, con essa, anche la concezione deterministica su cui poggiava, aprendo la strada all’indeterminismo.

A mettere in discussione il modello meccanicistico è innanzitutto la teoria dei quanti di energia formulata da Max Planck. Planck scopre che l’emissione e l’assorbimento delle radiazioni elettromagnetiche non avvengono in modo continuo (come era stato precedentemente postulato), ma secondo quanti di energia, che hanno carattere discontinuo, sono proporzionali alla frequenza delle radiazioni e non possono essere inferiori ad una certa costante (costante di Planck), della quale sono sempre multipli. Questa nuova scoperta mette in questione la teoria ondulatoria della luce affermatasi alla fine dell’800 con Maxwell. La fisica si trova in una situazione inedita e paradossale: due nozioni della materia tra loro incompatibili (ondulatoria e corpuscolare) fanno da sfondo a due spiegazioni della stessa classe di fenomeni fisici. La realtà non si presenta più secondo quella unitarietà, oggettività, ed univocità che pretendeva il Positivismo.



Il fisico Niels Bohr suggerisce di adottare il principio di complementarità, per il quale entrambi i modelli di spiegazione (ondulatorio e corpuscolare) sono ritenuti validi, ciascuno per un determinato tipo di fenomeni. Emerge comunque la necessità di adottare nuove categorie nella descrizione del mondo a livello microscopico.

A scardinare il modello meccanicistico nella microfisica è però soprattutto il principio di indeterminazione di Heisenberg (1927). Esso afferma che, a causa dell’interferenza prodotta dall’osservazione (in particolare dall’energia luminosa impiegata) è impossibile calcolare, nello stesso tempo, la posizione di una particella e la sua velocità; tutto ciò che si può fare è determinare la probabilità che la particella si trovi in un punto anziché in un altro, oppure abbia una velocità invece che un’altra; sul comportamento della particella si possono cioè fare solo previsioni probabili e calcoli statistici. L’indeterminismo, per Heisenberg, non è dovuto all’impossibilità pratica di accedere a tutte le informazioni necessarie per la conoscenza deterministica del moto delle particelle, ma si configura piuttosto come una legge fondamentale ed universale della natura: l’indeterminazione quantistica corrisponde ad una indeterminazione di natura. Con la nuova fisica delle particelle muta dunque l’idea stessa di realtà: al posto delle certezze di un tempo, ora regna l’indeterminatezza, la casualità. I movimenti apparentemente casuali delle particelle subatomiche non si possono più spiegare nei termini della vecchia meccanica. In seguito a questi sviluppi non pochi filosofi ritengono definitivamente sepolto il modello della determinazione causale

Molti fisici, invece, (primo fra tutti Einstein, secondo cui “Dio non gioca a dadi con il mondo”) rifiutano l’idea che l’indeterminazione sia una caratteristica intrinseca della realtà. Il loro ragionamento consiste nell’affermare che anche a livello microscopico la realtà fisica continua ad essere deterministica, solo che non possiamo conoscere con precisione i valori delle variabili di stato e quindi siamo costretti a una descrizione probabilistica. Nel momento in cui noi conoscessimo questi fattori potremmo fornire una descrizione dell’universo completamente deterministica: questa corrente di pensiero viene denominata indeterminismo soggettivo o statistico.

A criticare l’interpretazione data da Heisenberg alla meccanica quantistica sono anche Max Planck ed Erwin Schrödinger, che hanno difficoltà ad accettare una teoria che prospetta un universo senza leggi affidabili. Secondo loro la posizione sostenuta da Heisenberg porterebbe ad una negazione totale non solo della scienza, ma, in ultima analisi, dello stesso pensiero razionale. Se non ci sono causa ed effetto diventa infatti impossibile prevedere e spiegare qualsiasi cosa. Anzi, partendo da queste considerazioni si può addirittura arrivare a dubitare dell’esistenza di ogni cosa al di fuori di noi e dei nostri sensi. Il contributo di Heisenberg alla fisica è comunque indubbio, quello che viene messo in discussione sono piuttosto le conclusioni filosofiche che egli ha tratto dalla meccanica quantistica.

Il caso

In seguito agli sviluppi conseguenti al crollo del sistema della fisica classica, il problema del caso, nonostante le perplessità di molti, si affaccia comunque prepotentemente nel panorama sia scientifico che filosofico.

Il caso è sempre sembrato costituire, nella storia del pensiero, un concetto estraneo alla scienza, cioè all’esigenza di stabilire leggi universali e necessarie per le singole classi di fenomeni. L’ordine stesso della natura, infatti, ha sempre portato a rifiutare l’idea di un mondo “fatto a caso”, dominato dall’imprevedibilità e dall’indeterminazione.

Ad affrontare la questione è, in particolare, il biologo francese Jacques Monod (1910-1976). Nella sua celebre opera Il caso e la necessità (1970), egli afferma che gli eventi iniziali di un processo evolutivo (dunque le modificazioni del codice genetico) sono casuali, fortuiti, determinati da errori di trascrizione dovuti prevalentemente a perturbazioni di natura quantistica. Tuttavia, nel momento in cui la modifica nella struttura del DNA si è verificata, essa viene inevitabilmente e fedelmente riprodotta in moltissimi esemplari dal sistema di replicazione dell’organismo stesso, che opera con rigorosa necessità. Al totale indeterminismo posto alla base dell’origine delle mutazioni, Monod associa una concezione rigidamente meccanicistica riguardante la selezione naturale, che agisce sulle mutazioni stesse allorché l’organismo si confronta concretamente con un determinato ambiente.

Diverso è lo scenario descritto da Ilya Prigogine (1917-2003). Anch’egli afferma che “nei processi di auto-organizzazione sia il caso che la necessità giocano un ruolo essenziale”, ma, a differenza di ciò che pensavano i fisici prima della scoperta dell’entropia (e cioè che nella natura uno stato d’equilibrio si identifichi con l’ordine e l’organizzazione della materia), ritiene che nei sistemi dissipativi (ad esempio i vortici) ad alto livello d’entropia l’ordine si manifesti quando essi si trovano lontani dall’equilibrio. L’aumento dell’entropia può aprire infatti la prospettiva dell’emergere del nuovo e dell’imprevedibile all’interno dell’universo; questa rottura di equilibrio può portare poi all’insorgere di nuove forme di organizzazione. Il tempo si configura allora come irreversibile e, poiché è impossibile risalire alle condizioni originarie, viene meno la determinazione di una qualsiasi catena causale: compare un elemento di indeterminazione che è proprio della realtà e non connesso alla nostra ignoranza riguardo le variabili in campo.

La questione relativa al caso e alla casualità affascina anche numerosi scrittori ed occupa dunque ampio spazio all’interno della letteratura. A farsi interprete di tale problema è in particolare, nel primo Novecento, Luigi Pirandello (1867-1936). Lo scrittore siciliano denuncia l’assurdità della condizione umana, fissata in schemi rigidi e precostituiti, a cui tenta di contrapporre il sentimento della casualità e dell’imprevedibilità, che fa saltare ogni idea di mondo ordinato e coerente. Nella novella La trappola (1915) l’autore afferma: “La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco”; essa è “un flusso che non si arresta mai”, che spezza ogni forma stabile e che non ha al suo interno una logica che dia un senso e una giustificazione razionale agli eventi. Non vi sono nessi causali che regolano il mondo, ma tutto è dominato dal caso, di cui i protagonisti delle opere pirandelliane sono vittime impotenti e disorientate. Accade, in genere, che una situazione apparentemente “normale” si incrini irrimediabilmente in seguito a un evento fortuito, che permette ai personaggi di spalancare gli occhi sulla propria condizione alienata, consentendo loro uno sguardo esterno, carico di una rinnovata consapevolezza, sulla propria vita. E’ questo ciò che succede, ad esempio, a Vitangelo Moscarda, protagonista del romanzo Uno, nessuno e centomila, o all’impiegato Belluca, la cui vicenda è narrata della novella Il treno ha fischiato. Solo in questi momenti eccezionali e casuali l’uomo è in grado di cogliere un mondo spogliato dalle convenzioni e dai ruoli fissi in cui è imprigionata la vita. Si tratta (come Pirandello stesso afferma nel saggio L’umorismo) della vertigine di un attimo, irrimediabilmente superata dal ritorno “alla coscienza normale delle cose”, e destinata tuttavia a mutare profondamente i rapporti fra l’”io” e il mondo.

Ci troviamo di fronte alla tecnica dell’epifania, adottata negli stessi anni anche dallo scrittore irlandese James Joyce: parole, oggetti, eventi o situazioni particolari possono condurre il personaggio ad una rivelazione improvvisa e del tutto casuale di una realtà nascosta.

Il libero arbitrio




Il problema della necessità o della contingenza degli eventi (e quindi della disputa tra concezione deterministica e indeterministica della realtà) si è sempre presentato in stretta connessione con quello della libertà umana.

Il libero arbitrio è la capacità che intuiamo dentro di noi di decidere tra diverse possibilità d’azione e di far divenire reale una di esse, in modo che la scelta che facciamo possa dirsi veramente nostra.

Sin da quando Newton formulò le leggi della meccanica classica furono in molti a dire che il libero arbitrio era morto. Se infatti, come sosteneva la visione deterministica, ad ogni tipo di causa seguisse necessariamente un effetto univoco, allora non vi sarebbe alcuna possibilità di libera scelta per l’uomo.

Eppure l’uomo fa continuamente esperienza della propria libertà interiore e si rende conto di poter intervenire in qualche modo sul corso degli eventi attraverso atti di volontà. Il problema che si è presentato dunque nella storia del pensiero è stato quello di individuare un punto di vista che renda compatibile l’apparente determinismo del mondo e la possibilità di esistenza del libero arbitrio umano.

La nascita della meccanica quantistica sembra fornire una soluzione adeguata a tale problema. Il calcolo probabilistico, su cui si fonda la nuova fisica dei quanti, potrebbe infatti lasciare margini di libertà all’uomo, mantenere aperto davanti a lui un certo ventaglio di possibilità (seppur limitate). Inoltre, attribuendo un ruolo centrale all’osservatore, la meccanica quantistica sembra concedere agli esseri umani la capacità di influenzare in qualche modo il mondo. Se poi si accetta la conseguenza più estrema del principio di indeterminazione, ovvero la negazione totale dei rapporti di causalità, si può arrivare a sostenere la piena ed assoluta libertà dell’uomo, la sua autonomia rispetto qualsiasi tipo di vincolo. Nasce però il rischio che la libertà, in quanto ancorata all’indeterminismo, coincida, in ultima analisi, con la mera casualità, che della libertà è in realtà la negazione; se gli avvenimenti sono casuali non possiamo, infatti, averli determinati noi coscientemente.

Il problema del libero arbitrio, come si può vedere, è dunque molto complesso, ma, al contempo, di fondamentale importanza, poiché vi è in gioco l’immagine dell’uomo come creatura capace di autonomia e di responsabilità morale. Esso ha dato origine a un complesso dibattito filosofico nel quale si possono distinguere, sostanzialmente, tre correnti principali:

1)     Il determinismo incompatiblista nega il libero arbitrio in quanto tutto è soggetto alla legge di causalità, a cui gli uomini non fanno eccezione. La libertà della scelta sarebbe dunque una mera illusione: ci sentiamo liberi semplicemente perché non siamo consapevoli di tutti i fattori che ci determinano. In realtà le azioni umane sono tutte determinate causalmente dalle condizioni genetiche, psicologiche e sociali da cui l’agente dipende strettamente.

Questo punto di vista è tipico del Positivismo, che costituisce il retroterra filosofico della letteratura Naturalista, sviluppatasi in Francia verso la fine dell’800. Gli scrittori che si definiscono naturalisti teorizzano la necessità di indagare i rapporti di causa-effetto che legano le azioni umane, per poter descrivere fatti di cronaca e spaccati di vita vera (tranches de vie) in modo scientifico, impersonale e neutro. Per fare questo essi riprendono direttamente le tesi sostenute nel 1858, in un saggio su Balzac, dallo storico della letteratura Hippolyte Taine. Egli ritiene infatti, con un determinismo radicale, che tutte le manifestazioni dell’uomo, anche quelle apparentemente più libere come la creazione artistica, siano rigidamente determinate da tre fattori principali: la race (la razza), le milieu (l’ambiente nel quale è vissuto l’individuo) e le moment (l’influenza del momento storico). A fare sue queste tesi è, in particolare, Émile Zola (1840-1902), che nel saggio Il romanzo sperimentale (1880) codifica nitidamente i precetti del Naturalismo, ispirandosi anche al metodo sperimentale adottato dal fisiologo francese Claude Bernard.

Ancor prima anche Arthur Schopenahuer (1788-1860) aveva sostenuto l’impossibilità per il singolo di dirsi libero. Secondo Shopenahuer sostenere che l’uomo è libero è semplicemente risibile; libera è solo la Volontà, forza cieca e irrazionale collocata al di fuori del mondo fenomenico (caratterizzato dalla causalità e dal determinismo) e perciò fuori dall’uomo, che ad essa, cioè alle pulsioni profonde che lo attraversano, è totalmente asservito. La libertà non è negata, ma piuttosto proiettata in una dimensione universale. Solo l’estinzione della volontà attraverso l’ascesi (nolontà), restituisce all’individuo una sorta di libertà, ma una “libertà del nulla”.

2)     Il libertarismo, sfruttando l’indeterminismo proposto dalla meccanica quantistica, sostiene l’esistenza di eventi non determinati e, quindi, la libertà dell’uomo nell’agire.

La libertà di scelta e di decisione per l’uomo viene rivendicata, in particolare, da Søren Kierkegaard (1813-1855). Essa viene posta a fondamento delle scelte radicali che l’uomo si trova drammaticamente ad affrontare nel corso dell’esistenza, in cui ne va del suo stesso destino. L’esistenza sta tutta nello spazio della possibilità: è contingenza, opportunità di scelta, e dunque anche rischio, perché in ogni scelta mettiamo in gioco noi stessi. Essa, quindi, si accompagna sempre all’angoscia. Tale prospettiva è recuperata, un secolo più tardi, dalla cosiddetta filosofia esistenzialista, in particolare da  Jean-Paul Sartre (1905-1980). Secondo il filosofo francese la libertà è l’aspetto costitutivo della condizione umana: “L’uomo è condannato ad essere libero”. L’esistenza è progetto, scelta continua e soprattutto assunzione di responsabilità, non solo per sé stessi ma per tutti gli uomini. Il senso di responsabilità che ogni scelta comporta determina, inevitabilmente, angoscia.

A sostenere la libertà umana è anche la filosofia spiritualista, che si configura soprattutto come tendenza critica nei confronti della scienza e della concezione positivistica della realtà. Il maggiore esponente di tale corrente è Henri Bergson (1859-1941), che approda ad una radicale messa in discussione del meccanicismo e del determinismo. Egli ritiene che la vita sia slancio, progresso, creatività infinita, imprevedibile e continua produzione di una varietà di forme; essa è dominata da un elemento di indeterminismo che ne caratterizza la spiritualità (contrapposta alla meccanicità positivista). Lo slancio originario della vita è alla base della libertà dell’uomo, che, però, sembra affermarsi solo quando riesce a prevalere sulle tendenze frenanti e “parassitarie” formatesi nel tempo attraverso la sovrapposizione di credenze, ideologie ed abitudini. Ciò può avvenire soltanto all’interno di una società aperta, nella quale predominino lo slancio e l’iniziativa degli individui e si sviluppi una vita multiforme, ricca e aperta al progresso.

Anche Karl Popper (1902-1994) ritiene che alla base della ricchezza del mondo vi sia un sostanziale indeterminismo, che giustificherebbe la libertà dell’uomo; essa si configura soprattutto come creatività, cioè come un elemento inspiegabile dal punto di vista deterministico. La creatività permette all’uomo di intervenire nel mondo, di immettervi qualcosa di nuovo, rendendo concreti i prodotti della sua mente. Un esempio sono le invenzioni umane: “nella nebulosa primitiva – bilioni di anni fa – un’auto, un aereo o cose del genere non erano già predeterminate o precostituite, ma esse sono venute nel mondo fisico solo ad opera dello spirito umano”. Dunque, usando le parole del filosofo, “il nostro futuro è aperto”, ossia libero, non determinato.



3)     Il compatibilismo sostiene la compatibilità del determinismo con il libero arbitrio: anche se gli accadimenti dell’universo sono determinati da leggi precise, la volontà umana è comunque libera.

A sostenere la coesistenza di causalità e libertà è, per prima, la filosofia epicurea, di cui si fa portavoce presso la cultura romana Tito Lucrezio Caro (I sec. a.C.), con la sua opera De Rerum Natura. Il libero arbitrio pareva agli epicurei evidente, dal momento che l’uomo è in grado di valutare le situazioni e di operare scelte ragionate. Ma la concezione dell’universo epicurea, fondata sulla aggregazione degli atomi nello spazio vuoto, è strettamente materialista e meccanicista. Ecco allora che viene introdotto il concetto di clinamen, una deviazione casuale ed imprevedibile degli atomi dalla loro traiettoria causalmente determinata. Il movimento eterno del mondo è dunque regolato, in parte, da una catena deterministica di relazioni causa-effetto, ma in parte è frutto anche del caso, svincolato dalle leggi ferree della natura. La conseguenza capitale del clinamen in sede etica è la giustificazione della libertà nell’agire, in quanto viene spezzata la necessità del mondo.

Determinismo religioso e libertà

La complessa questione relativa alla libertà umana è stata ampiamente discussa anche in sede religiosa. In particolare, la dottrina della predestinazione, il corrispettivo teologico del determinismo, sembra escludere l’esistenza del libero arbitrio. Ma poiché moralità e astensione dal peccato sono elementi fondamentali di ogni insegnamento religioso, com’è possibile che gli individui siano moralmente responsabili se si accetta la predestinazione?

Cicerone (106-43 a.C.), nella sua opera filosofica intitolata De Fato, tenta di fornire una risposta adeguata a questa delicata questione. Egli, riprendendo la complessa teoria stoica sulla libertà, volta a sfuggire alla necessità e, insieme, a mantenere il fato, distingue tra cause principali e cause prossime. Le cause principali operano attraverso una catena di cause secondarie, fino a quelle che sono più prossime e che agiscono direttamente sul singolo oggetto della nostra osservazione. Anche gli eventi ritenuti casuali (in quanto non sembrano avere una causa diretta), sono comunque determinati da un livello superiore della catena delle cause. L’azione divina dunque, anche attraverso eventi casuali, orienta ogni cosa. Ma il fato non esclude comunque la contingenza, la fortuna e il caso, che agisce mediante l’azione delle cause prossime. Cicerone assume dunque un atteggiamento di netto rifiuto nei confronti di quelle teorie fatalistiche che finiscono per vanificare ogni forma di libero arbitrio nell’uomo. Questa visione verrà poi ripresa, anche se in ottica cristiana, da Tommaso d’Aquino (1221-1274): “Tutte le cose che accadono, se si riferiscono alla Prima Causa divina, sono ordinate e non esistono accidentalmente, anche se rispetto ad altre cause secondarie possono dirsi per accidens” (In VI Metaph., lect.3).

Conclusioni

Come si vede, la riflessione filosofica e teologica attorno al concetto di libertà ha occupato un posto di primo piano nell’evoluzione della storia del pensiero occidentale, senza però sostanzialmente scostarsi dall’antinomia tra determinismo e indeterminismo. Tale antinomia si presenta in stretta correlazione ad un problema di ordine scientifico. Sarebbe tuttavia ingenuo voler ritenere che la conoscenza scientifica possa dare una descrizione esaustiva e definitiva della natura. Essa procede per modelli che ci permettono di cogliere qualcosa di reale e di profondo della realtà in cui viviamo e che possono essere resi sempre più gnoseologicamente adeguati rispetto ai nuovi orizzonti che la realtà incessantemente ci pone di fronte, ma che sono appunto modelli e, pertanto, non possono pretendere di raggiungere una conoscenza esauriente ed assoluta, quanto una che potrà dirsi sì definita ma non definitiva. La scienza è dunque certezza, ma parziale. La scelta di un particolare punto di vista equivale alla scelta di un particolare apparato attraverso cui ricavare misure affidabili. Ma ciò non toglie che la realtà possa essere molto più ricca del singolo punto di vista, sia perché l’oggetto analizzato ha molteplici facce, sia perché può essere celato in un contesto variabile, la cui variabilità molto ha a che fare con ciò che è il soggetto e la sua visione della vita. La realtà che l’uomo incontra si presenta di una ricchezza inesauribile ed ogni evento è sempre più ricco dei simboli concettuali entro cui si tenta di imprigionarlo.

Forse l’unica, vera scappatoia all’incubo del determinismo che domina l’uomo consiste, dunque, nel cambiare semplicemente prospettiva. Il problema è che necessità e caso vengono per lo più considerati come opposti assoluti, che pertanto si escludono a vicenda. In questo modo si arrivano ad avere due punti di vista contrapposti, nessuno dei quali è sufficiente a spiegare e comprendere la complessità del reale. Bisognerebbe dunque smettere di considerare la questione in modo strettamente dualistico e cercare di pensare al mondo come ad una totalità priva di confini, margini o categorie chiaramente definiti, così da evitare pericolosi riduzionismi. Se si adotta questo nuovo contesto si potrebbe scoprire che in fondo, come afferma il logico Raymond Smullyan, “il determinismo e la libertà di scelta sono molto più vicini di quanto potrebbe sembrare”. I processi che avvengono in natura potrebbero ad esempio essere ricondotti tutti ad un’unica categoria generale di leggi che comprenda sia le leggi causali che le “leggi del caso”.

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