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Il lavoro nel pensiero cristiano-medievale




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Il lavoro nel pensiero aristotelico


Il lavoro nel pensiero aristotelico Secondo Antonio Santoni Rugiu[1] Aristotele



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Il lavoro nel pensiero cristiano-medievale

Il pensiero cristiano propone una riformulazione che segna una prima rottura rispetto al pensiero greco-aristotelico, ma non sul punto discriminante della visione strumentale del lavoro. Donati sostiene che “i Padri della Chiesa accentuano il tema della naturale uguaglianza fra gli uomini e negano quindi che si possa giustificare la servitù come istituzione sociale, perché degrada la dignità umana (…). Tuttavia, sul piano dei principi, il lavoro rimane escluso dai «veri fini umani», rimane ancora connotato di quei caratteri storici di mezzo puramente finalizzato alla sussistenza materiale che finisce per giustificare la destinazione del lavoro a servire la figura del «signore»'[1].



Sant’Agostino, a proposito dell’opera dell’uomo, ivi compreso il lavoro che, in nessun caso può eguagliarsi all’azione divina, afferma che quante cose, 'da non poterle enumerare, gli uomini aggiunsero alle naturali attrattive degli occhi mediante varie arti e mestieri nelle vesti, nelle calzature, in vasi e prodotti d’ogni genere, e poi nei dipinti e nelle diverse raffigurazioni che vanno ben oltre la necessità, la misura e un significato pio! Seguendo esteriormente le loro creazioni, gli uomini abbandonano interiormente il loro Creatore e distruggono ciò che di loro creò. Ma io, Signore mio e onore mio, traggo anche di qui un inno per te e una lode da offrire in sacrificio a Chi mi santifica. La bellezza che attraverso l’anima si trasmette alle mani dell’artista proviene da quella bellezza che sovrasta le anime, cui l’anima mia sospira giorno e notte[2]. Da questo passo possiamo notare come il lavoro per Sant'Agostino abbia allontanato l'uomo da Dio; ancora una volta ci viene proposta una visione del lavoro in senso negativo, non solo o non tanto perché esso si scosta da una pura necessità di sopravvivenza, ma perché allontana l’uomo dalla vera fonte di felicità che è Dio, illudendolo di poterla trovare più facilmente nelle cose materiali.

Secondo Hanna Arendt[3] Sant’Agostino comincia ad indicare tutti i generi di partecipazione attiva alle cose di questo mondo. L’azione è contemplata nelle cose della vita terrena, ma ciò non significa che l’attività lavorativa avesse conquistato un livello più alto nella gerarchia delle attività umane. Sempre per la Arendt con Sant’Agostino l’azione è sì annoverata tra le necessità della vita terrena, ma la contemplazione rimane come solo modo di vita veramente libero. Il suo primato si fonda sulla convinzione che nessuna opera prodotta dalle mani dell’uomo possa eguagliare in bellezza e verità il cosmo fisico.

 Nella tradizione quindi, conclude la Arendt, il termine «vita activa » riceve il suo significato dalla «vita contemplativa».

San Benedetto da Norcia nella Regola benedettina dice: “L’ozio è nemico dell’anima, e perciò i fratelli in certe ore devono essere occupati nel lavoro manuale, in altre ore nella lettura divina. (…) Anzitutto si dia incarico a uno o due anziani di girare per il monastero nelle ore in cui i fratelli attendono alla lettura e di vedere che non si trovi un fratello il quale, preso dall’accidia, stia a oziare o a chiacchierare e non si applichi alla lettura e non solo sia inutile a sé ma distolga anche gli altri. (…) Ma se qualcuno fosse così negligente e svogliato da non volere o da non potere raccogliersi o leggere, gli si dia un lavoro in modo che non resti in ozio”[4].  L’ozio è visto da San Benedetto in senso negativo; il monaco doveva perciò essere sempre impegnato nel lavoro o nella meditazione di libri sacri. Riferendosi specificatamente ai lavori artigianali che i monaci sapevano compiere, San Benedetto esortava i fratelli a svolgerli in piena umiltà e con il permesso dell’abate. I fratelli non dovevano inorgoglirsi per le abilità possedute, altrimenti sarebbero stati allontanati dal mestiere svolto. Egli quindi esortava i monaci alla condivisione dei beni e alla vendita dei prodotti a prezzi modici, “affinchè in tutto sia glorificato Dio”[5].

Il motto ora et labora era integralmente rispettato, specialmente agli inizi, quando le comunità monastiche possedevano piccole estensioni di terreno e potevano provvedervi da sole. Dopo, venendo in possesso, attraverso lasciti e pegni, di grandi latifondi, rimase l’obbligo formale del lavoro manuale, ma l’attività dei monaci era maggiormente assorbita dall’organizzazione del lavoro altrui. Col passar del tempo il numero delle comunità cresceva e così all’interno dei monasteri si determinarono delle gerarchie, molto simili alla divisione sociale del lavoro: gli abati erano sempre nobili e così i monaci più importanti sfuggirono sempre più al lavoro manuale, sublimandolo generalmente in attività di trascrizione, decorazione e manutenzione dei codici, oppure dedicandosi all’insegnamento[6]. Il lavoro manuale viene ancora visto come mezzo di pura sussistenza e svolto dai confratelli di più umili origini.

Secondo Donati[7] nel XIII sec. Tommaso d’Aquino fa alcuni significativi passi avanti. Egli pensa all’Uomo come una persona unitaria, nella quale le varie “anime” non sono separate, ma connesse e reciprocamente funzionali, per cui il lavoro non è più confinato agli strati inferiori dell’umanità. Egli quindi accetta la prospettiva secondo la quale l’Uomo, in quanto tale, è naturalmente ordinato al lavoro, a prescindere dalla sua condizione sociale. Per Tommaso vale perciò la realtà originaria dell'uomo e del lavoro, quanto cioè sta scritto nel l’Antico Testamento “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2, 15): pure Giobbe afferma che l’uomo nasce per il lavoro come l’uccello per il volo. Con Tommaso attraverso il cristianesimo il lavoro passa dal carattere negativo che gli aveva conferito Aristotele a un carattere di legge naturale in quanto tale, come dimensione connaturata alla sua dignità di essere razionale. Il lavoro non è più opera del servo, ma opera delle mani, anzi opera razionale delle mani, quindi l’infinità della ragione fonda l’infinita capacità del lavoro.

Donati[8] intravede nel pensiero di Tommaso la concezione di lavoro come vera e propria opera dell’uomo, anche se non arriva a definirlo come tale. La visione cristiana ripugna sia la visione del lavoro come pura attività inferiore, del servo, sia la contrapposizione servo-padrone. Donati sostiene che Tommaso lascia comunque irrisolti alcuni aspetti:

- è affermata la specificità propriamente umana del lavoro, ma poi essa viene in pratica ridotta alla sua utilità strumentale per la sussistenza fisica;

- si rileva la dignità del lavoro, ma essa è collocata all’ultimo posto delle attività lecite, mantenendola al di fuori delle opere spirituali, che sole portano l’uomo a elevarsi verso Dio;

- il lavoro assume carattere di un'operazione potenzialmente infinita, ma poi questa infinità si restringe al campo ristretto dei bisogni di sopravvivenza;




- il lavoro è così utilizzabile da parte di chi può evitare di lavorare[9].

Conclude Donati che Tommaso non può vedere, perché la società del tempo non glielo permette, l’aspetto relazionale che tiene insieme le componenti del lavoro, però ne coglie appieno l’aspetto umanistico, che sarà messo da parte con l’avvento dell’età moderna.



[1] Ibid., p. 35.

[2] AGOSTINO, Le confessioni, libro X, 34.53, (traduzione di Carlo Carena), Torino, Giulio Einaudi Editore, 2000, p. 391.

[3]ARENDT Hannah, Vita activa, trad. it. di Sergio Finzi, Milano, Ed. Bompiani, 1964, pp. 18-23, [ed. or. The Uman Condition, The University of Chicago, U.S.A., 1958].

[4] PRICOCO Salvatore (a cura di), La Regola di San Benedetto e le Regole dei Padri, Fondazione Lorenzo Valla, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1995, p. 223-224.

[5] Ibid., p. 241.

[6] SANTONI RUGIU, Storia sociale dell'educazione, op. cit., pp.164-165.

[7]DONATI, Il lavoro che emerge, op. cit., pp. 35-40.

[8] Ibid, pp. 36-37.

[9] Ibid, pp.39-40.

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