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Tesina sul progresso




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Tesina sul progresso


Italiano: Giovanni Verga e Giacomo Leopardi


Verga: 'Il cammino fatale' dell'umanità verso il progresso


Alla base del pensiero di Verga c'è la concezione secondo la quale gli uomini sono sottoposti ad un destino impietoso e crudele, che li condanna non solo all'infelicità e al dolore, ma anche ad una condizione di immobilismo nell'ambiente familiare, sociale ed economico in cui sono trovati nascendo. Chi cerca di uscire dalla condizione in cui il destino lo ha posto, non trova la felicità sognata, anzi va immancabilmente incontro a sofferenze maggiori, come succede a 'Ntoni Malavoglia e a Mastro don Gesualdo.



Quindi all'uomo non rimane che una vita immobile e rassegnata come lo stesso Verga sottolinea con l' 'ideale dell'ostrica' secondo il quale al gente è abituata come l'ostrica che vive fino a quando è attaccata allo scoglio e quando si stacca il mare come un pesce vorace la ingoia.

Nella prefazione ai 'Malavoglia', lo scrittore siciliano mette in evidenza ancor più la condizione dolorosa e tragica della vita:

'Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell'ignoto, l'accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio. Il cammino fatale incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l'umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell'insieme da lontano. In questa immane forza che è la luce del progresso scompaiono le miserie, le sofferenze, gli interessi individuali; l'umanità in effetti progredisce per la forza stessa di questa molla meccanica e incessante della vita; ma per l'individuo è negato il progresso. Anzi proprio perché questo progresso della società umana si compie a spese delle sofferenze degli uomini, i quali travolti dalla fiumana, restano per via, si lasciano sorpassare dall'onda per finire più presto, o vinti levano le braccia disperate, o piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d'oggi anch'essi avidi di arrivare, e che saranno sorpassati domani.'

La nostra vita ha quindi, in questa stessa corsa del progresso universale degli uomini, la necessaria e fatale legge del dolore e della sofferenza, che si rivela appunto quando qualcuno tende ad uscire dalla fiumana immensa, in cui la vita lo aveva inchiodato. Uscire dalla fiumana immensa è la ribellione alla vita, e la stessa vita ricaccerà nell'ignoto e nel pentimento coloro che tenteranno il progresso individuale. Un esempio è dato dal giovane 'Ntoni che per aver rifiutato le regole della vita paesana è costretto a fare il contrabbando finendo in galera e rimanendo per sempre escluso dalla casa del nespolo o da Mastro don Gesualdo che per ascendere al mondo borghese accetta un matrimonio disonorante.

L'arte narrativa del Verga consiste appunto nel cogliere questa legge eterna del progresso universale della vita e la lotta individuale di alcuni che si ribellano ad essa. E' indubbiamente questa una concezione pessimistica, ma niente affatto provinciale, perché gli episodi del suo piccolo paese siciliano sono uno degli infiniti aspetti del grandioso vivere e soffrire di tutta l'umanità; e sono narrati con l'atteggiamento oggettivo di chi tiene sempre l'occhio rivolto a tutta l'umanità.

Comunque è evidente che la molla del progresso e spiegata materialisticamente secondo i criteri del determinismo naturalistico. L'evoluzione della specie umana si realizza attraverso la lotta della selezione naturale, secondo gli insegnamenti di Darwin e di Spencer. Quindi dalla lezione del positivismo deriva la massima su cui Verga fa numerose volte leva: 'Gli uomini sono fatti come le dita della mano: il dito grosso deve fare il dito grosso, e il dito piccolo deve fare il dito piccolo'. Anche se chi vince è il più forte e il più spietato, ma non necessariamente il più giusto.


Leopardi: “La storia non è progresso”


Leopardi, allargando la sua meditazione e oltrepassando la prima fase della sua ideologia secondo la quale la natura ha donato agli altri la felicità ed invece è stata avara con lui, si rende conto che questa felicità degli altri è solo apparente, perché la vita umana non ha uno scopo, un ideale degno per il quale valga la pena di lottare; tutto è falso: la religione, la virtù, l'amore, la patria, la gloria, perché tutti gli uomini sono condannati all'infelicità. 

Indagando sulla causa dell'infelicità umana, Leopardi segue la spiegazione di Rousseau, e afferma che gli uomini furono felici soltanto nell'età primitiva, quando vivevano allo stato di natura; ma poi essi vollero uscire da questa beata ignoranza e innocenza istintiva e, servendosi della ragione, si misero alla ricerca del vero.

Le scoperte della ragione furono catastrofiche: essa infatti rivelò la vanità delle illusioni che la natura, come una madre benigna e pia, aveva ispirato agli uomini; scoprì le leggi meccaniche che regolano la vita dell'universo, scoprì il male, il dolore, l'infelicità, l'angoscia esistenziale. La storia degli uomini, quindi, dice il Leopardi, non è progresso, ma decadenza da uno stato di inconscia felicità naturale ad uno stato di consapevole dolore, messo in luce dalla ragione.

Ciò che è avvenuto nella storia dell'umanità si ripete immancabilmente nella storia di ciascun individuo. Dall'età dell'inconscia felicità, quale è quella dell'infanzia, dell'adolescenza e della giovinezza, allorché tutto sorride intorno e il mondo è pieno di incanto e di promesse, si passa all'età della ragione, all'età dell'arido vero, del dolore consapevole e irrimediabile.

Questo secondo aspetto del pessimismo leopardiano è detto pessimismo storico o progressivo, perché scoperto progressivamente nel corso della storia.

La ragione è colpevole della nostra infelicità, in contrasto con la natura, madre provvida, benigna e pia, che cerca di coprire col velo dei sogni, delle fantasie e delle illusioni, le tristi verità del nostro essere.

Latino: Lucrezio, Epicureismo, “Naturales Quaestiones” di Seneca


Lucrezio: Progresso tecnico e decadenza morale


Nel ricostruire la storia dell'umanità Lucrezio, seguendo le posizioni del suo maestro Epicuro, rifiuta il mito poetico dell'età dell'oro, presente per la prima volta in Esiodo e ripreso nella letteratura latina da numerosi autori, fra cui Virgilio e Ovidio. Il mito delle età, nelle sue varie versioni, postulava sempre un decadimento e un regresso dell'umanità a partire da una condizione edenica primitiva , l'età aurea appunto, quando la terra donava spontaneamente e generosamente frutti abbondanti e gli uomini vivevano felici ed innocenti, indenni dalle malattie e dalla vecchiaia, senza conoscere né fatiche né affanni né discordie né vizi.

La fine dell'età dell'oro e il passaggio a vita meno favorevoli erano attribuiti all'abbandono degli uomini da parte degli dei, motivato da colpe umane o da altri fattori, connessi comunque con la concezione di una divinità che regola e dirige le vicende del mondo.

Lucrezio (come già Epicuro e il suo precursore Democrito) si inserisce al contrario in una tradizione che dava della storia dell'umanità un'interpretazione laica e razionalistica. Egli, sempre preoccupato di smentire interpretazioni finalistiche e provvidenzialistiche della storia, delinea infatti uno sviluppo lento e graduale dell'umanità dalla condizione ferina originaria verso forme più evolute di civiltà: sviluppo realizzato dagli uomini con le loro sole forze, sotto lo stimolo del bisogno e con la guida della ragione, attraverso tentativi e sperimentazioni che li conducono ad escogitare e a perfezionare le tecniche e le arti, in una lotta incessante contro gli ostacoli e le avversità.Viene escluso dunque ogni intervento da parte degli dei e degli eroi.


Lucrezio, confrontando gli uomini delle origini con i suoi contemporanei rileva i vantaggi di allora (maggiore vigoria fisica, facilità di procurarsi i mezzi di sussistenza, inesistenza dei pericoli della guerra e della navigazione), ma anche gli svantaggi (difficoltà di difendersi dalle aggressioni delle fiere, incapacità di trovare rimedi alle ferite e alle malattie); inoltre presenta quell'umanità ancora

immersa nelle tenebre dell'ignoranza: solo al termine di un lunghissimo cammino la ragione sarebbe pervenuta, con Epicuro, alla scoperta della verità. 

Non vi è quindi nessun rimpianto o nostalgia per la condizione primitiva, e del resto mancano del tutto nella descrizione lucreziana tratti caratteristici dell'età dell'oro come la piena armonia con una natura amica e la pace fra le varie specie animali. Non sarebbe corretto però neppure considerare Lucrezio un entusiastico assertore del progresso, un anticipatore di posizioni illuministiche o evoluzionistiche in senso moderno. Innanzitutto si deve ricordare che per il poeta epicureo il progresso non è illimitato: il nostro mondo compiuto il suo ciclo è destinato a finire, ed anzi, ha ormai iniziato una fase di declino. Per di più sullo stesso progresso tecnico il nostro autore pronuncia un giudizio solo parzialmente positivo.

Le tecniche e le arti sono utili, infatti, nella misura in cui liberano l'uomo dal bisogno materiale, dall'insicurezza e dalla paura; ma al miglioramento delle condizioni materiali non si accompagna automaticamente un accrescimento della felicità umana, perché anzi, proprio la conquista e l'affinamento di mezzi più progrediti hanno accresciuto la corruzione morale, l'ambizione politica e la funesta avidità di ricchezze.

Dunque il progresso è soltanto illusorio, perché la stragrande maggioranza degli uomini continua ad essere tormentata da vane e stolte paure, fonti di turbamento e di continua infelicità.Il poeta finisce quindi col dare un giudizio sostanzialmente negativo sulla storia dell'umanità, non per un suo innato e invincibile pessimismo, ma perché si pone da un punto di vista rigorosamente etico, e ritiene che l'unico vero progresso sia il progresso morale.

Del resto la dottrina epicurea non si prestava affatto a fondare una teoria progressista: se il sommo bene è assicurato dal semplice soddisfacimento dei bisogni elementari, l'evoluzione delle tecniche, quand'anche non sia moralmente nociva, è superflua ai fini della felicità. 'Fine della vita era il piacere, molla del progresso l'utilità; ma se il piacere sommo era quello catastematico, cioè una tranquillità procurata dall'assenza di dolore, non si giustificava un accrescimento indefinito di utilità e di piacere: la ricerca di nuovi piaceri poteva solo turbare la felicità, non accrescerla: l'umanità semplice era più facilmente felice di quella progredita'.

Ad impedire al poeta una visione ottimistica dell'evoluzione della civiltà, si aggiunge la crisi storica che egli sta vivendo nel mondo romano, travagliato da spaventosi conflitti: di tale crisi egli è portato a dare una spiegazione non politica ma moralistica, interpretandola come il frutto di una progressiva decadenza e corruzione dei costumi indotta dall'eccessiva avidità di ricchezze e di potere.

Il rimedio a questa situazione sarebbe, ancora una volta, l'accettazione del messaggio epicureo; ed infatti proprio l'avvento di Epicuro è indicato come il vero culmine del progresso umano, ma quel messaggio è stato accolto solo da pochissimi, mentre la massa degli uomini, nonostante condizioni di vita incomparabilmente più progredite, continua a brancolare, come gli uomini primitivi, in una tenebra non ancora rischiarata dalla luce della ragione. 


L’epicureismo


L'epicureismo è la filosofia di Epicuro, insegnata e professata nella scuola che egli fondò nel 306 a.C in Atene.Gli appartenenti alla scuola erano legati tra loro da profonda amicizia e conducevano una vita serena, tranquilla e ritirata. Essi tributarono al loro maestro onori divini e lo considerarono come modello supremo di saggezza e di vita felice. 'Agisci come se Epicuro ti vedesse' era la loro massima.

Per Epicuro l'essenza del reale consiste, sulla scia di Democrito ma con notevoli differenze, negli atomi in movimento che, combinandosi tra loro, formano le molteplici cose del mondo. La realtà è per Epicuro solo materia e non ha bisogno dell'intervento divino: le nostre azioni non dipendono da un Dio ma dai sentimenti e dall'arbitrio di ognuno di noi.

La morale ha come fine la felicità dell'uomo e si conquista con un uso equilibrato e razionale dei piaceri.


Epicureismo a Roma


A parte il rigore intollerante di Catone il Censore, la cultura e il pensiero greco erano penetrati, attentamente filtrati, nel mondo romano. Naturalmente venivano eliminati tutti i risvolti del pensiero greco pericolosi per la conservazione dello stato; non a caso Cicerone trovava un elemento di forte contrasto nella dottrina di Epicuro: l'epicureismo era visto come una dottrina che portava alla

dissoluzione della morale tradizionale soprattutto perché, predicando il piacere come sommo bene, distoglieva i cittadini dall'impegno politico per la difesa delle istituzioni. Inoltre l'epicureismo, negando l'intervento divino negli affari umani, portava molti svantaggi anche alla classe dirigente la quale non poteva più usare la religione come strumento di potere. Poco si conosce riguardo la penetrazione dell'epicureismo nelle classi inferiori della società romana; probabilmente divulgazioni dell'epicureismo circolavano presso la plebe attratta dalla facilità di comprensione di quei testi e dagli inviti al piacere in essi contenuti. 

Per divulgare a Roma la dottrina epicurea, Lucrezio scelse la forma del poema epico didascalico. Vi è, tuttavia, una contraddizione nell'agire di Lucrezio: se da un lato condanna la poesia per la sua stretta connessione col mito e per il fatto che può arrecare infelicità agli uomini, dall'altro ne fa uso per divulgare i principi della dottrina epicurea. Con la forma scelta da Lucrezio, così alta e grandiosa, per divulgare il suo messaggio si è pensato di dover spiegare anche l'atteggiamento di Cicerone nei suoi confronti: evidentemente Cicerone non poteva accettare gli ideali filosofici epicurei, ma forse è proprio l'eccezionalità della forma poetica che ha spinto Cicerone a non tenere conto di Lucrezio nella sua polemica all'epicureismo.




“Naturales Quaestiones” di Seneca


Negli anni del ritiro, quando Seneca ebbe il tempo di dedicarsi sistematicamente alla filosofia, furono scritte le Naturales quaestiones ('Questioni naturali'), un trattato di scienze naturali in sette libri, dedicato a Lucilio (che è anche il destinatario delle Epistole). Il trattato ha carattere spiccatamente dossografico: l'autore cioè svolge i singoli argomenti riportando e discutendo le opinioni di vari filosofi e scienziati greci.


Contenuto dell'opera: in particolare l'opera senecana tratta di argomenti meteorologici, e precisamente: nel libro I dei fuochi celesti (aloni, arcobaleno, meteore, ecc.); nel II, dei lampi, dei tuoni e dei fulmini; nel III, delle acque terrestri; nel IV, delle piene del Nilo e poi della pioggia, della grandine e della neve; nel V, dei venti; nel VI, dei terremoti; nel VII, delle comete.

Seneca si propone anche in quest'opera uno scopo essenzialmente morale: mira infatti a liberare gli uomini dai timori che nascono dall'ignoranza dei fenomeni naturali  e ad insegnare il retto uso dei beni messi a disposizione dalla natura. In particolare Seneca sottolinea più volte che la stragrande maggioranza degli uomini trascuri lo studio della natura per darsi ad occupazioni moralmente

inutili o nocive; inoltre non perde l'occasione per condannare il progresso tecnologico perché quest'ultimo accresce i vizi e la corruzione dell'uomo. Seneca comunque dimostra una notevole fiducia nel progresso scientifico; infatti viene esaltata più volte la ricerca scientifica, considerata come il mezzo con cui l'uomo può innalzarsi al di sopra di ciò che è puramente umano ed elevarsi fino alla conoscenza delle realtà divine.



Il filosofo, alla fine dell'opera, si augura che gli uomini s'impegnino maggiormente nello studio dei fenomeni naturali, ed esprime la certezza che in un futuro sia pure molto lontano il progresso scientifico porterà alla luce le verità ancora ignote.


Oltre il 'vestibolo' della Natura


Quam multa animalia hoc primum cognovimus saeculo! Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet; multa saeculis tunc futuris, cum memoria nostri exoverit, reservantur; pusilla res mundus est, nisi in illo, quod quaerat, omis mundus habeat. Non semel quaedam sacra traduntur. Rerum natura sacra sua non semel tradit; initiatos nos credimus: in vestibulo eius haeremus; illa arcana non promiscue nec omnibus patent; in interiore sacrario clausa sunt, ex quibus aliud haec aetas, aliud quae post nos subibit aspiciet.


Quanti animali abbiamo conosciuto per la prima volta in questa età! La generazione dell'età successiva conoscerà molte cose a noi sconosciute; molte cose sono riservate alle generazioni future allorquando (anche) il ricordo di noi si sarà cancellato; piccola cosa sarebbe il mondo se ciascuna generazione non trovasse in esso ciò che ricerca. Certi misteri religiosi non si rivelano tutti in una volta; noi ci crediamo iniziati: siamo fermi nel suo vestibolo; quei misteri non si aprono a caso né a tutti; sono chiusi nell'intimo del santuario, di essi qualcosa scoprirà questa età, altro (lo scoprirà) la generazione che verrà.


Storia: La seconda rivoluzione industriale


Negli ultimi decenni del secolo XIX e nel primo del XX, lo sviluppo industriale raggiunse la sua piena maturità, tanto che si è potuto parlare di una 'seconda rivoluzione industriale' diversa dalla prima, quella iniziata in Inghilterra nella seconda metà del secolo XVIII.

Della seconda rivoluzione più rapidi furono gli effetti, più prodigiosi i risultati che determinarono una trasformazione decisiva nella vita e nelle prospettive dell'uomo. Essa fu caratterizzata dall'espansione dell'economia capitalistica nei continenti africano ed asiatico, dal prevalere dell'industria pesante (metallurgica e meccanica) su quella leggera, dal concentrarsi di masse umane nelle grandi città, dalla diffusione di nuovi materiali (acciaio e gomma) e di nuove fonti di energia (petrolio ed elettricità). La produzione su scala mondiale si impennò vertiginosamente.

Lo sviluppo industriale fu sostenuto anche questa volta da invenzioni scientifiche e da processi tecnologici che consentirono un migliore sfruttamento delle materie prime ed una più elevata resa della produzione. Nel campo della metallurgia il 'convertitore' sperimentato nel 1879 da Thomas consentì un notevole risparmio di tempi e di costi nel processo di trasformazione in acciaio dei materiali ferrosi.

La turbina a vapore progettata negli anni Ottanta in Inghilterra e in Svezia rivoluzionò le vecchie macchine a vapore rendendo possibili notevoli risparmi nelle spese e nei rifornimenti di combustibile. Un largo impiego di elettricità, quale fonte di energia meccanica, poté essere ottenuto con la costruzione di potenti centrali idroelettriche. L'introduzione dell'elettricità nei più diversi settori produttivi portò profondi mutamenti nell'economia dei singoli paesi e rinnovò molti procedimenti tecnici.

L'invenzione della lampada a filamento di carbone, dovuta all'americano Edison (1879), rese possibile l'illuminazione elettrica delle grandi città nelle quali, gradatamente venne eliminata l'illuminazione a gas che pure era sembrata, qualche decennio prima, un'importante simbolo di modernità. Anche l'industria chimica realizzò un rapido sviluppo con l'invenzione di nuove procedure nei campi dei coloranti, dei concimi artificiali, degli esplosivi, dei medicinali.

Il 'sistema di fabbrica', per usare un'espressione che si diffuse verso la metà del secolo, decollò decisamente quando cominciò a diffondersi il 'sistema industriale americano', celebrato nell'Esposizione di Londra del 1851. Si trattava d'un largo ricorso alle catene di montaggio ed ai supporti elettromeccanici nelle diverse fasi lavorative della costruzione e dell'assemblaggio, ma soprattutto si avanzava l'esigenza di razionalizzare i gesti dell'operaio secondo cadenze attentamente studiate.


Industrializzazione e imperialismo


L'imperialismo costituisce l'altra faccia del processo di industrializzazione. Infatti esso diede  inizio ad una corsa sfrenata all'accaparramento delle terre africane ed asiatiche rimaste ancora immuni dalla penetrazione europea. Il pianeta fu funestato, ancora una volta, da una serie di conflitti, di scontri, di imprese militari, ma il nuovo colonialismo si rivelò profondamente diverso da quello dei secoli precedenti: esso seppe organizzare il mondo secondo aree economiche e strategiche funzionali alle grandi concentrazioni di capitali. Gli Stati industrializzati furono sollecitati a controllare nuovi mercati e soprattutto a impiantare, anche in territori lontani, centri di produzione e di trasformazione.

Nel giro di pochi anni (1881-1886) quasi tutta l'Africa fu assoggettata dalle potenze europee. Nel 1902 non vi erano più 'spazi vuoti' nel mondo. Comunque gli imperialisti, insieme a quanto di negativo hanno riversato nel mondo, hanno forse involontariamente, trasferito le idee positive della loro civiltà, quelle di democrazia, libertà, fraternità, eguaglianza, destinate ad esercitare un effetto profondo sulla storia successiva perché hanno condotto i popoli assoggettati alla rivolta contro l'imperialismo stesso.

Nell'ultimo quarto del XIX secolo crebbe il numero delle grandissime imprese che stroncarono molte aziende minori. Gruppi di capitalisti riuscivano a porre sotto il proprio controllo una parte notevole della produzione nei settori di rispettiva competenza. C'è quindi la nascita del monopolio che è l'accentramento del mercato nelle mani d'un solo operatore.

I legami tra le banche e il capitale industriale divennero sempre più stretti; la fusione del capitale bancario con quello industriale creò un nuovo protagonista della storia contemporanea: il 'capitale finanziario'. Un gruppo relativamente piccolo ha concentrato nelle sue mani il controllo sopra la maggior parte del sistema economico, e domina tutte le altre parti della popolazione. Il nuovo capitalismo finanziario esporta capitali ed investe nelle aree sotto sviluppate dell'intero pianeta, là dove i capitali sono scarsi ed abbonda, invece, la mano d'opera che può essere retribuita con bassi salari.

Filosofia: Il positivismo, Marx


Ogni evento è il risultato progressivo rispetto al passato


Il Positivismo è un movimento filosofico e culturale, caratterizzato da una esaltazione della scienza, che nasce in Francia nella prima metà dell'Ottocento e si impone, a livello europeo e mondiale, nella seconda parte del secolo. Il termine 'positivo' assume il significato di reale, utile, concreto. Il Positivismo appare caratterizzato da una celebrazione della scienza, che si concretizza in una serie di convinzioni di fondo:

La scienza è l'unica conoscenza possibile e il metodo della scienza è l'unico valido; quindi la metafisica è priva di valore. Da ciò deriva il grido risuonato in Germania: 'Keine Metaphisik mehr!' (Niente più metafisica!).

La filosofia tende a coincidere con la totalità dei principi comuni alle varie scienze. La funzione della filosofia consiste quindi nel riunire e nel coordinare i risultati delle singole scienze.

Il metodo della scienza, in quanto è l'unico valido va esteso a tutti i campi, compresi quelli che riguardano l'uomo e la società.

Il progresso della scienza rappresenta la base del progresso umano, capace di superare la 'crisi' del mondo moderno o di accelerarne lo sviluppo in modo sempre più rapido. Inoltre ogni evento è il risultato di un progresso rispetto al passato e la condizione di un miglioramento futuro (come peraltro già dicevano i romantici).

Parlando del Positivismo in generale, risulta tuttavia indispensabile distinguere tra una 'prima' ed una 'seconda' fase di esso. Infatti, mentre nella prima metà dell'Ottocento, il Positivismo con Comte, si pone soprattutto come proposta di superamento di una 'crisi' socio-politica e culturale (quella post-illuministica e post-rivoluzionaria), nella seconda metà del secolo il Positivismo, più che come soluzione di una 'crisi', si presenta come riflesso e stimolo di un 'progresso' in atto.

Il decollo del sistema industriale, della scienza, della tecnica, degli  scambi e dell'estensione della cultura su larga scala, determina, in questo periodo, un 'clima' generale di fiducia entusiastica nelle forze dell'uomo e nelle potenzialità della scienza e della tecnica.

Questo ottimismo si traduce in un vero e proprio culto per il pensiero scientifico e tecnico. Se il Romanticismo aveva esaltato la figura del poeta, il Positivismo esalta soprattutto lo scienziato.

Il Positivismo della seconda metà del secolo appare quindi come la filosofia della moderna società industriale e tecnico-scientifica; non per nulla esso si sviluppa principalmente in quelle nazioni (come l'Inghilterra, la Francia e la Germania) che appaiono all'avanguardia del progresso industriale e tecnico-scientifico, mentre impiega tempo ad affermarsi nei Paesi (come ad esempio l'Italia) in ritardo rispetto ad esso. Ma nello stesso tempo il Positivismo appare anche come l'ideologia tipica della borghesia liberale dell'Occidente.


Il Positivismo evoluzionistico


Questo indirizzo del Positivismo consiste nell'assumere il concetto d'evoluzione come il fondamento di una teoria generale della realtà naturale. Punto di partenza è l'evoluzionismo biologico che trova in Darwin il massimo rappresentante.


La teoria di Darwin si fonda su due ordini di fatti:


l'esistenza di piccole variazioni organiche che si verificano negli esseri viventi lungo il corso del tempo e sotto l'influenza delle condizioni ambientali; la lotta per la vita che si verifica necessariamente tra gli individui viventi.


Da questi due ordini di fatti segue che gli individui presso quali si manifestino mutamenti organici vantaggiosi hanno maggiori probabilità di sopravvivere nella lotta per la vita; e in virtù del principio di eredità vi sarà in essi una tendenza a lasciare in eredità ai loro discendenti i caratteri accidentalmente acquisiti. Tale è la legge della 'selezione naturale'.


Herbert Spencer


L'epoca era quindi propizia per una teoria del progresso che non lo restringesse al destino dell'uomo nel mondo, ma lo estendesse al mondo intero, nella totalità dei suoi aspetti. Elaborare la dottrina del progresso universale e mettere in luce il valore infinito del progresso, fu il compito che si assunse Spencer, diffondendo nel marzo del 1860 il prospetto di un vastissimo 'Sistema di filosofia sintetica'.



La prima parte del suo capolavoro s'intitola 'L'Inconoscibile'. come Comte, Spencer non vuole studiare le cause prime ed ultime ma cerca di dimostrare la possibilità di un incontro e di una conciliazione tra la religione e la scienza. Ora la verità ultima inclusa in ogni religione è che 'l'esistenza del mondo con tutto ciò che contiene e con tutto ciò che lo circonda è un mistero'. Tutte le religioni falliscono nel dare un'interpretazione. Dall'altro lato, anche la scienza urta contro il mistero che avvolge la natura ultima della realtà di cui essa studia le manifestazioni. Che cosa siano lo spazio e il tempo, la materia e la forza sono per la scienza enigmi impenetrabili.

Spencer introduce quindi il concetto di Inconoscibile che è quella forza misteriosa che si manifesta in tutti i fenomeni naturali e la cui azione dell'uomo è avvertita positivamente. Il riconoscimento di tale realtà inaccessibile accomuna religione e scienza ed elimina ogni possibile conflitto tra loro.

I 'Primi principi' definiscono la natura e i caratteri generali dell'evoluzione: le altre opere di Spencer studiano il processo evolutivo nei diversi domini della realtà naturale. La prima determinazione dell'evoluzione è che essa è un passaggio da una forma meno coerente a una forma più coerente. (Es. il sistema solare che è sorto da una nebulosa) Ma la determinazione fondamentale del processo evolutivo è quello che lo caratterizza come un passaggio dall'omogeneo all'eterogeneo (es. le parti di un animale che dapprima sono indistinte, formano tessuti e poi organi diversi oppure il linguaggio, dapprima costituito da semplici esclamazioni e poi differenziatosi in esclamazioni diverse). Infine l'evoluzione implica un passaggio dall'indefinito al definito (indefinita è la condizione di una tribù selvaggia in cui non c'è specificazione di compiti e funzioni, mentre è definita quella di un popolo civile, fondata sulla divisione del lavoro).

L'evoluzione è un processo necessario e una volta cominciata deve continuare perché le parti rimaste omogenee tendono verso l'eterogeneità. Quindi il senso di questo processo necessario è profondamente ottimistico.


Marx – Carattere progressivo della storia


Marx nella sua filosofia delinea un quadro generale della storia passata e presente e scandisce il cammino dell'umanità nel tempo secondo alcune grandi formazioni economico-sociali qualificate da determinati modi di produrre, da specifici rapporti di proprietà e da peculiari istituzioni giuridico-politiche. Nell'opera 'Per la critica dell'economia politica', Marx distingue quattro 'epoche' della formazione economica della società: quella asiatica (fondata su forme comunitarie di proprietà), quella antica di tipo schiavistico, quella feudale e quella borghese. Sebbene queste epoche non costituiscano, a rigore, delle tappe necessarie, in quanto molte società hanno saltato l'una o l'altra fase, non c'è dubbio che esse costituiscano, dal punto di vista di Marx, altrettanti gradini di una sequenza che procede dall'inferiore al superiore. Secondo questo carattere progressivo la storia procede dal comunismo primitivo al comunismo futuro, attraverso il momento intermedio della società di classe, la quale si basa sulla divisione del lavoro e sulla proprietà privata. Parimenti indubbio è che questo diagramma storico dello sviluppo della civiltà poggi sulla tesi-convinzione del socialismo come sbocco inevitabile della dialettica storica:

'Il comunismo è per noi uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti'.

Il carattere 'dialettico' del materialismo storico di Marx ed il suo persistente legame con Hegel risulta dunque evidente.

Infatti anche per Marx, come per Hegel, la storia si configura come una totalità processuale dominata dalla forza della contraddizione e mettente capo ad un 'risultato finale'. Però con questa notevole differenza di contenuto: che Marx ritiene di aver fatto camminare la dialettica di Hegel 'sui piedi', anziché sulla 'testa': 1) in quanto il soggetto della dialettica storica non è più lo Spirito, ma la struttura economica e le classi; 2) in quanto la 'dialetticità' del processo storico è concepita come empiricamente e scientificamente osservabile nei fatti stessi; 3) in quanto le opposizioni che muovono la storia non sono astratte e generiche, bensì concrete e determinate.


Inglese: Victorian Age, Dickens


Victorian Age


Victorian literature reflects the social, political, and religious upheavals of the reign of Queen Victoria. Great Britain reached the height of its power during this period, from 1837 to 1901. Trade and commerce expanded, and the science and technology made rapid advances. The Industrial Revolution, which had begun in the 1700's, brought increased wealth to the middle classes.

The lower classes continued to suffer poverty. Two major Victorian poets, Lord Tennyson and Robert Browning, became the spokesmen for their age. 

The great Victorian novelists were Charles Dickens, George Meredith, and Thomas Hardy. They helped make the novel the most popular literary form for the middle classes.

Dickens aroused England's social conscience by exposing the miseries of the lower classes in such novel as 'Oliver Twist' and 'David Copperfield'. He became increasingly bitter in his later novels, 'Bleak House' and 'Great Expectations'.

In this period there are many changes in politics, many countries are colonized; but there are also negative aspects as the exploitation of children and the lack of medical cares.


Dickens’s life


Dickens was born near Portsmouth in 1812. After a few years' residence in Chatham, the family removed to London, where the family lived in a dingy suburb. He was obliged to leave school and earn his living labelling bottles in a blacking factory. The factory was dirty and cold, his work-mates were rough and violent, and he felt deeply humiliated. These painful experiences are alluded particularly in 'David Copperfield'. After he was sent to a school in Hampstead, and shortly afterwards he began to work as a clerk in a lawyers' office.

He then acted as parliamentary reporter, first for The True Sun, and from 1835 for the Morning Chronicle. In the same year he married Catherine Hogarth; in this period he wrote the Pickwick Papers which, appearing in monthly parts during 1837-39, took the country by storm.

Simultaneously he wrote Oliver Twist. Thenceforward Dickens's literary career was a continued success.

In 1841 Dickens went to America, and was received with great enthusiasm and in the following year Dickens went to Italy. In 1858 he separated from his wife. Dickens was now in the full tide of his readings, and decided to give a course of them in America. But the effect on his health was such that he was obliged, on medical advice, finally to abandon all appearances of the kind. He died in June 1870, and was buried in Westminster Abbey.


Features and themes


Charles Dickens is the foremost representative of the Victorian Novel; extremely popular in his age and after, he has been read and loved by millions of people all over the world.

Dickens wrote 20 novels (including 5 short Christmas books), and many sketches. After the success of 'The Pickwick Papers', Dickens turned to serious themes and plots. However, he always introduced enough humor to keep his books entertaining.

'Oliver Twist' describes the adventures of a poor orphan boy. The book was noted for its sensational presentation of London's criminal world and for its attack on England's mistreatment of the poor.

In 'Nicholas Nickleby', Dickens criticized greedy proprietors of private schools, who treated students brutally and taught them nothing.

In the second phase of his production, he became more bitter, often taking the form of biting satire. The characters and plot in his works seemed to emphasize the evil side of human experience. He turned to symbolic themes to help express and expand his observations on topical political and social issues and on larger matters of morality and values.

With 'David Copperfield', Dickens temporarily abandoned social criticism for semiautobiography. The novel describes a young man's discovery of the realities of adult life.

The unhealthy London fog in 'Bleak House' symbolized the illness of society, especially its lack of responsibility toward the downtrodden and unfortunate. 'Bleak House' is Dickens's most comprehensive attack on the Law, of which long experience had made him sceptical.

The fog in London is always associated with the obscurities and obfuscations of the legal system, which generate much of the novel's action.


Geografia astronomica: L’evoluzione delle stelle


Tappe fondamentali dell'evoluzione di una stella: il diagramma H-R


Tutte le stelle producono energia con la loro fornace, in cui avvengono reazioni nucleari che seguono il ciclo protone- protone. Vi sono stelle azzurre, più luminose e calde del Sole, che trasformano la loro materia in energia con un ritmo molto più rapido di quello della nostra stella; altre rosse, quindi, meno calde, consumano molto più lentamente il loro 'combustibile nucleare'. Evidentemente anche le stelle hanno una loro evoluzione, tanto più che si sa ormai per certo che anche oggi nuove stelle nascono da nubi cosmiche di gas e polvere. Le principali tappe nella vita delle stelle sono state ricostruite dagli astronomi Hertsprung e Russel, che indipendentemente l'uno dall'altro hanno ideato un diagramma (diagramma H-R) in cui si possono collocare le varie stelle, ponendo in ascissa la loro temperatura (da cui dipende il loro colore e la loro classe spettrale) e in ordinata la luminosità (magnitudine assoluta). Nel diagramma H-R le stelle non si distribuiscono a caso, ma in grandissima parte si raccolgono lungo una fascia, che attraversa diagonalmente il diagramma, chiamata sequenza principale. In tale sequenza le stelle risultano disposte secondo un ordine regolare, da quelle blu, più calde e con massa maggiore (50 volte quella del Sole) fino a quelle rosse, più fredde e di massa minore (1/10 di quella del Sole).

Il Sole vi compare in posizione intermedia, come una stella gialla. Al di fuori della sequenza principale, nella parte in alto e a destra del diagramma, compaiono stelle giganti rosse: hanno la stessa temperatura superficiale, e quindi lo steso colore, di stelle della sequenza principale, ma rispetto a queste sono molto più luminose, per cui devono avere una superficie radiante, cioè che emette energia luminosa, molta più estesa. Alcune sono così grandi da essere dette supergiganti (con un diametro fino a 800 volte quello del Sole). Un altro gruppo di stelle esterno alla sequenza principale occupa la parte in basso e verso sinistra del diagramma: tali stelle hanno lo stesso colore di quelle della sequenza principale, ma sono molto meno luminose, per cui devono essere molto più piccole e vengono dette nane bianche (anche se non sono soltanto di questo colore).




Le stelle nascono e invecchiano: dalle nebulose alle giganti rosse


Le stelle nascono dalle nebulose formate di polvere e gas freddi (soprattutto idrogeno:oltre il 90%). Al loro interno si possono innescare moti turbolenti (per esempio per l'onda d'urto provocata dall'esplosione di una stella vicina), che provocano un avvicinamento e un inizio di aggregazione tra i corpuscoli della nube.Con il proseguire dell'addensamento e della contrazione, l'energia gravitazionale aumenta e di conseguenza aumenta la temperatura del corpo gassoso, che si trasforma in una protostella. Se la protostella raggiunge alte temperature (circa 15 milioni di K) si genererà una stella; in caso contrario si creerà una nana buia.



La stella a questo punto giunge ad una fase di stabilità, durante la quale si trova sulla sequenza principale del diagramma H-R. La sua posizione e permanenza nella sequenza principale dipendono dalla massa iniziale della nebulosa da cui si è originata: stelle nate con grande massa diventano più calde, blu e consumano il loro idrogeno più rapidamente (nel giro di milioni di anni); stelle con massa piccola rimangono meno calde, rosse e sono più longeve (miliardi di anni). Le stelle gialle rimangono nella sequenza circa 10 miliardi di anni: il Sole,che ha già 5 miliardi di anni, è una stella 'di mezza età'. Quando quasi tutto l'idrogeno è ormai consumato, il nucleo di elio che si è formato, molto più denso del nucleo di idrogeno originario, finisce per collassare.

In tale processo si riscalda progressivamente fino a temperature di 100 milioni di gradi, sufficienti ad innescare nuove reazioni termonucleari, che trasformano l'elio in carbonio. Per l'alta temperatura l'involucro gassoso esterno della stella si espande enormemente: la superficie si dilata e si raffredda fino a quando non si raggiunge un nuovo equilibrio. La stella è entrata in una nuova fase e appare come una gigante rossa.


Morte di una stella: nane bianche, stelle di neutroni e buchi neri


Dopo la fase di gigante rossa l'evoluzione stellare segue vie diverse a seconda della massa della stella. Stelle con massa iniziale di poco inferiore a quella del Sole collassano gradualmente fino a divenire corpi della dimensione della Terra; la materia che le compone si presenta con i nuclei degli atomi immersi in un mare continuo di elettroni. Sarebbe questa l'origine delle nane bianche che sono destinate a raffreddarsi lentamente fino a trasformarsi in corpi oscuri di materia inerte (nane nere).

Stelle con massa iniziale come quella del Sole o alcune volte maggiore finiscono ugualmente come nane bianche ma prima attraversano una fase particolare. Arrivate allo stadio di giganti rosse perdono i loro strati più esterni e danno origine alle nebulose planetarie. Alla fine la nebulosa scompare e la stella centrale diventa una nana bianca. Se la massa della stella supera di almeno una decina di volte quella del Sole, all'esaurirsi del combustibile nucleare, il collasso gravitazionale è di così vaste proporzioni da liberare una gigantesca quantità di energia, che provoca un'immane esplosione: gran parte della stella, definita supernova, si disintegra e viene lanciata nello spazio.

Si genera così una stella di neutroni o pulsar (elettroni e protoni si fondono per formare neutroni), molto piccola (20 0 30 km di diametro) e difficilmente osservabile otticamente; possiede un campo magnetico molto forte e appare a chi la osserva come una rapida pulsazione ritmica. Lo studio teorico porta a concludere che ,se la massa originaria della stella è qualche decina di volte quella del Sole, dopo la fase di supernova la densità continua ad aumentare e si forma un corpo sempre più piccolo, circondato da un campo gravitazionale immenso. E' come se una porzione di spazio, non più grande di una decina di chilometri si trasformasse in un vortice oscuro capace di attirare entro di sé e di far scomparire qualunque corpo o particella entri nel suo raggio d'azione: neanche le radiazioni, compresa la luce, potrebbero uscirne. Per cui è molto appropriato il nome di buco nero con cui viene indicato.

Fisica: Termodinamica


La macchina a vapore


La seconda legge della termodinamica ha un'origine per così dire economica: essa, infatti, si può far derivare dai tentativi di convertire in modo efficiente il calore in lavoro e nel contempo di sviluppare una teoria in grado di spiegare il funzionamento delle macchine costruite a tale scopo. I primi dispositivi ideati per ottenere con continuità una trasformazione di calore in lavoro furono le macchine termiche, che utilizzano per produrre lavoro l'espansione di un fluido.

Lo scozzese Watt, introducendo una serie di perfezionamenti alle rozze macchine dei suoi predecessori, riuscì a realizzare un motore termico a funzionamento continuo. La macchina a vapore è ormai considerata il fattore principale dello sconvolgimento sociale e tecnologico in maniera tale che fu adattata a qualsiasi tipo di lavoro meccanico, dall'industria tessile alle locomotive ferroviarie.

In ogni tipo di macchina alternativa a vapore, il fluido operante è ottenuto per riscaldamento sotto pressione dell'acqua contenuta in un'apposita caldaia (a). Il vapore viene poi immesso, attraverso alcune valvole aperte a tempo (c), in un cilindro a doppia corsa (b) formato da due comparti delimitati da uno stantuffo a perfetta tenuta. L'asse del pistone mobile è collegato con il sistema articolato biella-manovella (d), al fine di trasformare il moto alterno dello stantuffo in moto rotatorio. A ogni ciclo, infine, il vapore, scaricato dal cilindro, si ricondensa nel condensatore (e) per essere nuovamente riciclato in caldaia grazie all'intervento della pompa di alimentazione (f).



La seconda legge della termodinamica: Lavoro prodotto in un ciclo


Secondo il principio di equivalenza, il calore è una forma di energia per cui, almeno teoricamente non dovrebbe esistere alcuna limitazione alle trasformazioni di lavoro in calore e viceversa. In realtà dobbiamo porre dei limiti a tale principio. Infatti almeno in teoria è possibile trasformare completamente il lavoro in calore, ma non altrettanto si può dire per le trasformazioni inverse. Precisamente, dalla relazione:

emergono le seguenti conclusioni:

è impossibile ottenere lavoro in modo ciclico assorbendo calore da una sola sorgente;

il calore può trasformarsi in lavoro soltanto passando da un corpo a temperatura più alta (sorgente di calore) ad uno a temperatura più bassa (refrigerante);

non tutto il calore fornito dalla sorgente si trasforma in lavoro ma solo una parte di esso.


Enunciato di Kelvin


Il fisico e tecnologo Kelvin formulò in modo esplicito il secondo principio della termodinamica:

E' impossibile realizzare una trasformazione il cui risultato finale sia solamente quello di convertire in energia meccanica o elettromagnetica il calore prelevato da una sola sorgente.

In una macchina termica, anche operando in condizioni ideali, il calore Q1 sottratto alla sorgente, a temperatura T1, non si trasforma tutto in energia meccanica, in quanto una parte, cioè Q2, viene ceduta al refrigerante a temperatura T2.

In tal modo, quella che si trasforma in lavoro, cioè in energia meccanica, è solamente la differenza Q1-Q2. Questo ci fa capire che nel campo delle energie quella termica è diversa dalle altre: diremmo quasi che il calore è un'energia 'di serie B', cioè di seconda qualità, in quanto può essere utilizzato solo in parte.


Il rendimento di una macchina termica


In qualunque motore nel quale l'energia si trasforma da una forma ad un'altra, il rendimento rappresenta il rapporto tra l'energia utile e l'energia assorbita. Nel caso di un motore elettrico, l'energia utile è quella meccanica prelevabile dall'albero motore, e quella assorbita è l'energia elettrica.


Nel caso di una macchina termica, il rendimento teorico rappresenta il rapporto tra il lavoro eseguito ed il calore assorbito dalla macchina durante il ciclo:

Poichè:


dove Q1 e Q2 rappresentano rispettivamente le quantità di calore che il gas assorbe dalla sorgente e che cede al refrigerante, possiamo anche scrivere:



CONSIDERAZIONI:


Il rendimento di una macchina termica, indipendentemente dal ciclo utilizzato, può essere calcolato con la formula:



dove T1 e T2 sono rispettivamente le temperature termodinamiche (cioè misurate in kelvin) della sorgente e del refrigerante.


La precedente espressione è valida qualunque sia la sostanza utilizzata nel ciclo. Naturalmente non va dimenticato che il rendimento calcolato con la relazione 1-T2/T1 è quello teorico, cioè riferito ad una macchina ideale, nella quale sono nulle le perdite di calore e di energia meccanica. L'esperienza insegna, però, che in pratica ciò è assolutamente impossibile, per cui il rendimento reale è sempre inferiore al rendimento teorico:



Inoltre il rendimento è sempre minore di 1, in quanto, dovendo essere Q1 diverso da zero, è sempre Q2-Q1<Q2

Da ciò, per ottenere il massimo rendimento da una macchina termica, che lavora fra due sorgenti, sarebbe necessario:


eliminare ogni forma di attrito, poiché esso implica perdita di lavoro utile


stabilire come il rendimento può dipendere dalla sostanza utilizzata per la trasformazione ciclica .


Teorema di Carnot


Il primo che formulò una trattazione scientifica utilizzando il concetto di 'macchina reversibile', prima ancora che fosse enunciato il primo principio della termodinamica, fu Carnot.

Mediante il teorema che poi fu chiamato appunto teorema di Carnot, egli stabilì che:

tutte le macchine reversibili che lavorano fra due termostati hanno lo stesso rendimento e nessun'altra macchina reale che operi fra gli stessi termostati può avere un rendimento maggiore.

Se indichiamo con  il rendimento di una macchina di Carnot che lavori fra due termostati caratterizzati dalle temperature T2 e T1, con T2>T1, e con il rendimento di una macchina termica qualsiasi che lavori fra le stesse temperature, si ha:







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