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Pedagogia: Sparta ed Atene




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Un percorso di formazione genitoriale attraverso l’approccio riflessivo e l’uso



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Pedagogia






Il termine pedagogia deriva dal greco “pais”, cioè bambino.

La pedagogia è una scienza moderna (solo alla fine del ‘700, con Rousseau, acquisisce una sua autonomia).

Prima di Rousseau non era una scienza, poiché si serviva del supporto di altre discipline.

Come detto la pedagogia è una scienza, ma non è una scienza esatta, bensì relativa, perché l’ideale educativo varia secondo il tempo e del luogo.

L’educatore è colui che educa e l’educando è colui che viene educato. La professione del educatore necessita di vocazione e di professionalità.

Vendono distinti due termini:


Pedagogo, chi applica concretamente la teoria del pedagogista. È quello che sta a                                               diretto contatto con l’educando.


Pedagogista, colui che fa la teoria e dice come deve operare il pedagogo.



Altri due termini:


Autoeducazione quando il soggetto si educa da solo.


Eteroeducazione (etero = altro) Quando il soggetto si educa con l’aiuto di persone esterne.



La prima istituzione educativa è la famiglia, che educa per diritto.



Esistono 4 tipi di diritto:


Primordiale



Assoluto



Inviolabile



Inalienabile



Spiegazione:




È cosí sin dall’inizio della storia, è sempre stato così.



Senza limite



Nessuno può levarlo, il genitore ha il diritto di allevare i propri figli.



Non è trasferibile, non lo si sposta da una persona all’altra.


La seconda istituzione è la scuola. Essa fornisce degli specialisti in grado di accrescere le conoscenze tecniche e culturali.


Al di sopra di queste due istituzione vi è lo Stato (istituzione che comprende le due precedenti educa mediante scuole e famiglie). Lo Stato garantisce l’obbligo e la gratuità dell’istruzione (fin dal 1884 con la Legge Coppino, questa legge trovò grandi resistenze soprattutto nel sud Italia dove i bambini erano una forza lavoro).


In materia di Fede e di morale, l’istituzione educativa è la Chiesa.

Nella scuola, fin dal 1923 con la Legge Gentile, …

Il docente di religione viene proposto dall’ufficio catechistico del Vescovo.

Differenza tra istruzione ed educazione?





L’educazione

Educare significa tirar fuori, cioè favorire lo sviluppo di un seme fino alla sua maturazione.



Educazione, fatto antico come l’umanità, anche se, come scienza, è nata non da molto. Si distingue da altri fatti umani per il rapporto tra una persona già matura (educatore) e una persona in via di sviluppo (educando) ai fini di migliorare la formazione di quest’ultimo.

Per ogni essere vivente il periodo dalla nascita al suo sviluppo è il periodo evolutivo. In questo periodo l’individuodeve adattarsi all’ambiente di appartenenza.

Il periodo evolutivo è per l’uomo più lungo che per qualunque altro degli animali superiori: dura almeno 20 anni.

Entro i 3 anni il bimbo si esprimerà con il linguaggio. Il suo intelletto gli farà riconoscere il mondo circostante. Il bimbo necessita di sicurezza psicologica e di un’amorevole assistenza dai genitori. Passando all’adolescenza si afferma sempre più come persona individuale, intelligente e volitiva.

L’educazione dovrà favorire l’adattamento all’ambiente, ma anche suscitare le energie per il progredire della vita.

L’opera educativa consiste sempre in un rapporto umano che ha alla base l’intenzione formativa: chi educa deve parlare al bambino con un linguaggio comprensibile e offtirgli un servizio d’amore.

L’educando deve riconoscere all’educatore l’autorevolezza educativa, deve avere la volontà di formarsi e deve accettare la volontà del educatore: nessuno può essere formato contro la sua volontà.

Il fine dell’educazione è di formare l’uomo come un essere personale e sociale.

Un uomo non sta in società come un ingranaggio di una macchina, ma tende a perfezionare la società e contribuisce ad adattarla sempre meglio a valori superiori. Per tanto l’educazione non può trascurare l’educazione religiosa del uomo.

L’educazione non deve nella trasmissione meccanica di notizie che l’educando riceve passivamente e non deve consistere in un insieme di regole o in un addestramento meccanico.

L’educatore deve aiutare l’educando a capire le norme e le regole che gli possono facilitare l’adattamento.





Pedagogia: Sparta ed Atene


Sparta (“Pensare ed educare 1”, pag. 41)

Le due città di Sparta e di Atene, la prima si sviluppò in senso conservatore e militare, Atene in senso democratico e commerciale.

Gli spartani erano un popolo non molto numeroso che aveva conquistato il proprio territorio sottomettendo le altre popolazioni che non si erano amalgamate; le rivolte erano state stroncate riducendo i ribelli in condizioni di schiavitù.


La società spartana era divisa in classi sociali: tre classi sociali.



Iloti



Perieci



Spartiati

Gli Iloti erano gli schiavi. Essi non avevano alcun diritto, ma solo doveri.

I Perieci erano poco più che schiavi, essi potevano dedicarsi all’agricoltura ma dovevano cedere il frutto del loro lavoro.

Gli Spartiati erano i padroni delle terre, essi non lavoravano ma trascorrevano il loro tempo nell’addestramento alle armi.

Ne gli iloti ne i perieci potevano partecipare alla vita politica. La città era come una grande caserma, l’educazione era solo militare, lo Stato interveniva sul giovane fin dalla sua nascita. I bambini che sopravvivevano alla selezione venivano lasciati in famiglia solo per i primi 7 anni, dove crescevano sotto le cure severe delle loro madri. A 7 anni il bimbo passava allo Stato che provvedeva ad educarlo all’interno di strutture come caserme con l’aiuto di uno speciale magistrato chiamato pedonomo. Fino all’età di 20 anni,erano suddivisi in tre gruppi: i fanciulli (7-11 anni), i ragazzi (11-15 anni) e gli Ireni (15-20 anni); dai 12 anni in avanti essi non potevano più rientrare in famiglia.

L’educazione consisteva in un addestramento militare, nell’irrobustimento fisico e nella formazione ad una disciplina incondizionata. L’insegnamento delle lettere era ridotto al minimo e quello della musica era solo per i cori marziali. Al suono del flauto gli spartani ritmavano e incitavano un assalto. La formazione morale mirava al disdegno di comodità, al rispetto per gli anziani e all’abitudini a parlare poco. Si educava all’astuzia che era una caratteristica bellica, se si veniva beccati a rubare si veniva puniti perché ci si era fatti sorprendere, le punizioni erano severissime.

A 30 anni lo spartano diventa cittadino e viene ammesso all’assemblea; rimaneva soldato fino a 60 anni, anche le donne seguivano la stessa educazione.



Atene (pag. 44)

Atene, fra tutte le città della Grecia fu quella in cui l’ideale di “uomo bello e buono” abbia realizzazione. Bello in senso di armonioso. Buono nel senso di valoroso.

L’ideale educativo ad Atene è per tanto quello dell’atleta. Essenzialmente il giovane veniva educato per renderlo capace di partecipare ai giochi panellenici a cui partecipavano tutti i greci.

Atene limitava la preparazione militare dei suoi giovani a delle esercitazioni atletiche. Alcune di queste attività sportive rimanevano ad esclusivo appannaggio dei ceti nobili, che erano gli unici che potevano permettersi di esercitarli, come la caccia e l’equitazione. Ma l’atletica si diffuse ben presto in tutte le classi sociali che frequentavano i ginnasi (luoghi per le esercitazioni a corpo nudo). La maggior parte degli ateniesi svolgeva attività di commercio e di marineria. Essi andavano a visitare le coste confinanti, non per conquistare nuovi territori, ma per arricchirsi culturalmente, era questo un indice di grande democrazia che favorì la democratizzazione dell’educazione con l’apertura delle scuole. La diffusione della cultura fisica ed intellettuale risponde ad un bisogno di educazione collettiva.

Gli insegnamenti fondamentali nelle scuole di Atene furono dapprima due: la ginnastica e la musica. A queste si aggiunsero poi le lettere.

I bambini dai 7 anni in poi venivano mandati in palestra a scuola dove il pedotriba li faceva esercitare dalla corsa al lancio del disco. Il citarista insegnava loro la musica e il grammatista la grammatica e le lettere.

Alcune famiglie abbienti affiancavano ai propri figli un pedagogo che di solito era uno schiavo di fiducia addetto alla custodia dei bambini.

La formazione morale dei giovani era affidata alla città stessa, l’atmosfera di democrazia che il giovane “respirava” ad Atene favoriva la nascita di principi morali ed etici. I giovani venivano educati ad emulare i migliori.

La ginnastica veniva utilizzata non solo per temprare il corpo ma anche per formare il carattere. Il giovane veniva educato alla competizione leale e al desiderio di eccellere.

Nelle scuole viene, per la prima volta, introdotta la poesia che veniva sempre accompagnata dal suono di uno strumento musicale. Tuttavia anche la preparazione militare era obbligatoria ed inizialmente i giovani venivano addestrati nel servizio militare per due anni, dal diciottesimo al ventesimo anno di età. Erano addestrati presso l’efebia, una sorta di caserma militare. L’efebia ben presto si trasformò in un’istituzione facoltativa in cui il giovane alternava le attività sportive a conferenze letterarie, filosofiche, musicali, trasformandosi in un “collegio dorato” in cui confluivano non solo giovani ateniesi ma anche giovani provenienti dai paesi confinanti dove era giunta la fama di questa scuola.


I sofisti (pag. 52)

Attorno al IV-V secolo d.C., ad Atene arrivano dei filosofi, i sofisti.

Il termine sofista significa sapiente, ma in seguito acquisisce una connotazione negativa. I sofisti rappresentarono un momento molto importante per la filosofia greca, essi non si preoccupavano di problemi cosmologici.

I sofisti si occupavano dei problemi antropologici, rispondendo ai bisogni formativi di una grande massa di cittadini (fondamentalmente politici e commercianti).

I sofisti insegnavano a convincere gli altri, attraverso un programma di istruzione basato sulla retorica (arte della persuasione).

Essi insegnavano a sostenere indifferentemente una tesi e quella contraria attraverso giochi di parole e piccoli trucchi per imbrogliare l’avversario. A loro va il merito di aver introdotto il problema pedagogico, loro per primi rendono l’educazione un’arte per formare l’uomo moderno “spregiudicato e capacie di dominare gli altri non con la forza fisica ma con l’intelligenza”.






I sofisti sono filosofi ma non hanno la verità. In Grecia ci sono due tipi di filosofi i sofisti, che si occupano di argomenti pratici, mentre gli altri filosofi si occupano di argomenti cosmologici, della morte, …

I sofismi sono giochi di parole usati per ingannare gli avversari. I sofisti sono dei falsi sapienti perché sostengono argomenti contrapposti.


Socrate

Egli nasce nel 369-399 a.C., era di famiglia modesta, era figlio di uno scultore non particolarmente famoso e di una levatrice. Socrate era solito dire che aveva ereditato dai suoi genitori l’arte di plasmare i giovani, dal padre che plasmava le statue e l’arte del “tirar  fuori” dalla madre, essa, infatti, tirava fuori i neonati dai ventri materni e lui tirava fuori le idee dalle teste dei giovani.

Fin da giovane fu animato da un vivo desiderio di sapere; in un primo tempo si interessò alle dottrine allora di moda dei sofisti, ma non si era lasciato abbagliare dalla loro insensibilità morale, aveva ben presto capito che sotto quella brillante eloquenza si nascondeva una scienza falsa e inconsistente priva di una vera Verità. Alla presunzione di sapere dei sofisti oppose il suo motto che era: “io non so nulla”. Secondo Socrate, infatti, la più alta sapienza consisteva proprio nella consapevolezza della propria ignoranza.

Socrate fin da giovane si sente investito di una missione educativa che esercitò dovunque potesse attraverso il colloquio e la discussione, non teneva lezioni e non aveva una scuola, ma andava in giro per Atene a parlare con i giovani, così facendo si guadagnò però l’avversione di chi stava al potere, i potenti videro in lui una specie di pericolo, eppure Socrate non aveva alcuno scopo politico, l’unico suo sincero obiettivo era quello di cercare la Verità.

Aveva 70 anni quando venne accusato dal tribunale di Atene di empietà (tradimento) e corruzione dei giovani. I tiranni che governavano Atene non volevano che Socrate inculcasse nei giovani il sentimento di Libertà. Socrate, fiducioso della sua buona fede, si presenta dinnanzi ai giudici solo, senza un avvocato, esponendo la sua autodifesa.

Non abbiamo nulla di scritto su Socrate, tutto ciò che sappiamo ci viene da Platone, uno dei suoi discepoli. Anche l’autodifesa di Socrate è riportata da Platone in “L’apologia di Socrate”.

Socrate si presenta in tribunale non come colpevole ma come benefattore del suo popolo, in quanto nella sua vita si è adoperato per rendere la sua gente felice. Socrate sottolinea il carattere religioso della propria missione affermando che se i giudici lo accusassero con dispiacere ma lui avrebbe continuato ad ubbidire al suo dio piuttosto che ai giudici. Questo irritò tantissimo i giudici, i quali presero la scusa per condannarlo a morte. I suoi discepoli gli organizzarono la fuga, ma lui non accettò per un profondo senso di giustizia.

Egli passa le ultime ore della propria vita discutendo con i suoi amici e con i suoi discepoli sul argomento dell’immortalità dell’anima, argomento che lo toccava molto.

Anche la sua morte è stata descritta dal Platone: in “Fedone”.

Muore avvelenato da un intruglio di erbe velenose.




Il metodo pedagogico di Socrate

Socrate diceva di non essere capace di insegnare, ma solo di interrogare. Egli si metteva nella condizione iniziale di chi non sa niente e perciò chiedeva chiarimenti a chi ne sapeva più di lui. Fermava i giovani e li interrogava. Questo primo momento del suo metodo è l’ironia. Chiedeva: ma tu sai dov’è la verità?, sai qual è? Socrate aspettava risposta e per chiedere chiarimenti poneva al giovane altre domande fino a quando il giovane cadeva in contraddizione, a questo punto Socrate era riuscito a dimostrare al giovane la sua ignoranza (ignoranza del giovane). Questo è un passaggio fondamentale per Socrate, perché è solo dimostrando ad una persona che non sa di essere ignorante che questa persona sarà motivata a ricercare.

Questa prima parte del metodo viene definita la parte negativa del dialogo socratico, a cui subentra la fase positiva, cioè la ricerca della Verità che lui definisce Maieutica, questo termine, in Grecia, significava l’arte dell’ostetricia. Socrate, infatti, sollecita la mente del giovane a tirar fuori le idee dalle loro teste. Attrravesro il dialogo Socrate si pone l’obiettivo di raggiungere LA VERITÀ ASSOLUTA (per egli ne esisteva solo una), nella quale tutti gli uomini dovevano convergere. Questo era in netto contrasto con le idee dei sofisti, per i quali esistevano più verità.

Da questo obiettivo si deduce che per Socrate le idee fossero innate in ogni individuo. Quindi l’uomo nasce sapiente e attraverso il dialogo socratico deve tirar fuori le sue idee innate per partecipare al dialogo.


Platone

Platone nasce nel 427 a.C. e muore nel 347 a.C.

Nasce da nobile famiglia e crebbe negli anni agitati della guerra del Peloponneso, che portarono alla sconfitta di Atene con la conseguente caduta del regime democratico e l’instaurarsi della dittatura aristocratica dei Trenta Tiranni (404 a.C.) a cui seguì l’anno dopo il ripristino della democrazia.

I genitori di Platone militavano nel partito aristocratico. Platone ben presto si ritirò dalla politica  e si applicò allo studio della filosofia con la Speranza di ricavarne le indicazioni per una politica più equa.

Platone fu il miglior discepolo di Socrate e, infatti, tutto ciò che si sa su Socrate lo dobbiamo a Platone. Dopo la condanna a morte di Socrate egli ritenne opportuno allontanarsi da Atene. Viaggiò in Egitto, in Italia e più volte si recò a Siracusa (Sicilia), alla corte di Dionigi il Vecchio, tiranno. Per qualche tempo cercò di convincere Dionigi a rinunciare alla sua tirannide per instaurare a Siracusa un regime democratico. Ma il tiranno, che non aveva nessuna intenzione, per levarselo da torno lo consegnò agli spartani. Fortunatamente riuscì a fuggire, ritorno ad Atene che era di nuovo democratica d aprì una scuola di filosofia detta accademia (la chiama così perché è vicina ai giardini dell’eroe Accademo). In questa scuola insegnò per 40 anni.

Oltre ad essere un grande filosofo fu anche un grande scrittore. Tutte le sue opere tranne l’Apologia di Socrate sono in forma dialogica (fatte a dialoghi). Platone scrive numerose opere, gli scritti più rappresentativi del suo pensiero filosofico sono i dialoghi. Secondo Platone esistono 2 mondi: il mondo sensibile e il mondo delle idee. Il mondo sensibile è materiale, è il mondo terreno fatto di tutte le cose concrete (sensibile perché è fatto di tutte le cose che cadono sotto i sensi); il mondo delle idee è il mondo immateriale, è il mondo dove risiede l’universalità e l’immutabilità dei concetti. Il mondo delle idee lo definisce Iperuranio e lo colloca nei cieli.




Nel nostro mondo, nel mondo sensibile, abbiamo le nostre idee che si trovano nel Iperuranio. Qualcosa di perfetto si diffonde dall’Iperuranio e viene imprigionato dal corpo. Questo raggio che ci arriva è l’anima. Il corpo è infatti imperfetto, soggetto all’invecchiamento e alla morte. Per tanto l’unico elemento che ci permette di arrivare alla verità assoluta è l’anima. L’anima è l’unica che può accedere alla conoscenza. Arriverà alla conoscenza quando sarà in grado di tenere a bada le altre 2 anime di natura terrena che l’uomo possiede. Per spiegare questo concetto Platone usa nel fedro il mito dell’auriga (condottiero). L’auriga guida 2 cavalli che trainano il suo cocchio, uno bianco e docile l’altro nero e ribelle. Questi 3 personaggi rappresentano le 3 anime dell’uomo. L’auriga è l’anima razionale, il cavallo bianco è l’anima irascibile che facilmente si piega alla ragione, il cavallo nero è l’anima concupiscibile che si ribella alla ragione e che per ubbidire deve essere costretta. L’anima razionale nella testa, è l’unica anima che arriva dal mondo delle idee, è immortale. L’anima irascibile ha sede nel cuore e fa nascere le passioni. L’anima concupiscibile ha sede nel ventre e rappresenta i desideri sensuali e i piaceri fisici.

L’anima razionale corrisponde nella classe sociale a quella dei filosofi che hanno il compito di guidare lo Stato. All’anima irascibile corrisponde la classe dei guerrieri che hanno il compito di difendere lo Stato. L’anima concupiscibile è rappresentata dai lavoratori il cui compito è quello di provvedere alla sussistenza di tutti. Se i filosofi tengono a bada con la loro sapienza i soldati e i lavoratori si creerà uno Stato di giustizia.

Questa teoria delle 3 anime applicata in politica fa parte del sistema utopistico di Platone che non è mai stata applicata, fortunatamente, perché vietava sia la costituzione della famiglia sia la proprietà privata, perché nessun individuo doveva essere distolto dal servizio alla giustizia.  Tutti i tentativi che Platone fece per dare realtà a questa teoria fallirono ed è per questo motivo che la sua teoria è definita utopistica. Da punto di vista pedagogico Platone afferma che non è la famiglia che deve provvedre all’educazione dei severe selezioni si determinerà per ogni bambino a quale classe deve appartenere.


La relazione tra i 2 mondi

Per Platone esiste una relazione tra Iperuranio e mondo sensibile. Platone propone 3 ipotesi: l’ipotesi della partecipazione o metessi, l’ipotesi dell’ombra o dell’imitazione o mimesi.

Metessi tutto ciò che esiste, esiste perché partecipa all’essere che si espande da Dio. Quindi da le idee alle cose sensibili

ombra il mondo sensibile sia l’ombra della realtà ideale. L’ombra esiste per via dell’essere che la proietta, ha i contorni e la figura dell’essere, ma senza quell’essere non esisterebbe.

Imitazione il mondo ideale è l’esemplare perfetto sul cui modello la divinità ha forgiato nella materia il mondo sensibile. L’artefice divino che Platone chiama Demiurgo, essendo massimamente buono volle che anche il mondo sensibile fosse buono, perciò cercò di tradurre nella materia l’ordine ideale, diede forma sferica al mondo e vi infuse l’anima da cui hanno vita tutte le singole cose.



Aristotele

Aristotele di Stagira, nasce nel 384 e muore nel 322 a.C. nacque da Nicodemo che era medico alla corte di Filippo II re di Macedonia. A 18 anni il padre lo inviò a terminare gli studi ad Atene. Resta ad Atene per 20 anni, fino alla morte del suo maestro Platone. Ritornò in Macedonia dove il re Filippo II gli diede l’incarico di occuparsi dell’educazione di suo figlio, che diventerà il grande condottiero Alessandro Magno.



Nel 335 tornò ad Atene, fondò la sua scuola di filosofia che chiamò liceo perché sorgeva nelle vicinanze del tempio dedicato ad Apollo Licio. Questa scuola prese anche il nome di scuola peripatetica (passeggiare dal greco, in quanto in questa scuola era usanza dei docenti insegnare passeggiando). Qui svolse un’intensa opera dottrinale per 12 anni. A questo punto, essendo momentaneamente salito al governo di Atene il partito antimacedonico gli venne intentato un processo per empietà, simile a quello già fatto Socrate. Ma Aristotele si dice non volendo esporre gli ateniesi al rischio di commettere un altro delitto, si ritirò da Atene nell’isola Eubea, dove, dopo un anno, muore improvvisamente.

Aristotele scrisse molte opere non solo riguardanti i problemi filosofici, ma si occupò anche di problemi scientifici, dando luogo alla prima e più importante enciclopedia della cultura e della sapienza classica. Purtroppo delle sue opere possediamo solo una parte, sufficiente però a farci capire l’importanza del suo pensiero.

Al centro della sua ricerca filosofica vi è l’individuo, che Aristotele afferma di essere un sinolo (l’insieme di materia e di forma, di potenza e atto; materia e potenza sono gli elementi imperfetti che costituiscono l’uomo, forma e atto sono invece gli elementi perfetti. Sinolo è un vocabolo tecnico che sta ad indicare il concetto di simbiosi). Lo sviluppo avviene mediante un continuo passaggio che Aristotele chiama movimento dalla potenza all’atto. Per Aristotele potenza significa capacità passiva di ricevere una determinata forma. Potenza è ciò che si sta per fare o ciò che si sta per diventare (esempio: un girino è un individuo, tutto ciò che costituisce il corpo, la forma invece è ciò che a prima vista permette di distinguere un uomo da una donna o da un altro essere vivente (esempio: la forma può essere la femminilità). Dio è forma e atto, con questa affermazione Aristotele anticipa il Cristianesimo che sostituirà la parola anima alla forma. Questa teoria in pedagogia ci permette di identificare lo scolaro come un individuo in potenza di diventare colto. Compito dell’educatore sarà quello di condurre lo scolaro dalla potenza del suo essere non sapiente all’atto dell’essere colto. Aristotele afferma che per diventare colto dobbiamo definire il concetto di anima, anche per Aristotele esistono 3 anime: l’anima intellettiva, che è quella che ci peematte di ragionare ed è presente solo negli umani; l’anima vegetativa, che è quella che ci permette di vivere; l’anima sensitiva, che è quella che ci permette di riconoscere le nostre percezioni sensoriali. Ad ogni anima corrisponde una gerarchia degli esseri corporei, che danno vita alle 3 classi: quella degli uomini, dei vegetali e degli animali. Esistono, secondo Aristotele, 2 tipi di conoscenza: la conoscenza sensitiva e la conoscenza intellettiva. La conoscenza sensitiva è quella frutto delle nostre conoscenze sensoriali, la conoscenza intellettiva è quella delle conoscenze universali, formata da concetti che costituiscono la scienza (egli però negava l’esistenza dell’iperuranio e la preesistenza delle anime).


Aristotele non concordava con Platone sull’ipotesi, secondo la quale i concetti erano dei ricordi provenienti dall’Iperuranio. Aristotele invece affermava che la mente è un “tabula rasa” su cui non è stato scritto nulla. Le prime impressioni che vanno a scriversi su questa tabula rasa o pagina bianca sono le sensazioni visive, tattili, uditive, olfattive, di gusto. Un senso comune le connette in un’unica rappresentazione mentale e permette all’individuo di crearsi un’immagine che va a conservare nella memoria. Ma la conoscenza sensitiva non è sufficiente per cogliere l’universale, ci serve l’intelletto. Aristotele distingue 2 tipi di intelletto: l’intelletto attivo e l’intelletto passivo. L’intelletto passivo è l’intelligenza individuale, vi è un intelletto passivo in ogni uomo. L’intelletto passivo è per Aristotele come un occhio mentale che per vedere ha bisogno della luce, questa luce è l’intelletto attivo, un elemento divino che viene dal di fuori e trae dalla rappresentazione sensibile l’essenza che vi si trova allo stato potenziale attraverso l’astrazione. In questo modo l’intelletto passivo crea e conserva il concetto universale.

Per arrivare al concetto l’anima intellettiva si serve dei principi della logica matematica. I più importanti principi usati dall’anima intellettiva sono: il principio di identità, il principio di non contraddizione, il principio del sillogismo e i sofismi. Il principio di identità afferma che una cosa non può essere diversa da se stessa. Il principio della non contraddizione dice che una stessa cosa non può contemporaneamente convergere e non convergere ad un’altra sotto un medesimo aspetto. Il sillogismo è un ragionamento logico formato da 2 o più premesse che portano ad una conclusione che sarà esatta a patto che le premesse formulate siano vere. Il sillogismo è l’esatto opposto del sofismo. Il sofismo è sempre un ragionamento sillogistico volutamente errato (oggi è giovedì e c’è il sole, tutti i giovedì c’è il sole. Sbagliato).

Aristotele afferma il concetto di politeia che significa vivere con gli altri, proprio perché considera l’uomo un animale sociale. Per evitare che l’uomo calpesti i diritti degli altri è necessario educare al rispetto delle leggi e alla moralità. Aristotele è il primo pedagogista che parla di educazione dei bambini cercando di sostenere le sue teorie con dati scientifici, per esempio sostiene che hai neonati faccia bene piangere perché il pianto irrobustisce i polmoni. Secondo Aristotele il bambino deve essere inserito a scuola già a 5 anni, il bambino dovrà essere invitato ad assumere un atteggiamento passivo, questa pre-scuola serve al bambino per abituarsi alla vera scuola che comprenderà il periodo tra i 7 e i 21 anni dove invece il bambino imparerà a diventare un soggetto attivo. Aristotele inserisce nella scuola tradizionale una materia nuova che è il disegno, è favorevole all’educazione fisica ma non a livello agonistico perché secondo lui l’agonismo determina uno squilibrio tra lo sviluppo intellettuale e lo sviluppo fisico. Gli educatori dovranno utilizzare prima il metodo induttivo (che va dal particolare all’universale, o dal semplice al complesso) e poi il metodo deduttivo (che va dall’universale al particolare, dal complesso al semplice).



L’istruzione nell’antica Roma

Roma è stata fondata nel 723 a.C. e nel corso dei secoli si sono succeduti vari governi. Dal 753 al 500 a.C. a Roma c’è stata la monarchia. Dal 500 al primo secolo d.C. Roma è stata governata dalla repubblica, mentre dal I al V vi è stato l’impero. Nella prima fase i romani ritenevano che il bambino ed il giovane dovessero essere educati per diventare un buon civis (cittadino). Ogni cittadino concentrato per servire lo Stato, per tanto non potevano esistere ne la poesia ne la letteratura perché erano interessi che avrebbero distratto il cittadino dai suoi doveri. Tutti i poeti vissuti in epoca monarchica e repubblicana erano stranieri, perché per un romano era disdicevole dedicarsi alla poesia. Anche il teatro, che ad Atene aveva avuto così tanta importanza, era ritenuto negativo. A Roma addirittura era vietato costruire teatri in muratura stabile. Addirittura era prevista a Roma la costruzione di teatri provvisori in legno che i gestori dovevano smantellare al termine. Ma quando Roma inizia a sentire l’influenza della cultura ateniese, i romani cominciano a cambiare idea, fino ad allora anche le case dei romani più importanti erano molto frugali, tanto che la frugalità era un ideale educativo importante. Dal punto di vista educativo la frugalitas consisteva nell’insegnare ai giovani ad astenersi da ogni eccesso. Mantennero questi ideali educativi per diversi secoli rifacendosi al mos majorum che significa costume degli antenati e che appunto prevedeva un rigido modello educativo, così il bambino trascorreva la sua infanzia accanto alla mamma e poi a 7 anni subentrava  la guida paterna grazie alla quale il bambino imparava il mestiere del padre accompagnandolo al lavoro e alle manifestazioni pubbliche. Al termine del periodo adolescenziale il ragazzo finiva il suo apprendistato e smetteva la toga latina praetexta, una tunica bianca orlata di rosso, e con una cerimonia pubblica indossava la toga virile, tutta bianca, che gli dava il diritto di entrare a far parte della vita pubblica, iniziava la carriera militare e politica, in questa fase non esisteva la scuola, al limite qualche nobile si serviva di qualche liberto, che svolgevano una funzione di precettore domestico.

Roma sente il bisogno di organizzare le scuole. Costituisce così 3 gradi scolastici: la scuola primaria o elementare, la scuola di grammatica e scuola di retorica. Nella scuola primaria venivano insegnati gli elementi della lettura e della scrittura e di calcolo. Nella scuola di grammatica si insegnava la grammatica latina, questa scuola era frequentata da razzi dai 12 ai 16 anni, in numero assai minore rispetto agli scolari della scuola primaria. Si leggevano e commentavano gli autori sotto l’aspetto linguistico, grammaticale e metrico. La scuola di retorica, ricavata sempre sul modello greco, tant’è che i primi docenti a Roma erano dei retori greci. Gli studenti venivano istruiti per diventare oratori e per tanto veniva data loro una formazione filosofica, giuridica e storica. Gli studenti venivano esercitati a declamare orazioni su temi banali. A Roma la scuola di retorica introduceva alla professione di conferenziere e di avvocato. Dalla scuola di retorica il giovane usciva a 20 anni. Una delle figure più rappresentative di maestro di retorica fu Quintiliano, che visse tra il 35 e il 95 d.C., che l’imperatore Vespasiano chiamò ad occupare la cattedra di eloquenza a Roma. Quintiliano fu il primo insegnante stipendiato dallo stato ed era spagnolo, scrisse “L’institutio oratoria”, un’opera di 12 libri dove negli ultimi 2 tratteggia la figura del oratore, mentre nei primi 10 affronta argomenti pedagogici. L’opera è molto significativa perché lui è insegnante di eloquenza e quindi tratta con competenza i concetti del sistema scolastico romano. L’oratore per Quintiliano non deve essere soltanto un tecnico della parola ma il perfetto tipo ed esemplare di cittadino colto e virtuoso. Egli deve essere formato fin dalla tenera età da una lunga e graduale applicazione allo studio che dovranno essere principalmente studi letterari, filosofici e dovranno comprendere sia il diritto sia l’arte oratoria. Questa visione della preparazione necessaria all’oratore porta Quintiliano ad interessarsi all’educazione dei bambini. Secondo Quintiliano bisognerebbe che il bambino andasse a scuola a 3 anni (concetto estremamente moderno, perché anticipa la scuola materna). Naturalmente a quest’età la scuola dovrebbe proporre ai bambini il gioco e il maestro dovrebbe mantenere un atteggiamento paterno e non dovrebbe mai ricorrere alle minacce che incute solo paura.


La gradualità per Quintiliano consiste nel trattare un argomento alla volta a partire dagli argomenti di complessità inferiore, per poi passare ad argomenti di complessità superiore soltanto dopo che l’intera classe abbia ben compreso l’argomento precedente. Quintiliano da anche indicazione per quanto riguarda l’orario scolastico. Le lezioni nelle varie discipline vanno alternate affinché lo studente non si annoi. Nel concetto pedagogico di Quintiliano, l’autore evidenzia la superiorità della scuola pubblica rispetto a quella privata, va tenuto presente che i romani per scuola privata intendevano la scuola domestica cioè quella nella quale l’educazione del bambino era affidata ad un liberto. Quintiliano afferma che in una collettività di studenti si genera emulazione che è un elemento positivo, stimolante e motivante, cosa che invece non sarebbe possibile in un rapporto educativo 1 a 1. Quintiliano è definito l’unico vero pedagogista della storia romana, è vero che altri si sono occupati di problemi educativi ma non in modo così approfondito come Quintiliano.


Il cristianesimo

Il Cristianesimo non è una filosofia. La filosofia è sempre e soltanto una ricerca e un discorso razionale umano, mentre la religione consiste in un rapporto tra l’uomo e una divinità che richiede una Fede. Nella religione Dio non si rende visibile, ma l’uomo ne accetta la misteriosa presenza, lo ascolta e gli ubbidisce. Fra le tanti religioni esistenti al mondo, alcune vengono definite superstiziose, altre vengono definite colte fra le quali il Cristianesimo, che presenta una duplice caratteristica: quella di sviluppare sui dati delle Sacre Scritture e accettati come assunti, anche se sfuggono alla stessa esperienza umana, un approfondimento razionale che da luogo alla teologia. La seconda è quella di influire sul pensiero filosofico proponendo nuovi orientamenti di ricerca che non confondano in ogni caso gli elementi razionali con quelli di Fede.

La teologia Cristiana ha sempre individuato Gesù come una incarnazione di Dio. Figlio di Dio Gesù si è fatto fratello degli uomini per ricondurre gli uomini come fratelli al Padre; ha accettato come uomo la passione e la croce per salvare gli uomini e per amore loro. L’amore, infatti, è la nuova parola che il Cristianesimo introduce tra gli uomini. Amore che è forza e grazia di Dio che è volontà di cooperazione salvifica di Dio per se stessi e per i fratelli. La parola Amore rovesci i valori assunti fino a quel momento, vale di più chi ama di più. L’umile passa davanti al potente, il povero davanti al ricco. L’Amore comprende un’attiva Fede umana e la Provvidenza divina. La Vita Eterna è il fine supremo che si concretizza fin dalla vita terrena, da quando l’uomo opera, soffre e spera nell’Amore di Dio e dei fratelli.

Pedagogicamente Gesù è un maestro che conosce il cuore dell’uomo e sa abbassarsi a lui per innalzarlo a sé. L’insegnamento di Cristo nel Vangelo è concreto ed intuitivo, attraverso le parabole e le similitudini l’uomo ben disposto alla comprensione delle verità, le fa sue e se ne serve nella sua vita quotidiana. Il Vangelo pu^o essere definito un modello divino per gli educatori, per tutti coloro che assumono responsabilmente una missione educativa, chi è consapevole di essere più saggio e si piega a livello del discepolo gli parla concretamente con un linguaggio famigliare, pormuovendo in lui il desiderio di orientarsi verso una verità non soltanto una verità da amare ma soprattutto un verità da vivere.

La propaganda cristiana si diffuse dapprima fra i ceti più umili, ma ben presto si diffuse tra le persone di ceto più alto. Già prima della fine del I secolo d.C. vi erano dei cristiani alla corte imperiale di Roma. Ovviamente fin dall’inizio ci fu chi accolse il Cristianesimo e chi invece lo rifiutò. Gli avversari del Cristianesimo combattevano la nuova religione con argomenti filosofici e razionali. Si sviluppò così l’apologia (difesa del Cristianesimo) e si fondò una vera e propria scuola di apologisti. Gli apologisti svolgono la propria azione di difesa del Cristianesimo prima del 313 d.C. (Editto di Costantino, che riconosceva ai cristiani la libertà di culto). Dopo l’Editto di Costantino, il mondo romano abbracciò il cristianesimo in modo quasi totale; al posto degli apologisti subentrò la patristica, cioè la corrente di pensiero scritta dai padri della Chiesa (uomini illustri che illustravano il pensiero cristiano). Tra i principali padri della Chiesa Sant’Agostino fu uno dei più rilevanti.

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