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La crisi del kosovo




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La crisi del Kosovo


Composizione etnica dell’ex-Iugoslavia




La Iugoslavia era una federazione di 6 repubbliche: Bosnia-Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Slovenia e Serbia (con due territori, Vojvodina e Kosovo). Il potere legislativo spettava all'assemblea federale (bicamerale) che eleggeva una presidenza collegiale della repubblica (9 membri), che ruotavano nella carica di presidente della federazione. L'assemblea federale designava inoltre il presidente del consiglio federale, organo cui spettava il potere esecutivo. Estremamente eterogenea la composizione della popolazione: serbi (35%), croati (19%), sloveni (7,5%), albanesi (7,4%), macedoni (5,8%), montenegrini (2,5%) con minoranze ungheresi, turche, slovacche, romene, bulgare, italiane. Anche la distribuzione della popolazione era diseguale tra le regioni ad alta densità come Serbia e Slovenia e quelle a bassa densità come Montenegro e Macedonia. La tormentata orografia, ostacolando le comunicazioni interne, ha reso difficile il superamento degli squilibri economici e sociali tra le varie regioni e delle tensioni tra i gruppi etnici.


Cenni storici dell’ex-Iugoslavia


Al termine della 1a guerra mondiale (1918), smembrati gli imperi asburgico e ottomano che per secoli avevano occupato gran parte della regione balcanica, si sviluppò il progetto di unificazione della Serbia e del Montenegro con gli ex territori austro-ungarici (Bosnia-Erzegovina, Dalmazia, Slovenia e Croazia). Nel 1921 fu costituito il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (dal 1929 Regno di Iugoslavia), monarchia costituzionale sotto Alessandro I Karageorgevix. Il timore dell'espansionismo italiano, manifestatosi con la questione di Fiume (1919-20), e l'accentuarsi delle tensioni interetniche favorì l'affermazione della Serbia, lo stato più forte e meglio organizzato della regione. Abbandonata l'idea federalista a vantaggio di un rigido centralismo, il nuovo stato fu ben presto lacerato da lotte interne (separatismo macedone e degli ustascia croati) che sfociarono in episodi terroristici come l'assassinio del leader croato S. Radix (1928), a seguito del quale fu sospesa la costituzione, e l'uccisione dello stesso re

(1934) da parte di terroristi ustascia. Sotto la reggenza del principe Paolo, per la minore età del successore Pietro II, il governo intraprese una politica liberale, tanto che nel 1939 fu firmato un accordo che riconosceva l'autonomia alla Croazia. L'invasione italo-tedesca (aprile 1941) mise però fine alla monarchia, dividendo il paese in zone d'occupazione (Macedonia alla Bulgaria, Slovenia all'Italia e alla Germania, Voivodina all'Ungheria) e costituendo in Croazia e Bosnia una monarchia sotto Aimone d'Aosta, ma controllata dagli ustascia di A. Pavelix e in Serbia un regime collaborazionista.

La resistenza si organizzò immediatamente sotto la guida di Josip Broz (Tito) e condusse un'intensa attività militare accompagnata dall'organizzazione politico-amministrativa delle zone via via liberate, che prefigurava il futuro stato, che intendeva superare le tradizionali ostilità etniche. Al momento dell'arrivo delle truppe sovietiche il paese era già quasi completamente sotto il controllo dei partigiani. Dopo la liberazione venne istituita (1945-46) una federazione di sei repubbliche che doveva garantire il rispetto delle tradizioni storico-culturali dell'eterogeneo paese. Forte delle caratteristiche originali della resistenza iugoslava, Tito mantenne una posizione autonoma dal movimento comunista internazionale e, respingendo le ingerenze staliniane, ruppe i rapporti con Mosca (1948), facendo della Iugoslavia un paese guida del movimento dei non-allineati e operando attivamente in aiuto al movimento di decolonizzazione del Terzo Mondo (conferenza afro-asiatica di Belgrado, 1961). Nel 1971 riesplosero contrasti politici ed economici di carattere nazionalistico contro il partito comunista centrale: per evitare il diffondersi della rivolta, fu varata una nuova costituzione (1974) che prevedeva un organo legislativo bicamerale (camera federale, camera delle repubbliche). Intensa è continuata l'attività diplomatica: nel 1975 fu firmato l'accordo di Osimo con l'Italia per la definizione dei confini e nel 1977, con il viaggio di Tito, il paese ristabilì rapporti amichevoli con la Cina. Alla morte di Tito (1980), per evitare uno scontro per la successione e per limitare le spinte centrifughe delle repubbliche, fu introdotto il sistema della direzione collegiale con la presidenza a rotazione annuale. I contrasti tra le nazionalità si sono acutizzati nel corso degli anni '80, dapprima nel Kosovo, dove la minoranza albanese chiedeva l'autonomia, quindi nelle repubbliche maggiori. Nel frattempo l'economia della Iugoslavia entrò in crisi, come pure i meccanismi costituzionali federali. Nel 1991 la Slovenia ha proclamato la propria indipendenza provocando una limitata reazione dell'esercito federale. Una analoga proclamazione della Croazia ha invece portato a una sanguinosa guerra con la Serbia per la rettifica dei confini, solo contenuta dall'intervento della CEE. Anche la Macedonia e la Bosnia-Erzegovina hanno proclamato l'indipendenza (1992) e in quest'ultima repubblica si è aperta così una drammatica guerra civile, con la partecipazione di numerose bande armate nazionaliste serbe, croate e bosniaco-musulmane. Nel 1992 le due repubbliche rimaste nella Federazione (Serbia e Montenegro) hanno rifondato la Repubblica Federale di Iugoslavia, che conserva la bandiera e l'inno di quella precedente, dotandola di una nuova costituzione che prevede organi legislativi ed esecutivi nazionali, un parlamento federale (138 membri eletti) e una camera delle repubbliche (40 membri designati dai due parlamenti nazionali). Per il suo impegno nella guerra civile in Bosnia, la Repubblica Federale di Iugoslavia è stata colpita nel 1992 da un embargo dell'ONU, annullato solo in seguito alla firma dell'accordo di pace tra i paesi coinvolti (1995).




Cause del conflitto


Anche nella storia, come nella società, esistono caste superiori e caste inferiori. Appartengono alle caste superiori gli stati “nobili” di cui conosciamo perfettamente le vicende politiche, le guerre, i trattati, le alleanze, le rivoluzioni, i leader. Appartiene alle caste inferiori, invece, una sorta di lumpenproletariat composto da tribù, clan, gruppi etnici e Stati abortiti di cui non conosciamo quasi nulla. Allo snobismo storiografico dell’Occidente la storia di questi popoli, quando il mondo s’imbatte nelle loro guerre e rivoluzioni, appare come una mediocre caricatura della storia “aristocratica”. Visti dall’alto della Storia europea i loro eserciti sono bande raccogliticce di predoni, i loro generali sono briganti, i loro capi miserabili avventurieri.

Ma ecco che improvvisamente un popolo o un territorio irrompe sulla scena del mondo e costringe l’opinione pubblica a prendere nota della sua esistenza. Dopo la fine della guerra fredda e la disintegrazione dell’Unione Sovietica il mondo ha scoperto la Cecenia, l’Ossezia, l’Abcazia, il Nagorno-Karabakh. Dopo la disintegrazione della Cecoslovacchia e la nascita dell’Ucraina ha scoperto che vi è in Europa centrale una nazionalità “irredenta”: i Ruteni. E dopo la disintegrazione della Iugoslavia ha appreso che il più grave problema europeo alla fine del Ventesimo secolo si chiama ”Kosovo”.

Intorno all’anno Mille, il Kosovo è una pianura di pascoli e paludi, a est dell’Albania, chiusa fra monti che separano la provincia dall’Adriatico e dalle valli dei grandi fiumi balcanici. Due popoli, i Serbi e i Bulgari, si battono per il possesso della regione sino all’anno 10118, in cui l’Impero bizantino estende il suo dominio alla Sava e al Danubio. I Greci diffondono la religione cristiana, costruiscono chiese, sviluppano borghi e città, danno alla parte occidentale della provincia, dove i monaci del Monte Athos possiedono terre e villaggi, il nome di Metohija. Il Kosovo e la Metohija saranno da allora, per alcune generazioni, le marche della frontiera balcanica dell’Impero d’Oriente. I principali nemici sono i Serbi, allora concentrati nella Raska. Dopo molti scontri con i Bizantini nella pianura, i Serbi trasferiscono nel Kosovo il cuore dello Stato e vi costruiscono i monumenti della loro cultura religiosa.

Fra il Duecento e il Trecento la popolazione è serba, sassone, albanese. Ma le comunità albanesi, prima della conquista ottomana, sono prevalentemente cattoliche e forniscono il clero alle città della Dalmazia. Tutto cambia quando i due maggiori padroni serbi della regione, Vuk Brankovic, signore di Pristina, e Lazar, signore di Novo Brdo, vedono sorgere sulle frontiere meridionali del Kosovo l’esercito ottomano di Murat I.

Si combatte a Kosovo Polije, nei pressi di Pristina, il 15 giugno 1389 (28 giugno secondo il nuovo calendario). Sulla base di un calcolo demografico Sima Cirkovic, autore di una Storia del popolo serbo apparsa nel 1981, giunge alla conclusione che i due eserciti comprendevano complessivamente trentamila uomini. Come in molte battaglie nessun osservatore imparziale può dire, alla fine della giornata, che abbia vinto. I Turchi hanno ucciso Lazar, ma i Serbi hanno ucciso Murat, e ciascuno dei due campi, quindi, può attribuirsi la vittoria. I fatti, di lì a qualche anno, dimostreranno tuttavia che lo scontro di Kosovo Poljie ha aperto ai Turchi le porte dei Balcani centrosettentrionali e ha cambiato la storia della penisola. La leggenda e i poeti s’impadroniscono dell’avvenimento, proiettano sulla battaglia i sentimenti e le esperienze delle generazioni future, cantano una vicenda che diventa, col passare delle generazioni, più vera della realtà. Così accade di Alésia, dove Cesare sconfisse Vercingetorige nel 52 a.C.; di Roncisvalle, dove i Saraceni nell’agosto del 778 misero in rotta la retroguardia di Carlomagno; e di Hastings, dove Guglielmo il Conquistatore mise in rotta i Sassoni di Aroldo II nell’ottobre del 1066. Vi sono circostanze in cui una disfatta può essere, meglio di una vittoria, la pietra di fondazione su cui un popolo costruisce un monumento a se stesso.

I Serbi conservano la fede cristiana mentre la maggioranza degli Albanesi si converte all’Islam. Ma gli equilibri etnici della provincia rimangono per molti secoli gli stessi. Una prima mutazione si verifica dopo la sconfitta dei Turchi a Vienna nel 1683 e due fallite operazioni militari austriache durante gli anni seguenti. Mentre i Serbi, alleati dell’Austria, fuggono dal Kosovo e si rifugiano in Croazia per sottrarsi alle rappresaglie turche, i clan dell’Albania settentrionale cominciano a emigrare verso oriente per occupare le terre abbandonate della pianura. Secondo testimonianze raccolte da viaggiatori stranieri nella seconda metà del secolo scorso, il grosso dell’immigrazione albanese nel Kosovo comincia verso la metà del Settecento e si protrae sino al 1840.



La febbre dei risorgimenti nazionali, nel frattempo, comincia a propagarsi attraverso la penisola. Ogni popolo (i Serbi, i Greci, i Bulgari, i Valachi di Romania) ha un passato, spesso leggendario, di cui desidera restaurare lo splendore. Ogni popolo desidera raggruppare i propri fratelli, sparsi attraverso la penisola, e creare con essi uno Stato nazionale. Nascono così i grandi miti che domineranno la vita politica della penisola balcanica sino ai nostri giorni: la “grande Serbia”, la “grande Grecia”, la “grande Bulgaria”, la “grande Romania”, la “grande Croazia”. Ogni gruppo etnico fa largo uso di due argomenti visibilmente contraddittori: pretende tutti i territori abitati dai propri connazionali, ma desidera recuperare, al tempo stesso, le terre che gli appartennero in passato, anche se abitate ora da popoli diversi. L’argomento etnico e l’argomento storico si fondono sino a creare una micidiale miscela esplosiva.

Il nazionalismo di un popolo contagia i popoli vicini suscitando in essi un sentimento eguale e contrario. Anche gli Albanesi, alla fine del secolo, scoprono la loro identità nazionale e cominciano a coltivare il sogno di una “grande Albania”. A Prizren, la principale città del Kosovo meridionale, si costituisce nel giugno del 1878 una Lega ispirata da due obbiettivi. Gli Albanesi vogliono evitare che le terre abitate dai loro connazionali vengano staccate dall’impero Ottomano e assegnate ai nuovi Stati indipendenti della penisola; ma chiedono contemporaneamente a Costantinopoli la concessione di una larga autonomia. Si delinea così la principale differenza tra il nazionalismo albanese e quello degli altri popoli balcanici. Mentre i Serbi, i Montenegrini, i Greci, i Bulgari e i Romeni conquistano la loro indipendenza combattendo il governo turco, gli Albanesi perseguono l’autonomia, nella fase iniziale del loro “risorgimento”, all’ombra dell’impero Ottomano. Sono uniti alla Porta della religione e soprattutto dal sentimento della loro debolezza. D’ora in poi, nei rapporti conflittuali con Serbi e Greci, gli Albanesi avranno sempre un grande protettore: la Turchia, l’Austria, l’Italia dalla Grande guerra al 1943, la Germania nell’ultima fase della Seconda guerra mondiale, l’Urss sino alla fine degli anni Cinquanta, la Cina sino agli anni Ottanta, la Nato oggi.

La speranza degli Albanesi di conservare uniti, all’interno di uno stesso Stato, i territori occupati dai loro gruppi nazionali muore dopo le guerre balcaniche del 1912-1913.L’origine del conflitto è in Macedonia, dove convivono, sotto una rigida amministrazione turca, Serbi, Albanesi, Greci, Bulgari e Valachi. La sconfitta dell’Impero nella guerra italo-turca del 1911 offre agli Stati cristiani della penisola l’occasione per un regolamento di conti. Segretamente alleate da alcuni mesi le piccole e ringhiose nazioni della penisola (il Montenegro, la Serbia, la Bulgaria e la Grecia) si gettano sull’Impero nell’ottobre del 1912 per spartirsi le sue terre balcaniche. La guerra termina nel marzo del 1913 con la vittoria delle piccole potenze.

Ma gli odi e i dissensi fra gli Stati cristiani contano molto più della loro crociata antiturca. Poche settimane dopo i Serbi, i Greci e i Romeni contendono ai Bulgari i risultati delle loro conquiste; e la Turchia ne approfitta per recuperare una parte delle terre perdute. Dai due conflitti esce nettamente vincitrice la Serbia, che ha finalmente “riconquistato” il Kosovo. Ma ne escono sconfitte le più elementari regole della convivenza umana. Poche guerre furono altrettanto brutali e coinvolsero a tal punto le popolazioni civili.

L’opinione pubblica internazionale ne fu sconvolta e inorridita. Una grande fondazione americana, il Carnegie Endowment for International Peace, decise di costituire una Commissione internazionale d’indagine. Ne fecero parte, sotto la presidenza di un senatore francese (il barone d’Estournelles de Constant), studiosi e uomini politici di Austria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia e America. Il suo “Rapporto sulle cause e la condotta delle guerre balcaniche” apparve a Londra alla vigilia della grande guerra ed è una straordinaria anticipazione di ciò che accadrà nei Balcani durante la Seconda guerra mondiale e dopo la disintegrazione della Iugoslavia di Tito: massacri, distruzione di villaggi “nemici”, stupri, esodi di popolazione. Un tragico filo unisce le guerre balcaniche del 1912-13 alle guerre balcaniche del 1992-99.

Riconquistato dalla Serbia, il Kosovo diventa, dopo la fine della Grande guerra, la provincia meridionale del nuovo Stato (il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni) che si costituisce dopo il collasso dell’impero austro-ungarico. Il governo di Belgrado ne approfitta per favorire l’insediamento di coloni provenienti da altre regioni e, in particolare, dalla Serbia. Le terre, acquistate o espropriate, vengono assegnate a veterani, artigiani, piccoli funzionari. Ma i nazionalisti albanesi hanno trovato nel frattempo un nuovo protettore: l’Italia. Come negli ultimi decenni dell’impero Ottomano, molti Albanesi puntano su Roma per realizzare il sogno di una “grande Albania” dal Kosovo all’Epiro. Nelle pagine di diario che precedono e seguono l’annessione dell’Albania durante la Pasqua del 1939, il ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano, rivela che la carta del Kosovo è presente da tempo nei giochi della diplomazia italiana. Ecco un passaggio scritto il 21 aprile: <<Ho un colloquio con Shtylla, ex ministro d’Albania a Belgrado. Mi intrattiene soprattutto sul problema dei Kosovari, cioè 850.000 Albanesi fortissimi fisicamente, saldi moralmente, entusiasti all’idea di una Unione alla madre Patria. Pare che i Serbi ne abbiano un terrore panico. Oggi non bisogna neppure lasciare immaginare che il problema attira la nostra attenzione: anzi, bisogna cloroformizzare gli Iugoslavi. Ma in seguito bisogna adottare una politica di vivo interessamento per il Kosovo: ciò varrà a tener vivo un problema irredentista nei Balcani che polarizzerà l’attenzione degli stessi Albanesi e rappresenterà un pugnale piantato nel dorso alla Iugoslavia.>>



Il pugnale verrà usato nel 1941. Grazie alla sconfitta della Grecia e alla spartizione della Iugoslavia nasce finalmente, sotto la corona di Vittorio Emanuele III, una “grande Albania”, e molti coloni serbi, naturalmente, si vedono costretti ad abbandonare il Kosovo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, gli Italiani escono di scena e la protezione dei Kosovari albanesi passa alla Germania. Quando comincia a programmare le sue operazioni militari in Serbia e in Kosovo, nell’estate del 1944, Tito sa che il suo esercito potrebbe trovare di fronte a sé 10.000 Kosovari, inquadrati e organizzati dagli Italiani e dai Tedeschi per il servizio di frontiera. I comunisti sanno che le popolazioni sono grate ai loro protettori dell’Asse da cui hanno avuto scuole, terra, armi e il diritto di sbarazzarsi degli “estranei”.

Occorre ricordare a questo punto la posizione dei comunisti iugoslavi sul problema del Kosovo. Sino al 1935 il partito denuncia l’”occupazione” serba della provincia e proclama il diritto delle repubbliche a staccarsi dallo Stato monarchico. Più tardi, quando comunismo e patriottismo iugoslavo si rafforzano a vicenda, il partito abbandona la sua politica “rinunciataria” e scoraggia qualsiasi movimento separatista. Anzi: uscito trionfante dalla Seconda guerra mondiale, Tito accarezza per un momento il sogno di una grande federazione tra Iugoslavia, Bulgaria e Albania di cui Belgrado, naturalmente, avrebbe assunto la leadership. Il progetto si scontrò con l’ostilità di Mosca e fu una delle ragioni che contribuirono all’espulsione della Iugoslavia dal Kominform nel 1948. Da allora, con qualche occasionale schiarita, i rapporti fra l’Albania e la Iugoslavia furono pessimi.

Tito è costretto a muoversi su uno stretto sentiero, fra opposti pericoli. Deve evitare la rinascita di un nazionalismo serbo, ma deve impedire, con altrettanta energia, la nascita di una dissidenza albanese. La formula adottata nella Costituzione del 1974 è la creazione di una provincia autonoma nell’ambito della repubblica serba. Ma si regge sull’autorità e sul personale carisma del maresciallo. Dopo la sua morte, nel 1980, la facciata del regime rivela le sue prime crepe. Due manifestazioni albanesi a Pristina, l’11 e il 26 marzo del 1981, suscitano le reazioni della polizia; e la “repressione”, a sua volta, provoca le proteste del governo di Tirana. Si contrappongono così nel Kosovo due verità diametralmente opposte. Gli Albanesi si considerano oppressi da Belgrado, i Serbi della provincia deplorano le discriminazioni a cui sarebbero soggetti dalle autorità albanesi della provincia autonoma. Per molti anni la regola della vita quotidiana nel Kosovo è una reciproca apartheid: i Serbi con i Serbi, gli Albanesi con gli Albanesi. Un uomo a Belgrado sfrutta questa situazione e commemora con toni fortemente nazionalisti la battaglia di Kosovo Polje. Comincia da quel giorno la crisi esplosa nel corso degli ultimi mesi. Ma sarebbe assurdo attribuire soltanto a Slobodan Milosevic la responsabilità del clima che ha avvelenato la provincia in questi anni.


Parti in conflitto


Lo scontro si svolge tra la N.A.T.O., anche se i paesi che la compongono non sono convinti dell’intervento, e la Serbia.


La N.A.T.O. (dall’inglese North Atlantic Treaty Organization, `Organizzazione del patto del Nord Atlantico', o patto atlantico) è un’organizzazione politico-militare fondata a Washington il 4.4.1949 da Belgio, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Islanda, Italia, Canada, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo e USA, cui si aggiunsero Grecia e Turchia (1952), RFT (1955) e Spagna (1982). Nel 1966 la Francia decise, pur restando nell'organizzazione, di svincolare le proprie truppe dal comando integrato; la sede venne perciò trasferita da Parigi a Bruxelles. Nel 1982 anche la Grecia decise di uscirne. Costituita nel clima della guerra fredda allo scopo di scoraggiare un'eventuale aggressione sovietica ai paesi dell'Europa occidentale, ha esteso il suo ruolo anche alle aree di crisi vicine (Mediterraneo, Medio Oriente). Dal 1995 è intervenuta in Bosnia-Erzegovina a sostegno del processo di pace.

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