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Il pilota ideale




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Il pilota ideale


In quest’ultima sezione dell’elaborato si analizzerà la figura del pilota ideale, quella che il DoD statunitense propagandava proprio nei tempi in cui nascevano i Century Fighters. In contrapposizione con il romantico, avventuriero e coraggioso pilota che aveva combattuto nei cieli d’Europa e del Pacifico con i P-51 Mustang e gli F-6 Hellcat, negli anni Cinquanta e Sessanta nell’immaginario comune il condottiero dei cieli diventa sempre più un conduttore di aerei.





Freddezza e addestramento


Il conduttore di aerei è, fondamentalmente, quel responsabile e onnipotente uomo che i passeggeri di un 757 o simili immaginano (o auspicano) di trovare in cabina, il quale sa districarsi con disinvoltura tra gli innumerevoli tasti e indicatori che costellano la plancia di comando. Ogni volta che una lancetta ruota impercettibilmente, lui estrapola l’informazione relativa e compie l’azione dovuta, con sicurezza e attenzione allo stesso momento. Analogamente opera un pilota militare che siede nell’abitacolo di un F-101 Voo Doo e decolla da una base avanzata del Vietnam del Sud diretto verso il campo di battaglia, giunto al quale eseguirà gli ordini ricevuti dal comando in appoggio e difesa dei giovani soldati americani, che si battono con valore qualche migliaio di piedi sotto di lui. Con freddezza armerà la bomba e la sgancerà ripetendo procedure e azioni che conosce a memoria dopo anni di addestramento ed esercitazioni. Gli alti comandi dell’USAF non vogliono più nei loro Squadrons arditi combattenti che si sacrificano per la patria tuffandosi sui bombardieri tedeschi che minacciano Londra quando si inceppa il cannone, bensì ora si preparano meri esecutori di ordini, quanto di più prossimo ad una macchina si possa creare, minimizzando il più possibile il vergognoso e disonorevole (nonché costoso) errore umano, principale causa di incidenti in tempi in cui gli aerei maturano quasi fino a raggiungere la perfezione. L’emotività è quanto di più dannoso si possa portare in volo.


Richard “Dick” Bach


Di diverso avviso è Richard Bach, autore del celebre romanzo “Il gabbiano Jonatan Livingstone”, secondo il quale non è esclusivamente l’addestramento a fare del pilota un bravo pilota, ma soprattutto quella passione tipica degli uomini dell’aria che svolgono il proprio lavoro o hobby sì con freddezza e situational awarness, ma anche con partecipazione e coscienza: coscienza di quanto meraviglioso sia realizzare giorno per giorno il sogno dell’uomo, volare. Richard Bach militava tra le fila dell’Air National Guard americana negli anni Sessanta, volando aerei di vecchia concezione come l’F-84 Thunder Streek ma anche i caccia della serie 100 come, per l’appunto, il Super Sabre. Nei suoi racconti, ambientati in un’America ancora libera dalle restrizioni di traffico che, seppur in minima parte, precludono il volo libero, Bach narra di missioni tra i canyons e passeggiate tra le nuvole con la moglie, atterraggi nei campi e amicizie intense e particolari con i compagni di air show. Nel suo romanzo “Biplano” è descritta una delle sue esperienze più significative. Abbandonato il servizio militare, seppur con quel minimo di nostalgia Bach si cimenta nella traversata degli Stati Uniti con un unico compagno di viaggio: il suo biplano, appunto. Durante il coast to coast il pilota stringe un legame con il suo aereo, che reputa una creatura meravigliosa. Sono numerose le personificazioni, tanto che spesso Richard parla e pone domande al suo destriero di tubi e tela. Con lui scambia favori, opinioni, attimi di intense emozioni nei quali è contento di condividere con un amico così speciale sensazioni tanto coinvolgenti, come un tramonto sull’oceano prima di atterrare nel campo dietro casa. Questo stretto rapporto lo porta a tirarsi fuori da situazioni di estremo pericolo, come quando finisce in una gola infestata di raffiche e venti che potrebbero schiacciare il biplano e il suo condottiero sulle pareti della montagna in un istante. In questi momenti si rinnova la fiducia che lega il biplano al suo pilota e solo grazie ad essa tutto si risolve per il meglio. In un altro suo libro, “Un dono d’ali”, Richard narra le infinite vicissitudini che lo hanno visto protagonista: dagli Air Shows al pilota da circo in giro per gli USA (episodio tratto dall’esperienza documentata integralmente nel romanzo “Niente per caso”), dall’analisi del volo dei gabbiani alle tratte sui grandi liners, dalle esperienze da istruttore alle missioni con l’USAFE (anche questo tratto da uno dei suoi diari di volo più celebri: “Straniero alla Terra”), tutti episodi alla quale base sta un rapporto affettivo con quella che lui definisce “una stupenda creatura che permette all’uomo di volare, circondato dalle nuvole e protetto da una meravigliosa carlinga”. In un capitolo in particolare Bach confessa di non comprendere il motivo di alcuni suoi pensieri: potrebbe comodamente chiamare aereo quella macchina affascinante che lo porta in volo, aeroporto quel luogo dove un pilota si sente a casa e dove assapora già il gusto del volo, decollo quella inevitabile e coinvolgente fase del volo durante la quale l’uomo si svincola dal suolo per protrarsi nell’azzurro… Potrebbe ma non lo fa, perché l’uomo è un essere pensante, cosciente di ciò che fa e del perché lo vuole fare, dotato di sentimenti e ansioso di sperimentarne l’effetto. C’è qualche punto in comune con il super-pilota proposto dai capi di stato maggiore e immaginato dai passeggeri e dai soldati? Emotività? Richard Bach vanta un’ammirevole carriera, iniziata in una delle più prestigiose scuole di volo dell’Iowa e vissuta tra moderni caccia ed antiche opere d’arte volanti.




Il vero pilota è un inetto


Incapace di agire, ma non per stupidità, come pensa la gente, ma perché vede più lontano degli altri e conosce lo scarso peso dell’azione individuale”. Così Svevo definisce la figura alla base di tutta la sua opera letteraria, l’inetto. È lampante l’assenza di ogni minima analogia con il pilota modello, come è altrettanto evidente la vicinanza all’esperienza di Richard Bach. Ne “La coscienza di Zeno” il protagonista, entrando in competizione con altri che lo circondano, nella totalità dei casi non regge il confronto, affossato nella consapevolezza della sua condizione. Zeno ammira e invidia i “sani”, così fiduciosi nelle istituzioni e in tutto quello che il mondo gli catapulta dinnanzi, vorrebbe anche lui non dover continuamente interrogarsi sulla motivazione e sul significato di ciò che succede intorno e vivere adattandosi maggiormente ai modelli che la borghesia propone. Anche il pilota ideale si affida ciecamente al suo addestramento, è critico nei confronti di quello che fa perché così gli hanno insegnato, analizza a fondo le situazioni di cui è protagonista ma esclusivamente per necessità, non per curiosità. È questo il sentimento giusto con il quale affrontare la meravigliosa esperienza del volo? Può aiutare un simile atteggiamento a rendere prossima al 100% l’efficienza della missione? La verità è che, proprio come alla fine del romanzo i sani che Zeno riteneva tali si sono rivelati ancor più malati di lui, anche i piloti, o più in generale le persone, che guardano senza occhio critico gli eventi di cui sono protagonisti, non vanno oltre il grado di capitano, o per quanto riguarda i civili, possono appuntare la quarta striscia dorata sulla manica solo dopo molti anni. Allora perché nelle grandi compagnie di bandiera e nelle più prestigiose forze aeree si continua a proporre il pilota modello come base dell’addestramento? Semplicemente perché un individuo del genere è più facile da gestire, fiducioso in quello che gli si propone non oserà contrastare gli ordini o le direttive. Quello che in realtà fa capolino tra la schiera di individui così addestrati è proprio l’inetto, il pilota che, con un po’ di scetticismo ed un occhio maggiormente critico, non affida la propria carriera nelle mani dell’istruttore o del leader, verso il quale comunque prova stima e una certa ammirazione, ma cerca di comprendere a fonda il motivo di ogni azione che compie, rimanendo vittima a volte della così temuta emotività. Giunti a questo punto viene da chiedersi quale dei due modelli sia più produttivo. Il pilota ideale è sicuramente più volutile, così asseconda costantemente le richieste che gli vengono avanzate, eseguendole, per quanto concesso dai limiti dell’essere umano, alla perfezione. Il pilota reale, invece, non è un semplice esecutore di ordini, ma affida il successo della missione proprio a quell’umanità che, nei momenti di bisogno, fa la differenza rispetto all’operato di un UAV, anche grazie a quelle emozioni che, se fossero assenti, renderebbero l’uomo un incosciente.

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