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La contestazione giovanile come reazione alle contraddizioni della societÀ




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faLA CONTESTAZIONE GIOVANILE COME REAZIONE ALLE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ


“Ogni generazione, scrive lo scrittore Erri De Luca, fissa la propria quota di spreco”. La “quota di spreco” della generazione dei giovani del ’68, che brulicava di ideali, si è dissipata nelle pubbliche piazze e poi nelle pubbliche carceri. Lo “spreco” dei giovani in corso, secondo lo scrittore, si riassume sotto la voce “inerzia”. Forse, si può obiettare, l’inerzia dei giovani di oggi è frutto dell’infelicità che nasce dall’impossibilità di realizzare i propri sogni. “Molti si impegnano in servizi gratuiti accanto a bisognosi trascurati, ma gran parte, la maggior parte studia per rimandare il futuro. Il mondo intorno non sa che farsene della sua migliore risorsa naturale: i suoi giovani. Si trattengono le nascite così come si contiene la propria alimentazione. La gioventù è trattata come grasso eccedente da smaltire nel recinto scalmanato e scintillante di un sabato sera. Lo spreco dei giovani di oggi è il futuro spento.”



Un sondaggio condotto da Abacus, du­rante e dopo la crisi di governo del 1998, sfata un luogo comu­ne secondo il quale tra i giovani c'è una diffusa ignoranza della politica. Al contrario, la maggioranza degli intervi­stati, ragazzi tra i 18 e i 24 anni, passerebbe a pieni voti un esame di cultura politica generale sia pure con qualche comprensibile incertezza sui termini del politichese stretto: da 'ribaltone' a 'inciucio'.  Nando Pagnoncelli, direttore di Abacus, sostiene, sulla base della ricerca, che «i giovani non sono poi così distanti dalla politica da ignorarne le re­gole». Da qui a dire che le nuove generazioni di italiani si appassionano alle vicende dei governi e dei partiti il passo è molto lungo. A una discreta compe­tenza corrisponde, anzi, un distacco quasi totale, uno scetticismo molto dif­fuso sulla capacità del “Palazzo” di risol­vere i problemi sociali ed economici del Paese e, infine, una difficoltà gene­ralizzata a riconoscersi in un partito.

Le radio che hanno come obiettivo pri­mario i giovani sotto i trent'anni, non meno di quelle che tradizionalmente dedicano il maggiore spazio dei loro palinsesti alla politica, come 'Italia Radio', riconoscono che la partecipa­zione giovanile ai dibattiti è minima anche nei momenti di maggiore presenza della politica nei notiziari giornalistici.

C'è una discreta passione civile, come attesta l'adesione a opere di volontariato, ma c'è pochissima passione politica come dimostra l'esperienza empirica delle radio o come confermano i dati dell'Istat, dai quali risulta che il 35 per cento dei giovani non parla mai di politica né con i coeta­nei, né con gli adulti.  Una delle ragioni di questo disinteres­se, più forte in Italia che in altri Paesi europei, è l'impene­trabilità del mondo politico, efficacemente rappresentata dal concetto del “Palazzo”, come una cinta chiusa ed esclusiva, aggiunta alla sua incapacità di dare risposte concrete alle preoccupazioni dei giovani. Come dicono gli autori del rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, c'è una sorta di «resa di fronte alla complessità del mondo e una ri­nuncia a usare l'azione per provare a cambiare». Un'altra ragione è certamente la minore penetrazione dei partiti del­la Seconda Repubblica negli ambienti giovanili, università compresa. I partiti tradizionali, sia i due maggiori, Dc e Pci, che i minori, dal Psi al Pri per finire al Msi, erano strutturati per una capillare attività di proselitismo e di inquadramento dei giovani. Questa attività era favorita dalla maggiore ideologizzazione della società, italiana ed europea, nell'era della guerra fredda e della divi­sione dell'Europa in due grandi blocchi: l'Impero del Bene e l'Impero del Male, come avrebbe detto con efficace sem­plicismo Ronald Reagan. La caduta del grande muro ideologico, che spaccava l'Europa, e la destrutturazione dei parti­ti della Prima Repubblica, che di quella spaccatura erano comunque figli e profeti, hanno fatto perdere alle nuove ge­nerazioni quel senso di appartenenza ad uno schieramento, che era invece natu­rale per i loro padri.

I ragazzi d’oggi odiano le ideologie, non cercano più nei partiti risposte ideologiche, bensì risposte concrete. Non guardano più, come i loro padri, ai leader della politica co­me bandiere dietro le quali militare, ma chiedono una vi­sione nella quale credere e un modello nel quale identifi­carsi. È questa la ragione del successo di un Tony Blair, che difatti è un leader trasversale, visionario e pragmatico insieme, laburista nei principi e conservatore, quando ser­ve, nella prassi politica. È quello che è mancato finora nel­la Seconda Repubblica italiana almeno per i più giovani.  A giudicare dalla nostra inchiesta, ai ragazzi italiani interessa assai poco con chi Massimo D'Alema ha fatto il suo governo, ma molto di più per cosa ha fatto questo governo.

Dicono che la generazione tra i 15 e i 19 anni è meno impegnata politicamente. Dicono che la crisi di valori della società degli adulti si riflette maggiormente su questi figli di un benessere sempre più a rischio, dove prevalgono paura e confusione, incertezza e disinteresse. Eppure c’è una cosa che li accomuna da Roma a Latina, da Torino a Caserta: l’attesa della grande occasione per manifestare se stessi e le proprie potenzialità e ideali. Non a caso ovunque, in tutte le scuole secondarie superiori, resta vivida la memoria delle autogestioni del ’93 e del ’94, l’appropriazione degli istituti per una settimana, spesso due. Ma a loro la parola autogestione è stata tramandata, come archetipo della rivolta primordiale contro la società degli adulti, una società che prima imponeva il taglio dei capelli e il programma scolastico e che oggi impone modelli più generali di comportamento attraverso micidiali bombardamenti di programmi TV, propina le verità del passato e ipoteca un precario futuro. L’archetipo è la spinta biologica a tentare di gestire, per la prima volta da soli, il proprio destino, anche se tra le mura di una scuola. Non è politica? Certo che no. Almeno, non nel modo in cui intendono la politica gli adulti.

Ricorre talvolta l’affermazione che gli adolescenti e i giovani siano “senza valori”. A molti appaiono incomprensibili perché sono aggressivi, incoerenti, velleitari.

La contestazione giovanile viene spesso giudicata violenta, scomposta, priva di logica; in sostanza aberrante e ingiustificata. In realtà, non si tratta di un fenomeno deleterio e disgregante: rappresenta, invece, un fatto politico e sociale di enorme portata, la cui logica deriva da cause ben precise.

I giovani di oggi sono più disincantati rispetto a quelli di ieri: non si stupiscono più, ad esempio, se la giustizia nella realtà trionfa raramente. I giovani di oggi sono, forse, più maturi e più coscienti dei loro predecessori, sono disincantati rispetto alla politica, sono stanchi di promesse non mantenute, di imbrogli, di ruberie, di scandali, di ingiustizie e di viltà, di opportunismi e di giochi di potere. Essi non vogliono essere plasmati e condizionati dalla società degli adulti, ma vogliono essere gli arbitri di loro stessi e perciò della società del domani. A volte vengono accusati di incongruenza, altre volte di velleitarietà, altre ancora di mancanza di ideali. Ma da dove provengono queste accuse? Proprio da coloro che in tutti questi anni non sono stati capaci di creare un valido modello umano cui ispirarsi. Dovrebbero forse prendere ad esempio i politici corrotti, gli speculatori, i frodatori, i falsi profeti, i ladri e gli imbroglioni di cui è costellata la storia recente del nostro Paese?

Il vuoto lasciato dalla morte delle ideologie ha portato con sé anche la scomparsa della progettualità politica nei giovani. Senza la percezione del futuro non è possibile nessun progetto e i giovani di oggi riescono a proiettare il loro futuro al massimo fino al sabato sera. Siamo al consumo giornaliero delle motivazioni della vita. Se un oggetto serve è per “subito”, e così desideri e speranze in futuri lontani non hanno più senso. Quindi basta paradisi o Città del sole. I ragazzi non hanno grandi aspirazioni, sono “iperconcreti”. “Tutto e subito” era anche lo slogan dei giovani del ’68, ma i giovani di oggi sono profondamente diversi dai giovani di allora. Nel Sessantotto, infatti, era chiaro il con­cetto di giustizia e dei diritti. Poi si tentava di tradurre queste idee in pratica, magari sbagliando. Storicizzare un’ideologia, d'altra parte, vuol sempre dire impoverirla. Ma oggi non c'è più nemmeno questo sforzo. Il fenomeno di progressiva semplificazione delle ideologie ha portato, piuttosto, alla creazione della cosiddetta “cultura del nemico”: basta individuare un nemico per potersi identificare e quindi agire. Nel mondo giovanile questo fenomeno è molto evidente: è la cultura dei gruppi, delle bande che hanno un proprio gergo e abbigliamento che distinguono i loro aderenti dagli altri. Non c'è però alcuna elaborazione teorica in tutto questo.



Ogni nuova generazione è stata una “generazione-contro”. I giovani del tempo presente sono incapaci di rivolta, almeno come l’intendeva lo scrittore francese Albert Camus nell’”Uomo in rivolta”, ovvero come la capacità di dire di “no” quale risultato di una valutazione, di una scelta precisa. Oggi ci sono solo opposizioni e trasgressioni, che sono però altra cosa dalla rivolta. L’opposizione è una patologia: faccio l’opposto di quello che mi dici di fare. Così, quella che sembra una scelta diventa un obbligo: sono costretto a fare il contrario di quello che mi dici. E la trasgressione è una piccola uscita dalla norma, senza che la norma sia scalfita. È indicativa la messa al bando anche negli ambienti politici di sinistra della parola “rivoluzione”.

Che significano per i giovani le definizioni “destra” e “sinistra”? In realtà, non gliene importa nulla: e in questo senso sono più saggi dei loro padri. Oggi, più che i sistemi, contano le persone e il loro carisma. I giovani si lasciano affascinare dalle persone e non dalle ideologie: e allora, se è facile farsi attrarre dalle rock star o dai personaggi fasulli di turno che compaiono in Tv, è altrettanto facile sostituirli con personaggi “positivi”, carismatici, persone vere. Mai come oggi, quindi, è necessario che si facciano avanti persone credibili, modelli quotidiani di insegnanti, di genitori.

A trent'anni dal Sessantotto i giovani di oggi so­no il soggetto sociale escluso da una politica e da una cultura nate e cresciute presso un mondo so­lo parallelo a quello giovanile. In una società infranazionale laicizzata e secolarizzata, che ha istituzionalizzato il mutamento, affermato l’autonomia della società civile, la separazione dell’economia dalla politica e la centralità dell’individuo, è impressionante constatare come qui da noi la distanza dell’arcipelago sociale giovanile dal continente politico sia enorme.

La lontananza sociale tra la generazione giovanile e gli altri può essere colmata attraverso un impegno di neo-lotta politica: i giovani del 1999 in piazza contro il Sessantotto, contro ciò che di esso è stato funzionale al sistema “fascistocratico” di allora, tanto da istituire ponti pericolanti e pericolosi tra il progressismo senza progresso e il cattolicesimo senza tradizione. Ponti sotto i quali si è riparato un capitalismo statalista. Ponti sotto i quali non scorrono le libertà di nuovi percorsi che sfociano verso altre e diverse possibilità di scelta.

La protesta del Sessantotto è stata superficiale e breve. Superficiale perché non ha individuato né rimosso le cause che hanno generato terrorismo e corruzione, che, infatti, persistono. La protesta del Sessantotto è stata anche breve perché da su­bito ha raggiunto la possibilità di plasmare i meccanismi sociali in favore della rappresentanza di interessi e valori, però particolari.

L’auspicabile protesta del 1999 è una protesta che anch'essa nasce da un'esclusione sociale: in­dotta dai giovani del Sessantotto ma resa possibi­le da uno specifico contesto culturale, conformi­sta, consociativo e influenzato in modo significa­tivo e durevole dalle famigliocrazie, dalle oligarchie conservatrici in un Paese in cui da conserva­re c'è ben poco.

Paradossalmente questa fase di transizione è la più idonea per mutare da problema in opportu­nità sociale una rivolta giovanile contro una classe dirigente accovacciata sul potere, in nome del possesso e non della pro­prietà, disonesta perché non si sforza nemmeno di giustificare i suoi comportamenti mediante principi e criteri ideologici e giuridici. La costitu­zione di un'identità giovanile, avvenendo per confronto e differenze, può oggi lamentare l'e­sclusione dai beni e servizi di base, esclusione che assegna lo status di povertà, avvertito e scam­biato con lo status di debolezza. L’esclusione gio­vanile può, inoltre, verificarsi negativamente in quelle istituzioni, quale ad esempio il mercato del lavoro, il cui accesso è essenziale per la formazio­ne di una coscienza di appartenenza collettiva.

La ribellione dei giovani è in realtà una sfida al mondo forgiato dalla vecchia lotta di classe, ap­peso dalle categorie di destra e di sinistra sulla parete di un debolissimo Stato sociale, che rap­presenta un fragilissimo Stato moder­no. Sotto la vernice dei variopinti murales di cui paradossalmente proprio i treni delle ferrovie dello Stato abbondano, si celano i disagi di que­sta generazione, sfornita di una propria consape­volezza di ruolo. Una classe giovanile, questa del 1999, inadeguata negli ideali per difetto, contrariamente a quella del Sessantotto, insufficiente per eccesso. Questi giovani sono solo però in par­te responsabili della loro storia. Sono stati allatta­ti dal seno di un generoso debito pubblico di u­no Stato maternalista, accuditi da una scuola pubblica, svezzati dal nepotismo e adottati dalle lette­re di raccomandazione.



I trentenni di oggi non hanno solo maggiori ma soprattutto migliori ragioni per protestare e poter cambiare questo sistema di false necessità.

QUADRO DEI GIOVANI DI OGGI

I giovani di oggi sono inquieti, ribelli, appaiono assenti, superficiali. Questi sono i ragazzi di oggi: spavaldi ma bisognosi di sicurezza, affetto, fiducia da parte del mondo degli adulti, forti della loro giovinezza ma fragili nell’affrontare la vita, talvolta duri ma solo per esorcizzare la paura del vivere. Il mondo li disorienta, perché per loro vivere appieno la loro età è difficile; non riescono a cogliere nemmeno l’essenza oraziana del “Carpe Diem”, tanta è la disperazione che hanno dentro, perché non si trovano nei valori di una società consumistica, corrotta, poco seria, irriverente. Il loro codice di valori è ancora intatto: credono nell’amicizia, nell’amore, nella libertà. Gli adulti non dovrebbero, quindi, lasciarsi disarmare dalla loro ribellione, dalla loro irrequietezza, ma dovrebbero offrire loro almeno la possibilità di esprimersi, a modo loro.

Buoni ma tristi. Spesso confusi, qualche volta arrabbiati. Uno dei primi aspetti che colpiscono è la loro straordinaria capacità di introspezione, cioè di riferire coraggiosamente i sentimenti, le paure e i conflitti. La generazione dei quindici-diciottenni sta dedicando grande attenzione al tema dell'amicizia, della vita di gruppo, all’elaborazione generazionale di una cultura degli affetti.

Vengono accusati di non essere interessati­ alla società, alla polititica, alla storia. In effetti sono molto più interessati al 'dentro' che al 'fuori', al tema dell'amore e soprattutto a una riformulazione dei rapporti tra maschile e femminile, e allo studio della relazione che esiste tra la vita di coppia e quella di gruppo. Da qui la loro propensione a studiare i sentimenti e l'interesse per gli affetti più che per le sociologie, che li aiuta ad avere rappresentazioni di sé abbastanza chiare.                                         

Si vedono buoni, ma sono tristi per la mancanza di futuro e c’è un rapporto tra le due cose: essere derubati del futuro pur essendo buoni e pacifici li rende spesso confusi e a volte arrabbiati.  

Che cosa intendono per “mancanza di futuro'? Le incertezze sul futuro, l'impossibilità di considerarlo davvero come il tempo in cui sì realizzerà il loro desiderio, li portano spesso a essere rinunciatari rispetto all’impegno necessario per realizzare la crescita di una società che sembra non attenderli. Tutto ciò li spinge a essere buoni organizzatori del presente, ma negatori dell’importanza del futuro.

Proprio in questa prospettiva, la vita di gruppo assume grande importanza, perché è consolatoria, sostiene l’illusione di poter vivere in un eterno presente, di non essere costretti a fare le grandi scelte, di studio, di lavoro, di coppia. Vivono in un contesto in cui la speranza non è più di moda. Le teorie liberiste non sostengono più che il progresso è illimitato. Le teorie marxiste non illudono più sulla speranza di un grande evento epocale che cambi il mondo. D'altra parte molti 'ladri di futuro” continuano a dire loro che non ci sarà lavoro, casa, verde, pensioni

Per questo evitano in tutti i modi la solitudine.

La morte del futuro come luogo speranza è il lutto più grave che devono elaborare e insieme vivono la paura di non riuscire a diventare socialmente visibili, tanto che una frangia di adolescenti devianti e violenti prova a realizzare una crescita illusoria cercando di fare paura agli altri. È così che acquistano un senso il vandalismo, la violenza degli ultrà, i sassi contro le automobili. Gli altri, invece, cercano sicurezza nella famiglia, nel gruppo e anche negli oggetti, nella musica, in qualunque cosa che 'faccia rumore', per scacciare la paura di diventare adulti a crescita bloccata.

È un quadro, senza dubbio, un po’ triste. Bisogna anche sottolineare che, a differenza di quanto accadeva nel passato, questi ragazzi non sono in guerra con nessuno, né con il padre né con gli adulti in generale. Non avvertono di avere nemici. Sono sostanzialmente pacifici e sentono di avere legittimato il loro diritto di muoversi, di spendere denaro, di scegliere il corso di studi e le diverse attività ricreative. Sono bravissimi nel contrattare, dalle interrogazioni programmate con i professori ai permessi per uscire con genitori, che non vogliono comandare o essere te­muti, ma essere amati e in virtù di questo obbediti.

Talvolta sembra che i ragazzi amino essere spaventati. Cercano, infatti, di sfidare la paura an­dando incontro al rischio, con il desi­derio di esorcizzare la morte. Guida­re su una ruota sola o senza luci non nasce dall'incoscienza, ma dal desi­derio di sfidare la morte e vincerla. L'adolescenza finisce quando si è ca­paci di superare le paure infantili. Il coraggio e la sfida, anche quella as­surda, diventano per alcuni un modo di affermare se stessi e la propria invulnerabilità e non sono il risulta­to del desiderio di soccombere, come a volte erroneamente si pensa. Per questo motivo chi crea messaggi a loro destinati dovrebbe riflettere sul­la necessità di parlare in positivo, di fare proposte per arruolarli nelle grandi battaglie della vita, non di al­larmarli ancora.



Il futuro dei giovani italiani sembra davvero triste, schiacciato com’è da un ingranaggio perverso, per cui le nuove generazioni sono costrette ad accollarsi i conti in rosso di chi è venuto prima, soprattutto in materia previdenziale. Gli economisti e gli esperti di pensioni sono preoccupati e tentano di trovare delle soluzioni per raddrizzare un sistema iniquo che continua a penalizzare i più deboli, essendo condizionato dal predominio degli interessi dei lavoratori garantiti e dei pensionati. L’Italia si sta scoprendo sull’orlo di una crisi intergenerazionale, di un conflitto latente fra padri e figli, di una frattura del patto di solidarietà fra giovani e anziani che finora ha garantito la tenuta del sistema.

la solitudine dei giovani

La solitudine è ormai da tempo un male sociale più grave della povertà. Eppure non viene considerata come tale, indagata, elevata a oggetto di discorso politico. Si preferisce curarne i sintomi, o meglio speculare sui sinto­mi. La depressione, la malattia di fine secolo, nasce dall'isolamento degli individui e fa prosperare una gigan­tesca industria farmaceutica.

Un segnale grave di solitudine viene dai giovani. Tempo fa un'indagine ha stabilito che il 52 per cento degli italiani fra i 20 e 34 anni vivono ancora nella famiglia d'origine, accanto a babbo, mamma e spesso ai nonni. Il dato è molto superiore alla media europea. Si conferma la centralità della famiglia italiana, ma in un senso inquietante. I commenti si sono tenuti in bilico fra il pistolotto contro gli eterni figli di mamma e il giovanilismo patetico sui 'poveri' ragazzi sen­za lavoro, senza considerare che i coetanei francesi o inglesi o spagnoli non sono affatto più ricchi dei nostri.

Ma forse la spiegazione è anche un'altra. Ri­manere in famiglia è un modo per fuggire la solitudine. Una solitudine più acuta di quella sopportata dai padri, dai nonni. La società ita­liana ha perso negli ultimi venti o trent'anni spazi di partecipazione, condivi­sione, socialità. Il rifiuto della politica da parte dei giova­ni, ampiamente ricambiato, è più doloroso di quanto si pensi. Chi ha fatto in tempo a vivere i momenti degli an­ni '60 e '70, con tutti gli er­rori e le follie dell'epoca, ri­corda la spinta vitale verso la società e la collettività.

La famiglia 'ariosa come una camera a gas' era certo una famiglia più autoritaria e scomoda del modello che l’ha sostituita, l’attuale, dove i genitori sono tanto carini da dileguarsi quando i bimbi portano a casa la fidanzata. Ma non è soltanto il permissivismo consumistico degli anni Ottanta e Novanta ad aver chiuso la porta di casa in faccia ai giovani. È la mancanza di grandi prospettive fuori, nelle strade, nella società.

Nelle loro camere con il fax, il telefonino, il computer, la televisione, la radio e Internet, i giovani si sentono e sono soli. La comunicazione virtuale, come la vita di branco, le mode e le pratiche new age, sono soltanto un surrogato dell'autentica vita di relazione. C'era un film molto divertente, “Hello Denise”, che descriveva questo continuo chiac­chiericcio, questo inviarsi messaggi da una solitudine all'altra, nell'imminenza di un incontro e di un confronto che non sarebbero mai avvenuti nella realtà. Senza contare la qualità dei contenuti, del tutto autoreferenziali come quelli dei talk show, dove ciascuno parla di sé senza ascoltare l'altro.

Sono i prezzi che si pagano al trionfo dell'individualismo di massa e al successo di modelli di società e di consumo che fondano la loro efficacia sulla capacità di sterilizzare la solidarietà, di isolare le persone, di farle sentire trasparenti, deboli, orfa­ne di qualcosa e qualcuno; con l'illusione di poter spezzare l'incantesimo grazie al nuovo telefonino, fax, Internet, i magnifici prodotti del su­permercato mondiale della comunicazione, che poi servono più che altro a parlare e scrivere da soli, o assomigliano a messaggi in una bottiglia, nel mare magno della virtualità.









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