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La ricerca di uno stato etico




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LA RICERCA DI UNO STATO ETICO

§ 257 Lo stato è la realtà dell'idea etica, lo spirito etico, inteso come la volontà sostanziale, manifesta, evidente a sé stessa, che pensa a sé e che porta a compimento ciò che sa e in quanto lo sa. Nel costume lo stato ha la sua esistenza immediata, e nell'autocoscienza dell'individuo, nel sapere e nell'attività del medesimo, la sua coscienza mediata, così come l'autocoscienza attraverso la disposizione d'animo ha nello stato, come in sua essenza, in fine e prodotto della sua attività, la sua libertà sostanziale.



§ 258 Lo stato inteso come la realtà della volontà sostanziale, realtà ch'esso ha nell'autocoscienza particolare innalzata alla sua universalità, è il razionale in sé e per sé. Questa unità sostanziale è assoluto immobile fine a se stesso, nel quale la libertà perviene al suo supremo diritto, così come questo fine ultimo ha il supremo diritto di fronte agli individui, il cui supremo dovere è d'esser membri dello stato.

(Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto)

La coscienza etica è sempre stata presente nella struttura politica dello Stato.

A partire dalla prima forma di Stato Morale, la Polis greca, gli esseri umani hanno sempre cercato di integrare l’Etica con la Politica.

Il primo esempio di questa integrazione è la Politeia (Repubblica) di Platone.

Nel dialogo, viene espresso il progetto di una città ideale, governata in base a principi filosofici che aspirino al bene collettivo.

Questa città risulterebbe organizzata gerarchicamente in tre classi, a seconda del livello “qualitativo” dell’anima delle persone.

Alla base di questa struttura piramidale, si trovano i commercianti. Subito dopo, vengono i guerrieri, mentre all’apice della piramide si trovano i filosofi.

Sebbene con Platone non si possa ancora parlare di Etica e/o Morale, che troveranno definizione solo in Aristotele, la Politeia è il primo di una lunga serie di progetti di Stato Etico, ovvero uno Stato alla cui base si trovi una dottrina filosofica.

Sebbene la Repubblica di Platone possa essere accettata solo a livello utopico, essa presenta svariati appigli per lo sviluppo politico successivo, in particolare grazie ad Hegel, il primo filosofo a definire lo Stato Etico come tale.

Nella sua opera, la Filosofia dello Spirito, Hegel pone alle basi dello Stato (ovvero il momento culmine della sintesi tra famiglia e società civile) tre concetti primari:

 

1)     Diritto (l’uomo è soggetto astratto di diritti quali la proprietà, il contratto e il torto-diritto. Dal riconoscimento dell’esistenza del contrario del diritto, il torto, sanzionato dalla pena, si entra nel campo della Moralità)

2)     Moralità (legge interna dell’uomo che si manifesta nell’azione; si divide in azione, intenzione e benessere. Quando il benessere, che è il fine dell’intenzione che genera l’azione, diventa bene, si entra nell’Eticità)

3)     Eticità (sintesi tra legge del diritto e Moralità; si fonda sulla famiglia, la società civile e lo Stato)

 

Di conseguenza, lo Stato Hegeliano diviene l’ultimo punto dell’Eticità. È lo stato a formare i cittadini e la sua sovranità è basata sullo Stato stesso, in quanto tramite esso lo Spirito (ovvero il processo spirituale in divenire in cui tutto ciò che esiste è una tappa di realizzazione) si manifesta pienamente nella realtà. Lo Stato diventa, quindi, la tappa finale del processo dialettico affinché lo Spirito si integri definitivamente nell’Assoluto.

Lo Spirito e lo Stato non sono, quindi, soggetti a leggi o morale, ma solo alla Storia, di cui momento essenziale è la Guerra, ovvero la manifestazione dialettica dello Spirito che mantiene la Salute Etica dei popoli.

Lo Stato, quindi, si propone come guida etica dell’individuo.

Per fare questo, necessita di una struttura gerarchica piramidale, che riprende, in parte, quella della Politeia platonica.

Per Hegel, infatti, la forma di governo più indicata è la monarchia costituzionale, che prevede la distinzione, ma non la divisione dei poteri.

I tre poteri fondamentali vengono, quindi, così divisi:

-        Legislativo: esercitato da un’assemblea di rappresentanti dei ceti e dal potere esecutivo e principesco.

-        Esecutivo: esercitato dal governo, che inserisce i particolari nell’universale.



-        Principesco: mantiene l’unità dello stato.

Una struttura strettamente monarchica o oligarchica come questa, era stata riproposta già in passato dai grandi autori latini come Cicerone e Seneca che introdussero, per primi, attivamente, la figura del “sapiente” nella politica.

a)     IL SAPIENTE IN POLITICA

“È necessario che vi sia limite alla libertà del popolo, poiché lo Stato, per l'utilità comune, deve basarsi sui privilegi di alcuni.”

“Nei dissensi civili, quando i buoni valgono più dei molti, i cittadini si devono pesare, non contare.”

[Cicerone; De Repubblica]

“Vir bonus dicendi peritus”

[Catone]

Marco Tullio Cicerone è stato il primo intellettuale latino a proporsi come figura politica attiva nella vita dello Stato.

Nel suo De repubblica, Cicerone espone la sua teoria politico-filosofica, che influenzerà tutto il pensiero successivo.

Secondo Cicerone, non può esistere un mondo dove l’impegno nella gestione dello Stato non sia il valore supremo da raggiungere.

Rifacendosi alla corrente filosofica dello stoicismo, per quegli aspetti che mettevano in luce l’importanza delle virtù sociali, l’oratore si propone di evidenziare quello che dev’essere un dovere morale a cui il sapiente è il primo a dover rispondere.

Per Cicerone non conta tanto la conoscenza teorica (che, pure, è importante per l’oratoria, secondo i tre principi di base: conosci l’argomento, ordinalo ed esponilo.), quanto, invece, il valore morale dell’azione: una filosofia

Partendo da questo principio, è facile immaginare il perché di un’adesione al probabilismo pragmatico: una filosofia che non mira ad una verità assoluta ed utopica, ma si “accontenta” del verosimile, ponendolo alla base pragmatica di ogni scelta; in questo modo si garantiva un discreto margine all’azione politica, di cui Cicerone proponeva la figura del princeps “intellettuale” come guida.

L’oratore, infatti, sosteneva che lo Stato ideale dovesse avere come forma di governo una costituzione mista: aristocrazia, monarchia e oligarchia, alla cui guida ci fosse, come affermato precedentemente, uno stretto gruppo di “saggi”, in grado di indirizzare lo Stato e, di conseguenza, il cittadino romano, verso l’adempimento del proprio dovere.

Differentemente, Lucio Anneo Seneca, nelle sue Epistolae morales ad Lucilium, ci mostra una pacata riflessione sulla filosofia morale.

Seneca spiega a Lucilio come l’intellettuale debba mantenersi estraneo alla vita politica, sempre rifacendosi alla dottrina stoica, fonte di turbamenti per l’animo.

Il filosofo latino ritiene, infatti, che la sapienza possa essere acquisita solo e unicamente con l’otium letterario già citato da Orazio: solo così, ci si può impegnare a tempo pieno nella lotta contro le passioni che minacciano l’uomo, privandolo della pace.

Quella di Seneca e di Cicerone, sono due visioni dello Stato completamente opposte.

Entrambe, però, danno molta importanza all’istruzione del cittadino: vera e propria base della vita politica dello Stato (per Cicerone) e del raggiungimento della felicità (per Seneca).

b)     L’INTELLETTUALE COME GUIDA ETICA

“Se osassi asservirmi a qualcuno tradirei la libertà incontaminata del mio carattere”

 [Ugo Foscolo]

Similmente ai tempi dell’Impero Romano, l’intellettuale continuerà a mantenere un ruolo di spicco all’interno della società.

Passando attraverso l’impegno politico di Dante, alla Corte dell’Ariosto, per giungere infine a un Manierismo barocco, con l’Illuminismo il letterato riacquista il ruolo “politico” perduto nel corso dei secoli.

A partire dalla seconda metà del ‘700, l’intellettuale comincia ad intervenire attivamente nel contesto socio-culturale del suo Paese.

È dai filosofi, scienziati e letterati, infatti, che partono le prime istanze Nazionaliste, guida comune nella creazione di uno Stato, inteso come unione culturale, sociale, geografica e politica di un vasto gruppo di persone che rispondono ad una stessa lingua, stessi costumi e tradizioni.

In seguito alla Rivoluzione Francese che, con i suoi ideali di «Libertè, Egalitè, Fraternitè», aveva stimolato la nascita dei primi movimenti nazionalisti in Italia, la figura dell’intellettuale torna in primo piano.

Il letterato si propone, con la sua poesia, di educare il cittadino ad una corretta vita all’interno dello Stato, fornendogli quei valori Etici e Morali, necessari ad essere un valido abitante della Nazione.

Ne sono valido esempio le opere di Ugo Foscolo e Giosuè Carducci, la cui poetica si può considerare consequenziale.




Il Foscolo appartiene alla generazione di poeti ancora impegnati a diffondere gli ideali proposti dalla Rivoluzione Francese; differentemente dal Carducci, poeta vate della realtà di uno Stato italiano ormai costituito.

Ma qual è l’insegnamento che il Foscolo vuole lasciare?

Questo si può evincere dallo studio delle sue opere, in primis da “Sepolcri”, l’ultimo componimento in cui è riassunta tutta la sua poetica.

Il carme viene ispirato al Foscolo dall’estensione all’Italia dell’editto napoleonico di Saint-Cloud, che proibiva la sepoltura dei morti all’interno del perimetro della città.

Il poeta, rifacendosi a una discussione con Ippolito Pindemonte riguardante l’importanza del culto cristiano dei morti e del ricordo perpetuo delle loro virtù, comincia a comporre il carme, dedicato al Pindemonte stesso.

Ad influire sulla composizione, intervengono due ulteriori fattori: gli influssi della poesia sepolcrale inglese e le motivazioni interiori che avevano trovato espressione, nelle altre sue opere, sul tema della morte e sul significato consolatorio della tomba.

«I monumenti, inutili ai morti, giovano ai vivi, perché destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene.»

[vv. 1-40]

Ed ecco, quindi, che il carme viene impostato come una celebrazione di quei valori e ideali che possono dare un significato alla vita umana.

Il carme si apre, infatti, con la negazione di ogni trascendenza riaffermando la validità del pensiero materialistico ma, se inizia con l'asserire l'inutilità delle tombe per i morti, ne afferma l'utilità per i vivi procedendo verso affermazioni sempre più alte che vanno dal loro valore civile e patriottico fino ad esaltare le tombe come ispiratrici della poesia che è, per il Foscolo, la scuola più alta dell'umanità.

Al centro delle meditazioni foscoliane vi è il concetto di illusione che riafferma sul piano del sentimento ciò che viene negato dall’intelletto.

L’intelletto, infatti, può negare l’immortalità dell’anima, ma non gli affetti a cui tutti gli uomini devono credere, per vivere.

Questo evidenzia come, anche se la vita dell’individuo ha fine nella materia, le illusioni, gli ideali, i valori e le tradizioni dell’uomo non finiscano con la morte, perché rimangono nella memoria dei vivi.

“A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta.”

[vv. 151-154]

Quindi, la tomba è il centro della pietà degli amici e dei parenti (necessario, infatti, è qualcuno che visiti la tomba in Patria), ma anche simbolo di una continuità di valori familiari nei secoli, di civiltà, nonché apportatrice dei valori ideali e civili di tutto un popolo, i cui ideali sono resi eterni dalla poesia.

“Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.”

[vv. 287-291]

Differentemente dal Foscolo, che rappresenta l’agire nella Storia, ovvero il movimento dialettico  della stessa, il Carducci assurge, nella sua figura di poeta vate, simbolo della Nazione, ad essere la sintesi intellettuale di un concetto di Stato, in cui i valori più alti vengono rappresentati nella sua cultura.

È la prima volta, nella storia letteraria e filosofica, rispetto ai grandi del passato, in cui il poeta, il letterato, l’intellettuale diviene istituzione e modello morale

Gran parte della sua opera è, infatti, incentrata sulla concezione di una letteratura nutrita di ideali morali e civili, ispirata stilisticamente ai classici latini e greci, di cui raccoglie e fa propri anche i valori fondamentali.

Il suo classicismo, è dunque fondato su un’adesione sia stilistica sia ideologica al mondo di Roma e dell’antica Grecia, da lui visto come sereno, operoso ed eroico; ed è a questi antichi ideali che il Carducci fa continui riferimenti storico-mitologici.

Basti pensare al suo inno A Satana, dove la letteratura, le arti e i valori vengono esaltati nel mondo pagano:

“A te, Agramainio,
Adone, Astarte,
E marmi vissero
E tele e carte,”

[vv. 65-68]

Satana, assunto nell’opera come simbolo della Ragione, viene rappresentato come Agramainio (principio del male e della ribellione nella mitologia iranica), come Adone (il ragazzo di cui si innamorò Venere, allegoria della primavera e della natura fiorita) e come Astarte (dea fenicia del piacere).

“I segni argolici”, cui fa riferimento nel vv. 91, diventano, per il Carducci, il più elevato simbolo artistico e letterario.

È attraverso essi che la civiltà si è evoluta e ha progredito, per poi precipitare nuovamente nelle tenebre per colpa del “Geova dei sacerdoti” (vv. 200) che:

“Con sacra fiaccola

I templi t'arse
E i segni argolici
A terra sparse?”

[vv. 89-92]

È emblematico, quindi, come il passato sia per il Carducci il vero modello a cui ispirarsi per recuperare quei valori etici e civili ormai perduti.



Infatti, ricordando al popolo i momenti migliori del passato, come l’età comunale è possibile condurlo verso un impegno morale e civile:

“Venne il dí nostro,

O milanesi, e vincere bisogna.”

[Il Parlamento; vv. 122-123; Canzone di Legnano]

“Quando le donne gentili danzavano in piazza

e co’ re vinti i consoli tornavano.

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema

un desiderio vano de la bellezza antica.”

[Nella piazza di S. Petronio,  vv.17-20; Odi barbare]

Quindi, nel Carducci, il poeta assume il compito di vate, ovvero di guida che ha il dovere di risvegliare le coscienze e condurle verso la realizzazione di se stesse all’interno dello Stato.

c)     IL RIGORE MORALE ESPRESSO NELL’ARTE

“Edle Eingalt und stille Größe.“

 

[Winckelmann]

Il desiderio di una forte moralità ed eticità si dimostra anche nella storia dell’Arte, a partire dalla seconda metà del 1700.

In questo periodo si diffonde una corrente di gusto ispirata alla statuaria greca, che prende il nome di Neoclassicismo.

Le caratteristiche principali di questa corrente che si affiancherà e completerà svariati aspetti del futuro movimento Romantico, consistono:

-        nell’ammirazione per l’antichità

-        nella cura degli aspetti formali

-        nel desiderio di lasciare forti messaggi politici e morali.

Ho deciso di trattare del Neoclassicismo, proprio in virtù di questa sua ultima caratteristica.

Sebbene ogni movimento e/o corrente artistica abbia avuto, chi più e chi meno, il suo ruolo politico e morale (basti pensare alle piramidi; simbolo sì religioso, ma che serviva ad accentuare maggiormente la potenza del faraone e, quindi, dello Stato in sé), il Neoclassicismo costituirà una tappa fondamentale per l’affermazione ed espressione dell’ideale Nazionalista che si diffonderà nel XX secolo.

L’esponente del Neoclassicismo e che interpreta maggiormente il binomio arte-politica di cui ci interessa occuparci è Jacques-Louis David.

Il pittore francese accoglie in pieno le tendenze del secolo che orientavano l’arte verso uno stile purificato e spartano; portatore di una moralità austera e stoica.

Quest’orientamento lo porterà a dipingere l’opera da sempre considerata lo stendardo del neoclassicismo francese: Il giuramento degli Orazi, massima espressione di quella corrispondenza tra rigore geometrico e rigore morale che si riflette nelle differenti pose dei soggetti.

Le posizioni statuarie degli Orazi, con le mani tese sulle spade che gli porge il vecchio padre, rappresentano appieno la determinazione e dei soggetti di dare la propria vita per la Patria.

Allo stesso tempo, lo sguardo del vecchio, in posizione centrale, sembra dirigersi verso l’alto, come a richiedere l’aiuto della divinità, mentre tra le mani stringe le spade, simbolo di forza, vigore e fedeltà, nonché punto focale dove si convergono tutte le linee di fuga del quadro.

Terzo elemento della composizione: le donne.

Caratterizzate dalla luminosa presenza del bianco, da sempre simbolo di purezza, le donne mostrano il loro dolore tramite le pose chine, angosciate.

Eppure le lacrime non sono rappresentate nel quadro: il dolore per la partenza dei loro cari viene espresso solo dalla composizione e dalla flessuosità dei corpi abbandonati sui giacigli; in un armonioso sviluppo semicircolare che caratterizza la terza parte della composizione.

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