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Quintiliano




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Quintiliano


Quintiliano nacque in Spagna intorno al 35 d.C. e compì i suoi studi a Roma, dove svolse l’attività di avvocato e inoltre insegnò retorica per vent’anni ottenendo un importante riconoscimento pubblico: fu infatti tra i primi professori finanzianti dallo stato per iniziativa di Vespasiano il quale lo volle accanto a sé e gli affidò il compito di organizzare una scuola di retorica.





Vespasiano, infatti,  fu il primo a istituire una scuola superiore statale e a inquadrare i professori nei ruoli statali, come funzionari imperiali. Anche Quintiliano usufruì di tale trattamento che, se da una parte assicurava uno stipendio ai retori, dall’altra li rendeva produttori della cultura del tempo ma dipendenti della politica governativa. In questo modo, la politica imperiale si contentava del fatto che i retori non passassero all’ opposizione intellettuale e li vincolava invece a rimanere, come oggi diremmo, “organizzatori di consenso”. Il governo vincolò progressivamente l’educazione secondaria superiore, sempre più necessaria per formare i quadri dell’amministrazione dell’impero di Roma, fino a giungere con Teodosio e Valentiniano a proibire ogni forma di istruzione non gestita dallo stato.

Quintiliano, professore di oratoria e famoso studioso della stessa materia, è una delle maggiori fonti restanti sull’educazione romana, egli dedicò buona parte della sua vita all’insegnamento e alla formazione dei giovani delle migliori famiglie di Roma, proponendo un modello educativo che finalizzava l’intero percorso scolastico alla formazione dell’oratore, intesa come un uomo ricco di qualità morali ed esperto nell’arte della parola. Secondo Quintiliano il criterio fondamentale con cui valutare gli oratori è quello della loro adesione all’interesse dello Stato: ma lo Stato è impersonato dal principe. Quintiliano istaura la sua dottrina e le sue norme di comportamento dentro lo Stato, senza riservare a sé alcuna via di uscita; così l’oratore deve essere un fedele collaboratore del principe.

Anche se non è uno studioso dell’infanzia, propone un’educazione anche prima del traguardo dei sette anni di vita, ma in realtà più che riferirsi al bambino in genere parla del “futuro oratore”. Tuttavia va riconosciuto che le osservazioni che propone sull’educazione dei bambini rivelano grande sensibilità e non sono prive d’intuizioni che la pedagogia moderna ha riconosciute valide. Nell’istitutio oratoria si richiama infatti su alcuni punti particolarmente attuali.

Molto interessante è innanzitutto il concetto di educazione intesa non come un progressivo accumulo di nozioni, ma come un processo continuo, integrale e unitario della persona. L’educazione non è solo opera del pedagogo, del precettore o del maestro ma ad essa concorrono anche l’ambiente familiare, le nutrici, ovvero l’intero contesto nel quale il bambino vive: la formazione inizia dalla culla, dal momento in cui il bimbo, dopo la nascita, instaura i primi contatti con il mondo circostante.

Quintiliano ha molta fiducia nell’educazione intenzionale e programmata e sostiene che, a parte alcuni casi patologici, nessun bambino è del tutto incapace di apprendere. L’innegabile diversità delle intelligenze e dei ritmi di apprendimento non consentiranno a tutti di raggiungere gli stessi traguardi ma un’efficace azione educativa garantirà in ogni caso risultati positivi. Risulta dalle osservazioni di Quintiliano molta attenzione e grande rispetto per il mondo del bambino, per la sua personalità, per i suoi ritmi di apprendimento e di crescita.



Altra intuizione attuale è l’importanza che assume la classe per una formazione armonica. Essa è infatti intesa come comunità nella quale il bambino e l’adolescente vengono a contatto con realtà diverse, si confrontano con i coetanei, e proprio dal confronto scoprono le loro potenzialità e i loro limiti. Quintiliano dunque suggerisce che l’apprendimento non avvenga all’interno delle mura domestiche ma in una classe.

Molte osservazioni sono dedicate al rapporto educativo fra maestro e alunno. La professionalità del docente esige qualità particolari, prima fra tutte la capacità di porsi in relazione con il bambino in modo da coinvolgerlo attivamente nel processo di crescita. Il maestro elementare deve essere consapevole del fatto che, egli assume il ruolo di figura di riferimento per il bambino. Così fra maestro e l’alunni si stabilisce un forte legame di dipendenza anche sul piano affettivo.

Per quanto riguarda gli usi dei mezzi di correzione Quintiliano respinge l’uso della frusta poiché crea disturbi nella personalità e non ha alcuna efficacia, perché induce soltanto timore e non crea apprendimento e tanto meno la consapevolezza, e solo la consapevolezza può impedire che un errore si ripeta.


Se volessimo, pertanto, richiamarci per un solo attimo al fine che la nostra ricerca sta conducendo, potremo concludere che se pure non vi sono affinità tra il modo educativo fascista ed il concetto di educazione di Quintiliano (sarebbe eccessivo chiedere a quest’ultimo anche un solo accenno all’educazione femminile) un punto di contatto, se si vuole banale, ma d’estrema importanza, è che per ambedue la cultura è una cultura di “classe”, finalizzata a formare il “bonus cives” in quanto parte integrante dei fini politici dell’Impero: la cultura è per entrambi sempre e solo consenso, mai critica.

La politica del fascismo non poteva (e non voleva), come si è dimostrato nella teoria filosofica di Gentile, rendere consapevoli l’intero corpo sociale (idea minata, secondo il regime, da elementi “sovversivi” e quindi d’origine socialista). Educare, per il fascismo, non voleva dire, soltanto, far partecipe l’élite di quel “farsi dello spirito”, ma soprattutto “propagandare”, “diffondere il verbo” e, non ultimo, formare i futuri soldati dell’Impero d’Italia. “Libro e moschetto” è il motto, che riprende il detto di Giovenale (Satire, X) “mens sana in corpore sano”, e se il compito riservato al “libro” era affidato alla scuola, l’uso del “moschetto”ed il fine per cui doveva essere usato era affidato all’O.N.B. (Opera Nazionale Balilla)


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