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Globalizzazione, rischio e tutela ambientale




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GLOBALIZZAZIONE, RISCHIO E TUTELA AMBIENTALE

Epoca moderna e postmoderna

Globalizzazione – rischio – tutela ambientale sono tre elementi intrinsecamente concatenati all’epoca moderna e postmoderna.



Per modernizzazione si intende l’insieme dei cambiamenti sociali, economici, politici e culturali conseguenti alla rivoluzione economico-sociale e politico-culturale del XVIII secolo.

Un’analisi sociologica della società moderna ne ha rilevato i seguenti caratteri:

razionalizzazione; differenziazione; individualizzazione.

La crisi può essere intesa come tratto peculiare della modernità, in quanto conseguenza sia di una trasformazione perenne dell’assetto sociale, sia del continuo miglioramento e sviluppo economico-politico su base capitalista.

Il concetto di postmodernità è un approccio che considera essenziale e prioritario il mutamento culturale: la dimensione simbolica, il fallimento delle ideologie unificanti, l’iperrealtà creata dai nuovi media, la decontestualizzazione delle relazioni sociali  acquistano un ruolo centrale nella cultura, la quale è totalmente intrecciata e compenetrata da altre sfere.

Ciò che principalmente cambia è il modo di interpretare la realtà: le vecchie prospettive  analitiche sono quindi inadeguate allo studio della realtà e si sviluppa un campo di studi nuovo sull’universo simbolico creato dalle merci e dai mass media. Così alcuni tratti fondamentali della modernità, come la razionalizzazione e la differenziazione , appaiono serrati in se stessi producendo de-differenziazione e de-razionalizzazione. Ciò che ne consegue è la frammentazione delle identità  e dei linguaggi.

La crisi ambientale, in questa prospettiva, è quindi legata al fallimento della società moderna la quale ha ridotto l’appropriazione materiale della natura al suo sfruttamento[1].


Epoca moderna e globalizzazione

La vita sociale è ordinata nel tempo e nello spazio. Le relazioni sociali a questo proposito hanno caratteristiche particolari se tra i soggetti intercorrono delle implicazioni locali (circostanze di compresenza) o interazioni a distanza (le connessioni di presenza e assenza). Nell’ epoca moderna il livello di distanziazione spazio-temporale è molto elevato rispetto alle epoche precedenti: di conseguenza i vari rapporti che collegano tra loro i diversi contesti sociali diventano una rete globale[2]. La globalizzazione si riferisce proprio a questo incremento di contatti, relazioni, scambi materiali e immateriali fra individui al di là della rispettiva collocazione geografica, che comporta una crescente condizione di interdipendenza e relativizzazione delle dimensioni spaziali e temporali nelle relazioni intersoggettive. Questa nuova morfologia delle relazioni sociali è la conseguenza diretta della cosiddetta rivoluzione mobiletica, concetto introdotto dalla fine degli anni ’60 da alcuni scienziati sociali americani per indicare quella serie di cambiamenti sociali ed economici derivanti dagli sviluppi del progresso tecnico e della ricerca scientifica.[3]

La globalizzazione può essere quindi intesa come l’intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti facendo sì che gli eventi locali vengano modellati e siano quindi dipendenti dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa.[4]

Lo stretto rapporto di interdipendenza nelle relazioni di vario genere in un sistema globalizzato, è facilmente identificabile come caratteristica peculiare delle quattro dimensioni della globalizzazione indicate da Giddens:

·       Economia capitalistica mondiale

·       Sistema degli stati-nazione

·       Ordinamento militare mondiale

·       Divisione internazionale del lavoro

I centri principali di potere dell’economia mondiale sono gli stati capitalisti, stati cioè la cui economia si basa sui principi del capitalismo. La sfera economica è quindi isolata da quella politica. Ciò permette ad aziende residenti in uno Stato specifico di estendere globalmente i propri mercati per una continua crescita della produzione di profitto. Comunque le cosiddette multinazionali hanno un potere economico tale da influenzare politicamente lo Stato in cui risiedono e gli Stati con cui hanno i rapporti economici.

Lo stato-nazione si distingue dal precedente sistema statale per il fatto di essere riconosciuto come tale dagli altri Stati. Il sistema degli stati-nazione è caratterizzato infatti dalla riflessività tipica della modernità. Ciò significa che qualsiasi attività viene costantemente esaminata e riformata alla luce di nuovi dati acquisiti in merito a tale attività, in modo tale da alterarne costantemente il carattere.[5] Il principio di riflessività sottintende così un implicito controllo reciproco tra i vari Stati, limitandone la sovranità individuale ma, dal momento che ne unisce i poteri, accrescendone l’influenza nell’ambito del sistema di stati.

L’ordinamento militare mondiale è comprensibile alla luce dei fitti rapporti tra l’industrializzazione della guerra, il flusso di armamenti, le tecniche di organizzazione militare e le alleanze strette tra gli Stati.

Lo sviluppo industriale globalizzato è evidentissimo nella divisione mondiale del lavoro. Tale divisione comprende la specializzazione regionale delle industrie, la spartizione per capacità e per produzione di materie prime. Ciò ha contribuito a modificare la distribuzione internazionale della produzione e, di conseguenza, la ricchezza mondiale, poiché i paesi produttori di materie prime restano fondamentali ma sostanzialmente dipendenti dai paesi maggiormente industrializzati.[6]


Globalizzazione e rischio

Gli approcci tecnico scientifici definiscono il rischio come “ il prodotto delle probabilità e delle conseguenze (dimensioni e gravità) del verificarsi di un certo evento avverso (cioè un pericolo).[7] Questa prospettiva non affronta la questione del rischio da un punto di vista sociale, considerandolo cioè un prodotto della società stessa.

Un approccio socioculturale invece considera l’esperienza del rischio come un aspetto centrale della soggettività umana, e che rimanda alle idee di scelta, responsabilità e colpa. L’ottica socioculturale si suddivide al suo intero in diversi approcci: simbolico-culturale,  della “società del rischio”, strutturalista, post-strutturalista, fenomenologico, psicoanalitico e approccio della governamentalità.

APPROCCIO SIMBOLICO CULTURALE

L’antropologa Mary Daouglas, l’esponente più illustre dell’approccio simbolico-culturale, attribuisce un ruolo di cruciale importanza ai gruppi sociali, organizzazioni, e società nell’associare ad alcune particolari situazioni la sensazione di rischio. La teoria della cultura infatti considera il formarsi di una nozione di rischio come processo collettivo, piuttosto che individuale. L’approccio di Douglas insiste soprattutto sull’uso politico del concetto di rischio nell’attribuzione della colpa dei particolari pericoli, da cui ciascuna società o gruppo sociale si sente minacciato . Ciò che le società farebbero è selezionare alcuni pericoli come degni di particolare attenzione, poiché, per ragioni interne alla loro cultura e dati i loro valori e interessi, esse definiscono «rischi». Il rischio cioè sarebbe l’interpretazione e la risposta socialmente costruita a un pericolo reale ed oggettivo, anche se la conoscenza che ne abbiamo è sempre mediata da processi sociali e culturali.
Se un’azione o una scelta sono sotto la minaccia di possibili pericoli, i rischi su cui l’attenzione della comunità si concentra maggiormente sono quelli connessi alla questione della legittimazione dei principi morali; un pericolo viene trasformato in rischio dalle strutture culturali (inevitabilmente anche morali e politiche) che provvedono all’attribuzione della responsabilità del rischio in questione a qualcuno o qualcosa.

Il concetto di rischio in epoca moderna, e soprattutto in Occidente, ha acquisito sempre maggior importanza ed è andato via via a sostituire altri concetti tra i quali quello di pericolo. Douglas spiega questo fatto associandolo  al processo di globalizzazione. Il rischio sarebbe una componente del complesso di nuove idee e sviluppi che hanno condotto alla formazione di una cultura capace di integrare comunità sempre più ampie, e che di conseguenza ha suscitato un senso di vulnerabilità legato al fatto stesso di essere parte di un sistema mondiale. Di conseguenza i singoli paesi dovrebbero garantire ai propri cittadini un nuovo genere di protezione. In questo contesto l’idea di rischio potrebbe essere stata elaborata ad hoc. La sua terminologia universalizzante, la sua astrattezza, la sua forza di sintesi, la sua scientificità la rendono strumento adatto al compito di costruire una cultura capace di integrare una società industriale moderna.[8]

APPROCCIO DELLA «SOCIETÀ DEL RISCHIO»

La prospettiva dell’approccio della “società del rischio” è macrosociologica: i significati e le strategie correnti del rischio sono analizzati considerando le trasformazioni dell’ordine politico, in particolare dei processi che contribuiscono a formare in Occidente la società del rischio -individualizzazione, riflessività e globalizzazione-

Gli esponenti maggiori di questa teoria sono Ulrich Beck e Anthony Giddens.

La tesi essenziale di Beck parte dalla constatazione che i cittadini delle società occidentali contemporanee stanno vivendo in un’epoca di transizione e che la società industriale si sta trasformando in una «società del rischio». In questa fase di passaggio la produzione di ricchezza, moltiplicatasi in seguito al processo di modernizzazione, procede di pari passo con la produzione di rischi. Le società più ricche infatti si ritrovano ad affrontare un nuovo problema rispetto al passato: come prevenire e ridurre al minimo i “mali”, vale a dire i rischi. Beck inizialmente fa una differenza tra il rischio in se stesso (la sua concezione realistica) e la sua pubblica percezione; ma non è chiaro se sono i rischi ad essersi acutizzati o è il nostro sguardo ad essere più attento. Sviluppando la teoria, Beck considera i rischi come rischi nel sapere  e quindi i rischi e la loro percezione coincidono in un’ unica e medesima cosa. Ossia i rischi sono costruzioni sociali definite secondo precise strategie e, sfruttando il materiale scientifico predisposto a tale scopo, la sfera pubblica li nasconde o li drammatizza. I fatti descritti dalla scienza sono comunque anch’essi risultato di un processo interpretativo che avviene all’interno di un contesto culturale e politico determinato.  La teoria di Beck quindi, partendo dall’approccio oggettivista delle scienze reali e accogliendo l’approccio del relativismo culturale, si prefigge l’obiettivo di spiegare la disposizione culturale di individui e gruppi sociali a considerare certi rischi come importanti e ad ignorarne altri. Nell’epoca del tardo industrialismo, le società affrontano minacce alla vita umana di dimensioni senza precedenti (nucleare, inquinamento…). Tali minacce di natura globale non sono né quantificabili, né prevedibili e difficilmente evitabili. I caratteri di calcolabilità, percezione e responsabilità dei rischi globalizzati sono infatti profondamente mutati nella società del rischio portando le persone a vivere in un’insicurezza e incertezza costante. Il rischio è sempre più spesso oggetto di continui conflitti tra chi elabora le definizioni del rischio (per esempio gli esperti) e chi ne fa uso (la gente comune). Ciò rende il rischio un concetto altamente politico. I rischi poi rafforzano le condizioni di disuguaglianza e, contemporaneamente, essendo democratici contribuiscono a creare una cittadinanza globale.[9]



Il rischio secondo Giddens è la prosecuzione dei meccanismi di modernizzazione e globalizzazione, e in particolare è la ripercussione di tali processi sulla natura della vita quotidiana. Le istituzioni moderne creano un “unico mondo” suscitando negli individui la sensazione di appartenere ad un unico noi , di essere membri di una comunità globale. La tarda modernità è definita da Giddens come «cultura del rischio», ma ciò non implica che le società occidentali contemporanee siano più a rischio delle società del passato. Le paure odierne sono contraddistinte dalla consapevolezza che sono gli uomini stessi a produrre i rischi. I pericoli e gli azzardi vengono perciò concepiti nelle società contemporanee come rischi, fenomeni su cui il genere umano può esercitare un qualche controllo. Le condizione della modernità –distanziazione spazio-temporale, ruolo crescente di meccanismi di disaggregazione-  poggiano sulla fiducia, la quale però non è accordata agli individui, ma a capacità astratte, a una conoscenza organizzata secondo il concetto della riflessività, che la rende quindi sempre variabile e imprecisa. Vivere in una società del rischio significa guardare con occhio calcolatore alle possibilità di azioni aperte, sia positive che negative, con le quali dobbiamo confrontarci costantemente sia in quanto individui, sia in quanto collettività.[10]


APPROCCIO DELLA GOVERNAMENTALITÀ

Tale approccio vede nel rischio non tanto un fenomeno, quanto una «razionalità calcolatrice». Questa teoria si basa sugli studi sociologici condotti da Foucault e in particolare dalla sua tesi della governamentalità.

Foucault intende per governamentalità l’approccio alla regolazione e al controllo sociale che ha cominciato ad emergere nell’Europa del XVI secolo in concomitanza dei mutamenti sociali, politici ed economici in corso. Dal XVIII secolo l’approccio neoliberista nel concepire e gestire il potere politico e la governamentalità, è diventato nei paesi occidentali il modo dominante. Da questo punto di vista il rischio può essere considerato una strategia governativa finalizzata al monitoraggio e al controllo della popolazione e dei singoli individui in vista degli obiettivi del neoliberismo. Si sviluppa dietro a questo monitoraggio un lavoro specifico che coinvolge una quantità eterogenea di esperti in vari settori (per esempio medicina, sociologia, statistica, demografia, economia…), rendendo così il rischio problematizzato, calcolabile e governabile. Al progressivo miglioramento nella tarda modernità dei saperi esperti sul rischio, è corrisposto uno sviluppo delle strategie che gli individui sono tenuti ad applicare a loro stessi, nell’ottica delle «tecnologie del sé» le quali puntano alla massimizzazione del proprio capitale umano, per il raggiungimento di uno stato felice, puro, saggio, perfetto e immortale.
La qualifica di “pericoloso”, seguendo i giudizi degli esperti,  era associata a fattori quali le condizioni di vita e l’ambiente morale dei diversi gruppi sociali. Seguendo questo criterio i membri della classe operaia e i poveri erano considerati “pericolosi”, mentre di conseguenza le classi più ricche e privilegiate erano ritenute “a rischio”, in quanto minacciate dagli effetti contaminanti delle classi pericolose. Ciò implica che il rischio viene calcolato non attraverso un’osservazione ravvicinata dei singoli individui, bensì sulla base di probabilità statistiche sistematiche relative alle popolazioni, identificando determinati individui come membri di una “popolazione a rischio”.
Ma le società occidentali contemporanee affrontano il rischio seguendo tre logiche distinte: la logica dell’assicurazione in cui il rischio è considerato calcolabile e governato da leggi precise, riguarda un gruppo allargato di persone ed è strettamente correlato ad una perdita di denaro; la logica dell’epidemiologia la quale procede al calcolo del rischio incrociando i dati dell’esistenza di una certa condizione patologica all’interno della popolazione osservata, e alcune serie di fattori astratti ritenute variabili causali della patologia. Tendono così alla trasformazione delle condizioni ambientali al fine di migliorare lo stato di salute generale. La logica della gestione del singolo caso calcola il rischio valutando qualitativamente i pericoli che minacciano gli individui o i gruppi considerati “a rischio”. Indipendentemente dalla logica del rischio impiegata, nei sistemi sociali attuali, si chiede sempre più spesso agli individui di adottare certi comportamenti che prevengano il più possibile i rischi, o almeno ne attenuino  gli effetti. Tale strategia è definita «nuovo prudenzialismo» e comporta un graduale spostamento di responsabilità della protezione dei rischi, dalle agenzie pubbliche agli individui o alle comunità di base. Ossia ad un processo di responsabilizzazione multipla degli individui, delle famiglie, delle comunità per i rischi corsi. Ciò porta ad una progressiva identificazione di noi stessi non quali membri di una società particolare, ma come individui capaci di autorealizzarsi, autoregolarsi, autodifendersi, rispecchiando in tal modo la figura dell’ homo oeconomicus, il quale segue un modello di attore autointeressato e responsabile grazie a caratteristiche morali e politiche aggiuntive.[11]

APPROCCI SOGGETTIVI

È stata prestata scarsa attenzione ai processi con cui le persone comuni costruiscono le proprie interpretazioni del rischio e rispondono alle dichiarazioni degli esperti basandosi sulle loro conoscenze del mondo.

Alcuni sociologi, tra i quali Wynne, hanno infatti cercato di dimostrare che le percezioni del rischio delle persone comuni si basano su fonti di conoscenza tanto rilevanti e razionali quanto i fondamenti delle valutazioni degli esperti e degli scienziati. Queste tesi tendono a rovesciare le affermazioni di supposta “irrazionalità” delle reazioni al rischio dei profani. Nel formulare i suoi giudizi sui rischi, il pubblico profano tiene conto di diversi fattori, oltre all’oggettiva gravità dell’impatto fisico del rischio. Infatti la valutazione del rischio che essi fanno è il prodotto di componenti scientifiche e culturali, ottenute anch’esse da elaborazioni razionalistiche e calcolatrici, le quali riflettono modi diversi di interpretare e rappresentare i fenomeni come per esempio la prevedibilità, il controllo e la capacità di azione. Inoltre queste risposte alla valutazione dei rischi, siccome provengono da reti sociali ben radicate, sono il risultato di esperienze collettive, no private. Tuttavia le opinioni sui rischi non sono fisse e stabili, ma tendono a mutare in funzione dell’accumularsi di esperienze e degli sviluppi della conoscenza locale e dei saperi esperti. Concorrono poi al riconoscimento del rischio e alla sua conseguente scelta di comportamento che fanno gli individui, i rapporti di potere intrinseci alla modernità. Esistono perciò individui o gruppi attrezzati e possibilitati ad impegnarsi nella riflessione di sé, grazie all’accesso alle risorse sociali (per esempio all’istruzione).

Sociologi come Nelkin e Brown hanno prestato attenzione all’influenza del contesto sociale sulla percezione dei rischi nel mondo del lavoro e la capacità dei lavoratori di agire di conseguenza. Un ruolo importante nella percezione individuale del rischio è svolto dall’atteggiamento delle persone nei confronti del proprio lavoro. Ma altrettanto determinante è la situazione economica, sociale e familiare del lavoratore, il quale, per conservare il proprio impiego, è implicitamente costretto a minimizzare o ad ignorare totalmente i rischi che corre. Dagli studi sociologici  di questi studiosi si nota bene quanto la collocazione sociale delle persone e il loro accesso alle risorse materiali incidono profondamente sui modi in cui esse percepiscono e affrontano i rischi.

Vi è infine un ulteriore approccio nel considerare la percezione del rischio a livello soggettivo: la riflessività estetica ed ermeneutica. Tale riflessività si ritrova in alcuni aspetti della vita quali il gusto, lo stile, il senso del tempo e dello spazio, il consumo, il tempo libero, la cultura popolare e l’appartenenza a subculture. È basata sulle predisposizioni fisiche, sulle supposizioni, stereotipi ed altri sistemi di significato che gli individui iniziano ad apprendere nel corso del processo primario di socializzazione. Viene così introdotto il concetto di habitus, ossia l’insieme delle disposizioni, delle abilità fisiche, dei modi di agire e di comportarsi che sono trasmessi da una generazione all’altra, e che rimandano all’appartenenza ad una sottocultura. Quindi nel considerare i comportamenti rispetto ai rischi, vengono distinte le azioni che presuppongono un alto grado di riflessione, dalle pratiche o abitudini che si impongono a noi come una seconda natura. Infatti molte delle disposizioni e dei comportamenti che costituiscono il nostro habitus agiscono a livello subconscio in modo quasi meccanico; sono elementi del nostro modo di essere e di vivere il corpo che diamo per scontati, ed in ciò sta la difficoltà a cambiarli. Secondo questo approccio, alcune azioni di prevenzione del rischio rappresentano appunto la routine della vita quotidiana, azioni intraprese per abitudine e pressoché senza riflettere.[12]


Rischio e tutela ambientale in particolare italiana

Come già detto sopra l’industrializzazione, il progresso tecnologico-scientifico e il processo di globalizzazione, dal XIX° secolo fino ad oggi, procedono di pari passo, intrecciandosi ed influenzandosi l’uno l’alto.
 La società prende violentemente coscienza dell’enorme potenza che la tecnologia e la scienza hanno acquisito nel loro dirompente sviluppo assistendo alle tremende conseguenze fisiche, biologiche, sociali e politiche derivanti dal lancio della prima bomba atomica su Hiroshima. Quest’evento dimostra come il genere umano sia riuscito ad ottenere un immenso potere di manipolazione totale della natura e di distruzione della propria stessa vita.[13] Un’ altra dirompente ed altrettanto preoccupante conseguenza dello sviluppo economico intensivo è rilevata nel corso degli anni 60’: l’inquinamento, ritenuto uno dei danni globali recati alla salute dell’uomo e degli ecosistemi. Il nucleare e l’inquinamento segnano così ufficialmente l’inizio di una nuova concezione del rischio in quanto globalizzato ed esteso all’intera umanità ed a molteplici settori della vita quali l’ambiente, la salute, e la nozione stessa di futuro.
 Giddens negli anni ’90 analizza “l’aspetto minaccioso” del mondo contemporaneo delineando i profili del rischio specifici della modernità :

·       Globalizzazione del rischio nel senso di intensità (una guerra nucleare per esempio può minacciare la sopravvivenza di tutta l’umanità.

·       Globalizzazione del rischio nel senso di numero crescente di eventi contingenti che interesano ogni persona o almeno grandi masse di persone in tutto il pianeta (per esempio i cambiamenti della divisione mondiale del lavoro).

·       Rischio derivante dalla natura socializzata o dall’ambiente creato: l’applicazione del sapere umano all’ambiente fisico.

·       Lo sviluppo di ambienti di rischio istituzionalizzati che influiscono sulle aspettative di vita di milioni di persone (per esempio i mercati d’investimento).




·       La consapevolezza del rischio come tale:  le lacune di sapere nei rischi non possono essere convertite in certezze del sapere religioso o magico.

·       La consapevolezza diffusa del rischio:  molti dei rischi ai quali collettivamente siamo esposti sono noti a molte persone.

·       La consapevolezza dei limiti del sapere esperto: nessun sistema esperto può avere una conoscenza totale delle conseguenze derivanti dall’applicazione dei principi esperti.[14]

Questi aspetti minacciosi vengono percepiti da alcuni movimenti culturali a partire già dagli anni ‘60. La tematizzazione del rischio nella società post-Hiroshima determina infatti la nascita di una particolare corrente di pensiero, definibile ecologia politica, che ha indicato il rischio ambientale come conseguenza di determinate scelte. L’ecologia politica nasce prima come critica culturale, poi come fenomeno politico. Viene quindi riconosciuto un nesso esistente tra le decisioni apparentemente adeguate in modo settoriale, ed effetti distruttivi globali come conseguenze non intenzionali di tali scelte. Tutto ciò contribuisce ad allargare la definizione stessa di rischio ambientale in quanto inevitabilmente anche rischio politico.[15] L’asse centrale quindi nel corso degli anni ’60 dell’impegno organizzato per la difesa dell’ambiente si sposta dall’obiettivo della conservazione della natura – rappresentato da organizzazioni quali Italia Nostra nata nel 1955 – a quello della lotta contro l’inquinamento. Lo si nota dalla crescita d’importanza che il tema ritrova nei principali quotidiani italiani come per esempio “Il Mondo”, “Corriere della sera”, “La Stampa”, “Il Giorno”, “Avvenire”, e dalla pubblicazione di libri-denuncia come, per esempio, “Primavera silenziosa” di Carson, “Animali estinti e in via d’estinzione” di Ziswiler, “Prima che la natura muoia” di Dorst, e altri ancora. Questa nuova preoccupazione comincia a prendere connotati scientifici prima non riscontrati nella rilevazione del problema. Infatti nasceva dalle denunce di biologi, fisici, demografi e medici che, in base a precise analisi qualitative e quantitative, dichiaravano l’insostenibilità di quel tipo di sviluppo. Così nel 1961 nasce a Ginevra la “World Wildlife Found” un organizzazione principalmente di naturalisti e ornitologi. In Italia si costituirà una sezione del WWF già nel 1966 gestita da giovani esponenti di “Italia Nostra”. L’impostazione e l’approccio culturale del WWF italiano si distingueva dalle precedenti associazioni ambientaliste (tra le quali anche Italia Nostra), poiché si rifaceva ai grandi libri di denuncia dei rischi di distruzione della flora  e della fauna pubblicati in Europa e Stati Uniti.

Nel decennio successivo la preoccupazione ambientalista incomincia a delineare tratti di un cambiamento radicale: la nascita del fenomeno ecologista quale movimento culturale, sociale, politico che verteva sulla questione ambientale riconoscendola come il cuore di un progetto globale di trasformazione della società verso una sensibilità post-materialista. Significativa è in questo senso la prima e più ampia mobilitazione popolare ecologista svoltasi negli Stati Uniti nel 1970: l’ ”Earth Day”. Successivamente anche in Europa si cominciano ad organizzare conferenze internazionali centrate sul tema della tutela ambientale, come la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente (nel 1972 a Stoccolma) con lo scopo di rendere evidente agli occhi dell’opinione pubblica la necessità di un approccio globale ai problemi dell’ambiente. Viene però subito notata una certa difficoltà a far impegnare i diversi attori economici in progetti concreti di difesa dell’ambiente. A tale scopo il “Club di Roma”, un’associazione di scienziati,  economisti e manager che si proponeva di elaborare analisi e suggerimenti da proporre nelle scelte ambientali future, presentò il primo Rapporto intitolato “ I limiti della crescita”.

Il fermento ecologista dei primi anni ’70 produsse anche risultati concreti in Italia: a Milano furono istallate le prime centraline per la rilevazione delle concentrazioni di anidride solforosa; in alcune regioni del contro-nord vennero creati i Servizi di Medicina dell’ Ambiente di Lavoro; nel 1976 venne approvata dal Parlamento la legge Merli: il primo testo organico antinquinamento che fissava i limiti tassativi alla presenza di sostanze inquinanti negli scarichi civili ed industriali; nel 1973 venne istituito per la prima volta un Ministero dell’Ecologia. Ma nonostante una diffusa sensibilizzazione del problema a livello politico e popolare, il grado di  prevenzione e soluzione dei problemi eventuali che potevano verificarsi era ancora scarso. Lo dimostra l’incidente di Severo accaduto nel 1976. Questa catastrofe ambientale fu un’altra dimostrazione dell’esigenza urgente di migliorare la sicurezza industriale e di varare direttive capaci di indirizzare al meglio possibile la gestione delle industrie. Nel 1982 infatti fu varata una direttiva europea, chiamata appunto “Direttiva Severo” sulla prevenzione degli incidenti negli impianti industriali pericolosi.

La battaglia antinucleare fu l’occasione per rendere l’ecologismo un vero e proprio movimento politico. La prima manifestazione antinucleare in Italia si svolse a Montalto di Castro contro il progetto di costruzione di una centrale nucleare in quella zona. Fu una vicenda di rilievo nazionale in quanto vide il movimento caratterizzato da una grande eterogeneità di attori e motivazioni che, nella prima fase della mobilitazione, suscitò un grande impatto, e, nei mesi successivi, ne minò la coesione. Comunque, nonostante le pesanti manifestazioni, la centrale fu costruita. L’importanza di questa prima manifestazione la si ritrova nella successiva nascita di molteplici comitati contro le centrali, le quali seguirono il «modello Montalto»: l’alleanza tra popolazioni locali, associazioni ecologiste, intellettuali ed esperti scientifici. L’anima politica del movimento fu il Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche. Negli anni successivi continua la crescita degli aderenti alle associazioni ecologiste;  continuano anche a nascerne delle nuove (per esempio Lega per l’Ambiente), si moltiplicano le cattedre di ecologia nelle Università e nascono perfino le Università Verdi le quali organizzano corsi sui temi specifici, pubblicano libri, promuovono convegni di studio e si impegnano per diffondere nelle scuole l’educazione ambientale.

Agli inizi degli anni ’80 la sensibilità verso i problemi ambientali andò traducendosi anche in scelte politiche conseguenti. Infatti si concretizzavano anche in Italia le prime formazioni politiche «verdi» che trovarono legittimazione politica dopo l’incidente di Cernobyl.

L’enorme impatto emotivo della catastrofe avvenuta alla centrale di Cernobyl nel 1986, mobilitò duecentomila persone in una manifestazione antinucleare a Roma. Nei mesi successivi si raccolsero più di  un milione di firme per un referendum sul nucleare che l’8 novembre 1987 sancì definitivamente l’uscita dell’Italia dal nucleare.[16] Tra le conseguenze politiche più dirette dell’incidente di Cernobyl vi fu la rapida approvazione di due convenzioni internazionali sull’assistenza in caso d’incidente e sulla notifica immediata di quest’ultimo. La Comunità Europea inoltre fissò degli standard sulla radioattività degli alimenti.

L’ultimo decennio del XX° secolo vede nascere la consapevolezza di nuovi  rischi ambientali, tali che qualcuno parla di “seconda crisi ecologica” e definisce la società come “società del rischio” (Beck 1986). Il mutamento climatico, il buco nella fascia di ozono, la riduzione delle biodiversità, gli effetti dell’ingegneria genetica e l’inquinamento elettromagnetico contribuiscono ad aumentare il senso d’insicurezza e di concezione globale del rischio. Nel giro di pochi anni infatti vengono organizzate molteplici conferenze internazionali con l’obiettivo di far luce sulle nuove problematiche e di cercare delle soluzioni plausibili e generalmente accettabili dagli attori politici ed economici, ritenuti i principali responsabili della situazione ambientale odierna. Parallelamente alla cognizione  dei rischi ambientali, prende sempre più piede la consapevolezza che il sistema economico globalizzato contribuisce a solcare le differenze economiche tra varie zone del mondo, e la disuguaglianza ecologicamente giustificata. In quest’ottica i problemi nascono da due fattori: il primo è l’interdipendenza tra i singoli stati e l’ ecosistema globale, cioè l’autonomia delle parti (le nazioni) può comportare effetti negativi per il tutto (il mondo). Ciò è difficilmente regolabile in quanto non esistono a livello internazionale dei vincoli ambientale relativi al modello di sviluppo economico dei singoli paesi. Il secondo fattore  è la difficoltà di estendere il modello dello sviluppo sostenibile  a quei paesi ancora industrialmente poco sviluppati e dotati localmente di molte risorse naturali. Con gli accordi (1991) e la conferenza di Oslo (1994) prima, e con il Protocollo di Kyoto (1997) poi, si arriva ad una riduzione consensuale  delle emissioni  inquinanti da parte dei paesi maggiormente sviluppati, e a promuovere nei paesi in via di sviluppo la realizzazione di progetti tesi a conseguire una riduzione delle emissioni.[17]
La ricerca di una risposta comune ai problemi globali diviene l’obiettivo di un network stabile, di un’ «internazionale ambientalista» la quale si riunisce periodicamente trattando di volta in volta le questioni ambientali più urgenti. Il carattere globale assunto ormai dalle questioni ambientali è dimostrato dalla partecipazione ampiamente eterogenea dei soggetti alle molteplici conferenze: i governi, le Organizzazioni non governative, esponenti di molte associazioni ambientaliste sia dei paesi sviluppati sia di quelli meno sviluppati. Con queste partecipazioni «viene riconosciuto ed applicato il principio secondo cui non soltanto i governi, ma anche le espressioni della società civile devono aver voce in capitolo quando si tratta di decidere su problemi che investono il destino di tutta l’umanità»[18]

In Italia l’ambientalismo ha continuamente accresciuto la propria base associativa, ha contribuito ad istituire una legislazione ambientale italiana abbastanza estesa, a costituire un Ministero dell’Ambiente, a creare una vasta rete di parchi e riserve, ad avviare politiche ambientali innovative in settori critici come lo smaltimento dei rifiuti.
Legambiente inoltre ha ampliato il suo raggio d’azione ed allargato i propri orizzonti culturali fino alla denuncia delle ecomafie, dello smaltimento illegale dei rifiuti e dell’abusivismo edilizio; alle iniziative per avvicinare il mondo sindacale a quello imprenditoriale, alla prospettiva di un modello di sviluppo che renda conto anche della qualità dell’ambiente. È impegnata così anche in percorsi di ricerca che, a partire da una visione dell’ambientalismo come fattore generale di modernizzazione e “umanizzazione” dell’economia e della società, ambisce a collegare la questione ambientale con gli altri grandi bisogni italiani (disoccupazione, illegalità, modernizzazione del sistema produttivo, scolastico e formativo, valorizzazione delle risorse del Paese). Nonostante questi indiscutibili successi dell’ambientalismo, la sensibilità verso l’ambiente è ancora limitata ed incompleta:  lo dimostrano l’alta incidenza di comportamenti che evidenziano una totale mancanza di coscienza ambientale e di senso civico, oppure l’opposizione organizzata da comunità locali o gruppi d’interesse contro misure di tutela ambientale che vanno a minare i propri profitti. Anche a livello politico i vari partiti verdi non sono riusciti ad imporre i propri valori come criteri discriminanti nelle scelte future, poiché le grandi forze politiche restano sostanzialmente estranee alla riflessione ambientalista e continuano a vedere nella difesa ambientale più un vincolo che non una base per risposte alternative ai vari problemi nazionali e globali.[19]


Conclusioni

Negli ultimi tre secoli la società e l’ambiente hanno visto la trasformazione radicale di alcuni loro tratti essenziali, dovuta alla crescente industrializzazione e al continuo sviluppo scientifico-tecnologico. Ciò ha causato una consapevolezza del rischio collegato a fattori esterni al proprio controllo individuale e quindi un crescente senso d’insicurezza intrecciato anche ad una dimensione globale del rischio stesso. Le preoccupazioni per i danni che questo sistema produttivo causa al genere umano e all’ambiente in cui esso stesso vive si sono recentemente molto diffuse tra la popolazione e governi di tutto il mondo, i quali però danno un peso a tali preoccupazioni relativo al grado d’incidenza che l’eventuale adozione di misure prese per contrastare i danni ambientali, possa avere sull’economia e sulla politica del proprio paese. Giddens chiarisce che se si vogliono evitare rischi seri ed irreversibili non basta valutare l’impatto esterno, bensì la logica stessa di uno sviluppo scientifico e tecnologico inarrestabile, che porta ad un rapporto ormai ampliamente strumentale tra esseri umani e ambiente creato.[20] Del resto proprio la nascita e lo sviluppo di una cultura ambientalista in tutto il mondo, stanno a significare la necessità di ripensare, alla luce degli attuali processi sociali ed economici, le idee fortemente radicate in tutte le grandi tradizioni culturali e politiche degli ultimi secoli. Questa nuova cultura ha infatti contribuito in misura decisiva a sottrarre le idee di progresso e di sviluppo ad un’interpretazione esclusivamente economica e quantitativa; ha mostrato che per comprendere e saper orientare la transizione in atto verso un mondo sempre più “globalizzato”, bisogna partire dalla complessità e dall’interdipendenza dei fattori umani, sociali e ambientali. La peculiarità e il successo del movimento ambientalista si ritrovano nella convivenza di spinte e motivazioni utopistiche, con atteggiamenti scientistici: infatti è una cultura che stringe stretti rapporti con i saperi scientifici e che li ritiene lo strumento adatto ad avvicinarsi il più possibile ai propri obiettivi ritenuti da alcuni troppo ottimistici.[21]       



         

Bibliografia

Sociologia dell’ambiente  L.Pellizzoni, G.Osti. Il Mulino 2003

Il rischio ambientale  B. De Marchi, L.Pellizzoni, D.Ungano. Il Mulino 2001

Le conseguenze della modernità  A. Giddens. Il Mulino 1994

Il rischio  D. Lupton. Il Mulino 2003

La difesa dell’ambiente in Italia  R. Della Seta. FrancoAngeli 2000

Sociologia delle migrazioni e della società multietnica  G.Pollini, E. Scidà. Il Mulino 



[1] Pellizzoni, Osti: Sociologia dell’ambiente; pag.71

[2] Giddens: Le conseguenze della modernità; pag.70

[3] Pollini, Scidà: Sociologia delle migrazioni; pag.19

[4] Giddens: Le conseguenze della modernità; pag. 71

[5] Giddens: Le conseguenze della modernità; pag. 46

[6] Giddens: Le conseguenze della modernità; pag. 75

[7] Lupton: Il rischio; pag. 23

[8] Lupton: Il rischio; pag. 43

[9] Lupton: Il rischio; pag.65 

[10] Lupton: Il rischio; pag.79 

[11] Lupton: Il rischio; pag.93

[12] Lupton: Il rischio; pag.113

[13] Della Seta: La difesa dell’ambiente in Italia; pag. 76

[14] Giddens: Le conseguenze della modernità; pag.125

[15] De Marchi, Pellizzoni, Ungano: Il rischio ambientale; pag.13

[16] Della Seta: La difesa dell’ambiente in Italia; 1°, 2°, 3° capitolo

[17] De Marchi, Pellizzoni, Ungano: Il rischio ambientale : pag.150

[18] Della Seta: La difesa dell’ambiente in Italia ; 4°capitolo

[19] Della Seta: La difesa ambientale in Italia; pag. 58

[20] Giddens: Le conseguenze della modernità; pag.167  

[21] Della Seta: La difesa dell’ambiente in Italia; pag. 62

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