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ETICA ED ECONOMIA: evoluzione del rapporto nel pensiero economico




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ETICA   ED   ECONOMIA:  evoluzione del rapporto nel pensiero economico

INTRODUZIONE



Il tema riguardante il rapporto tra etica ed economia è  tornato  ad essere al centro dell'attenzione di economisti e filosofi dopo un lungo periodo in cui le due discipline si sono sempre più allontanate tra loro.

Samuel Brittain, Assistant editor del quotidiano inglese Financial Times, nel suo saggio Economia ed Etica del 1995, sostiene che 'la relazione tra valutazione morale e analisi economica è ritornata di moda. Vissuta quasi in clandestinità quando l'economia godeva il massimo prestigio quale guida tecnica per l'azione, ora è tornata allo scoperto'.[5] E segnala i quattro motivi di tale ritorno, indicati dagli autori di un articolo di fondo, intitolato 'Economia e filosofia contemporanea', del The Journal of Economic Literature del giugno 1993: a) alcuni impegni morali sono necessari per valutare sia i sistemi economici globali sia proposte politiche più circoscritte; b) lo studio dell'economia positiva (che si chiede cosa è l'economia) si rivela difficile da separare dall'economia normativa (che si occupa di cosa dovrebbe essere); c) l'economia del benessere si basa su presupposti morali complessi e controversi; d) i principi morali degli operatori economici influenzano il loro comportamento nel mercato.

In questo capitolo cercherò di mostrare come è nato e si è consolidato nel tempo l'attuale paradigma economico predominante e i suoi limiti.

 Par. 1.1.:   L'allontanamento dell'economia dall'etica

Un processo molto lungo, iniziato sulle rovine dell'economia feudale a seguito dello sviluppo dei traffici commerciali, ha portato all'affermazione di una nuova disciplina economica.

Dalla   metà   del   XV   sec.  fino  oltre  la   metà  del   XVIII   sec.,  numerose

trasformazioni economiche, sociali, politiche e culturali fanno nascere l'economia capitalista e, conseguentemente, una nuova dottrina economica.

Gradualmente, la tradizionale attività artigianale viene sostituita da una forma di organizzazione produttiva che fa nascere centri industriali e commerciali. In questi anni si assiste ad un'emancipazione intellettuale, attraverso la rivoluzione scientifica e i movimenti culturali quali l'Umanesimo e il Rinascimento.

E' in questo contesto che l'economia inizia ad assumere un carattere autonomo dall'etica.[6]

La  nascita  dell'economia  moderna  viene fatta risalire al 1776, anno in cui è

 pubblicata la 'Ricchezza delle nazioni' di Adam Smith (1723 -1790).

Il punto di rottura con la tradizione precedente è rappresentato dall'emancipazione dell'economia dalla morale.

Per molto tempo l'economia è stata una scienza subordinata alla morale: 'era considerata il luogo dell'egoismo e pertanto veniva socialmente controllata, guardata con sospetto e tollerata come un male necessario'.[7] Questo portava a considerare l'economia come una branca dell'etica e della politica.

Smith per la prima volta 'suggerisce' l'inizio di un processo che porterà all'autonomia completa dell'economia e alla concezione di homo oeconomicus 'svuotato' dei valori morali.

Smith, concordando con Ricardo e altri sulla necessità di tale separazione, nella Ricchezza delle nazioni, sostiene che l'interesse personale non solo è necessario alla società, ma è benefico, poiché ciascuno, conseguendo il proprio interesse, realizza inconsapevolmente il bene della collettività.[8] Smith vuole dimostrare che la società può sopravvivere anche se tra i suoi membri non c'è reciproco amore, in quanto basta che lo scambio dia vantaggi reciproci. Una delle più celebri frasi di Smith, che inevitabilmente viene riportata in tutti i testi di teoria economica, è la seguente: 'non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione che questi hanno per il proprio interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo, e ad essi parliamo dei loro vantaggi e non delle nostre necessità'.[9]

Nella Teoria  dei  Sentimenti  Morali,  del  1759,  egli, tuttavia,  espone il ruolo centrale della 'simpatia', intesa come 'la capacità che l'uomo ha di immedesimarsi con l'altro'.[10]

All'inizio dell'opera Smith scrive: 'per quanto l'uomo possa essere supposto egoista, vi sono evidentemente alcuni principi nella sua natura che lo inducono ad interessarsi alla sorte altrui e gli rendono necessaria l'altrui felicità'[11], e ciò evidenzia un concetto di uomo non solo individualista e autointeressato.

L'economista scozzese, con il suo pensiero, contribuisce a trasformare l'economia da attività 'socialmente pericolosa' a 'disciplina eticamente positiva' in sé e quindi indipendente dalla morale, pur riconoscendo l'aspetto sociale dell'uomo.

Dalla riduzione del pensiero di Smith è nata ed è stata tramandata la legge dell'interesse personale, come principio fondante la scienza economica. (Così come la legge di gravità lo è per la fisica newtoniana).

Gran parte dell'economia classica si fonda su questa concezione metodologica.

Alla  fine  del  1800,  si  affaccia   la   corrente  neo - classica   che  definisce

 l'economia  come la scienza che studia un particolare aspetto della condotta

umana (quello economico) e che si fonda sul principio della massimizzazione dell'interesse individuale.[12] Tale corrente di pensiero nasce in un contesto culturale  positivista[13], secondo  il quale la scienza economica deve avvicinarsi alle scienze naturali, considerate le scienze per eccellenza.

Al pari delle scienze naturali, quindi, anche quelle sociali - come l'economia - non devono fare altro che scoprire al proprio interno le leggi che regolano tutti i fenomeni, e ciò attraverso analisi descrittive che si limitano ad osservare quelle che sono le regolarità nei comportamenti.

La   scuola    neoclassica   afferma   definitivamente    il   carattere  scientifico

dell'economia e quindi la sua completa indipendenza dall'etica.

Il riferimento a valori, moventi, a principi morali, quali criteri di orientamento, risulta superfluo. Giuste e morali in sé sono le leggi che emergono dallo studio della realtà economica. Si ritiene che l'agire economico, essendo rivolto naturalmente al bene dell'uomo, segue già di per sé una propria etica, quella utilitarista.[14] 

Padri fondatori di tale approccio sono considerati Jevons, Menger e Walras, che indicano nell'egoismo il principio capace di spiegare tutti i meccanismi economici.

Gli autori  neoclassici  distinguono tra economia pura ed economia applicata:

la   prima,   astraendo,   presuppone   che   l'uomo  sia   un  perfetto  egoista,

mentre la seconda riconosce altri moventi e comportamenti dell'uomo reale, l'altruismo, l'ignoranza, ecc.[15]

Una volta fissate, le leggi economiche sono considerate a-storiche e con validità universale. Tutti, o quasi, gli economisti neoclassici riconoscono che ' l'uomo reale' non è solo oeconomicus, ma anche homo ethicus, politicus, ecc; sostengono, però, che tali ultimi aspetti - sicuramente meno importanti dell'egoismo in economia - debbano intervenire in un secondo momento e rimanere fuori dell'economia pura, la quale deve limitarsi alla descrizione della realtà.

Walras (1834 -1910),  per esempio,  ritiene che 'caratteristica distintiva di una scienza è la sua completa indifferenza alle conseguenze, buone o cattive, con cui procede nella ricerca della verità pura'.[16]

Anche Menger (1840 -1921) è dell'opinione che 'il cosiddetto orientamento dell'economia politica è un vago postulato vuoto di ogni profondo significato, sia rispetto ai problemi teorici che a quelli pratici, una confusione di pensiero'.[17]

Diversa, invece, è  la posizione di Marshall [18] (1842 -1924)  che  si rifà ad un

approccio etico-filosofico. Allievo di Mill, egli sostiene l'intervento  dello  Stato

per  regolare  il meccanismo  di mercato e correggerne le distorsioni; propone sistemi correttivi come la cooperazione e la compartecipazione ai profitti.

In Marshall è possibile, quindi, trovare una certa attenzione ai valori morali ritenuti importanti per il raggiungimento del benessere collettivo.

In generale, la scuola neoclassica, nonostante alcune posizioni differenti al suo interno, aderisce pienamente alla logica utilitarista, la quale assume una particolare visione dell'uomo: il comportamento umano è guidato unicamente dal calcolo razionale rivolto al perseguimento della massima utilità. Questo è il principio universale attraverso il quale possono essere compresi tutti i fenomeni economici.

Jeremy Bentham (1748 -1832), primo formulatore dei principi utilitaristi, considera gli esseri umani come individui egoisti, razionali e competitivi. Ognuno segue determinati interessi per realizzare la propria utilità. Non è importante chi persegue un certo interesse; ciò che conta è massimizzare l'utilità collettiva, vista come la somma delle utilità individuali. Da qui la formula utilitarista: 'la felicità più grande per il numero più grande'.[19]

Scrive Bentham: 'la comunità è un corpo fittizio, composto da persone individuali, che vanno considerate come i membri che lo costituiscono.

 Che cosa è allora l'interesse della comunità?

E' la somma degli interessi dei diversi membri che la compongono'.[20]

Ne deriva che il principio utilitarista è il principio razionale ed etico che spiega tutti i fenomeni sociali. Etica, politica ed economia possono essere distinte come campo di analisi, ma il criterio razionale di azione è lo stesso. L'utilità diventa un principio capace di fondare la morale, in quanto non si limita a razionalizzare il comportamento del singolo: esiste anche l'utilità della comunità.[21]

Bentham  ipotizza,  quindi,  che  sia  possibile  la misurazione  cardinale delle

utilità individuali e, partendo dall'assunto dell'imparzialità degli interessi, ritiene possibile aggregarli per determinare l'utilità collettiva. Tale processo è possibile grazie al mercato e alla presenza in esso della mano invisibile.[22]

Una svolta all'interno della concezione utilitarista avviene con l'economista italiano  V.Pareto (1846 -1923) che nei primi anni del '900  afferma un nuovo

concetto di utilità.

Il concetto di utilità fino allora accettato presupponeva che i livelli di soddisfazione degli individui fossero misurabili (utilità cardinale), in quanto oggettivi e per questo osservabili. In questa prospettiva la sola variabile da considerare per valutare il benessere era l'utilità individuale.

La  nuova concezione   che   si  fa  strada  ritiene  l'utilità  espressione  delle

preferenze dell'individuo.[23]

Si    passa    dall'ottica   cardinalista  a  quella  ordinalista   che   sfocia   nella

 formulazione del concetto di 'situazione ottimale o efficiente' di Pareto. Secondo questo criterio 'una distribuzione di input tra beni e di beni tra consumatori rappresenta l'ottimo paretiano, se non è possibile modificare l'allocazione delle risorse accrescendo la quantità di alcuni beni e riducendo la quantità di altri, in modo che migliorino le posizioni di alcuni individui senza peggiorare quelle di altri'.[24]

' Risulta,  quindi,  possibile  ordinare  i  risultati  sociali  e  le  decisioni  che  li

determinano senza far confronti interpersonali di utilità'.[25]

E' sufficiente individuare, sulla base delle preferenze espresse dagli individui, se una scelta economica migliora o peggiora la posizione di qualcuno.

'Il concetto di razionalità economica deve, nell'ottica paretiana, essere sganciato da ogni concezione 'metafisica'. Esso si associa alla nozione di azioni logiche che si evincono dai comportamenti individuali quando la gente sceglie i mezzi più adatti per conseguire i suoi fini.

Il comportamento degli uomini, che può essere studiato con gli strumenti della ragione, non riflette però solo le azioni logiche. La distinzione paretiana tra azioni logiche e azioni non logiche prospetta in termini nuovi il problema morale. I sentimenti morali  possono  infatti associarsi a credenze (sentimenti

religiosi).  Allora  evocano  azioni  non  logiche che, peraltro, possono essere

oggetto di analisi scientifica, in contrapposizione alle azioni logiche'[26], cioè



irrazionali e pertanto rilevanti per la scienza economica.

In tale contesto si assiste ad un ulteriore accentuarsi dell'impostazione individualista della scienza economica. Il criterio di Pareto rappresenta sicuramente uno dei pilastri fondanti l'attuale paradigma economico che pone al centro l'individuo.

E' possibile rilevare tuttavia alcuni limiti a tale principio.

Il  criterio  di  Pareto  si  occupa  solo   dell'efficienza   economica  e  non  dei problemi di equità, che richiedono un confronto tra variazioni di benessere di individui diversi. Esso esclude, infatti, ogni cambiamento che implichi una diminuzione di benessere di qualcuno anche se a vantaggio di altri.[27]

Il prof. Zamagni critica la pretesa neutralità del criterio paretiano rispetto alla morale, argomentando che tale principio assolve, almeno nelle intenzioni dei suoi propugnatori, ad una funzione assai delicata, quella di liberare il discorso economico dall'imbarazzante rapporto con il discorso etico. In quanto moralmente non convertibile e dunque neutrale, quello di Pareto sarebbe il criterio che consente di esprimere una valutazione su stati di cose alternativi senza dover sottostare ad alcun giudizio morale. Il fatto che il passaggio da uno stato Pareto-inferiore ad uno Pareto-superiore non possa che   migliorare   le   condizioni   di   tutti,   non   significa   però  che  esso sia

moralmente incontrovertibile.

Infatti  preferenza e  consenso  sono  categorie qualitativamente diverse, per

cui se, ad esempio, il cambiamento viene imposto senza il consenso dei soggetti, allora questi ultimi possono essere contrari ad una situazione che migliori il loro benessere. Ciò dimostra che il criterio di Pareto non può essere neutrale rispetto all'etica.[28]

Non ritengo condivisibile, inoltre, che possa ritenersi Pareto-ottimale la situazione che si ottiene accrescendo il benessere di una sola parte della società, ad esempio quella più ricca, e mantenendo allo stesso livello l'altra, quella dei poveri.

Si può concludere che in Pareto i problemi della giustizia distributiva non vengono considerati e giustizia ed efficienza risultano inconciliabili.

Par. 1.2.:   L'attuale paradigma economico

L'evoluzione della teoria economica, come ho cercato di dimostrare nel paragrafo precedente, ha prodotto il paradigma economico attualmente predominante che pone al centro dell'attività economica l'individuo e il suo tornaconto personale.

Secondo Hayek (1899 -1992), l'individualismo è soprattutto una teoria della società e delle istituzioni. Esso spiega la natura, l'evoluzione e la funzione di tali istituzioni come il risultato dell'azione spontanea, e non finalizzata, di soggetti individuali liberi. Afferma Hayek: '…seguendo gli effetti combinati delle azioni individuali, noi  scopriamo  che  molte   delle  istituzioni  su  cui  si

poggiano le realizzazioni umane sono nate e funzionano senza che una mente le abbia create e le diriga; per cui, come ha detto Adam Ferguson, le nazioni si imbattono per caso in strutture direttive che sono certo il risultato dell'azione umana, ma non il risultato dell'umano disegno; per cui, infine, la collaborazione spontanea di uomini  liberi spesso crea cose che sono più grandi di quanto le loro menti individuali siano in grado di comprendere appieno'.[29]

L'individualismo  per  Hayek è strettamente connesso con la fede nel laissez-

faire alla mano invisibile. Entrambe le convinzioni pongono al centro gli individui e confidano nella loro capacità di raggiungere gli obiettivi della società, meglio di quanto farebbero le istituzioni consapevolmente designate.

J.Locke considera l'individualismo il soggetto primo di tutti i diritti e di tutti gli obblighi nella società. Egli ritiene l'umanità come totalmente libera e dotata di tutti i suoi diritti naturali. In questo contesto, lo Stato non ha il diritto di giudicare o di modificare un risultato sociale determinato da libere contrattazioni individuali, purché questo sia stato raggiunto in modo da non violare il diritto di alcuno. Ciò è vero, secondo Locke, perché quel risultato riflette la volontà collettiva dei singoli che compongono la società ed è conseguenza dell'equilibrio proprio dell'ordine naturale.[30]

L'approccio individualistico così delineato sgancia l'economia dalla sua componente relazionale (che era in qualche misura presente nel sistema smithiano); l'attività economica non è più vista come un intreccio di rapporti, ma   come  un  problema  di  massimizzazione  individuale  di  risorse  scarse

disponibili per usi alternativi.[31]

L'unità elementare della scienza economica è il SINGOLO (non più il rapporto), 'capace di risolvere i problemi impliciti di massimizzazione matematica che deve affrontare nella vita quotidiana'.[32] Mentalmente egli è in grado di rispondere alla seguente domanda: 'Avendo più alternative possibili, qual è quella 'economica' che massimizza l'utilità?'

Il singolo viene in tal modo definito 'razionale', in quanto 'pienamente consapevole delle proprie preferenze e capace di fare tutti i calcoli necessari per perseguire in modo efficiente i propri interessi'[33].

L'ipotesi di RAZIONALITA' ECONOMICA così definita non si chiede, dunque, quali siano gli obiettivi individuali: 'si può assumere che gli individui abbiano ogni immaginabile, complicato sistema di desideri che essi vogliono soddisfare attraverso l'acquisto di alcuni beni. Questi desideri possono essere 'buoni', 'cattivi', 'egoistici', 'altruistici' o quello che vuoi. L'individuo sarà razionale nella misura in cui riuscirà a soddisfarli: se è egoista massimizzerà obiettivi egoistici, se è altruista massimizzerà obiettivi diversi, ecc. Pertanto la scienza economica non ha più bisogno dell'egoismo', né di qualche altro movente, per spiegare l'agire economico: le basta l'individualismo.

In  una  tale  concezione  della  razionalità  si definiscono pertanto 'irrazionali'

tutti  quei  comportamenti  che non  massimizzano  obiettivi individuali, i quali

vengono sconsigliati e scoraggiati'.[34]

La  società  in  cui  operano individui razionali e liberi è necessariamente una

società atomistica, nel senso che in essa non esistono beni o interessi che trascendono l'individuo, beni o interessi collettivi, se non nel senso fortemente limitativo. I rapporti tra individui vengono autoregolati mediante scambi volontari che conducono alla massima possibile soddisfazione individuale, date le risorse iniziali di cui ciascuno degli individui dispone.[35]

In tale concezione, portata alle sue estreme conseguenze, l'altro è solo un limite, un dato di fatto di cui devo tener conto perché non posso fare a meno di lui in una società commerciale dove esiste la divisione del lavoro, ma non ha alcun valore in sé.[36]

'Non  si  instaura una relazione personale nella quale l'altro ha un volto, nella

quale  è  un  partner  da cui dipendono  non  solo i miei risultati economici, ma anche la mia realizzazione'.[37]

A tale riguardo, il prof. Gui[38], in occasione di un convegno[39], pone la domanda: 'Quali sono i motivi per cui l'idea che ognuno badi a sé è così diffusa tra studiosi, operatori economici, giornalisti e, in genere, tra la gente comune?'

Egli stesso fornisce tre possibili ragioni.

v    Una prima, di carattere metodologico, riguarda la semplicità del paradigma individualistico: se in un sistema di mercato gli agenti perseguono obiettivi, 'come mangiarsi un gelato da soli in poltrona', allora è facile dimostrare che in condizioni ideali il meccanismo di mercato assicura l'efficienza allocativa; in altre parole, l'assegnazione delle risorse ai vari usi e dei prodotti ai vari consumatori sono privi d'incoerenze e non è passibile di modifiche che siano ritenute unanimemente ritenute migliorative.

v    Una seconda va ricercata nell'atteggiamento nei confronti dell'individualismo che si riscontra in buona parte del mondo degli affari, di chi ha investito forti somme nel capitale delle imprese o comunque è interessato ad un futuro di forte domanda e di elevata produzione. La ricerca  del  proprio  interesse appare infatti come un movente  capace  di

spingere la gente ad impegnarsi in veste di lavoratori e a consumare molto in veste di consumatori, due attività necessarie a far girare ad alto regime la macchina dell'attuale sistema economico. Tuttavia, a questo fine, non ha molta rilevanza la distinzione se gli agenti siano spinti da un self-interest di tipo individualistico oppure di tipo 'invidioso' (per es.: ti faccio vedere che guadagno e consumo più di te). Se servisse a sostenere il livello della domanda lungo tutto il corso dell'anno, in quest'ottica si loderebbe anche la generosità verso gli altri (come fanno le campagne   pubblicitarie   natalizie   per  accaparrarsi  una  fetta del  ricco

mercato dei regali).

Secondo tale prospettiva è inammissibile che la gente si dedichi al perseguimento di  scopi  che  non  richiedono di  comprare  alcunché  (ad

esempio    obiettivi   di   armonia   con   la   natura,    ricercata   attraverso

passeggiate vicino a casa; oppure di elevazione spirituale, da perseguire attraverso il silenzio e la meditazione).

v    Un altro atteggiamento è quello di chi vede la vita economica come un luogo di competizione in grado di selezionare 'darwinianamente' i più capaci, scaltri o dotati, che riusciranno vincitori. Tuttavia, i risultati che ne discendono sono più complessi e variegati di quanto a prima vista si crederebbe: alcuni osservano, ad esempio, che in vari contesti comportamenti collaborativi possono garantire migliori possibilità di sopravvivenza  rispetto  a  strategie  non collaborative troppo preoccupate

del massimo vantaggio individuale.

In   conclusione,  l'attuale   paradigma   economico   tende  a  'schiacciare  la

personalità umana su di un'unica dimensione, quella dell'utilità. Con essa si ritiene possibile esprimere il soddisfacimento di tutti gli obiettivi e le aspirazioni della persona; ciò ha significato in altre parole trascurare tutte le altre dimensioni dell'uomo come l'interiorità e la relazionalità - che, come sappiamo, incidono profondamente sulle preferenze e i gusti dei soggetti -, in favore  di una assolutizzazione degli obiettivi materiali più facilmente trattabili

da un'analisi che pretende di essere rigorosamente 'scientifica' '.

 

 

Par. 1.3.:   Limiti  del  modello  economico  predominante.

                  le domande  della  società

Il  tipo  di uomo che la scienza economica studia e descrive è - come emerso

dal  paragrafo precedente - un soggetto calcolatore, massimizzante e completamente definito nella propria sfera individuale.

In un mondo così complesso come quello attuale, tale modello  antropologico

non riesce a spiegare molti fenomeni reali[40] e non riesce a rispondere pienamente ai bisogni sociali.

Molti studiosi si sono accorti della fragilità del pilastro su cui è costruita la scienza economica. Davanti alle semplificazioni dell'economista, tutte le critiche - anche se provenienti da scuole di pensiero diverse tra loro[41] - rivendicano una complessità della natura umana, anche in campo economico, e quindi la non liceità della separazione del solo aspetto economico.

·       Una prima critica  proviene dalla Teoria  dei  Giochi  (prospettata nel 1944

 da J.Von Neuman e O.Morgenstern) che mostra  come in alcune situazioni gli individui possono ottenere il risultato migliore, agendo cooperativamente.

Esempio di situazione che rientra in tale teoria è il caso del 'dilemma del prigioniero'.[42]

In  questa   definizione   rientrano   tutte  quelle  interazioni  dove  una  scelta

individualistica, anche se razionale, non porta ad un risultato ottimale; in questi casi una strategia cooperativa risulta essere vincente.

·       Un'analisi    sperimentale   condotta   da   R.Axelrod, i  cui  risultati   sono




riportati   nell'opera   'Evolution  of  Cooperation'   del  1984,  ha  portato  alla

scoperta   di  una  regola  interessante, il  tit-for-tat (o 'colpo su colpo') che consiste nel fare agli altri ciò che gli altri hanno fatto a te.

In un torneo condotto su calcolatore, si è notato che la strategia dominante è stata quella di adottare inizialmente un comportamento collaborativo e successivamente di assumere lo stesso comportamento che l'avversario aveva tenuto nella fase precedente.

Secondo l'autore,  è possibile concludere che giochi di questo genere, ripetuti infinite volte,  possono condurre spontaneamente ad una cooperazione fra i giocatori. Inoltre, il fatto di non sapere quante volte il gioco  verrà ripetuto spinge i giocatori a modificare i propri comportamenti in riferimento a quello degli altri.

Poiché la defezione viene immediatamente punita dall'avversario e poiché i giocatori ritengono che il gioco continui, essi tenderanno a cooperare nella speranza che questo stimoli un simile comportamento negli altri soggetti.

Questa strategia si basa, quindi, sulla regola della reciprocità: il rispetto di questa regola fa in modo che comportamenti non cooperativi, essendo puniti dai giocatori avversari, risultino poco attraenti per i giocatori; d'altra parte essi ottengono un'immediata ricompensa da una mutua cooperazione.

'Il punto critico del tit-for-tat risiede nella possibilità di fraintendimento dei messaggi. In presenza di una mossa non correttamente percepita, anche tale strategia  si  risolve  in  una  sconfitta, nel  senso  che ci allontana sempre più

dalla cooperazione piuttosto che consentirci di raggiungerla'[43].

In  generale  si  può  dire  che, essendo quella del tit-for-tat una strategia che

tende  a  premiare  chi più collabora, essa diviene allora importante in quanto

accresce il clima di collaborazione tra i giocatori.

·       Un  terzo  limite  è  rilevato  da  K.Arrow, nel  noto 'paradosso del voto',

con il quale egli dimostra che non tutte le scelte possono essere ricondotte a scelte individuali. In certe situazioni, non esiste alcun meccanismo, secondo l'autore, per trasformare le preferenze individuali in sociali.[44]

Queste sono alcune delle critiche mosse al paradigma attuale da parte dei teorici dell'economia. Sicuramente più grave è l'allarme lanciato dalla realtà economica e sociale, che dimostra i limiti del modello economico liberista, fondato sul concetto di uomo-individuo.

Due termini di recente conio, che stanno determinando le politiche mondiali e che indirizzano così scelte economiche, sono la globalizzazione e il neoliberismo: la prima intesa come processo di unificazione mondiale che riguarda soprattutto la sfera economica (imprese, finanziarie, investimenti, mercati di merci e capitali si diffondono su scala mondiale, scavalcando le frontiere nazionali e giungendo negli angoli più disparati del mondo); la seconda come dottrina convinta con assoluta e incrollabile certezza che l'economia di mercato elimini la disoccupazione e la povertà.

Con  le  moderne  tecnologie, la possibilità di trasmettere informazioni in ogni

 angolo della terra sta rendendo il mondo più piccolo e più vicino. Nonostante questo, il nostro pianeta continua a mantenere le sue disuguaglianze, ma ciò che diventa sempre più grande è la dimensione dei problemi che ormai sono di ordine planetario.

Negli  ultimi anni, ad eccezione di alcuni paesi del Sud-est asiatico, la disoccupazione è aumentata in tutto il mondo. Inoltre è aumentato vertiginosamente lo sfruttamento del lavoro soprattutto per quanto riguarda donne e bambini. Secondo i dati forniti dall'UNICEF,  sono oltre 80 milioni i bambini di tutto il globo che sono costretti a lavori troppo pesanti per loro. Oggi, dalle statistiche, emerge  che la povertà è ancora largamente presente (ci sono miliardi di persone che sopravvivono con uno-due dollari al giorno, mentre i ricchi rappresentano solo il 20% dell'umanità; ogni ora muoiono 2.000 persone per mancanza del semplice necessario alla sopravvivenza e la durata media della vita in un paese ricco è di 78 anni, in un paese povero è di 42 anni[45]) e sembra estendersi anche agli abitanti del cosiddetto 'primo mondo'[46].

Una ricerca sulla  fame negli  Stati Uniti ha mostrato risultati sorprendenti: nel

1997 'Second Harvest'  ha  dato  assistenza  a 26 milioni di persone, di cui il

39% degli assistiti vive in famiglie in cui c'è almeno un adulto che lavora, e il 36% ha un diploma liceale.[47]

Secondo Dan Misleh, consigliere della Conferenza episcopale americana per i problemi dell'alimentazione, 'queste persone si trovano semplicemente fuori dall'onda di benessere di cui sentiamo spesso parlare. La crescita c'è, ma non beneficia tutti, e migliora soprattutto la condizione di chi già è ricco'.[48]

Inoltre, è utile sottolineare che il concetto di 'povertà' è modificato: un tempo il 'povero' era classificato come 'emarginato', cioè ai margini del processo di sviluppo che però prima o poi l'avrebbe coinvolto in prima persona; oggi, invece, l'emarginazione è divenuta 'esclusione' dal mercato e dalla sua logica[49].

Non è, però, possibile dimenticare che le realtà odierne sono tra loro strettamente interdipendenti (si pensi alle conseguenze che stanno provocando la crisi brasiliana, quella russa e quella asiatica).

Passato il pericolo di un conflitto armato fra est e ovest, ora il rischio di guerra è fra nord e sud. Il conflitto, affermano gli esperti, potrebbe espandersi a macchia d'olio come un crescendo di guerre civili. Frustrazione, rabbia di miliardi  e  miliardi  di  persone  sono  una  'bomba sociale', afferma  la Banca

Mondiale. 

 L'ottavo rapporto sul Programma di sviluppo dell'ONU, pubblicato nell'estate

1997, sostiene che sconfiggere la povertà - almeno quella più grave - non è un'utopia irraggiungibile. L'ONU, con moderato ottimismo, afferma che il costo di questa battaglia è un costo ragionevole, come è ragionevole il tempo previsto: 10.000 miliardi di dollari l'anno per 10 anni. La cifra corrisponde allo 0,2% del reddito mondiale e sarebbe la metà della percentuale che gli Stati Uniti hanno trasferito in Europa con il Piano Marshall, dal 1948 al 1952. Il rapporto conclude che 'il vero ostacolo allo sradicamento della povertà non è dovuto alla carenza di risorse finanziarie, ma alla mancanza di impegni politici'.[50]

'Le problematiche racchiuse da una carestia sono molto complesse e, per poter avere un quadro generale di riferimento, richiedono spesso un approccio     interdisciplinare.  Anche   se   questa   vuole   essere   un'analisi

economica,  non  si può non considerare i suoi aspetti politici e sociali; e sarà

proprio  una  prospettiva  che  cerca  di mettere l'uomo e i suoi diritti al centro

delle relazioni economiche ad offrire inaspettate vie da percorrere'.[51]

Quali contenuti, dunque, devono assumere i progetti economici per fornire soluzioni concrete, eppure giuste, eque, sostenibili?

Per il capitalismo, la sola cosa da fare per garantire ai poveri il benessere (lo sviluppo) è far crescere e aumentare la produzione. La realtà ha, però, dimostrato che 'progresso' non significa necessariamente sviluppo per tutti: senza   una    condivisione  equa  il  benessere   raggiunto   si   trasforma   in

malessere.

E' possibile estendere al maggior numero di persone il relativo benessere raggiunto dalle popolazioni del Nord, senza distruggere irrimediabilmente il pianeta sul quale viviamo?

Tale quesito è stato affrontato al Congresso mondiale degli economisti ambientali, svoltosi a Venezia nel giugno 1998, organizzato dall'Aere (Association of Enviromental and Resource Economists). William Baumul - docente alla New York University - ha rilevato come nei paesi del Nord è stato raggiunto un elevato livello di crescita in termini di beni materiali, cui però ha corrisposto un peggioramento nello stato ambientale. (Per oltre il 70% degli scarichi di sostanze inquinanti sono responsabili i paesi industrializzati). Il professore ha poi indicato le radici del problema: il fatto che l'economia di libero mercato ha saputo produrre solo un enorme incremento in termini di beni materiali, perdendo di vista gli altri valori propriamente umani.[52]

Queste considerazioni rimandano ad una nuova concezione di economia, che consideri la produzione della ricchezza non il fine, ma il mezzo per la felicità dell'uomo e della società. Ciò postula la ricerca di un nuovo rapporto tra etica ed economia.



[5] S.BRITTAIN, Economia ed etica, in 'Etica degli affari e delle professioni', n° 3, 1995, pag.2.

[6] Cfr. E.SCREPANTI & S.ZAMAGNI, Profilo di storia del pensiero economico, NIS, Roma, 1992.

[7] L.BRUNI, Relazionalità e scienza economica, in 'Nuova Umanità', Città Nuova Editrice, Roma, 1997, n° 111/112, pag. 438.

[8] Si tratta della legge della 'mano invisibile': in 'un'economia di libero mercato, ogni individuo, perseguendo i propri interessi, è portato, come da una mano invisibile, a promuovere il benessere della società, più di quanto ne abbia intenzione o se ne renda conto', in D.SALVATORE, Microeconomia: teoria e applicazioni, ed.Franco Angeli, Milano, 1988, pag. 816.

[9] A.SEN, Etica ed Economia, ed.Laterza, Bari, 1988.

[10] Cfr. L.BRUNI, Relazionalità e scienza economica, in 'Nuova Umanità', Città Nuova Editrice, Roma, 1997, n° 111/112, pag. 440.

[11] A.SMITH, The Theory of Moral Sentiments, Liberty Found Indianapolis, in 'Nuova Umanità', Città Nuova Editrice, Roma, 1997, n° 111/112, pag. 441.

[12] Cfr. L.BRUNI, Prime linee per una lettura relazionale dell'economia civile del non-profit, in 'Nuova Umanità', Città Nuova Editrice, Roma, 1997, n° 109, pag. 111-112.

[13] Positivismo: corrente di pensiero secondo la quale la filosofia, abbandonando le astrattezze della metafisica, deve limitarsi ad organizzare i dati delle scienze sperimentali.

[14] Cfr. G.CREPALDI e R.PAPINI (a cura di), Etica e democrazia economica, ed. Marietti, 1990.

[15] Cfr. L.BRUNI, Relazionalità e scienza economica, in 'Nuova Umanità', Città Nuova Editrice, Roma, 1997, n° 111/112, pag. 443.

[16] Cfr. E.SCREPANTI & S.ZAMAGNI, Profilo di storia del pensiero economico, 1992, NIS, Roma, pag. 194.

[17] Ibid., pag. 197.

[18] A.Marshall diffuse 'l'uso del linguaggio scientifico nell'analisi dei problemi economici e, secondo la più moderna definizione di scienza, egli impresse definitivamente questo carattere agli studi di economia. Fondò il primo corso universitario di economia, nel 1903 a Cambridge, Regno Unito'.[in P.SAVONA, Gli enigmi dell'economia, Arnaldo Mondadori Editore, Milano, 1996, pag. 159.

[19] A.SCHOTTER, L'economia del libero mercato, ed.Riuniti, Roma, 1991, pag.20.

[20] J.BENTHAM, Principles of Morals and Legislation, ed. W.Harrison, Oxford, 1984, cap.3, sez i., in A..SCHOTTER, L'economia del libero mercato, ed.Riuniti, Roma, 1991, pag.19.



[21] S.LOMBARDINI, Economia ed etica. Dall'indifferenza alla ricerca di nuovi rapporti, in 'Rivista Internazionale di Scienze Sociali', 1993, pag.752-753.

[22] Cfr. F.ALBERONI e S.VECA, L'altruismo e la morale, ed.Garzanti, Milano, 1988.

[23] Cfr. E.SCREPANTI & S.ZAMAGNI, Profilo di storia del pensiero economico, 1992, NIS, Roma, pag. 211.

[24] D.SALVATORE, Microeconomia: teoria e applicazioni, ed.Franco Angeli, Milano, 1988, pag. 785.

[25] A.SCHOTTER, L'economia del libero mercato, ed.Riuniti, Roma, 1991, pag.20.

[26] S.LOMBARDINI, Economia ed etica. Dall'indifferenza alla ricerca di nuovi rapporti, in 'Rivista Internazionale di Scienze Sociali', 1993, pag.752.

[27] Cfr. BROSIO, Economia e finanza pubblica, NIS, Roma, 1986.

[28] Cfr. S.ZAMAGNI, Introduzione a A.SEN, Scelta benessere ed equità, ed. Il Mulino, Bologna, 1986.

[29] F.HAYEK, Individualism and Economic Order, University of Chicago Press, 1948, in A.SCHOTTER, L'economia del libero mercato, ed.Riuniti, Roma, 1991, pag.17.

[30] A.SCHOTTER, L'economia del libero mercato, ed.Riuniti, Roma, 1991, pag. 17-18.

[31] Questa concezione viene portata alle estreme conseguenze da L.Robbins, nel 1932, nella sua opera 'Saggi sulla natura e l'importanza della scienza economica', che fa emergere la neutralità dell'economia rispetto ai fini e ai valori: essa non dà giudizi sui fini, ma è in grado di valutare l'uso più conveniente dei mezzi per pervenire ai fini stessi.

[32] A.SCHOTTER, L'economia del libero mercato, ed.Riuniti, Roma, 1991, pag. 26.

[33] Ibid., pag.12.

[34] L.BRUNI, Relazionalità e scienza economica, in 'Nuova Umanità', Città Nuova Editrice, Roma, 1997, n° 111/112, pag. 446-448.

Tale concezione non è priva di importanti implicazioni culturali, e quindi pratiche, poiché una teoria economica, una volta diffusa, modifica la realtà di cui essa si occupa. Diffondere nelle università, nei centri di ricerca, nei mass-media l'idea che un soggetto è razionale solo se individualista e massimizzante, inevitabilmente farà sì che tali comportamenti aumenteranno. Negli USA sono state fatte alcune ricerche che hanno messo in luce come gli studenti di economia sono in media più individualisti e autointeressati degli altri.(cfr.Frank, Gilovich e Regan, Does studying economics inhibit co-operation?, 'Journal of Econimic Prospectives', 1993.)

[35] DEAGLIO, La nuova borghesia e la sfida del capitalismo, ed. Sagittari Laterza, Bari, pag.69.

[36] Cfr., L.BRUNI, Relazionalità e scienza economica, in 'Nuova Umanità', Città Nuova Editrice, Roma, 1997, n° 111/112, pag. 439-440. L.Infantino, in 'Ordine senza piano', 1995, NIS, Roma, a pag. 57 scrive: 'Ciascuno vede cioè l'altro attraverso la prospettiva delle proprie esigenze personali. L'obiettivo di ognuno è di realizzare i propri progetti. I servigi di alter sono un mezzo per tale realizzazione'.

[37] Dall'intervento di Luigino Bruni al Convegno 'Verso un agire economico a misura di persona: la proposta di E.d.C.' - Univeristà cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza, 29 gennaio 1999.

[38] Docente di Economia Politica alla facoltà di Economia e Commercio di Padova.

[39] Si tratta del convegno 'Nuove dimensioni dell'economia: il progetto di Economia di Comunione', tenutosi l'11 marzo 1998, presso l'Università Bocconi di Milano, al quale ho partecipato.

[40] Fenomeni quali la crescita del settore non-profit, del commercio equo-solidale, del movimento cooperativo, del volontariato, ecc.

[41] Ricordo Malthus che critica l'economia politica in quanto trascura la complessità dei problemi, non facilmente riconducibili ad una sola causa; Sismondi che nei suoi 'Nuovi Principi' del 1819 scrive: 'L'economia politica diventa, nel suo complesso, la teoria di chi fa il bene in termini sociali, in questo senso, tutto ciò che in ultimi analisi non si riferisce alla felicità degli uomini non fa parte di questa scienza'; Romagnosi, per il quale l'economia è indissolubilmente legata con tutte le altre sfere del sociale, e soprattutto deve tener conto, ad ogni livello di astrazione, della complesità degli individui. A questi autori si aggiungono: la tradizione dell'economia civile, della Scuola storica tedesca, della scuola marxista, del cattolicesimo sociale, del pensiero corporativista e dei numerosi autori contemporanei come A.Sen, K.Arrow, S.Lombardini, ecc.(in L.BRUNI, Prime linee per una lettura relazionale dell'economia civile del non-profit, in 'Nuova Umanità', Città Nuova Editrice, Roma, 1997, n° 109, pag. 112-113).

[42] Si considera una situazione in cui due soggetti sospettati complici di un delitto vengono interrogati in stanze separate. Ciascuno ha di fronte due possibilità: può confessare, denunciando l'altro, oppure negare la propria colpevolezza.

à Se solo uno dei due prigionieri confessa, egli è libero, mentre il secondo viene condannato con la massima pena di 10 anni.

à Se entrambi negano la propria colpevolezza, sono condannati ad 1 anno di reclusione.

à Se confessano ottengono una pena di 5 anni.

Il comportamento individualistico spingerebbe entrambi i prigionieri a confessare, denunciando l'altro. In questo modo otterrebbero dei risultati peggiori (5 anni) rispetto a quelli che ciascuno conseguirebbe con un comportamento collaborativo (1 anno).

[D.SALVATORE, Microeconomia: teoria e applicazioni, ed.Franco Angeli, Milano, 1988, pag. 559-560].

[43] A.SCHIANCHI, La strategia della razionalità, NIS, Roma, 1997, pag.63.

[44] Una comunità di tre persone deve prendere una decisione sulla base di tre alternative (A, B, C). Ciascun componente stabilisce un ordine di preferenze.

                  

                    Ordine preferenze        Tenendo  conto  delle  sole  preferenze  individuali  e del

Soggetto 1         A  B  C                    procedimento  non dittatoriale usato per decidere, non si

Soggetto 2         C  A  B                              riesce a trovare l'alternativa che soddisfa la comunità.

Soggetto 3         B  C  A                              Qualsiasi  alternativa  si  scelga,  ci   sarà   sempre  una

Maggioranza  della popolazione che ne preferisce un'altra. Secondo Arrow, questo problema

di  ciclicità  sorge  con  tutti  i  sistemi  non  dittatoriali. [ A.SCHOTTER, L'economia del libero

mercato, ed.Riuniti, Roma, 1991, pag. 29].

[45] Dati desunti da 'Cuore Amico', mensile di informazione dell'Ente morale 'Cuore Amico Fraternità' - Brescia, n°4, marzo 1998, pag.4.

[46] Il libero mercato produce ricchezza, ma non la distribuisce, anzi l'ingiustizia di tale distribuzione aumenta e tende a crescere di anno in anno: per capire quanto sia squilibrato il nostro mondo basta ricordare che il 20% dell'umanità si garantisce l'80% del prodotto lordo mondiale.

[47] Questa ricerca è stata condotta dal centro studi Van Amburg Group, per conto dell'organizzazione di Chicago 'Second Harvest', la più grande associazione americana privata non profit per la distribuzione del cibo fra gli indigenti.[P.MASTROLILLI, Cresce la povertà made in Usa, in 'Avvenire', 13 marzo 1998, pag.15.]

[48] Ibid., pag.15.

[49] Esempio è fornito dall'Africa, il cui peso sul mercato è nullo: è solo 1-2,5% la quota di commercio detenuta oggi dai 52 paesi africani. Tutti insieme questi Stati dell'Africa vivono con un reddito complessivo che è inferiore a quello dell'Italia! [in 'Cuore Amico', mensile di informazione dell'Ente morale 'Cuore Amico Fraternità', n°4, marzo 1998, pag.5.]

[50] Tratto   da   'Cuore  Amico',   mensile   di   informazione  dell'Ente morale 'Cuore  Amico Fraternità' - Brescia, n° 2, febbraio 1998, pag.1-2.

[51] L.CARRARO, Quale politica può fermare le carestie?, in 'Nuova Umanità', Città Nuova Editrice, Roma, 1996, n° 104.

[52] Cfr., S.ROSSO, Economia & ambiente, in 'Avvenire', 27 giugno 1998.

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