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La crisi della verità tra scienza e filosofia nel passaggio dall’800 al ‘900




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La crisi della verità tra scienza e filosofia nel passaggio dall’800 al ‘900

















FILOSOFIA:


Nella storia della filosofia occidentale delle origini, vale a dire in quella antica e quella medioevale, il concetto di verità era riassumibile nella seguente definizione: la Verità coincide con l'Essere ('vero est ens' scriveva Tommaso d'Aquino).

L'Essere è ciò che permane ('è un tutto immobile e imperituro' scriveva Parmenide)  nel divenire del mondo ed è questa condizione quella che permette all'uomo di indagare su di esso, poichè se non sfuggisse al fluire delle cose sarebbe impossibile fissarlo in una teoria.

Inoltre grazie a Platone abbiamo una prima teorizzazione della coincidenza tra Vero, Buono e Bello, tutti attributi dell'Essere.

Nell'antichità e nel medioevo quindi è la metafisica che, secondo la definizione di Aristotele, come 'scienza delle cause prime' conduce alla conoscenza della Verità.


Questa concezione è andata modificandosi nel corso della storia moderna arrivando a sentenziare, in modo definitivo con il pensiero kantiano, l'inconoscibilità dell'identità, dell'essenza delle cose e limitando la conoscenza 'certa' al solo fenomeno, a ciò che appare e che si può afferrare.

La metafisica non è fonte di conoscenza, la verità perde la 'v' maiuscola e ,venendo sempre più a coincidere con i risultati che la scienza può ottenere, il metodo con cui questa a noi si svela è quello sperimentale che fu per primo applicato da Galileo Galilei.

Infine le tre grandi filosofia dell'800, idealismo, marxismo e positivismo, hanno modificato ulteriormente l'idea di verità ponendola, attraverso diversi sistemi, in identità con i fatti storici.


Ma è con Schopenhauer e successivamente con Nietzsche che questo caposaldo della filosofia occidentale subirà il colpo mortale lasciando spazio al nichilismo.



Nella sua opera principale, 'Il mondo come volontà e rappresentazione' Arthur Schopenhauer (1788-1860) mostra di accettare la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno ma dimostra come il primo non possa essere conosciuto con certezza dal soggetto.

Scrive infatti: 'il mondo è una mia rappresentazione: ecco una verità valida per ogni essere vivente', il fenomeno è una rappresentazione che avviene nella coscienza del conoscente e ,stando così le cose, l'oggetto di conoscenza viene negato nella sua fattualità poichè è dato solamente nella coscienza del singolo.

Schopenhauer continua, rifacendosi in principio a Kant ,dicendo che il soggetto conosce attraverso le categorie a-priori dello spazio, del tempo e della causalità (che riassume tutte le altre categorie kantiane) ma a ,differenza del maestro, sostiene che questi a-priori sono propri del soggetto e per questo non possono portare ad una conoscenza certa del fenomeno perché tendono a deformare la realtà in quanto schema del soggetto, per questo motivo l'uomo non può che conoscere una sua rappresentazione dell'oggetto che ha di fronte.

Quindi Schopenhauer non sostiene, come gli idealisti, che oggetto e soggetto coincidono, o meglio che l'oggetto non è che proiezione del soggetto, ma anzi riconosce, nel suo ritorno a Kant, una consistenza fisica all'oggetto ma non per questo arriva a considerare plausibile una conoscenza 'oggettiva' di esso.

In questo fondamentale argomento sta tutta l'essenza del nichilismo che vedrà un pieno sviluppo nel pensiero nicciano. L'uomo è destinato a non poter conoscere la verità poichè tutto il mondo viene colto come rappresentazione, ogni fenomeno è tale in quanto appare nella coscienza e per questo viene conosciuto in una modalità che è tutta relativa al soggetto e alle categorie che gli sono proprie.


Ma Schopenhauer scrive che, andando oltre al fenomeno e volendo penetrare il senso della realtà, cioè  il noumeno, noi noteremmo che tutto è dominato dalle passioni derivanti dall'essere corpo che è proprio dell'uomo e della natura. La passione che più scaturisce da questa condizione ontologica è la volontà, intesa come volontà di vivere, di autoconservarsi, e questa volontà non sarà mai soddisfatta poichè è essenza del reale e l'unico modo per sfuggire alla sua morsa è negare il mondo e il corpo (attraverso la pratica dell'ascesi).

Schopenhauer mostra così come il reale sia irrazionale perchè governato non da una ragione universale ma da un istinto che non è mai soddisfatto e per questo è origine di dolore.


In sintesi per questo pensatore i fenomeni non possono essere conosciuti dagli uomini nella loro realtà fisica (quella che secondo il positivismo ne determinava l'oggettività) poichè tutto è rappresentazione, quello che invece possiamo arrivare a comprendere ( ovvero che tutto è volontà) ci mostra come nella struttura ontologica non vi sia un ordine ma irrazionalità illimitata.

Schopenhauer sradica la concezione di Essere prodotta dalla filosofia classica, questo non è più Logos ma volontà di autoconservazione, non più Bontà ma dolore infinito.



Con l'avvento di Friedrich Nietzsche (1844-1900) abbiamo la più completa e allo stesso tempo violenta critica di tutta la filosofia dell'Essere.

Tutta la cultura classica e ciò che ha generato si basa su una grande menzogna: la superiorità dello spirito (che è identificato con lo spirito apollineo) sul corpo (spirito dionisiaco). Di questa menzogna principale responsabile è Socrate che , con la sua celebre formula 'conosci te stesso', ha portato secondo Nietzsche all'inaridimento della cultura occidentale che ha posto la Ragione in netta superiorità rispetto alla Passione, questo equivale a dire di no alla vita.

In seguito il Cristianesimo non fa altro che esasperare questa idea poiché, secondo Nietzsche, non fa altro che prendere tutti i valori e piaceri della terra ed identificarli con il peccato, pone la Verità al di fuori dal mondo in cui ci troviamo.

Dopo questa forte critica l’autore passa ad accusare la morale che da queste due cultura è scaturita: questa non è che una macchina che viene costruita per dominare gli altri e per questo dobbiamo distinguere in morale aristocratica dei forti e quella degli schiavi.

La secondo è generata dal risentimento, dalla volontà di opporre un secco 'no' a ciò che 'non fa parte di se stessa, a ciò che è differente da se ed è il suo non-io'; solo così possono essere elevati al rango di virtù e bene comportamenti come il sacrificio di sé e la sottomissione.


Ciò che l'uomo occidentale da Socrate in poi non ha capito è che in realtà non esiste un senso ultimo nel mondo in cui viviamo, e che cercando di costruire una Verità al di fuori del mondo non ha fatto altro che perdere il suo tempo. Per questo il nichilismo secondo Nietzsche non è altro che una necessaria conseguenza della nostra civiltà, è il senso di vertigine che ci coglie nel momento in cui ci accorgiamo che viene a mancare il fondamento che in realtà noi ci eravamo costruiti ma che in fondo non esiste, poichè il mondo è totalmente irrazionale e dominato dalla forza dell'uomo sull'uomo.

Nell'annunciare la 'morte di Dio' (cosa che Nietzsche fa ne 'La gaia scienza') egli vuole mostrare quello che ritiene lo sviluppo necessario della filosofia occidentale che da troppo tempo è immersa nelle illusioni che poco a poco, seguendo la storia della modernità, si sono smascherato da loro stesse.

Scrive che 'si raggiunse il sentimento della mancanza di valore, quando si comprese che non è lecito interpretare il carattere generale dell'esistenza né con il concetto di 'fine', né col concetto di 'unità', né col concetto di 'verità'.

Quello dell'occidente è stato quindi un errore di metodo che ha avuto inizio con Socrate e che ha costituito la più grande menzogna della storia: credere che possa esistere una Verità che è allo stesso tempo Unità e Fine per l'uomo.

Per Nietzsche al contrario al mondo esiste solo la necessità della Volontà, il mondo sin dall'eternità è dominato dalla volontà di accettare se stesso e ripetersi.

Per questo motivo l'uomo deve riconoscere nella propria volontà di accettazione del mondo la stessa volontà che accetta se stessa, egli segue volontariamente ciò che gli altri hanno seguito ciecamente.

Dice Zarathustra : 'tutto ciò che fu è frammento, enigma, caso spaventevole, finchè la volontà creatrice aggiunge: così io volevo che fosse, così io voglio che sia, cosi io vorrò che sia'.

E' evidente dunque che con Nietzsche si compie il percorso filosofico che abbiamo tentato di delineare come crisi del concetto classico di verità.



Si arriva a teorizzare che non possiamo comprendere il mondo utilizzando la categoria del 'vero' poichè, come già Schopenhauer aveva intuito, il mondo non è razionalmente comprensibile, rinchiudibile in una precisa teoria.





















SCIENZA:

Anche nell'ambito scientifico ed epistemologico nel passaggio tra 800 e 900 vennero alla luce teorie o scoperte che misero in crisi la predominante visione del mondo positivistica caratterizzata in una fiducia assoluta nella certezza del metodo scientifico-sperimentale e dall'identità scienza-progresso.


Nel 1927 il fisico tedesco Werner Karl Heisenberg (1901-1976) compì importanti studi in merito all'individuazione sperimentale della quantità di moto e della posizione di un elettrone che si muove intorno ad un nucleo atomico.

Questi studi portarono alla formulazione del 'Principio di Indeterminazione' che sancisce l'impossibilità di calcolare contemporaneamente velocità e posizione dell'elettrone durante il suo movimento.

Per misurare la posizione di un oggetto microscopico come un elettrone, occorre investirlo con un raggio di luce (fotoni) o comunque qualcosa che in ultima analisi risulta avere all'incirca le medesime dimensioni dell'elettrone. Questo fa si che l'elettrone risulti perturbato da questa interazione che ne modifica inesorabilmente la velocità.

La stessa cosa, ma in situazioni opposte, avviene nel caso in cui si voglia conoscere la velocità' di un elettrone .

Secondo Heisenberg l’effetto dell’interazione tra il raggio di luce incidente e la particella 'osservata' può anche essere reso uguale a zero, in tal caso però non si compie alcuna misurazione e non si acquista alcuna conoscenza sulle proprietà del sistema osservato. Se l’interazione è invece diversa da zero, essa non può essere resa arbitrariamente piccola e non è quindi neppure concettualmente eliminabile, ma deve avere la costante di Planck come valore minimo, poichè per la fisica quantistica il quanto è l'unità minima di ogni scambio di energia.

Inoltre, aumentando la precisione dell'indivuazione della velocità, diminuisce proporzionalmente la possibilità di conoscere la posizione e viceversa.


Questo principio, all'apparenza semplice, ebbe una forte valenza tanto in ambito scientifico quanto in quello filosofico - epistemologico.

Veniva infatti negata alla scienza una possibilità certa di conoscenza nell'ambito microscopico e la certezza che la matematica garantiva alla scienza tradizionalmente intesa doveva lasciar spazio ad un calcolo di tipo essenzialmente probabilistico.

E' possibile calcolare una serie di valori, il cui errore coincide con la costante di Planck, entro i quali individuare posizione e velocità dell'elettrone.

Si avranno per esempio conseguenze sul modello dell'atomo, infatti Niels Bohr presentò il modello ad orbitali (regioni di spazio atomico nelle quali la possibilità di trovare un elettrone è massima, solitamente superiore al 90%).

Inoltre la impossibilità di conoscere con certezza questi dati minò un altro principio fondamentale, quello di causalità.

Non si può infatti conoscere in modo determinato le conseguenze del moto di un elettrone se non si può conoscere la sua velocità e la sua posizione iniziale.

Viene di conseguenza messo in crisi il principio di reversibilità dei processi fisici poichè è impossibile conoscere l'entità del processo in corso.

Tutto ciò è applicabile solo nell'ambito microscopico ed è connaturato alla fisica quantistica ma ciò basta a mettere in crisi un'idea di scienza totalizzante che si basava sui principi di causalità e reversibilità intesi in termini di rigoroso determinismo.





Dal punto di vista dell'epistemologia sono di grande importanza gli studi compiuti dallo scienziato francese Henrì Poincarè, considerato il padre del Convenzionalismo moderato.

Nella prefazione del suo saggio 'La scienza e l'ipotesi', pubblicato nel 1902, Poincarè riassume brevemente la concezione che sta alla base della sua teoria epistemologica:

l'ipotesi è una categoria essenziale per le scienze, tanto per il matematico quanto per il fisico; esistono ipotesi di tipo diverso alcune delle quali non verificabili.

Si prenda ad esempio il principio di inerzia, secondo il quale un corpo persevera nel suo stato di moto fintanto che non intervenga una forza che ne alteri quello stato.

Questo principio non può mai venire confermato dall'esperienza poichè il corpo si fermerà a causa dell'attrito dell'aria, della forza di gravità ecc.; ciò nonostante viene accettato per convenienza, perchè da esso si desumono come conseguenza talune leggi fisiche che sono suscettibili di un controllo sperimentale.

Uno dei punti di partenza per la teoria epistemologica del Poincarè è la nascita delle geometrie non-euclidee, frutto degli studi dei matematici Riemann e Lobačevskij che dimostra come nella matematica si parta da supposizioni che vengono ammesse senza alcuna dimostrazione e dalle quali si ricavano poi le conseguenze. Nella geometria euclidee erano i postulati di Euclide che vengono privati della loro unicità e oggettività dalle smentite delle geometrie non-euclidee che a loro volta sono convenzionali.

Ma non per questo il Poincarè cade nel nominalismo di alcuni suoi contemporanei, infatti sostiene che il nostro spirito si basa sull'esperienza per decidere il metodo più adatto ad indagare su un determinato argomento e dicendo questo sostiene che noi non possiamo conoscere le cose in se ma soltanto i rapporti tra cose; il fine della scienza è di descrivere i fatti, non di spiegarli. Nel sostenere questa tesi perviene ad una confutazione della teoria dell'induzione in netto anticipo rispetto a Karl Popper o ad altri epistemologi del Novecento.

In conclusione Poincarè vuole sottolineare quanto la certezza che i positivisti hanno riposto nella scienza sia una convinzione da eliminare; tutte le scienze, in particolare la fisica e la matematica (che sono all'origine delle altre) si basano su convenzioni dettate dall'esperienza e in quanto tali non eterne e immutabili ma soggette all'arbitrio dello scienziato e della società in cui vive, come poi ben spiegherà Khun nel suo saggio 'La struttura delle rivoluzioni scientifiche'.

Se la categoria della verità, che come abbiamo visto nella filosofia di fine 800 era stata smantellata, rimaneva legata all'idea di conoscenza scientifica, anche in virtù di un clima fortemente positivista, con gli studi di Poincarè dal punto di vista epistemologico e con quelli di Heisemberg propriamente empirici viene anch'essa messa in crisi perdendo quelle caratteristiche di universalità e immutabilità che hanno caratterizzato il concetto di verità nella filosofia occidentale.










LETTERATURA:


Questa crisi che abbiamo delineato nei suoi punti chiave si ripercuote anche in ambito culturale sia letterario che artistico.

Un autore italiano che interpreta magistralmente questa situazione di mancanza di certezze e quindi di smarrimento è Luigi Pirandello.

Questo scrittore affronta il tema nella maggior parte delle sue opere, sia in romanzi che in novelle, utilizzando un tono che è allo stesso tempo ironico e drammatico.

Prendiamo in considerazione in particolare un romanzo: 'Uno, nessuno e centomila'.

Vitangelo Moscarda, il protagonista,  in seguito alla rivelazione da parte della moglie di un suo difetto fisico (il naso leggermente storto), inizia a scoprire che le persone intorno a lui hanno un'immagine della sua persona completamente diversa da quella che lui ha di sé.

È la consapevolezza di essere presente nelle persone intorno a lui in centomila forme differenti che accende il desiderio di distruggere queste forme a lui estranee, con l'obiettivo di scoprire il vero sé.

Il protagonista arriverà alla follia, che non è considerata in modo negativo, ma è considerata come un momento in cui, sospesi tutti i comportamenti prima automatici, la facoltà percettiva riesce ad allargarsi e vedere il mondo con 'altri occhi', perché finalmente libera dalle regole consuete.

L'unica soluzione per Moscarda è proprio l'accettazione del fatto che la realtà agisce irrazionalmente, solo in questo modo sarà superata anche la follia poichè subentrerà la consapevolezza che il reale deve essere osservato da lontano (l'autore teorizza proprio una 'filosofia del lontano') per cogliere in una prospettiva straniata tutto ciò che prima sembrava normale ma che adesso appare senza senso.

Questo è chiaro proprio nell'ultima pagina del romanzo, nella quale il protagonista concludendo il suo lungo monologo dice: 'muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori'.

Lo stesso Pirandello in un articolo pubblicato nel 1893 dal titolo 'Arte e coscienza d'oggi' scrive 'Crollate le vecchie norme, non ancor sorte o bene stabilite le nuove; è naturale che il concetto della relatività d'ogni cosa si sia talmente allargato in noi, da farci quasi del tutto perdere l'estimativa[]Nessuno più riesce a stabilirsi un punto di vista fermo e incrollabile.'

L'autore ha una profonda coscienza del cambiamento culturale in corso nel passaggio tra un secolo e l'altro; in particolare attraverso il personaggio di Moscarda mostra come ogni immagine della realtà sia una proiezione soggettiva e non esistano più verità assolute ed oggettive; ogni individuo ha le sue verità ed il suo punto di vista (il suo sistema di riferimento a cui riportare ogni esperienza).




Also in the English literature the crisis of the idea of truth was .

In particular are interesting the 'Tragicomedies' of the Irish dramatist Samuel Beckett (1906-1989) because he express very well, in my opinion, this lack of certainties in the postmodern world.

His most famous play is 'Waiting for Godot' (that is the translation of the French title 'En attendant Godot'): the important thing in this work is only one and is a paradox, it is that nothing happens.

The play is composed by two specular acts in which the two characters, Estragon and Vladimir, talk about Godot, someone or something (we can’t know) that they are attending but of which we don't know anything.

Beckett says: 'I cannot explain my plays. Each must find out for himself what is meant.'

This is the fundamental rule of the modernity after the crisis of the truth and the born of the relativism, the writer, like any human being, can not express an universal truth but only an interpretation. Beckett understands very well the message of Nietzsche and doesn't want to show a truth, also because he can't express this truth, in fact he is himself a part of the postmodern age.

The lesson of Beckett is that if we can’t know the truth in the philosophy and in the science is also impossible to impose a truth through a book and the literature in generally, because the literature is the most incident form of culture of an age and the culture is based on the philosophical ideas of the society of which that culture is an expression.








STORIA DELL’ARTE:

L'arte non poteva rimanere impermeabile a quello che stava avvenendo in ambito filosofico e letterario e anzi ne fu in certi casi una perspicace precorritrice.

E' il caso dell'impressionismo francese, movimento pittorico nato in Francia nella seconda metà dell'Ottocento con l'apertura (il 15 aprile 1874) della prima mostra di Monet, Cezanne, Degas, Renoir e altri pittori minori.

Motivo essenziale dell'impressionismo è il tentativo di rappresentare la realtà nella quale siamo immersi e che facendo parte di noi stessi può essere rappresentata.

Il nostro occhio vede oggettivamente ogni dettaglio sul quale si sofferma ma la ragione può, trascurando il superfluo e cogliendo solo 'l'impressione' generale, operare una sintesi nel comprendere la realtà.

C'è negli impressionisti la consapevolezza che tutto scorre, niente resta, ogni istante è ingoiato nel continuo fluire del tempo.

Le innovazioni tecnico-linguistiche degli impressionisti sono costituite dall’abbandono del chiaroscuro di derivazione accademica nella pittura e dall’eliminazione del nero per dipingere le ombre, nonché dall’uso del colore , in modo che corrisponda alle sensazioni percettive dirette, senza la mediazione dell’esperienza (che ad esempio ci fa dire che un foglio è bianco anche se lo vediamo illuminato da una luce gialla o blu: per gli impressionisti il foglio è effettivamente giallo o blu e come tale lo dipingono).



Il loro inserimento nel clima del tempo e in un certo senso la loro lungimiranza sta nell'aver compreso l'importanza dell''impressione', ovvero del fatto che noi possiamo cogliere solamente l'istante e non qualcosa che permanga eternamente, ed è nella natura di questo istante il fatto di essere manchevole e fuggitivo, e questo rispecchia la tecnica pittorica degli impressionisti.

Hanno in fondo colto quello che tutta la cultura dei loro posteri sosterrà, l'irrazionalità del reale che vuole essere colto da noi, e dall'artista in particolare, ma non può essere fermato, non vi è nulla che rimane per sempre, che permanga nel divenire.


CONCLUSIONE:

Vorrei concludere questo percorso con una domanda: è possibile vivere nel modo che è stato sopra esposto, senza una verità, un appiglio?


Lo ritengo impossibile e penso che in questo la letteratura ci possa dare come sempre una grande risposta; il personaggio di Vitangelo Moscarda impazzisce, vive in un modo in cui non vorremmo mai vivere, Pirandello ci mostra come sia 'da pazzi' basare un esistenza sul nulla, sul relativismo più completo.

Penso infatti che se una vita del genere non possa corrispondere al desiderio profondo dell'uomo che è la felicità, sia totalmente irragionevole seguirla. Se la ragionevolezza sta, come credo, nella corrispondenza della realtà al desiderio del cuore il nichilismo sia una via impraticabile.

Questo ce lo insegna proprio il suo più grande padre: Nietzsche.

E' interessante e fondamentale infatti notare come egli sia morto in un manicomio e abbia passato gli ultimi anni della sua vita nella pazzia e lasciò scritta questa poesia negli ultimi momenti della sua esistenza:

No! Torna indietro!
Con tutte le tue torture!
Tutte le lacrime mie corrono a te
e l'ultima fiamma del mio cuore
s'accende per te.
Oh torna indietro,
mio Dio sconosciuto! Dolore mio! Felicità mia ultima!


Questa è la più grande conferma di quanto in fondo il nichilismo contemporaneo sia irragionevole, nel senso di ragionevolezza che ho spiegato.






Bibliografia:


Filosofia:

N.Abbagnano-G.Fornero “Protagonisti e Testi della Filosofia” ,Paravia vol.C-D1.

G.Reale-D.Antiseri “Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi” ,La Scuola vol.3  

F.Nietzsche “Ditirambi di Dioniso e poesie postume”, Adelphi

Scienza:

H.Poincarè “La scienza e l’ipotesi” Ed.Nuova Italia, solo l’introduzione



Letteratura Italiana:

G.Baldi-S.Giusso-M.Razetti “Dal testo alla storia dalla storia al testo” ed. Gialla Paravia vol.3/2°  

L.Pirandello “Uno, nessuno e centomila” B.Mondadori

Letteratura inglese:

G.Thomson-S.Maglioni “Literary links” Cideb  

S.Beckett “Waiting for Godot” Cideb

Storia dell’arte:

G.C.Argan “Storia dell’arte” vol.3 Sansoni

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