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Iscrizione del comportamento etico in bilancio come Intangible Asset: spunti di riflessione e alcune proposte




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Iscrizione del comportamento etico in bilancio come Intangible Asset: spunti di riflessione e alcune proposte

Il discorso fin qui svolto si è basato sull’idea di immateriale come risorsa interna o esterna all’impresa caratterizzata, al di là del suo eventuale trattamento contabile, dalla mancanza di fisicità. In tal senso si è fatto riferimento, nella dottrina, alle informazioni ed alle persone come espressione ed esempio di risorse immateriali. Partendo dalla letteratura internazionale e passando per quella nazionale italiana, l’evoluzione del concetto e della definizione stessa di asset intangibili sembra poter far riferimento anche alla persona, in quanto essere umano partecipante all’attività dell’impresa, e ai suoi comportamenti.



Gli IAS non escludono in nessun loro punto la possibilità di far rientrare anche il capitale umano tra gli asset intangibili iscrivibili a bilancio, al contrario di quanto invece stabilito dai FAS[1].

L’atteggiamento, il comportamento e l’uso delle informazioni, interne ed esterne, sono gli elementi che mettono in relazione l’impresa con il mondo esterno, permettendole di comunicare un’immagine di sé potenzialmente vicina a quella richiesta dagli stakeholders.

“Le informazioni si “trasformano” in conoscenza, capacità, competenze, credibilità, fiducia, consenso, quindi in risorse intangibili, soltanto perchè contenute e veicolate nelle e dalle persone”[2].

A partire da questa riflessione ne scaturisce conseguentemente un’altra secondo cui in definitiva la risorsa umana rappresenta il bene più prezioso per l’impresa.

Questo punto di partenza ha dato il via, in passato, ad una rigogliosa serie di trattazioni, tutte con la prospettiva di definire e descrivere la risorsa “uomo” nell’ambito degli asset aziendali.

Si è passati così attraverso la formulazione del capitale intellettuale e la sua distinzione in umano, strutturale e relazionale, cercandone poi di definire i reciproci rapporti, ma più di tutto, le metodologie di valutazione[3].

Essendo, infatti, riconosciuta e riconoscibile l’importanza del fattore umano come vero elemento capace di creare valore, la problematica che da subito si è presentata è come fare per misurare questi intangibili, al di là della successiva possibilità di iscrizione contabile in bilancio.

Si sono così sondati tutti i metodi conosciuti per poter individuare una metodologia di calcolo che, al pari con quelle usate per altri tipi di immateriali, desse la possibilità di graduare e soprattutto rendere confrontabili, i capitali umani di imprese differenti.

Ovviamente, data la natura stessa dell’oggetto di valutazione, l’obiettivo è stato quello di fornire una serie di informazioni quali-quantitative prevalentemente basate su indici (KPI), in modo da unire alla specificità delle descrizioni qualitative, l’immediatezza e la confrontabilità del dato statistico.

Volendo però fare un ulteriore passo in direzione dell’etica d’impresa e volendo valutare la condotta etica come risorsa intangibile di bilancio, rimane inevasa una domanda che scaturisce dal panorama delle relazioni tra l’impresa e l’esterno: chi è il destinatario di queste informazioni?

Un conto, ed una rilevanza, ha l’utilizzare reportistica qualitativa e quantitativa nelle relazioni tra i vari stakeholders (fra azienda e fornitori o fra azienda e clienti), ben diverso è l’utilizzo delle stesse informazioni nei rapporti con finanziatori e soci.

Mentre, infatti, le prime possono arrivare a configurarsi come indicazioni gestionali interne allargate, specie se ispirate alla teoria degli stakeholders, le seconde si presentano molto più sotto l’aspetto valutativo/esaminativo.

Il rapporto con il proprio fornitore è un elemento che sta divenendo “costitutivo” dell’impresa stessa: buoni e corretti rapporti possono incidere sulla qualità e sul prezzo del bene scambiato, mentre difficilmente un fornitore (o l’azienda) valuterà la controparte per la “bontà” delle sue azioni verso soggetti terzi, a meno che tale informazione non sia spendibile dall’azienda o dal fornitore stesso per incrementare la propria credibilità e quindi nei rapporti con altri soggetti, trasformandola cioè da elemento gestionale a componente di immagine.

Differente è invece il caso di un finanziatore od un socio. Questi non sarà interessato, se non marginalmente, a quanto l’azienda sia etica nei suoi comportamenti, soprattutto se questa non fa alcuno sforzo per usare questa informazione al fine di incrementare la sua immagine. L’intermediario mobiliare guarderà per primo alla solidità economica e patrimoniale dell’impresa, relegando ad un’analisi di secondo momento le informazioni relative all’atteggiamento etico. Ciò che certamente valuterà è la capacità dell’azienda di generare profitto futuro, per cui dopo la solidità economica presente si focalizzerà sui nuovi progetti e solo per ultimo si preoccuperà delle conoscenze, delle competenze e dei comportamenti “virtuosi”.

Tutto ciò non per malafede o per noncuranza verso il buon comportamento nel condurre il business, ma per rispettare dettami stabiliti dal mercato. Se è vero, come è vero, che le azioni etiche stanno via via prendendo il loro spazio e incidendo sulle performance delle imprese, è altresì vero che vengono ancora percepite o come “novità di marketing”, per promuove l’immagine aziendale, o come elemento di “minor importanza” rispetto alla centralità del dato contabile di bilancio.

Questo porta a due brevi considerazioni: alla necessità di un cambio di mentalità nella considerazione, anche interna all’azienda, dei comportamenti etici virtuosi; e alla valutazione e studio della fattibilità di portare anche solo alcuni di questi comportamenti ad apparire tra gli asset di bilancio.

Tralasciando per ora il primo aspetto, in quanto suscettibile di analisi nell’ambito della organizzazione aziendale, ci concentreremo sul secondo.

Uno studio di KPMG[4], presentato da Il Sole 24 Ore[5], indica come l’80% delle prime 250 aziende al mondo redige un bilancio di sostenibilità, con un forte incremento dal 2005 in cui solo un’azienda su due lo faceva. Il criterio più utilizzato è quello del GRI (Global Reporting Iniziative), che si sta imponendo come vero punto di riferimento per la redazione di questi bilanci, consentendo via via una confrontabilità sempre maggiore dei dati a livello internazionale. Un aspetto importante segnalato dalla ricerca è che il 60% delle aziende che hanno redatto il bilancio di sostenibilità si è concentrato sui rischi legati al clima e sulle politiche aziendali in tema di contenimento delle emissioni nocive, mentre invece i temi della supply chain (controllo della filiera produttiva) e dello stakeholder engagement (coinvolgimento degli stakeholders) sono rimasti un po’ in secondo piano.

Dallo stesso studio l’Italia risulta avere circa il 59% delle prime cento aziende per fatturato che ha redatto il bilancio di sostenibilità.

Partendo da questo quadro aggiornato della attenzione ai comportamenti etici in azienda, si sono presi in considerazione ed analizzati 4 bilanci di sostenibilità del 2006, relativi a quattro settori differenti: utility (Enel), alimentare (Granarolo), bancario (Unicredit) e industriale (Pirelli), L’obiettivo è stato quello non di descrivere questi documenti e la loro rispondenza a modelli internazionali, ma di cercare di evincere, laddove possibile, per tipologia di business, i settori e i processi che potrebbero essere portati nei prospetti obbligatori di bilancio, come asset intangibili. Ovviamente, trattandosi di una pura analisi teorica, non ci sono elementi concreti per poter definire se e con quale valutazione tali spunti potrebbero divenire realtà.

Il documento relativo al Gruppo Enel presenta una dettagliata definizione di quali sono le linee guida per divisioni, con dettaglio di Obiettivi, Aree di azione, Impegni e Sfide[6]. Interessante è vedere come la “persona” rappresenta uno dei primi obiettivi esposti, con dettagliata indicazione circa l’importanza di incrementare le competenze, conoscenze, formazione e “radicare” la cultura della sostenibilità. Si pone inoltre l’accento sulla sfida di “diffondere la responsabilità sociale come pratica di business quotidiana continuando l’inserimento di traguardi di CSR nel management per obiettivi”[7].

Rispetto alla edizione del 2005[8], il bilancio di sostenibilità 2006 è divenuto più schematico, anche se permane una certa difficoltà di lettura dei KPI (ancora più di 400). Dalla lettura degli indici e delle sezioni descrittive si evince un forte impegno del Gruppo nel cercare di investire sulle relazioni con gli stakeholders e di migliorare le pratiche di lavoro nonché rispettare i diritti umani.

La sezione più voluminosa di indici, in linea con quanto rilevato dalla ricerca di KPMG, è quella relativa all’ambiente.

Partendo da queste brevi osservazioni e rimandando alla ricerca della Balluchi per ulteriori approfondimenti, si vuole qui mettere in rilievo lo sforzo in senso ambientale del Gruppo Enel. Data la tipologia del core business del gruppo, l’aspetto ambientale risulta quello con la maggiore ricaduta sociale. Dal momento che quasi tutti i governi della terra si sono impegnati a sottoscrivere il Protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni inquinanti, la creazione di energia partendo proprio dalla riduzione delle emissioni, non disgiunta dalla possibilità di riciclaggio e del riutilizzo ai fini di produzione energetica, può essere considerata una competenza che fa di Enel un modello tra le aziende energetiche. In questo senso si potrebbe valutare la possibilità di iscrivere i costi relativi al capitale umano della sezione che studia, progetta e realizza interventi mirati alla riduzione delle emissioni tra le risorse intangibili dell’azienda, nello stato patrimoniale del bilancio.

Il Gruppo Granarolo non ha inserito nel bilancio 2006 attualmente disponibile on line il report sulla sostenibilità, per cui si farà riferimento a quello del 2005[9]. Si nota subito che per Granarolo le risorse umane sono centrali per il corretto funzionamento del suo modello di business tutto volto all’eccellenza qualitativa. Il capitale intellettuale e quello relazionale sono considerati centrali nella evoluzione della strategia verso la quotazione in borsa e particolarmente importante risulta la loro identificazione come asset intangibili da incrementare.

Tralasciando qui l’analisi del clima interno, riteniamo opportuno concentrarci un po’ di più sull’analisi della reputazione sociale. Il termine reputazione appare molte volte all’interno del documento a voler sottolineare quanto importante sia per Granarolo che il suo nome sia ben considerato nell’ottica della alta qualità di prodotto. L’indagine svolta sugli stakeholders ha evidenziato l’assoluta capacità di leadership dell’azienda nel settore, promuovendone la grande identità distintiva. L’innovazione, la trasparenza nelle attività e la qualità produttiva sono i segni distintivi evidenziati dagli stakeholders.

Ciò che invece è di tutta rilevanza per la nostra finalità è il processo di controllo della filiera. Come evidenziato anche dal report di KPMG, il settore alimentare è quello che più di ogni altro può concentrarsi sul tema della supply chain, essendo l’approvvigionamento delle materie prime il punto più delicato per il tipo di business. Granarolo ha messo in atto una serie di controlli, nonché un sistema di incentivazione dei fornitori, che assicura all’azienda un prodotto da lavorare di altissimo livello. Tale processo, magari spinto ancora di più nella direzione di un controllo etico dei fornitori, rappresenta una peculiarità dell’azienda bolognese. Se da una parte è vero che i controlli rafforzano la percezione dei clienti relativamente alla qualità finale del prodotto, dall’altro un processo di controllo etico del fornitore potrebbe configurarsi come una risorsa caratteristica dell’impresa iscrivibile come asset intangibile. Tutto il modello etico di scelta del fornitore, delle sue dimensioni e delle ricadute in termini di benefici per il territorio in cui esso opera, è un elemento che si distingue dalla pura qualità del prodotto. La scelta di un numero maggiore di fornitori di dimensioni ridotte o che alimentano il proprio bestiame solo con prodotti provenienti dalla stessa zona, magari anche ottenuti da coltivazioni biologiche, rappresenta una peculiarità capace di generare valore per l’azienda per il suo forte impatto sul territorio, sebbene di difficile valutazione economica.

Per il 2006 il Gruppo bancario Unicredit ha pubblicato sul suo sito una Relazione sulle Risorse umane e la Responsabilità Sociale d’impresa[10]. All’interno del documento particolare attenzione è stata posta alla valutazione e al miglioramento del personale, investendo su formazione e perfezionamento, nonché su un programma di individuazione di risorse ad alto potenziale. Molte sono le attività con cui il gruppo intende seguire e formare le risorse, anche se nel complesso la presentazione è meno dettagliata ed incisiva rispetto a quella degli altri gruppi già analizzati.

Un paragrafo importante è quello dell’aumento del livello di servizio offerto a tutela dei consumatori. Il documento non offre soluzioni per evitare casi di contestazione né esprime forme particolari di tutela. Tuttavia, specie alla luce della recente crisi del sistema finanziario alla fine del 2008, le banche avranno necessità (forse l’obbligo) di rivedere profondamente i loro processi interni per migliorare la qualità dei prodotti offerti e, di conseguenza, salvaguardare gli investimenti dei consumatori. A tal proposito sono emblematiche le parole di Giovanni Bazoli: “È giusto che il mercato pungoli i manager bancari e diventi il metro a cui commisurare l’efficienza delle banche, così come accade per ogni settore economico. Ma non occorre affrontare il problema apicale se al mercato possa o meno attribuirsi il ruolo di regolatore supremo dei rapporti economici per riconoscere che nel settore del credito si presenta un’esigenza pregiudiziale: quella che siano tutelati gli interessi pubblici coinvolti nell’attività di impresa e che ne definiscono, appunto, la specificità. Questa specificità consiste nella sua rilevanza e utilità sociale”[11].

Nel caso del settore bancario un processo di controllo dell’eticità nella costituzione dei prodotti messi in commercio, potrebbe rappresentare un asset intangibile da mettere in bilancio, anche se, proprio a causa della forte perturbazione che c’è in questo periodo storico proprio sul settore bancario, non è facile immaginare quali saranno i controlli, anche etici, che potrebbero essere inclusi nei piani anticrisi dai vari poteri governativi.

Il Gruppo Pirelli ha scelto invece di posizionare il suo bilancio di sostenibilità all’interno della Relazione e Bilancio[12], seguendo la linea della Triple Bottom Line ed evitandone una pubblicazione separata. Il documento presentato è più generale degli altri e fa riferimento ad una serie di norme e regolamenti internazionali a cui l’impresa si attiene nello svolgimento dell’attività. Data la sua natura di azienda di produzione metalmeccanica, il documento pone molta attenzione alla componente del lavoro e focalizza poi buona parte delle informazioni sull’impatto ambientale delle fasi di lavorazione ed utilizzo dello pneumatico, prodotto di punta della sua principale controllata.

Anche in questo caso, come per Enel, anche se con motivazioni differenti, il tema della riduzione delle conseguenze ambientali delle fasi di produzione e di utilizzo dello pneumatico risulta essere l’argomento maggiormente trattato in relazione ai principali processi produttivi e che può quindi divenire oggetto di valutazione quale asset intangibile di bilancio. Ciononostante, risulta tuttavia più difficile che negli altri casi, evidenziare un elemento preponderante, essendo un’eventuale innovazione, anche in senso ambientale, sull’utilizzo e la composizione dello pneumatico più ascrivibile a brevetto che ad asset intangibile.

In generale per industrie così fortemente meccanizzate ed automatizzate un ulteriore tema da approfondire è quello del trattamento delle risorse umane. In questo senso si potrebbero utilizzare i concetti ILO per una valutazione del trattamento generale dei dipendenti.

Dalle brevi descrizioni fatte dei casi riportati si evince la centralità della risorsa umana per la creazione di valore nell’impresa. Le competenze, le conoscenze e le relazioni che legano i dipendenti di un’impresa fra loro, così come le relazioni che li legano agli altri stakeholders rappresentano più di ogni altro quel valore invisibile in più che può dare ad un’impresa un vantaggio competitivo sulle concorrenti. Le capacità del management di ottenere il massimo dalle persone con cui lavorano, generando nuove linee di crescita interna ed esterna, consente alle imprese di migliorare, anche in maniera importante, la propria immagine e la percezione che clienti e fornitori hanno. Un esempio in tale senso è dato, tra le aziende italiane che redigono il bilancio sociale, dal caso delle Poste Italiane. Poste Italiane Spa ha pubblicato il Bilancio sociale del 2006 dettagliando e migliorando il lavoro fatto nel 2005. Il risultato è un documento in cui vengono messi in evidenza i maggiori punti di forza del gruppo e i vari riconoscimenti etici che fino ad oggi sono stati conseguiti. Il gruppo ha investito nel miglioramento qualitativo del suo servizio. Riconoscendo infatti nella puntualità, efficienza, affidabilità e sicurezza i valori chiave di clienti e fornitori, l’azienda si è impegnata per rispondere a questi requisiti migliorando sempre più la qualità del prodotto offerto. Lo sforzo ed i mezzi messi in campo per scrollarsi di dosso la vetusta immagine di corriere inaffidabile e poco sicuro hanno prodotto dei risultati eccellenti, facendo dell’ente postale un paradigma di come stravolgere e migliorare la propria immagine ed il consenso intorno a sé.

La sempre maggiore propensione delle imprese a redigere documenti separati volontari in cui inserire molte informazioni che non sono incluse nel bilancio di esercizio, ha generato molti studi e ricerche approfondite. Rimandando alla lettura dei contributi di Quagli e Teodori[13], relativamente alla importanza della disclosure volontaria, e di Bozzolan[14], relativamente alla individuazione dei fattori di successo tra le informazioni volontarie, si vuole porre l’attenzione a come tra le varie informazioni volontarie le imprese stiano sempre più includendo quelle relative ad attività di forte impatto sociale, lasciando intravedere la possibilità di aggiungere appunto anche azioni di spiccato senso etico. Ciò conduce alla riflessione consequenziale di inserire tali informazioni direttamente nel bilancio si esercizio.



Lungi dal voler essere esaustive, le quattro brevi analisi presentate hanno solo l’obiettivo di cercare di mostrare possibilità alternative alla informativa volontaria per alcuni temi molto specifici dei differenti business. I principi contabili IAS non vietano l’iscrizione in bilancio di asset intangibili che rappresentano comportamenti etici virtuosi. Siamo tuttavia ancora lontani dalla individuazione di metodi di valutazione accettabili, condivisibili e attendibili. Ciò nonostante per alcune caratteristiche delle aziende in breve analizzate, si può intuire come gli altri requisiti siano facilmente soddisfatti. I costi, l’identificabilità e la possibilità di ottenere benefici economici futuri sono fattori la cui composizione necessita di dati che sono già disponibili nei database di queste aziende. Ancora purtroppo difficile è calcolare, in senso quantitativo e perciò confrontabile, il valore delle componenti intangibili, in termini di capitale intellettuale e di azioni etiche, presenti nelle imprese.

Ciò nonostante l’importanza e la necessità di muoversi in tale direzione è ormai chiara, specie se si guarda agli ultimi accadimenti internazionali.

Lo scorso 15 settembre la banca di affari americana Lehman Brothers ha dichiarato di volersi iscrivere al Chapter 11 della procedura fallimentare statunitense. Dopo essere passata indenne attraverso le crisi finanziarie e petrolifere di tutto il XX secolo, la banca, vero e proprio punto di riferimento per le attività di investment banking, equity e financial income, ha dichiarato finita la sua attività. Non trattando qui le motivazioni né le conseguenze di tale bancarotta, si vuole invece far riflettere sugli avvenimenti che hanno interessato la Lehman nelle due settimane successive.

La società giapponese Nomura, in meno di una settimana, ha definito e formalizzato una richiesta di acquisto per i business di investment banking e equity della fallita banca newyorchese. Nella operazione sono stati salvati quasi 2500 posti di lavoro, sui 4000 circa della banca prima della dichiarazione di fallimento. Nel commentare l’offerta di Nomura, il numero uno del gruppo nipponico ha fatto specifico riferimento alla occasione unica che si stava presentando di poter acquisire, per una cifra inimmaginabile fino a qualche giorno prima, “una piattaforma di intermediazione leader nella regione [che] rafforzerà la nostra strategia che mira a connettere Asia e Europa”[15]. Il riferimento alla professionalità, alla preparazione ma soprattutto alle notevoli competenze delle risorse umane di Lehman è una testimonianza pratica di come l’aspetto intangibile in questo caso costituisse quasi per intero il valore della società da acquistare.

Proprio guardando a questo caso estremo si rinnova la riflessione sulla necessità di inserire il capitale umano e le sue caratteristiche all’interno degli asset aziendali di bilancio. La cifra pagata da Nomura, definita “simbolica” dagli stessi vertici della società, rappresenta infatti la valorizzazione delle sole componenti di bilancio, che  non includono gli elementi intangibili legati alle persone. La dichiarazione di Watanabe evidenzia proprio questa carenza del sistema contabile attualmente utilizzato, la possibilità cioè di acquisire delle immense risorse di conoscenza e competenza senza doverle pagare, non essendo valorizzate nel bilancio di esercizio tra gli elementi costituivi il patrimonio dell’impresa. Il fatto poi che solo il 18 dicembre 2008 il tribunale fallimentare abbia aperto la seconda fase di identificazione dei beni patrimoniali di Lehman per risarcire i creditori[16], evidenzia con maggiore intensità come la parte più appetibile della società, il patrimonio legato alle persone, sia stata subito oggetto di transazione e compravendita, mentre tutto il resto degli asset ha dovuto attendere.

La normativa IAS ha lasciato, come detto, la possibilità ai redattori del bilancio di poter includere fattori intangibili non legati ad una specifica normativa. Le aziende hanno così la possibilità di poter dare una rappresentazione maggiormente veritiera e corretta della loro realtà, includendo anche parte di quegli elementi che fino ad oggi hanno fatto parte della documentazione volontaria.

Il modificato contesto economico ha consentito un cambiamento nella percezione dei fattori che guidano il processo di creazione di valore e la nascita della informativa volontaria ha proprio incontrato questa necessità. Il ruolo svolto dagli intangibili ha, infatti, finora enfatizzato l’obsolescenza dei tradizionali criteri contabili per la valutazione e rappresentazione in bilancio delle attività intangibili, rimarcando al contempo la necessità di un allargamento degli elementi da considerare. Dagli studi empirici effettuati[17] in riferimento alla relazione tra la valutazione degli intangibili e le performance borsistiche, si è evidenziato come proprio la presenza di gap di valore tra il valore di mercato e quello contabile del capitale d’impresa richiama la carenza di trattamento contabile degli intangibili. In presenza addirittura di scarse informazioni, tra l’altro volontarie, sugli intangibili, si è dimostrato come essi possano di fatto aiutare a comporre la differenza tra mercato e contabilità. Una collocazione nel bilancio di esercizio ed un adeguato trattamento contabile si impongono quindi come necessari.

L’includere tra gli asset intangibili le attività etiche rappresenta un’ulteriore aggiunta alla già necessaria ricognizione del capitale intellettuale nel bilancio. La valenza di tali tipi di attività si sta imponendo sempre più alle imprese, spinta dalle continue modifiche sociali. Le crisi che hanno dato origine al dibattito sull’etica aziendale si sono trasformate divenendo via via sempre più pervasive della vita social in generale, superando i confini dei settori economici di appartenenza. Le imprese stanno imparando a loro spese che il loro impatto sulla società non è più solo legato ai prodotti che vendono o ai salari che distribuiscono ai loro dipendenti, ma che tutta la loro attività genera delle ricadute sociali che possono essere sfruttate come opportunità di allargare il consenso.

Conclusioni

Il tema della responsabilità sociale d’azienda e quello dell’etica aziendale hanno oramai da qualche anno assunto un ruolo fondamentale nel dibattito sul futuro dell’istituto impresa.

L’attenzione a queste tematiche ha generato, nel recente passato, una serie di reports che in varia misura hanno cercato di dare una valenza quantitativa al comportamento etico aziendale evidenziando quanto l’argomento sia ormai penetrato nella cultura delle aziende.

I bilanci sociali, la CSR, i codici etici e tutti gli altri strumenti di comunicazione hanno posto in evidenza la necessità di una rendicontazione etica che aiuti nella costruzione dell’immagine dell’azienda al di là del puro aspetto contabile.

Nei mercati globali le imprese che operano con successo devono di norma confrontarsi con una pluralità di condizioni competitive che le conducono ad un’elevata intensità di concorrenza e ad un esubero strutturale di offerta. In tali condizioni le produzioni tendono ad essere standardizzate, perdendo la connotazione di elemento di differenziazione competitiva. Il successo delle strategie aziendali è condizionato così da altri fattori che riguardano aspetti meno fisici e più legati alle conoscenze e competenze presenti nell’impresa, ai fattori, cioè, immateriali. Il ruolo della immagine aziendale diviene preponderante inglobando e sintetizzando la “promessa” ad essa sottesa che a sua volta si riconferma e svolge nel sistema di responsabilità impresa-cliente.

La credibilità di un’impresa risulta tanto più elevata quanto più essa riesce a prendere coscienza della sua responsabilità sociale e a mantenere gli obblighi di coerenza e continuità. La comunicazione è divenuto così l’elemento centrale nella strategia di trasferimento agli stakeholders della qualità delle risorse immateriali presenti nell’impresa.

Dal punto di vista della informativa molto si è fatto per creare documenti che descrivessero anche fattori non prettamente contabili. Ma affinché le informazioni possano essere prese in considerazione da tutti gli stakeholders, e soprattutto dal top management, è necessario che esse escano dal novero della documentazione “aggiuntiva” volontaria per entrare, laddove possibile, in quella tradizionale.  La volontarietà di tale informativa ne rappresenta il fattore di debolezza, non consentendo una standardizzazione dei dati e delle metodologie né tanto meno una confrontabilità tra aziende.

Alcuni comportamenti virtuosi, con un impatto sociale calcolabile, dovrebbero essere ricompresi nella valutazione degli intangible assets del bilancio d’esercizio.

L’informativa aziendale tradizionale deve superare i limiti attuali che le vengono dalla applicazione pura dei principi contabili, assumendo il coraggio di introdurre nella valutazione complessiva anche tutti quei caratteri che, pur non essendo visibili, costituiscono una risorsa importante nella creazione di valore.

Se però notevoli sono i passi avanti in direzione di un cambiamento nella comunicazione aziendale, ancora aperto risulta il tema della valutazione delle componenti etiche. Sebbene gli IAS non escludano la possibilità di introdurre nel bilancio voci relative al capitale umano d’impresa, le aziende sono ancora molto lontane dall’individuare una metodologia di calcolo applicabile in settori differenti e facilmente supportabile.

Tuttavia, fino a quando non ci sarà una presa di coscienza forte da parte dei governi e delle istituzioni finanziare più grandi della necessità dell’obbligo di fornire una serie di indicazioni sulla parte intangibile dell’impresa, la comunicazione resterà parziale e scarsamente rappresentativa.

Le ultime vicende economiche che hanno condotto all’attuale crisi globale tra le tante riflessioni a cui hanno portato, hanno sicuramente innescato una profonda riflessione teorica sulla necessità di avere aziende sempre meno focalizzate solamente sul profitto, ma i cui comportamenti siano garanzia di correttezza e coscienza del loro ruolo sociale. E questo non è più derivabile solo dalle informazioni contenute nei bilanci tradizionali, ma da un’integrazione che coinvolga, come detto,  anche le attività a sfondo etico.

È chiaro che la portata della attuale crisi richiederà un intervento normativo da parte dei governi, ma sarà altrettanto necessario predisporre degli strumenti per individuare il grado di correttezza e moralità delle imprese, sia con documentazioni e certificazioni ad hoc (a questo punto obbligatorie per tutti) sia attraverso alcune novità contabili che in qualche modo consentano di iscrivere le proprie competenze tra gli asset aziendali premiando così le imprese più virtuose.

Dall’osservatorio di Sodalitas e Il Sole 24 Ore[18] è stata ultimamente pubblicata una ricerca sulle percezioni dei manager relativamente alla crisi della fine del 2008: il 41% degli operatori ritiene che le attività di responsabilità sociale saranno tagliate proprio in seguito alla crisi, mentre poco più della metà vede di buon occhio il sostegno di attività di carattere sociale solo nelle zone regionali di appartenenza. Ciò rafforza l’impressione che la sostenibilità e l’impegno sociale delle imprese sono ancora valutati in termini ridotti rispetto alle attività lucrative principali, considerandoli accessori e secondari, e confermando che la cultura delle imprese non ha ancora fatto propri questi argomenti, intendendoli come costitutivi della sua stessa esistenza. Mette altrettanto in luce che proprio comportamenti spregiudicati e non etici, troppo spinti alla ricerca di profitto, innescano una spirarle che ha coinvolto tutti i settori dell’economia.

Le imprese devono rimettere la risorsa umana al centro della loro attività: solo costruendo un’organizzazione forte, basata su valori condivisi, si può incidere responsabilmente e positivamente sulla intera società.

Ciò che si è provato a fare in questo breve scritto è stato di fornire spunti critici di discussione, relativamente alla necessità e fattibilità di introdurre alcune delle informazioni che fanno parte della comunicazione volontaria dell’impresa all’interno del bilancio di esercizio.

Si è posto pertanto l’accento sul dibattito che ormai da decenni anima il mondo accademico e non, circa la necessità di individuare delle regole etiche che siano di indirizzo nella corretta condotta del business.

Si è poi passata in rassegna la vasta casistica delle comunicazioni che le imprese hanno prodotto volontariamente durante gli ultimi trent’anni a completamento ed arricchimento dei dati di bilancio, con informazioni per lo più qualitative che hanno aiutato e aiutano nella ricostruzione di una più corretta immagine e di un più completo profilo aziendale.

Infine si è voluto porre l’accento su come gli intangibili, oggi argomento di informativa volontaria, siano da considerarsi importanti nella valutazione complessiva di impresa e su come quindi necessiterebbero di una differente considerazione non più tra le comunicazioni volontarie, ma tra gli schemi obbligatori di bilancio.

A tal fine si sono prese in considerazione quattro imprese, scelte tra le 35 società italiane quotate che redigono il bilancio sociale o di sostenibilità, in quanto rappresentative di quattro importanti settori economici. Se ne sono analizzati appunto i bilanci sociali e di sostenibilità con l’obiettivo di individuare per ognuna un fattore che, caratterizzandola maggiormente, rappresenti quel intangibile che, correttamente valutato, sia suscettibile di iscrizione nel bilancio di esercizio.

La ratio di una tale procedura è nel cercare di dimostrare proprio ciò che in molti hanno posto in evidenza con i loro scritti: gli intangibili fuori bilancio (specie di carattere etico-sociale o ambientale) sono il tassello che manca alla valutazione di impresa per colmare il gap tra il valore ad essa riconosciuto dal mercato e il valore contabile del capitale.

Da ultimo occorre evidenziare due limiti dell’analisi condotta.

Un primo limite risiede nel processo di selezione delle imprese e consiste nell’aver individuato un campione molto ristretto con riferimento ai quattro settori economici più noti nel panorama delle aziende quotate. In tal senso, le società selezionate non rappresentano in modo statisticamente significativo l’universo delle imprese quotate che redigono un bilancio di sostenibilità.

Un secondo limite è connesso all’approccio metodologico utilizzato per l’analisi del contenuto informativo relativo alle attività intangibili, che è sicuramente suscettibile di ulteriori affinamenti, specie nell’individuazione di quegli elementi che più di altri caratterizzano l’immagine dell’impresa.

In definitiva si è voluto porre principalmente in evidenza la necessità di un superamento delle evidenti carenze nella rappresentazione e valutazione in bilancio delle attività intangibili legate al capitale umano e ancor più a comportamenti virtuosi, nonché la mancanza della rilevazione di tali assets nel processo di creazione di valore.

In conclusione si auspica che il presente studio sia stato utile a reiterare l’importanza della valutazione delle risorse immateriali di carattere etico e che abbia fornito spunti per futuri approfondimenti della iscrivibilità di tali risorse nei bilanci di esercizio, arricchendo così la relazione tra rappresentazione degli intangibili e mercati finanziari.




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[1] Il FAS 141 unitamente alla definizione dei criteri da soddisfare per iscrivere gli intangibili in modo separato dall’avviamento, prevede l’esplicita esclusione del capitale intellettuale. Secondo il FASB il valore di tale bene, se riferito alla forza lavoro non può essere riconosciuto in modo autonomo rispetto al goodwill, anche se in grado di soddisfare uno dei criteri di identificazione separata (contrattuale/legale o separabilità). Ciò a causa della insufficienza di metodologie attualmente utilizzate per quantificare il valore del capitale intellettuale della forza lavoro, rendendo scarsamente attendibile la sua quantificazione. I criteri di valutazione si basano, infatti, principalmente sul “costo di ricostruzione”, cioè fanno si riferiscono al costo di addestramento e formazione. Il FASB ha ritenuto insoddisfacente questo metodo in quanto di difficile assimilazione al principio del fair value con conseguente rappresentazione non corretta del bene sottostante.

[2] F. Balluchi, Bilancio sociale e informativa sulle risorse intangibili, in La rendicontazione sociale nei gruppi aziendali, a cura di M. Andreaus, McGraw-Hill, Milano, 2007, Pag 165

[3] Molteplici sono i testi in cui è possibile rintracciare maggiori dettagli su questa classificazione del capitale intellettuale. Qui si citano F. D’Egidio, Il bilancio dell’intangibile. Per determinare il valore futuro dell’impresa, Franco Angeli, Milano, 2001, cap. 5 e C. Ronca, Competere con gli intangibili, Guerini e associati, Milano, 2007

[4] KPMG, Global Sustainability Services,Ottobre 2008.

[5] M. Finizio, Decolla nei grandi gruppi il bilancio di sostenibilità, Il Sole 24 Ore, martedì 11 novembre 2008.

[6] Enel, Bilancio di sostenibilità 2006, pp. 36-40.

[7] Enel, Bilancio di sostenibilità 2006, pp. 36

[8] Si veda l’analisi in . Balluchi, Bilancio sociale e informativa sulle risorse intangibili, in La rendicontazione sociale nei gruppi aziendali, a cura di M. Andreaus, McGraw-Hill, Milano, 2007, pag. 181-182.

[9] Granarolo, Annual report 2005

[10] Unicredit, Risorse umane e responsabilità sociale d’impresa 2006.

[11] G. Bazoli, Banche, ragioni del mercato e responsabilità sociale, Il Sole 24 Ore, giovedì 14 agosto 2008.

[12] Pirelli, Bilancio di sostenibilità Estratto dalla Relazione e Bilancio al 31 Dicembre 2006.

[13] A. Quagli, C. Teodori, L’informativa volontaria per settori di attività, Franco Angeli, Milano, 2005

[14] S. Bozzolan, Trasparenza informativa e mercato finanziario, McGraw-Hill, Milano, 2005.

[15] Dichiarazione di Kenichi Watanabe, numero uno di Nomura, tratto da Nomura rileva le attività di Lehman in Europa, Medio Oriente e Asia, Il Sole 24 Ore, 23 Settembre 2008.

[16] Si veda J. MacIntosh, Lehman’s liquidation turns to buy-out unit, Financial Times, 18 Dicembre 2008.

[17] M. Cordazzo, L’impatto borsistico dell’informativa sugli intangibili, Franco Angeli, Milano, 2007

[18] Etica & Impresa, Il Sole 24 Ore, Martedì 11novembre 2008.

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