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I lavoratori italiani dopo il primo dopoguerra




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I lavoratori italiani dopo il primo dopoguerra

Durante la guerra più volte era stata utilizzata la promessa della “terra ai contadini” per incitare le masse rurali a resistere. È naturale che molti contadini tornarono dal fronte carichi di speranze e di attese.



Nel 1914 l’Italia era un paese ancora prevalentemente agricolo: il 55% della popolazione lavorava la terra.

Per comprendere la drammatica situazione delle campagne, bisogna avere ben presente la struttura della proprietà agraria. I 9/10 dei proprietari possedevano soltanto un ettaro di terreno, un’estensione troppo piccola anche per un’agricoltura di sussistenza. Molti piccoli proprietari quindi erano costretti ad affittare i fondi dei medi e grandi proprietari, oppure a lavorare come braccianti. Questa attività in particolare era molto faticosa, mal retribuita e caratterizzata da una continua precarietà. Era dunque diffusa una gran fame di terra da coltivare, soprattutto da parte di chi, tornato a casa, aveva trovato i propri terreni ormai improduttivi perché trascurati a causa della lunga assenza.

Grazie alle commesse di guerra l’apparato industriale italiano aveva incrementato la produzione. Lo dimostra chiaramente la crescita del numero dei lavoratori impiegati: per esempio, le acciaierie Ansaldo di Genova, che alla vigilia della guerra avevano 6.000 dipendenti, ne contavano 110.000 nel 1918; nella stessa epoca la FIAT di Torino passò da 4.000 a 40.000 addetti.

Era cambiata anche la fisionomia del vecchio Stato liberale, divenuto il primo cliente delle grandi industrie siderurgiche e meccaniche e allo stesso tempo un importante distributore di impieghi. Lo Stato aveva promosso lo sviluppo della grande industria, accentrando su di sé funzioni di controllo e di gestione economica come mai era accaduto in passato.

La nuova ricchezza era finita soprattutto nelle mani di pochi speculatori che avevano vissuto la guerra come un grande affare. Chi aveva rischiato la vita nelle trincee, invece, fu in prima linea anche nel subire le pesanti conseguenze economiche della guerra: in Italia come altrove, infatti, la necessità della riconversione della produzione determinò una crescente disoccupazione.

In un simile contesto divennero sempre più aspre le lotte sociali. Tra il 1918 e il 1920 la Confederazione Generale dei Lavoratori (CGL) aumentò considerevolmente il numero dei propri iscritti passando da 250.000 a 2.200.000. Nel 1918 venne fondata la CGL (Confederazione Italiana dei Lavoratori), sindacato d’ispirazione cattolica che nel 1920 arrivò a 200.000 iscritti. Per la prima volta si poteva parlare in Italia della presenza di masse operaie, in buona parte specializzate, consapevoli del proprio ruolo sociale e agguerrite nel portare avanti le rivendicazioni sindacali.

 Le conquiste sociali di operai e contadini

La situazione sociale ed economica italiana divenne esplosiva. Gli scioperi si moltiplicarono: da 303 nel 1918 a 1.861 nel 1920, con una crescita esponenziale di adesioni (da circa 160.000 a 1.270.000 lavoratori).

Fu assai significativa anche l’azione della Federterra che portò all’occupazione dei terreni non coltivati, e in alcuni casi anche di quelli coltivati, delle campagne centro-meridionali, soprattutto del Lazio. In questo movimento molto composito si affacciò anche il cosiddetto “bolscevismo bianco”, rappresentato da gruppi di militanti cattolici che proponevano soluzioni non molto diverse da quelle dei socialisti.

Le lotte ottennero qualche risultato sia per i contadini che per gli operai che scioperavano per il carovita:

aumenti salariali per i braccianti;

parziale redistribuzione delle terre incolte occupate;

giornata lavorativa di otto ore;

gli aumenti salariali degli operai cominciarono a seguire da vicino l’andamento dei prezzi, al contrario di quanto avveniva per lo stipendio degli impiegati.

 Le elezioni del 1919

Nel novembre del 1919 si tennero delle elezioni che rivoluzionarono il quadro politico italiano. Innanzitutto venne utilizzato per la prima volta il sistema proporzionale voluto dai socialisti e dai popolari per una maggiore democratizzazione della vita politica. Diversamente da quanto avveniva con il precedente sistema del collegio uninominale, che attribuiva grande importanza ai singoli candidati e spesso alle clientele che li appoggiavano, ora il confronto si spostava tra le diverse liste di partito.

Ebbero la meglio quindi i due grandi partiti di massa, meglio organizzati e radicati nella società italiana:

il Partito socialista si affermò come primo partito, con il 32% dei voti e 156 seggi, il triplo rispetto al 1913;

secondo per consensi fu il Partito popolare che, alla prima prova elettorale, ottenne ben 100 deputati;

i vecchi gruppi liberal-democretici subirono un drastico ridimensionamento, passando da 300 seggi del 1913 a circa 200.




Questi risultati elettorali non riuscirono a dare stabilità al paese, anzi ne acuirono le difficoltà. Infatti, la grande frammentazione delle forze politiche non permise la nascita di maggioranze omogenee e il PSI, il partito con maggior peso, continuò a rifiutare ogni collaborazione con i governi “borghesi”. L’unica alleanza possibile fu quella tra liberali e popolari che guidò il paese fino all’avvento del fascismo.

 L’occupazione delle fabbriche

Dopo gli scioperi e l’occupazione delle terre, nel 1920 la protesta fece un ulteriore salto di qualità passando all’occupazione delle fabbriche. Il sindacato dei metalmeccanici (FIOM) aveva chiesto agli industriali il rinnovo del contratto per ottenere aumenti salariali, ma gli industriali respinsero ogni richiesta.

La loro intransigenza provocò un crescendo di tensione: i sindacati proclamarono uno sciopero bianco, gli operai cioè entravano in fabbrica ma non lavoravano; gli industriali allora dichiararono la chiusura degli stabilimenti.

In agosto scattò infine l’occupazione delle fabbriche, guidata dai sindacati rossi mentre i sindacati cattolici, poco organizzati nel settore metallurgico, rimasero estranei alla protesta.

In poco tempo 300 fabbriche tra Milano, Torino e Genova furono occupate da oltre 400.000 lavoratori. Gli operai presero il controllo degli stabilimenti, organizzarono servizi armati di vigilanza e in alcuni casi tentarono di proseguire la produzione. Per molti lavoratori questo doveva essere l’inizio di un processo rivoluzionario, ma in realtà il movimento fu incapace di estendersi ed era privo di idee precise sulla strategia da attuare per rovesciare lo Stato. Tra i gruppi rivoluzionari più attivi e preparati si distinse quello torinese raccolto intorno alla rivista “Ordine nuovo”, tra i cui fondatori vi fu Antonio Gramsci (1891-1937).

La rivista aveva più volte indicato agli operai lo strumento rivoluzionario dei consigli di fabbrica per acquistare maggiore potere nel controllo delle aziende e nella società. I consigli, che si ispiravano ai soviet russi, furono sperimentati su larga scala durante l’occupazione.

 La mediazione di Giolitti

Nel giugno 1920 fu chiamato l’ormai ottantenne Giovanni Giolitti a sostituire il dimissionario governo Nitti, indebolito dalle lotte sociali e soprattutto dalla vicenda di Fiume.

Giolitti era convinto che l’occupazione non avrebbe avuto alcuno sbocco rivoluzionario ed assunse un atteggiamento neutrale. Nonostante le pressioni degli industriali, si rifiutò di utilizzare la forza per sgombrare gli stabilimenti. Realizzò invece un’intelligente opera di mediazione e di riconciliazione tra CGL e industriali; gli operai ottennero aumenti salariali e la promessa, mai realizzata, di un possibile controllo sulla gestione delle aziende; in cambio sgomberarono e fabbriche (settembre 1920).

Nonostante la conclusione pacifica di una crisi assai drammatica, la tensione e la paura si acuirono sta tra gli operai, delusi nelle attese accumulate nelle giornate “eroiche” dell’occupazione, sia tra gli industriali e la borghesia, spaventati per una possibile rivoluzione socialista. In realtà quest’eventualità era decisamente remota, eppure il timore di un sommovimento sociale imminente cominciò a diffondersi sempre di più, favorendo la richiesta di una soluzione reazionaria, antisocialista e autoritaria della crisi italiana.

 Nasce il Partito Comunista

Nonostante il successo elettorale e i risultati ottenuti con le lotte sindacali, il socialismo italiano era molto diviso al proprio interno.

Per i massimalisti guidati da Giacinto Menotti Serrati (1876-1926) la rivoluzione russa del 1917 divenne il modello da seguire, anche se la strategia per avviare a un autentico moto rivoluzionario non era per nulla chiara.

I riformisti contavano nelle proprie file personalità come Filippo Turati e Claudio Treves in minoranza nel partito ma maggioritari nella CGL e nei comuni amministrati dai socialisti. Essi rifiutarono il metodo rivoluzionario ma non riuscirono a far prevalere la propria linea di partecipazione al governo del paese per sostenere le riforme sociali.

Al Congresso di Livorno del gennaio 1921 le contraddizioni esplosero. Lenin stesso esercitò delle pressioni affinché fossero applicati i Ventuno punti approvati dal Comintern nel 1920: in particolare chiese a Serrati di estromettere i riformisti. I massimalisti però non volevano giungere fino a questo punto; in tale contesto la corrente guidata da Gramsci e Bordiga si staccò dal Partito sociale e fondò il Partito Comunista d’Italia.

Ispirato al modello sovietico, il nuovo patito era formato da “rivoluzionati professionali”, convinti che si dovesse lottare per assestare il corpo mortale a una classe borghese ormai organizzante. In realtà non ci si rese conto che la prospettiva rivoluzionando stava tramontando non solo in Italia, ma in tutta l’Europa.

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