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Individualismo metodologico e il problema delle conseguenze in- intenzionali




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Individualismo metodologico e il problema delle conseguenze in- intenzionali


Fu proprio Weber (referente assoluto di questo paradigma da noi adottato) ad affermare che l’esperienza politica altro non era che un laboratorio incessante in cui l’interazione di attori che si muovono per progetti e programmi di ‘’ottimo governo’’ conduce a conseguenze ININTENZIONALI (buone o cattive che siano) a livello collettivo.




Nella tradizione dell’IDIVIDUALISMO METODOLOGICO , che risale agli insegnamenti della ‘’scuola austriaca’’ – attraverso i contributi di Menger, Mises e Hayek - le scienze sociali riconvertono il loro oggetto d’analisi dalla finzione OLISTICA dei ‘’sistemi chiusi’’ alla realtà empirica delle AZIONI INDIVIDUALI.

(E’ importante ricordare che si può condividere l’approccio individualistico sul piano metodologico appunto SENZA aderire a qualche forma di razionalismo filosofico o utilitarismo etico.)

Il primo a coniare la definizione di individualismo metodologico fu l’economista Schumpeter il quale affermava che bisogna partire dal comportamento dell’uomo per descrivere determinati processi ECONOMICI.

Questo paradigma riporta dunque agli individui e alle loro azioni l’antecedente logico ed empirico di ogni processo storico e sociale, MA da anche conto dei modi in cui le interdipendenze delle azioni individuali si compongono a livello MACROSOCIALE in istituzioni COLLETTIVE, la maggior parte delle quali scaturiscono come risultato non premeditato di quelle stesse azioni. A questo punto è necessario affermare che:

- l’oggetto principale delle scienze sociali non è dato tanto dalle scelte individuali, quanto soprattutto dagli EFFETTI determinati dalle interazioni degli individui. Effetti che possono essere, per ricollegarci appunto sopra, VOLUTI E PREVISTI, NON VOLUTI E NON PREVISTI, DESIDERABILI O MENO e quindi ININTENZIONALI. Hayek stesso affermava che l’azione consapevole di molti produce risultati non previsti e Merton, ugualmente, presentava i processi di azione politica come esiti ti scelte progettuali, ma più spesso soggiacenti alla logica delle conseguenze INATTESE. Era importante per Merton tener conto, nell’analisi delle condotte sociali, delle reali DEVIAZIONI dai modelli di razionalità adottati. Inoltre razionalità e irrazionalità non si identificano con successo o fallimento dell’agire.

Le conseguenze inattese possono scaturire sia da AZIONI NON ORGANIZZATE, sia da AZIONI FORMALMENTE ORGANIZZATE e sebbene trattandosi del secondo tipo di azioni sia piu facile, risulta comunque molto complicato prevederle, essenzialmente per due motivi:

il problema dell’IMPUTAZIONE CASUALE, cioè il problema di accertare la misura in cui le ‘’conseguenze’’ possano essere attribuite senza dubbio a certe azioni

il problema di accertare i propositi reali di date azioni


Concepire una teoria dell’azione politica in termini di individualismo metodologico significa dunque metterla al riparo dai vizi del razionalismo ‘’COSTRUTTIVISTA’’ , stando al quale tutti gli eventi politici e i loro mutamenti sono esiti di PIANI INTENZIONALI, di progetti umani consapevoli e modificabili dall’uomo a suo piacimento. Una teoria individualistica della politica può dunque garantirci dai tre vizi capitali di ogni approccio costruttivista :

a)     lo psicologismo: essendo ogni evento o istituzione il frutto di una progettazione CONSAPEVOLE, ciò che conta è indagare le motivazioni degli attori al modo stesso della psicologia

b)     l’interpretazione cospiratoria: ciò che accade è sempre stato voluto da un qualcuno spesso attraverso trame e disegni reconditi

c)     utopismo: in quanto la pretesa di poter manipolare a proprio piacimento eventi e istituzioni (essendo queste il frutto di progetti umani consapevoli, intenzionali e modificabili a nostro piacimento) spinge a credere nella possibilità di edificare una società perfetta secondo un progetto stabilito a priori.

PERO’ : nonostante le conseguenze in intenzionali siano un dato ineliminabile delle vicende storiche, non dobbiamo arrenderci alla loro ineluttabilità: sebbene esista uno scarto tra le intenzioni degli individui che pongono in essere un’azione e l’azione stessa queste non devono essere necessariamente imprevedibili, o al massimo lo sono per gli attori, ma non necessariamente anche per un osservatore.


L’origine irriflessa delle istituzioni (Menger)




La prima formulazione sistematica delle scienze sociali in chiave di individualismo metodologico si deve a Carl Menger. Come funzioni davvero l’individualismo metodologico Menger lo dimostra nella spiegazione della genesi di regole e istituzioni, economiche politiche e sociali: i quali possono sorgere o in modo ‘’pragmatico’’ , cioè come risultato della volontà di individui rivolta a quel particolare fine, oppure in quanto esiti inintenzionali di azioni individuali che mirano ad altro. Lui afferma che non tutti gli istituti o i fenomeni sociali sono nascono e mutano a opera di accordi espliciti o positivi, ma ‘’il diritto, lo stato, il linguaggio, la moneta, il mercato etc.etc.. sono in una piccola parte il prodotto SPONTANEO DELL’EVOLUZIONE SOCIALE.’’ Ecco perche parla di ‘’origine irriflessa’’:

‘‘ Se è vero infatti che, nel corso dell’evoluzione storica, l’intervento dei poteri pubblici crea nuove istituzioni e modifica quelle sorte per via ORGANICA, è vero d’altra parte che ai primordi della società la sola origine dei fenomeni sociali può essere stata quella IRRIFLESSA: mentre l’odierno sistema di mercato, il sistema monetario, il diritto, lo stato moderno ci offrono esempi di istituzioni che si presentano come il risultato dell’attività combinata di fattori ‘’organici’’ e fattori ‘’positivi’’ .’’ Città moderna, stato e diritto sono istituzioni sociali sorte per via irriflessa, solo successivamente sono intervenuti poteri pubblici che hanno mirato alla modificazioni di tali istituzioni.



I fondamenti individualistici dell’azione sociale (Mises


Fatte queste premesse possiamo affermare senza dubbio che la nostra modalità d’approccio riconduce i fenomeni politici a uno dei possibili risultati dell’AZIONE UMANA. Fu Mises a sposare il termine ‘’razionale’’ a quelli di ‘’azione umana’’.

Con una piccola digressione ricordiamo che per Merton ‘’ chi agisce razionalmente è colui che seleziona i mezzi che, sulla base delle evidenze disponibili, hanno la probabilità più elevata di raggiungere fini senza tuttavia avere nessuna garanzia di realizzarlo effettivamente’’ . Ecco: per Mise è impossibile distinguere tra ‘’fini razionali’’ e ‘’fini irrazionali’’ : nessuno è qualificato a dichiarare cosa potrebbe rendere più felice o scontento un uomo. E’ da qui che deriva l’affermazione Misesiana: ‘’ L’azione umana è necessariamente sempre razionale’’.

Identifica la società come ‘’la combinazione di individui riuniti in uno sforzo comune che non ha altra esistenza se non quella degli individui che interagiscono.’’

Perché Mises si colloca all’interno della tradizione individualista? Perché lui afferma che il compito dell’individualismo metodologico non è altro che ricondurre la conoscenza delle entità collettive -del loro divenire e scomparire, delle loro numerose strutture e del loro funzionamento- all’analisi delle AZIONI INDIVIDUALI.


Politica e ordine spontaneo (Hayek


Nella rielaborazione dell’individualismo metodologico che compie Hayek , il quale quindi si colloca insieme a Menger (origine irriflessa delle istituzioni) e Mises (azione sociale come insieme di azioni individuali razionali) come rappresentante del paradigma da noi preso in considerazione, anche la TEORIA DELLA POLITICA viene inserita nell’ambito di una prospettiva evoluzionistica.

-Il punto di partenza è l’ignoranza antropologica, quell’ignoranza che ciascuno di noi ha nella maggior parte dei fatti particolari che determinano le azioni degli altri individui della società, le cui combinazioni quindi non possono essere frutto di un ordine prestabilito.

-Però sarebbe fuorviante che l’ordine sociale si ottenga solo per un effetto ‘’collaterale’’ : infatti il calcolo e le decisioni dei singoli hanno bisogno di essere orientati da norme, da parametri d’azione che rendano compatibili i diversi piani degli individui favorendone la cooperazione. la società può esistere solo se si sono evolute certe regole che conducono gli individui a comportarsi in un modo tale da favorire la vita sociale: queste regole possono essere riassunte nell’espressione

Rule of Law (stato di diritto) . La logica secondo cui queste regole si impongono sfugge a qualsiasi determinazione volontaria da parte degli individui e si iscrive all’interno di un PROCESSO di  EVOLUZIONE CULTURALE che ha la stessa forza dell’evoluzione biologica.



-Oltre al Rule of Law esistono anche alti diversi tipi di ordine spesso alternativi o contrari a questa che sono creati e diretti da qualcuno e che non derivano, perciò, da un’evoluzione culturale.

Per Hayek è necessario quindi distinguere tra Cosmos , ‘’ordine spontaneo’’ che si è formato per evoluzione, che si auto genera  Taxis , come ‘’organizzazione’’ , come una costruzione, un ordine artificiale o diretto dall’alto.

Questi due tipi di ordine coesistono in ogni forma di aggregazione collettiva. Per Hayek l’ordine spontaneo non tollera violazioni portate con comandi specifici che ne ostacolino l’evoluzione, ma può essere nondimeno corretto implementando le regole. ruolo fondamentale del giudice. Poiché legge (come diritto) , libertà e proprietà costituiscono il TRINOMIO inscindibile del rule of law e dell’ordine spontaneo, il compito del giudice sarà quello di assicurare, attraverso l’osservanza delle norme astratte, che i diritti degli individui siano protetti dalle interferenze altrui. Il sistema giurisprudenziale potrebbe intervenire con correzioni legislative, ma è fondamentale che le norme rispondano ai criteri di astrattezza e universalità.

In conclusione: Per Hayek la politica è subordinata all’ordine spontaneo, il quale garantisce attraverso il rule of law la libertà degli individui. E quindi, cosa dovrebbe fare la politica? Lo scopo della politica ‘’dovrebbe essere quello di far aumentare in modo egualitario le possibilità di ogni singolo membro sconosciuto della società di perseguire con successo i suoi altrettanto sconosciuti propositi e di limitare l’uso della coercizione all’applicazione di norme che, se introdotte, universalmente tendono a migliorare le opportunità di qualcuno.’’

I confini sono tracciati dalla Rule of Law: entro quei confini le azioni degli individui non sono di pertinenza politica e fuori da quei confini la politica dovrebbe servire soltanto a ricondurvele.


Stato minimo e politica debole (Hayek e Nozick)


Lo stato per Hayek rappresenta l’agenzia politica di più alta legittimazione nella comunità che piuttosto ‘’fa fare’’, che consente agli individui lo svolgimento delle proprie scelte di libertà.

E’ del tutto evidente che lo stato si erga come l’agenzia di governo sovra ordinata a queste molteplici cerchie di relazioni (Hayek) , ma tanto le sue origine storiche (Menger) quanto l’esperienza che ne abbiamo come individui razionali (Mises) ci fanno piuttosto pensare che molti aspetti dell’attività politica che siamo soliti riferire alla struttura di stato possiamo ritrovarli in scala ridotta e con diverse accentuazioni in una pluralità di agenzie sociali che compongono ciò che si usa definire la collettività globale: famiglie, gruppi, aziende, associazioni e comunità che, almeno in parte, possono essere concepite come agenzie politiche.

Possono esistere differenti tipologie di ordini sociali: ordine spontaneo , di lungo periodo generato da conseguenze in intenzionali di molteplici azioni individuali e ordine costruito, di breve periodo frutto di una pianificazione intenzionale. Questi ordini poi possono essere volontari o coercitivi.





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