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La fascia costiera della pianura pisana




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La fascia costiera della pianura pisana


LA   FASCIA  COSTIERA  DELLA   PIANURA        PISANA La  Pianura di Pisa

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LA   FASCIA  COSTIERA  DELLA   PIANURA        PISANA



La  Pianura di Pisa (fig. 1.1) è confinata verso Nord Est, dal Monte Pisano e dai Monti DOltreserchio, verso Sud, dalle Colline Livornesi e Pisane; la sua fascia costiera (linea tratteggiata nella stessa fig. 1.1) è compresa tra il Fosso della Bufalina a nord ed il Fosso dellArnaccio a sud e p essere identificata, dal punto di vista fisiografico, con il sistema olocenico delle dune e dei lidi litoranei, con le interposte lame acquitrinose.

Fig. 1.1 La Pianura Pisana e la sua fascia costiera.


Linsieme della fascia costiera e del suo entroterra, che si estende fino alla confluenza delle valli di Bientina, dellArno e dellEra (fig. 1.2), ha una forma subtrapezoidale, per una superficie complessiva di circa 370 km2; l’estensione lungo costa è di circa 27,5 km  e quella trasversale è di circa 7 km all’apice del fiume Arno e comunque, in media, non minore di 4 km, per un’area subrettangolare di circa 137,5 km2.

1 - INQUADRAMENTO ORO-IDROGRAFICO

Il settore centro-settentrionale della Pianura Pisana è attraversato dai  fiumi Arno e

 
Serchio (fig. 1.2), con andamento meandriforme, nellinsieme trasversale rispetto alla costa.

Fig. 1.2 Foto satellitare della Pianura di Pisa tratta da Google Earth (2007).

La  deposizione  di  sedimenti  che  hanno  colmato  i  precedenti  bacini  marini,  marino- transizionali e lacustri, è ed è stata, influenzata grandemente da questa disposizione dei fiumi alimentatori.

In corrispondenza del litorale le quote medie sono dellordine di 2 metri s.l.m. in corrispondenza  delle  dune;  nellinterno,  a  circa  30  km  dal  mare,  in  prossimità  della confluenza del fiume Era nellArno, allaltezza di Ponsacco, viene raggiunto un valore di


circa 15 metri s.l.m., nella fascia costiera sono presenti zone con quote al di sotto del livello marino medio. Le differenze di quota determinano una pendenza media del territorio dello

0,08  %.  Questo  minimo  dislivello  crea  problemi  di  ristagno  allinterno  della  pianura, favorendo la formazione di aree paludose; tale fenomeno è facilitato nella fascia costiera dal sistema delle dune e dei lidi litoranei; essi si estendono per circa 5-6 km dal litorale verso l’entroterra e si pongono trasversalmente al deflusso superficiale delle acque verso il mare. Lambiente tipicamente umido della pianura è accentuato dalla vicinanza del mare, dal cui livello e dalle cui maree è regolato il moto delle acque superficiali e sotterranee.

Nella  pianura,  il  sistema  ambientale  è  profondamente interconnesso  agli  idrosistemi marino  e  continentale  e  a  quelli  superficiale  e  sotterraneo.  Estremamente forti  sono  le influenze  reciproche  tra  il  sistema  naturale  e  quello  antropico,  essendo  la  pianura intensamente popolata. Nell’ambito degli idrosistemi superficiali individuato quello delle acque salmastre (zona di miscelazione acqua dolce/acqua salata), dai confini incerti e variabili in relazione al sistema delle acque dolci di origine meteorica e continentale, e quello delle acque marine. Dai loro equilibri dipendono le caratteristiche della fascia di acque più o meno salmastre che, sia in superficie che nel sottosuolo individua il passaggio dallidroambiente continentale a quello marino.



I tratti dei fiumi Arno e Serchio che solcano la pianura sono attualmente completamente arginati e le loro esondazioni sono in questo modo molto limitate. Questi due fiumi caratterizzano solo in parte gli aspetti idrografici di tale ambiente, che è drenato anche da una fitta serie di canali artificiali. I più importanti canali drenanti sono il Fosso della Bufalina,  i Fiumi Morto Nuovo e Vecchio, lArnaccio, lo Scolmatore dArno ed il Canale dei Navicelli, che sono destinati esclusivamente allo smaltimento della acque locali. Queste ultime riguardano i deflussi superficiali che scendono dai rilievi circostanti la pianura, gli afflussi meteorici direttamente caduti in zona, gli scarichi d’acque utilizzate per usi antropici e le acque derivanti dal drenaggio della falda freatica. Questa rete è quasi del tutto costruita dalluomo; restano soltanto relitti di tronchi d’alveo naturale, in particolare lungo le depressioni interdunali litoranee a sud della foce dellArno, nella principale delle quali scorre il canale Nuovo Lamone. La scarsa velocità delle acque nei canali e la conseguente debole turbolenza riducono le possibilità di ossigenazione e di autodepurazione delle acque stesse; a ciò si aggiungono le periodiche diserbature per migliorare le condizioni del deflusso, ma che peggiorano quelle idrobiologiche ed il potere di autodepurazione dei corpi idrici. A queste cause di decadimento qualitativo delle acque si aggiungono infine diffusi processi di eutrofizzazione.

I ristagni di acque superficiali esistenti nella Pianura di Pisa si presentano in genere in forma di paduli e lame, talvolta con presenza di terreni umidi e torbiere. All’estremità settentrionale della fascia costiera si ha l’esempio più significativo di tali ecosistemi, rappresentato dal complesso del lago di Massaciuccoli e dai paduli che lo circondano. Nella fascia costiera i ristagni costituiscono specchi d’acqua e paduli con profondità minima, in cui giungono acque di deflusso superficiale o di drenaggio dei terreni circostanti; essi hanno livelli poco variabili e di poco superiori a quello medio del mare, sono talvolta collegati al mare tramite un emissario o scambiano acque con il mare attraverso le sabbie litoranee. Attraverso gli emissari entrano in alta marea acque marine, mentre in bassa marea defluiscono in mare acque salmastre in quantità maggiori di quelle marine in entrata, a causa degli apporti idrici provenienti dalla terraferma. Tale ambiente, tipico delle lagune litoranee, presenta diffuse e preoccupanti fonti di inquinamento e di eutrofizzazione, soffrendo delle stesse forme di degradazione ambientale descritte per la rete idrografica minore

1.1. Idrologia dei corsi dacqua maggiori: Serchio e Arno

La massima parte delle acque superficiali circolanti nella Pianura di Pisa è costituita dai deflussi del Serchio e dellArno.

Il Serchio è alimentato da un bacino imbrifero di 1400 km2, sul quale le precipitazioni sono

particolarmente abbondanti. Questo fiume abbandona le sue aspre vallate montane poco prima di Lucca e fa il suo ingresso nella pianura litoranea quando oltrepassa la stretta di Ripafratta; scorre per qualche km ai piedi del Monte Pisano, ma da Vecchiano in poi si dirige verso il mare, che raggiunge dopo circa 12 km. Nel bacino montano del Serchio esiste un complesso sistema di utilizzazioni delle acque per produzione di energia elettrica, che fa capo a undici invasi artificiali e a numerose centrali idroelettriche, grandi e piccole. Tale drastica forma di antropizzazione del Serchio si riflette sul regime dei deflussi, parecchio alterato rispetto alle condizioni naturali in dipendenza dalle portate di volta in volta utilizzate per la produzione di energia elettrica. Il deflusso annuo medio del Serchio alla foce è stimato in circa 1750 milioni




di m3. In condizioni di regime naturale, questo fiume avrebbe una portata mensile massima

alla foce di circa 100 m3/s in Dicembre ed una minima di 13 m3/s in Agosto, trasporterebbe mediamente (sempre alla foce) circa 380 mila ton./anno di sedimenti, i quali contribuirebbero al ripascimento dei litorali (Cavazza, 1994). I serbatoi artificiali trattengono gran parte di tali sedimenti impedendo il  loro deflusso verso il litorale, si stima che, allo stato attuale non ne arrivino in mare più di 23 mila ton./anno. Il valore massimo delle portate al colmo del Serchio può essere stimato alla foce in circa 1700 m3/s.

Molto più ampio e importante è il bacino dellArno che si estende su circa 8200 km2.

Anche esso è sottoposto ad una forte antropizzazione, la quale influenza non tanto il regime delle portate, quanto la quantità e la qualità delle acque. Allo stato attuale la differenza tra il regime delle portate naturali e quello delle portate reali ha un valore modesto. Maggiore, invece, è linfluenza esercitata dalle prese di acqua per usi antropici e, soprattutto, dagli scarichi di tipo urbano, industriale ed agricolo. Per il primo di tali aspetti, si osserva che le acque sottratte annualmente allArno e non più restituite sono stimate per il bacino in 51

milioni di m3, pari ad una portata di 1,62 m3/s (Ministero della Agricoltura e delle Foreste,

 
1985). I valori delle portate di colmo per il fiume Arno, osservate dal 1924 ad oggi, eccettuati gli anni 1944 e 1945, alla stazione di S.Giovanni alla Vena, sono riportate in fig. 1.3, dove si nota la variabilità delle massime piene che si verificano nei singoli anni, e quindi la scarsa prevedibilità statistica (Cavazza, 1994).

Fig. 1.3 Massime portate dellArno osservate annualmente a S. Giovanni alla  Vena  dal  1924  al  1992  (dati tratti  dagli  annali  idrologici  e,  dal

1971 in poi, stime fornite dallufficio Idrografico e Mareografico di Pisa) (Cavazza, 1994).


Comunque si nota una certa periodicità: in quasi settanta anni ci sono ben quattro portate di colmo (la piena del 1992 è molto inferiore per l’entrata in funzione dello Scolmatore) con un tempo di ritorno di circa 20 anni. Peraltro si nota anche una sensibile diminuzione delle portate di colmo di piena nellultimo ventennio, periodo legato ad un andamento idrologico medio privo di eventi meteorici particolarmente forti. Dalla fig. 1.4 si nota come i deflussi del fiume Arno siano in via di diminuzione (variazione di 2,9 mm/anno), flessione legata alla riduzione degli afflussi nel bacino dellArno (variazione di 1,8 mm/anno), ma anche al ruolo che hanno avuto gli interventi antropici nel bacino imbrifero (Rapetti, Vittorini, 1994).

Fig. 1.4 Andamento degli afflussi (linea continua) nel bacino dellArno e dei deflussi (linea puntinata)  alla   stazione  di   S.   Giovanni  alla   Vena   (1924-1982).  Nel   grafico  sono rappresentate, per i due parametri, la curva delle medie mobili e la retta di tendenza (Rapetti, Vittorini, 1994).

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