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La concezione della senilità




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La concezione della senilità

 

 



La senilità all’epoca dei Romani era vissuta come uno stadio della vita privilegiato

dove, dopo un’ esistenza di fatiche fisiche ed intellettuali, l’uomo raggiunge un alto grado di saggezza e riesce a vivere pacificamente i propri ultimi anni senza essere turbato dalle passioni. Già Cicerone nella sua opera “Cato Maior de senectute” (Catone il Vecchio, sulla vecchiaia) aveva trattato il tema dell’età senile fino alla morte. In questo scritto, organizzato come un dialogo fra Catone il Vecchio, noto anche come il Censore, che nel libro ha già ottantatre anni, Gaio Lelio e Publio Cornelio Scipione l’Emiliano, molto più giovani del protagonista che dà il titolo all’opera. La discussione nasce da una osservazione di Gaio Lelio sulla serenità che ostenta Catone nonostante l’età così prossima alla morte. Catone pacatamente argomenta le ragioni che lo portano a tale stato alludendo al distacco con cui si rivolge alle passioni e, come era frequente uso tra i retori, richiamando illustri esempi della storia Greca e Romana. Il discorso volge poi verso la morte e l’immortalità dell’anima. Qui Catone argomenta il suo ragionamento attraverso l’uso della la dottrina epicurea, secondo cui la morte non è da temere in quanto non è una condizione che l’uomo possa sperimentare personalmente, perché dove c’è vita non c’è la morte e viceversa. Sull’immortalità dell’anima si rifà invece alle dottrine platoniche e pitagoriche. Secondo Platone, infatti, l’immortalità del’anima sarebbe dimostrata dalla sua teoria della reminescenza, cioè l’uomo non nasce completamente privo di verità ma ha in sé dei ricordi che sono trasmessi dal mondo dell’iper-uranio ed essi sono quegli elementi da cui l’uomo può cogliere la verità. Questi sono trasferiti in lui grazie all’anima, che quindi non si disgrega con la fine del corpo. Per i pitagorici invece la scienza, cioè la filosofia, è il mezzo per liberare l’anima dalla sua prigione corporea perché, si possono mettere in atto i riti per scollegarla dal corpo. A Pitagora viene attribuita la metempsicosi, cioè la concezione che, una volta liberata l’anima dalla sua prigione, essa passerà ad un altro corpo, sia esso animale o umano.

Lucio Anneo Seneca, figlio di Lucio Anneo Seneca detto il Padre o il Retore, è stato

Il più importante filosofo dell’Età Imperiale. Con la scrittura del “De Clementia” divenne anche il più famoso teorico del Principato. In quest’opera, scritta per educare Nerone al ruolo di Princeps Senatu, carica che egli assumerà alla morte dell’Imperatore Claudio nel 54 d.C., fonde politica e filosofia al fine di mostrare come doveva essere retto un principato virtuoso. Seneca sostiene che per essere un buon princeps egli doveva ascoltare la propria coscienza, formatasi a seguito di una corretta base educativa e filosofica alla quale, nel caso di Nerone, provvedette lo stesso Seneca. Il titolo dell’opera indica quella che per l’autore deve essere la massima virtù di ogni imperatore, ossia la clemenza, intesa come moderazione nel punire. Il princeps avrebbe dovuto punire solo quando strettamente necessario e sentirsi profondamente addolorato dal dover compiere un gesto così barbaro. Sempre con lo scopo di mostrare all’imperatore le gioie della virtus e la cecità a cui portava il furor,  Seneca compose anche tragedie che erano lette a palazzo nelle recitationes così che, sulla base della concezione catartica del teatro greco, il princeps facesse esperienza della forza devastante del furor senza sperimentarlo in prima persona, così da arricchire il proprio bagaglio di saggezza senza nuocere all’Impero con scelte sbagliate.

            Seneca tocca il tema della fugacità del tempo nel “De Brevitate Vita”, uno fra i dieci  Dialogi”. In questo scritto l’autore fa presente che la vita non è affatto breve, ma lo è per chi non è capace di viverla nel modo giusto e sprecandone il tempo. Egli sostiene che, affinché la vita sia lunga e possa essere vissuta pienamente, si debba vivere nella ricerca della verità, quindi impegnandosi nello studio e nell’attività sociale. In questo modo si può raggiungere l’autarchia, cioè lo stato di autonomia che il saggio riesce a raggiungere non necessitando più di beni materiali e di passioni dettate dal furor. Impegnandosi socialmente e alla ricerca nella verità è quindi possibile dilatare il tempo della vita rendendola adeguatamente lunga rispetto alle necessità dell’uomo.

  Epistulae ad Lucilium – La bellezza della Vecchiaia

         L’opera filosofica più importante composta da Seneca è il carteggio fra lui e l’amico Lucilio Iuniore, procuratore imperiale in Sicilia, che prende il nome di “Epistualae morales ad Lucilium”. Sono 124 lettere, scritte fra il 63 e il 65 d.C.,  che Seneca scrive all’amico per educarlo alla saggezza e alla virtus. Non si può definire come un epistolario privato in quanto è stato pensato per la pubblicazione. Lo si può capire dal fatto che siano sempre presenti tutte le formalità richieste dal genere letterario, come i saluti d’inizio e di conclusione della lettera. Inoltre la volontà di pubblicare l’epistolario è chiaramente espressa da Seneca in una delle lettere. A causa dell’intento educativo nei confronti di Lucilio, Seneca utilizza all’inizio un impianto argomentativo molto forte che tende a fornire al suo allievo i contenuti da studiare. Finita la fase di istruzione, Seneca abbandona l’impianto argomentativo e si dedica a riflessioni più profonde che Lucilio è in grado di sostenere proprio grazie alla prima fase di formazione. Anche quando l’amico chiede consiglio a Seneca, egli nella prima fase risponde accuratamente mentre, nella seconda, lascia più spazio a Lucilio dandogli solo qualche spunto di riflessione.

            Presento ora l’epistola 12 in cui Seneca parla dello scorrere del tempo inerente alla vecchiaia. Lo spunto per questa riflessione nasce dalla visione da parte di Seneca della propria villa in campagna, ormai in stato di degrado per lo scorrere del tempo.

[1] Quocumque me verti, argumenta senectutis meae video. Veneram in suburbanum meum et querebar de impensis aedificii dilabentis. Ait vilicus mihi non esse neglegentiae suae vitium, omnia se facere, sed villam veterem esse. Haec villa inter manus meas crevit: quid mihi futurum est, si tam putria sunt aetatis meae saxa? [2] Iratus illi proximam occasionem stomachandi arripio. 'Apparet' inquam 'has platanos neglegi: nullas habent frondes. Quam nodosi sunt et retorridi rami, quam tristes et squalidi trunci! Hoc non accideret si quis has circumfoderet, si irrigaret.' Iurat per genium meum se omnia facere, in nulla re cessare curam suam, sed illas vetulas esse. Quod intra nos sit, ego illas posueram, ego illarum primum videram folium. [3] Conversus ad ianuam 'quis est iste?' inquam 'iste decrepitus et merito ad ostium admotus? foras enim spectat. Unde istunc nanctus es ? quid te delectavit: alienum mortuum tollere?' At ille 'non cognoscis me?' inquit: 'ego sum Felicio, cui solebas sigillaria afferre; ego sum Philositi vilici filius, deliciolum tuum'. 'Perfecte' inquam 'iste delirat: pupulus, etiam delicium meum factus est? Prorsus potest fieri: dentes illi cum maxime cadunt. [4] Debeo hoc suburbano meo, quod mihi senectus mea quocumque adverteram apparuit. Complectamur illam et amemus; plena voluptatis, si illa scias uti. Gratissima sunt poma cum fugiunt; pueritiae maximus in exitu decor est; deditos vino potio extrema delectat, illa quae mergit, quae ebrietati summam manum imponit; [5] quod in se iucundissimum omnis voluptas habet in finem sui differt. Iucundissima est aetas devexa iam, non tamen praeceps, et illam quoque in extrema tegula stantem iudico habere suas voluptates; aut hoc ipsum succedit in locum voluptatium, nullis egere. Quam dulce est cupiditates fatigasse ac reliquisse! [6] 'Molestum est' inquis 'mortem ante oculos habere.' Primum ista tam seni ante oculos debet esse quam iuveni - non enim citamur ex censu -; deinde nemo tam sene est ut improbe unum diem speret. Unus autem dies gradus vitae est. Tota aetas partibus constat et orbes habet circumductos maiores minoribus: est aliquis qui omnis complectatur et cingat - hic pertinet a natali ad diem extremum -; est alter qui annos adulescentiae excludit; est qui totam pueritiam ambitu suo adstringit; est deinde per se annus in se omnia continens tempora, quorum multiplicatione vita componitur; mensis artiore praecingitur circulo; angustissimum habet dies gyrum, sed et hic ab initio ad exitum venit, ab ortu ad occasum. [7] Ideo Heraclitus, cui cognomen fecit orationis obscuritas, 'unus' inquit 'dies par omni est'. Hoc alius aliter excepit. Dixit enim *** parem esse horis, nec mentitur; nam si dies est tempus viginti et quattuor horarum, necesse est omnes inter se dies pares esse, quia nox habet quod dies perdidit. Alius ait parem esse unum diem omnibus similitudine; nihil enim habet longissimi temporis spatium quod non ct in uno die invenias, lucem et noctem, et in alternas mundi vices plura facit ista, non : *** alias contractior, alias productior. [8] Itaque sic ordinandus est dies omnis tamquam cogat agmen et consummet atque expleat vitam. Pacuvius, qui Syriam usu suam fecit, cum vino et illis funebribus epulis sibi parentaverat, sic in cubiculum ferebatur a cena ut inter plausus exoletorum hoc ad symphoniam caneretur: 'bebíôtai, bebíôtai´. [9] Nullo non se die extulit. Hoc quod ille ex mala conscientia faciebat nos ex bona faciamus, et in somnum ituri laeti hilaresque dicamus,vixi et quem dederat cursum fortuna peregi. Crastinum si adiecerit deus, laeti recipiamus. Ille beatissimus est et securus sui possessor qui crastinum sine sollicitudine exspectat; quisquis dixit 'vixi' cotidie ad lucrum surgit.



Traduzione:

Dovunque mi volti vedo i segni della mia vecchiaia. Ero andato nella mia villa fuori città e mi lamentavo per le spese necessarie alla casa ormai in rovina. Il fattore mi risponde che non è colpa della sua negligenza; lui fa il possibile, ma l’edificio è vecchio. Questa villa l’ho tirata su io: che sarà di me, se i massi che hanno la mia età sono in un tale disfacimento? Adirato con lui, colgo al volo il primo pretesto per sfogare la mia stizza: «È evidente», dico, «che questi platani sono trascurati: non hanno foglie; i rami sono secchi e nodosi, i tronchi spogli e aridi. Questo non succederebbe se qualcuno ci zappasse attorno, se li innaffiasse». Egli giura sul mio genio protettore[1] che fa tutto il necessario, che non manca di curarli, ma sono alberi ormai piuttosto vecchi. Rimanga fra noi: sono stato io a piantarli, io a vederne le prime foglie. Mi giro verso la porta di casa. «Chi è costui?», esclamo, «questo vecchio decrepito che giustamente sta davanti alla porta e guarda all’esterno[2]? Dove l’hai trovato? Perché mai hai portato qui la salma di uno sconosciuto?». E quello «Ma come, non mi riconosci? Sono Felicione: mi regalavi sempre le statuette d’argilla[3]; sono figlio del fattore Filosito, ti ero tanto caro». «Costui è proprio pazzo», dico, «ora è diventato un ragazzetto, la mia gioia? Certo, può essere: proprio adesso gli cadono i denti». Devo una cosa alla mia villa: dovunque mi sono girato, mi è apparsa evidente la mia vecchiaia. Accogliamola e amiamola: può procurare grandi piaceri, se sappiamo farne buon uso. I frutti di fine stagione sono più graditi; la fanciullezza è bellissima quando sta per finire; chi è dedito al bere gusta soprattutto l’ultimo bicchiere, quello che stordisce, che dà all’ebbrezza il tocco finale. Di ogni piacere, il meglio è la fine. È dolcissima l’età avanzata, ma non ancora sull’orlo della tomba, e anche il periodo agli sgoccioli della vita ha, secondo me, i suoi piaceri; o, almeno, a essi subentra il non sentirne più il bisogno. Come è dolce aver estenuato e abbandonato le passioni! «È penoso, però, avere la morte davanti agli occhi», ribatti. Innanzitutto davanti agli occhi devono averla vecchi e giovani: non siamo chiamati in base all’età; inoltre, nessuno è tanto vecchio da non poter sperare in un altro giorno di vita. E un solo giorno è un momento della vita. L’intera esistenza è composta di tante parti e ha dei cerchi più grandi che ne comprendono altri più piccoli; ce n’è uno che li abbraccia e li cinge tutti e va dal giorno della nascita a quello della morte; ce n’è un secondo che isola gli anni dell’adolescenza; c’è quello che comprende nel suo giro tutta la fanciullezza; c’è poi l’anno che racchiude in sé tutti gli attimi la cui somma forma la vita; il mese è compreso in un cerchio più ristretto; il giorno ha un corso molto breve, ma anch’esso va da un inizio ad una fine, dall’alba al tramonto. Perciò Eraclito, che dal suo linguaggio ebbe il soprannome di “oscuro” dice: «un giorno è uguale ad ogni altro». Questa frase viene interpretata in modi diversi. Secondo <alcuni> è uguale per un numero di ore, e non sbagliano: se il giorno è di ventiquattro ore, tutti i giorni devono essere uguali fra loro perché le ore perse dal giorno le acquista la notte. Secondo altri un giorno è uguale a tutti, perché tutti si somigliano; anche in un solo giorno si può trovare, infatti, tutto quanto c’è in uno spazio di tempo lunghissimo, luce e notte, e nelle alterne vicende dell’universo <la notte>, ora più breve, ora più lunga, questi fenomeni li genera in un gran numero, <sempre della stessa natura>[4]. Perciò ogni giorno deve essere organizzato come se fosse l’ultimo e concludesse la nostra vita. Pacuvio[5], che fu governatore della Siria per un lungo periodo e quasi la fece sua, celebrava le proprie esequie con vino e banchetti funebri; finita la cena si faceva portare in camera da letto mentre i suoi amanti lo applaudivano e cantavano accompagnati dalla musica: «bebiotai, bebiotai»[6]. E ogni giorno celebrava questi funerali. Quello che Pacuvio faceva per cattiva coscienza, noi facciamolo spinti dalla buona coscienza, e andando a dormire lieti e allegri diciamo:




Ho vissuto e ho percorso il cammino che il destino mi ha assegnato[7].

Se dio vorrà concederci ancora un giorno accettiamolo con gioia. È veramente felice e padrone di sé chi  aspetta il domani senza preoccupazione; se uno dice: «Ho vissuto», ogni giorno alzarsi al mattino gli appare come un guadagno.[8]

(trad. C. Barone)

            In questa epistula è evidente la connotazione positiva che Cicerone conferisce alla vecchiaia. È anche interessante notare quale fase della vecchiaia consideri. La sententia  Di ogni piacere, il meglio è la fine” che prosegue con “È dolcissima l’età avanzata, ma non ancora sull’orlo della tomba”, dimostra quanto Seneca non fosse un illuso che ignorasse gli acciacchi e le malattie della vecchiaia. Egli specifica che è un periodo ottimale la vecchiaia che permette di avere ancora una lucidità mentale e fisica, quando non si è ancora totalmente assorbiti dalla disperazione della malattia che condurrà alla morte. In questa fase è quindi possibile guardare con serenità alla propria vita e col distacco necessario. Inoltre il filosofo spiega che la disperazione che deriva dall’avvicinarsi alla morte è dovuta alla concezione che la vita sia data per scontata. Non è così, precisa Seneca, dicendo che “nessuno è tanto vecchio da non poter sperare in un altro giorno di vita. E un solo giorno è un momento della vita”. L’anziano, quindi, non deve disperare per i pochi giorni che gli restano, ma dovrebbe essere felice perché ogni mattina ha a disposizione un nuovo giorno fino al momento della morte. Tuttavia, Seneca chiarisce anche che ciò è possibile solo nel momento in cui si è pronti ad abbandonare la vita. Con l’esempio esagerato di Pacuvio, l’autore mostra come la morte possa essere affrontata serenamente se si convive pacificamente con l’idea che è il naturale risvolto della vita e, soprattutto, ricollegandosi al ragionamento espresso nel “De Brevitate Vita”, se si ha vissuto una vita “dilatata” dall’impegno sociale e dalla ricerca della verità.



La verità del ricordo

Comprendevo chiaramente che ciò che la sensazione del lastricato ineguale, la ruvidezza del tovagliolo, il sapore della madeleine, avevano risvegliato in me non aveva nessun rapporto con quanto cercavo spesso di ricordare di Venezia, di Balbec, di Combray, col solo ausilio d’una memoria uniforme; e capivo come la vita possa essere giudicata mediocre, anche se in certi momenti sia apparsa così bella, perché la si giudica (e deprezza) in base a tutt’altra cosa che lei stessa, a immagini che di lei nulla conservano.

 

 



[1] I Romani credevano che ogni uomo avesse una propria divinità tutelare

[2] Allude all’usanza di esporre i cadaveri sulla porta della casa con i piedi rivolti verso l’esterno

[3] Nel mese di dicembre si svolgeva a Roma una festa durante la quale ci si scambiavano statuette di cera o argilla

[4] Il testo presenta delle integrazioni in diversi punti

[5] Governatore della Siria sotto l’impero di Tiberio

[6] «È vissuto, è vissuto!»

[7] Frase che Didone pronuncia prima di suicidarsi (Virgilio, Eneide, IV, v 635)

[8] G. Garbarino, Opera, Paravia, Vol 3, pag. 125-127, Varese, 2004

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Appunti su: senilitC3A0 seneca, quod in se iucundissimum omnis voluptas,







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