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La competizione globale e gli interventi istituzionali




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La competizione globale e gli interventi istituzionali


La competizione globale e gli interventi istituzionali Si parla spesso

La spinta etica quale fondamento per l’agire morale da parte di tutti.


  § 1  La sfida di Glaucone Tratto da : Robert Nozick Spiegazioni

Ética e racionalidade


Ética e racionalidade             A ética possui a razao como seu pilar principal



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La competizione globale e gli interventi istituzionali

Si parla spesso di “etica d’impresa” come a voler indicare una serie di comportamenti interni ad un sistema chiuso. L’azienda non è però un sistema chiuso, bensì aperto all’ambiente nel quale vive e con il quale interagisce di continuo. Per questa ragione il livello di eticità da essa raggiungibile è strettamente correlato a quello dell’ambiente in cui essa opera, anzi è proprio dallo scambio continuo tra ambiente ed azienda che si può creare un “modello etico”. In quanto istituti economici costituiti da individui tra loro organizzati, le imprese portano al loro interno le istanze, la cultura, la moralità e i valori dei soggetti che le compongono. In questo senso correttamente Enrico Cavalieri parla di “relatività del comportamento etico, nello spazio e nel tempo”[1]. Infatti cultura e istanze sono proprie di diverse aree e paesi con conseguente diversità nel comportamento degli individui. L’etica presente nelle aziende non può che essere la stessa che ritroviamo nei contesti socio-economici esterni ad essa. L’idea di una morale universale, come si è visto, è più una teoria della riflessione filosofica che una realtà fattuale.



Con l’evoluzione della tecnologia negli ultimi decenni, dalla fine della Seconda Guerra mondiale ad oggi, ci si trova di fronte ad una riduzione degli spazi e dei tempi: tutto il mondo è percorso da linee telematiche che consentono il trasferimento di informazioni in pochi secondi, mentre gli spostamenti fisici non richiedono che poche ore. In un contesto così differente da quello presente alla nascita del pensiero economico industriale di fine Ottocento, si impongono una competizione decisamente più aspra ed un fenomeno del tutto nuovo chiamato globalizzazione. I mercati si sono ampliati fino a fondersi insieme in un unico scenario di cui le nazioni o i continenti rappresentano solo una declinazione geografica. Conseguentemente si sono rovesciati i rapporti tra produzione e consumo, passando dalla logica produttiva a quella di soddisfazione del cliente in termini di maggiori servizi offerti, correttezza e trasparenza ma soprattutto importanza dell’immagine.

L’azienda non è più in grado di svolgere la sua attività senza tener conto del suo stesso comportamento. L’immagine fornita all’esterno è divenuta via via sempre più importante sino ad essere in alcuni casi fattore di successo o sconfitta. Così come gli analisti richiedono informazioni tecniche sempre più chiare e cristalline al fine di valutare correttamente la situazione patrimoniale e finanziaria, allo stesso modo il mercato più ampio dei consumatori vede positivamente tale sforzo di chiarezza dell’azienda, riconoscendole non solo la capacità di gestione della verità, ma soprattutto quel valore in più legato alla sicurezza di aver di fronte un soggetto con cui trattare riducendo al minimo le asimmetrie informative. La trasparenza non è solamente esterna all’impresa, ma anche interna, tanto che moltissimi sono i casi di cambiamento nella governance in modo da rendere più semplici e chiari i rapporti tra i vari soggetti che operano all’interno dell’organizzazione e tutti gli stakeholders.

In questo ambito di trasparenza viene coinvolto un altro tema, quello della qualità, anche se in senso lato. Anni di logiche produttive hanno relegato il tema della qualità con la perfezione di funzionamento dell’oggetto prodotto, mentre oggi tale tema si impone nell’impresa a tutti i livelli, costringendo innanzitutto ad un deciso cambio di mentalità, al fine di consentire l’individuazione di errori e malfunzionamenti in tutta la filiera creatrice di valore, sia in ambito strettamente produttivo sia in tutte le attività afferenti al funzionamento stesso dell’impresa. A tal proposito ben si è identificato nella cooperazione il tema più suggestivo e più rilevante ai fini della discussione sui contenuti etici dell’impresa[2]. La cooperazione tra soggetti all’interno ed all’esterno dell’impresa allarga il campo di azione dell’etica: essa infatti trascende il singolo comportamento e consente a tutti gli stakeholders di liberarsi delle logiche di correttezza di un rapporto di tipo contrattualistico giuridico a favore di un rapporto a tutto tondo, in cui c’è uno scambio complessivo di responsabilità. Se da un lato ciò è il risultato di un forte progresso tecnologico, dall’altro è anche una evoluzione obbligata per superare quelle barriere che il rapporto one to one aveva creato e che limitava anche gli scenari possibili di mercato.

Con l’avvento del grande mercato globale, si è potuto integrare fra loro le varie culture, creando un ulteriore cultura trasversale che funge da media di quelle che la compongono. Le aziende, spinte da motivazioni economiche di profitto, si sono delocalizzate, venendo così a contatto con realtà del tutto differenti da quelle originarie, e proprio studiandole al fine di superare le asimmetrie normative e sociali hanno assorbito parte delle loro caratteristiche, modificando gli stessi comportamenti di base.

Risultato di questo nuovo contatto con culture differenti è stato quello di individuare il metodo migliore per poter condurre il proprio business in presenza di ambienti completamenti diversi. A tal fine, ovviamente, ogni azienda ha cercato di ricondurre le caratteristiche più particolari di ogni cultura alla propria area di riferimento, alla propria cultura. Nel fare questo si è inoltrata, quasi senza averne coscienza, nello scenario disegnato dalla riflessione filosofica: l’etica universale. Purtroppo però i codici etici, che dovevano essere il comune denominatore delle diverse realtà sociali e produttive della stessa azienda, hanno finito per divenire o il mezzo attraverso il quale la casa-madre ha imposto la propria visione o, peggio, sono stati assolutamente disattesi, rimanendo un puro esercizio stilistico di individuazione di norme comportamentali generali che poi, proprio per le differenze socio-culturali, non vengono mai applicate. Se a questo aggiungiamo che la maggior parte delle aziende crea dei modelli multinazionali (e multiculturali) con il preciso obiettivo di approfittare di una asimmetria informativa tra diversi Stati, diventa difficile giustificare il contenuto etico e la bontà di tali codici. D’altra parte però non si può neanche pretendere che le imprese non approfittino dei cosiddetti “effetti frenanti” della globalizzazione, cioè quegli effetti che inducono a privilegiare le aree che consentono riduzioni di costo o ad approfittare di normative più elastiche.

Partendo da quest’ultima constatazione si ripresenta ancora più evidente la separazione già fatta in precedenza tra etica “di costituzione” ed etica “di organismo”, con la quale, pur concentrando l’attenzione sull’etica individuale che il singolo soggetto porta nei suoi rapporti con l’impresa, non si scarica l’impresa stessa come organismo dalla sua responsabilità sociale, sia nei confronti di tutti coloro che con essa hanno a che fare sia nei confronti della società nel suo complesso, specialmente dai punti di vista più di moda in questo periodo come ambente ed energia.

La grande rilevanza che le tematiche di ordine etico in ambito economico hanno assunto all’interno delle comunità non ha tardato nel richiamare l’interesse e l’intervento delle istituzioni, nazionali ed internazionali.

Stati e governi si sono impegnati, con differente intensità, ad agire sull’etica delle imprese. In tal senso non sono state prese in considerazione tutte quelle componenti etiche (“di costituzione”) che riguardano gli individui che compongono l’organizzazione, essendo questo ambito molto più generale di quello strettamente economico e investendo l’intera società nel suo complesso. La loro azione si è indirizzata verso una codificazione normativa per costringere le imprese, intese come soggetti, ad assumersi la responsabilità delle conseguenze derivanti dalle loro attività, agendo così sull’etica dell’istituto stesso. Queste decisioni sono giunte a posteriori di grandi scandali finanziari che hanno coinvolto grandi aziende, con gravi danni per azionisti e risparmiatori.

In questa direzione è stato l’intervento del presidente degli U.S.A. George Bush il quale ha ritenuto fondamentale, all’indomani del grave scandalo Enron, rassicurare gli investitori statunitensi annunciando provvedimenti e riforme in grado di garantire una maggiore trasparenza e responsabilità negli affari[3]. L’Unione Europea si sta impegnando a divulgare il concetto della responsabilità sociale d’impresa limitandosi peraltro ad affermarlo come tale, e non di vero e proprio progetto normativo. Il punto di riferimento è il Libro Verde della Commissione Europea –Promuovere un quadro europeo per la Responsabilità sociale delle imprese, pubblicato nel luglio del 2001, cui è seguito nel 2002 il volume Communication from the commission, pubblicato dalla Comunità e con il quale essa ha inteso definire le linee guida di un quadro normativo per le imprese europee ancora da sviluppare. Interessante è notare come in questo documento la Commissione Europea fa nascere la responsabilità sociale proprio dalla definizione stessa dell’impresa. È questa, come organismo composto da individui, il soggetto che deve assumere coscienza del proprio ruolo sociale, impegnandosi all’interno e all’esterno a contribuire nel miglioramento dell’ambiente in cui essa si trova ad operare. La Commissione ha inteso identificare le aree sulle quali svolgere azioni e fornire principi di comportamento, ma non ha definito alcun strumento finanziario diretto per incentivare le aziende che decidono di operare in questi termini, affermando il carattere volontaristico della Corporate Social Responsibility. E’ affidato alle diverse istituzioni nazionali il compito di recepire e rendere operativi tali principi, ed i paese europei stanno rispondendo con tempi e modi diversi. Questo da un lato ha portato ad adeguamenti riguardosi delle caratteristiche proprie delle diverse nazioni, dall’altro ha affidato alla semplice volontà delle aziende la possibilità di applicazione di tali regole, non prevedendo nella quasi totalità dei casi delle sanzioni.



La Gran Bretagna da tre anni ha istituito un ministero della CSR e recentemente ha destinato anche un programma di finanziamento alle imprese che decidono di intraprendere questa strada oltre a diffondere codici di comportamento. In Francia il governo ha stabilito l’obbligatorietà, per le imprese che superano un determinato livello di fatturato, della rendicontazione di sostenibilità, fornendo anche la lista degli indicatori a cui attenersi. Non ha però previsto, il che rappresenta un controsenso, sanzioni per chi non rispetta l’obbligo volendo ribadire il carattere volontario di tali azioni. La Germania si distingue per aver elaborato un valido modello di rendicontazione sociale frutto di un interesse che già negli anni ’30 diede vita ai primi esempi in merito ed è diffusa tra le aziende la pratica di abbinare un documento formalmente simile a quello contabile. Gli interventi possono avere natura e caratteristiche svariate, recentemente, ad esempio, il primo ministro svedese ha chiesto alle 50 maggiori industrie del Paese di rendicontare al governo il rispetto dei 10 principi del Global Compact delle Nazioni Unite[4] ed in Danimarca, il governo ha promosso, in collaborazione con le associazioni che seguono questo tema, una serie di incontri nazionali ed internazionali sulla CSR per discutere in merito alla sua implementazione a livello locale. Nel nostro paese, seppur a fatica, questi segnali vengono ormai recepiti anche delle istituzioni centrali e locali. All’interno del Libro bianco sul mercato del lavoro[5] viene dedicata una parte alla responsabilità sociale d’impresa con l’obiettivo di richiamare l’attenzione su tale tema e spingere le imprese a farne diventare il centro della loro cultura interna. L’intervento del governo italiano è indirizzato principalmente al capitale umano che indica come determinante per una scelta strategica vincente per l’impresa. Anche in questo caso si tratta di un invito ad agire responsabilmente limitandosi ad evidenziare come andare oltre le prescrizioni legali in campo sociale possa avere un impatto rilevante sulla produttività delle imprese. Di evidenza è inoltre l’impegno assunto dagli allora ministri del Lavoro italiano Maroni e inglese Timms, che hanno firmato nel 2003 una dichiarazione congiunta[6] per migliorare regole e comportamenti delle aziende dei due paesi nelle politiche sociali, al fine di promuovere, sia in Italia che nel Regno Unito una strategia comune per lo sviluppo della responsabilità sociale delle imprese (Parte seconda, capitolo “Le proposte – Promuovere una società attiva ed un lavoro di qualità”).

Purtroppo la congiuntura economica mondiale degli ultimi anni ha costretto i vari ministri succedutisi nel governo italiano a rivedere le priorità e a dar seguito con grande difficoltà alle intenzioni programmatiche del 2003. Ciò nonostante, il Ministero del Lavoro ha continuato nell’opera di identificazione e codificazione dei comportamenti virtuosi delle aziende, sebbene per necessità internazionali il focus di interesse si sia sempre più spostato verso la gestione dei rapporti di lavoro dipendente e le politiche ambientali[7].

A titolo informativo è doveroso citare, infine, il fatto che numerose istituzioni locali, ad esempio il Comune di Roma ed il Comune di Napoli, hanno fatto dell’attenzione alle tematiche etico-sociali del mondo d’impresa un punto interessante della loro politica. E’ un segno tangibile e forte, quello dell’interessamento delle istituzioni, che esprime quanto le tematiche CSR siano sentite dalle comunità e quanto effetto possano avere sull’agire di tutti i loro attori, aziende comprese.



[1] E. Cavalieri, Etica e globalizzazione, in AA. VV, Etica d’Impresa, a cura di Gianfranco Rusconi e Michele Dorigatti, Franco Angeli, 2005, pag. 134-146.

[2] Ibidem, pag. 139.




[3] “L’economia U.S.A. si basa sulla fiducia e così deve continuare ad essere. […] Non c’è capitalismo senza coscienza. Metteremo un freno ai libri truccati, alle verità mascherate e alle leggi infrante. […] La crescita economica degli anni ’90 ha portato a eccessi e abusi, conducendo ai recenti scandali finanziari.[…] Porteremo una nuova era di integrità nella società americana.” Convegno sulla Corporate Responsability tenutosi a Wall Street nel 2002

[4] I 10 principi del Global Compact riguardano le aree dei diritti umani, lavoro, ambiente e anti-corruzione godono di un consenso universale e sono derivati da:

• La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

• La Dichiarazione dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro sui principi e i diritti fondamentali nel lavoro

• La dichiarazione di Rio su ambiente e sviluppo

• La convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione

Il Global Compact chiede alle aziende di abbracciare, supportare e rendere efficace, entro la loro sfera di influenza, una serie di core values nelle aree dei diritti umani, standard di lavoro, ambiente e lotta alla corruzione:

Diritti umani

• Principio 1:  Alle imprese è richiesto di promuovere e rispettare i diritti umani universalmente riconosciuti nell'ambito delle rispettive sfere di influenza;

• Principio 2: Alle imprese è richiesto di assicurarsi di non essere, seppure indirettamente, complici negli abusi dei diritti umani. 

Lavoro

• Principio 3Alle imprese è richiesto di sostenere la libertà di associazione dei lavoratori e riconoscere il diritto alla contrattazione collettiva;

• Principio 4: l’eliminazione di tutte le forme di lavoro forzato o obbligato;

• Principio 5: l’effettiva abolizione del lavoro minorile; e

• Principio 6: l'eliminazione di ogni forma di discriminazione in materia di impiego e professione.

 Ambiente

• Principio 7: Alle imprese è richiesto di sostenere un approccio preventivo nei confronti delle sfide ambientali;

• Principio 8: di intraprendere iniziative che promuovano una maggiore responsabilità ambientale; e

• Principio 9: di incoraggiare lo sviluppo e la diffusione di tecnologie che rispettino l'ambiente.  

Anti-corruzione

• Principio 10: Le imprese si impegnano a contrastare la corruzione in ogni sua forma, incluse l'estorsione e le tangenti. 

[5] Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, a cura di M. Biagi e M, Sacconi, Ministero del Lavoro, Roma 2001

[6] Dichiarazione congiunta Italia-Gran Bretagna, sulla responsabilità sociale delle imprese, Roma 2003

[7] Il Ministero si sta impegnando a sviluppare le varie forme di intervento per rispettare l’Iniziativa comunitaria EQUAL, entrata nella fase II, di cui la responsabilità sociale rappresenta solo una parte.

Ci si riferisce qui a Il Punto su….Responsabilità sociale d’Impresa, Ministero del Lavoro, Roma, 2005.

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