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Globalizzazione, un fenomeno contrastabile




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Globalizzazione, un fenomeno contrastabile


Globalizzazione. Una parola usata molto spesso, specie negli ultimi tempi, che trova ormai ampio spazio su giornali, libri, trasmissioni televisive… ma al di là del prendere atto delle sempre più frequenti manifestazioni anti-globalizzazione e del cercare lo scoop giornalistico con immagini shock che documentino gli scontri di piazza (Seattle, Davos, Napoli…), qualcuno si è preoccupato di spiegarci cosa sia veramente questa famigerata globalizzazione dell’economia, chi coinvolga, quali siano i suoi pregi e difetti? E’ solo un fattore che coinvolge gli addetti ai lavori del mondo economico ed amministrativo o colpisce anche noi? Cerchiamo di fare un po’ di chiarimento, di comprendere realmente di cosa si tratti e del perché ci tocchi da vicino in quanto cittadini del mondo.




Partiamo innanzitutto con l’individuazione dei soggetti interessati dalla globalizzazione, che sono imprese, governi e popolazioni. E diciamo pure che la globalizzazione è sinonimo di mondializzazione, quindi essa è stata favorita dall’enorme progresso nel campo delle telecomunicazioni, dall’evoluzione del settore dei trasporti e dall’enorme accrescimento dell’importanza della telematica, verificatisi soprattutto nell’ultimo decennio. Può aiutarci questo a comprendere? Certamente sì, dato che grazie a tutti questi progressi il mondo è “diventato più piccolo”, con sempre maggiore facilità è possibile mettersi in contatto con persone che magari vivono dall’altra parte del mondo e scambiarsi informazioni; ma cosa più importante ancora, riguardante l’aspetto economico, è la possibilità di scambiare dati ad una velocità impressionante da un angolo all’altro del pianeta, con un conseguente enorme vantaggio per le grandi imprese dislocate su più luoghi. La direzione aziendale si è scorporata ed è stato possibile impiantare sedi distaccate in siti prima impensabili, il collegamento con l’ “unità madre” è stato garantito dalla telematica e quindi dal progredire delle reti informatiche. Ed ecco il primo punto da fissare: grazie a questo dislocamento e decentramento produttivo, sono le grandi imprese multinazionali a diventare le più importanti protagoniste dell’economia globale; infatti, per queste imprese è possibile essere presenti in territori in cui il mercato del lavoro è a loro favorevole, grazie soprattutto a bassi costi del lavoro e limitata forza delle organizzazioni sindacali. Ecco quindi avanzare il predominio mondiale del capitalismo industriale avanzato, ecco quindi avanzare una nuova forma di colonialismo atta ad esportare un modello puramente occidentale e filo-statunitense in paesi meno sviluppati e spesso incapaci di assimilare tali modelli. Se è vero che per molti paesi prima esclusi dall’industrializzazione la mondializzazione dell’economia vuol dire trovare uno sbocco nel mercato mondiale, ciò porta anche ad una radicale modificazione del mercato del lavoro, che si attua principalmente secondo due percorsi: da una parte nei paesi di antica industrializzazione il numero dei disoccupati tende a crescere, dall’altra i flussi migratori, favoriti dall’enorme evoluzione del sistema dei trasporti, si intensificano portando ad ovvie tensioni sociali ed a fenomeni di razzismo e di incomprensione culturale. Chiariamo però un nodo fondamentale: la globalizzazione dell’economia ha potuto attecchire specialmente in determinati paesi per tutta una serie di cause. Innanzitutto, la maggior parte di questi paesi è ex-coloniale e quindi molto spesso caratterizzata da condizioni economiche abbastanza disastrose: questo è un fattore molto importante, in quanto spesso in questi paesi l’arrivo di capitali stranieri è visto come la possibilità di risollevare l’economia nazionale; inoltre, per alcuni di questi paesi l’arrivo di capitalisti occidentali non è visto come un pericolo o un problema, perché abituati appunto alla dominazione straniera in quanto una volta colonie. E allora, quali sono gli svantaggi per queste popolazioni? Innanzitutto il basso livello dei redditi porta ad una situazione economica stagnante. Sempre più spesso i governi dei paesi in via di sviluppo tengono ad attuare politiche del mercato del lavoro che mirino a tenere basso il costo della manodopera per favorire l’afflusso di imprese straniere. Tale livello dei redditi non consente alcuna possibilità di risparmio o investimento, con un conseguente rallentamento della crescita economica; l’importazione di moderne tecniche produttive determina poi il ridursi dell’impiego di forza lavoro locale, le scarse capacità manageriali e l’insufficiente preparazione dei lavoratori fanno il resto riducendo le imprese nazionali ad un ruolo puramente marginale e di spettatore inerme di fronte allo strapotere delle multinazionali. Alla crisi delle imprese nazionali contribuisce anche un aspetto psicologico: l’immagine dell’impresa multinazionale è spesso per le popolazioni dotate di scarse conoscenza e bassa cultura l’immagine di un lavoro stabile, sicuro e ben retribuito. Nodo cruciale è anche la scarsissima potenza contrattuale dei sindacati: se, soprattutto in Europa, le lotte sindacali hanno portato ad un deciso miglioramento delle condizioni dei salariati, nei paesi sottosviluppati la mancanza di forti organizzazioni che riunissero i lavoratori ha fortemente condizionato la loro possibilità di far valere le proprie ragioni. Le grandi imprese multinazionali hanno tutto l’interesse che la situazione rimanga tale, in modo da non dover fare fronte a lunghe vertenze per il rinnovo dei contratti: la filosofia aziendale messa in atto è sempre stata quella di far accettare passivamente ai lavoratori qualsiasi condizione, dietro la minaccia non molto velata del licenziamento. Il lavoratore, trovandosi già in situazione economica precaria, preferisce accettare in silenzio tutto ciò che gli viene imposto dall’alto piuttosto che perdere l’impiego.

I sostenitori della globalizzazione ritengono che l’esportazione del modello economico occidentale non possa che giovare alle popolazioni dei paesi sottosviluppati, in quanto apporta un miglioramento delle condizioni di vita ed appaga il loro desiderio di ricchezza e prosperità. Sono però le stesse persone che ammettono che questo progresso è ottenuto attraverso condizioni di lavoro e di vita precarie: si può quindi parlare di vero e proprio progresso? Evidentemente no, anche perché chi cerca di far passare la mondializzazione dell’economia sotto le mentite spoglie dell’aiuto a popolazioni più povere, mente spudoratamente. Tutto è subordinato al pensiero unico del profitto, le multinazionali sono ben lontane dall’intenzione di promuovere l’uso ottimale delle risorse materiali, immateriali e delle risorse umane dei paesi meno avanzati; il soddisfacimento dei bisogni della collettività non è l’obiettivo principale della politica economica dei paesi più industrializzati, che hanno tutto l’interesse di mantenere la periferia del mondo nelle condizioni attuali, cioè scarsamente consapevole delle proprie possibilità e privata di alcun mezzo per opporsi alle logiche del mercato globale. Su scala mondiale le grandi decisioni, le priorità economiche e sociali, vengono stabilite da grandi lobbies corporative (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, World Trade Organization, OCSE) e vengono dettate sotto forma di “raccomandazioni” ai governi, nelle cui mani restano ancora formalmente le politiche di distribuzione del reddito, ma che sempre più spesso si trovano ridotti ad un ruolo esecutori materiali degli interessi del capitale transnazionale. La stessa forma stato è quindi attraversata da profonde mutazioni che ne valorizzano il ruolo di 'agenzia di servizi' per gli interessi dell'impresa ed efficace garante dell'ordine sociale. Una delle grandi caratteristiche della globalizzazione è quindi il passaggio da governi nazionali a governi transnazionali, controllati però dagli interessi delle grandi organizzazioni del commercio e della proliferazione economica. Ovviamente la globalizzazione dell’economia non porta a conseguenze solo in termini di denaro, ma investe moltissimi altri campi. La precarizzazione nelle condizioni di vita e di lavoro aumenta mentre cala progressivamente il potere d'acquisto dei salari, il sistema formativo come quello sanitario vengono sempre più ristrutturati secondo un'ottica aziendalista che non lascia spazio al pensiero critico e ai bisogni sociali. Soprattutto nelle aree rurali assistiamo ad un accrescersi delle situazioni critiche: i sistemi agrari tradizionali vengono smantellati e soppiantati da tecniche agricole moderne e spesso inadatte all’ambiente nel quale vengono importate, con conseguenti problemi di ordine ambientale e sanitario. La crescita del lavoro nero è stata esponenziale negli ultimi anni: il lavoro sottratto a qualsiasi controllo da parte delle autorità statali è una ottima fonte di guadagno per i capitalisti stranieri che lo sfruttano soprattutto per il piccolo artigianato tessile e meccanico. Le aree urbane risentono molto dei flussi migratori e ciò porta a enormi squilibri soprattutto a causa della formazione di vastissime “baraccopoli” alle periferie delle metropoli. Le scarse condizioni sanitarie colpiscono in maggior parte gli strati più deboli della popolazione come anziani e bambini: malnutrizione e mortalità infantile crescono ad un ritmo vertiginoso di pari passo con la diffusione di malattie ed epidemie. Ma il problema più grande portato dalla globalizzazione è quello di aumentare il divario tra la parte ricca e la parte povera della popolazione, creando una disparità enorme di condizioni: i ceti più alti possono accedere ai servizi essenziali, mentre i ceti bassi ne rimangono esclusi e sono costretti a sopravvivere in condizioni di vita disastrate; si tratta di un fenomeno in forte crescita non solo nei paesi sottosviluppati, bensì anche nei paesi evoluti, dove la differenza tra ricchi e poveri è continua fonte di contrasto sociale.



Ma allora, ci sono solo problemi o la globalizzazione porta anche dei vantaggi? I benefici ci sono, ma sono a stretto appannaggio delle imprese multinazionali e degli stati che le sostengono: la gestione finanziaria comune permette la riduzione e la frammentazione dei rischi imprenditoriali, consentendo così di convogliare secondo convenienza i profitti verso l’una o l’altra sede dislocata nel mondo; l’aggiramento delle barriere doganali e l’incremento delle vendite portato dall’inserimento su nuovi mercati permette lo smaltimento delle eccedenze; gli aiuti economici forniti ai governi dei paesi sottosviluppati permettono l’aggiramento di talune norme che normalmente non permetterebbero l’esercizio di determinate attività. Quindi, possiamo tranquillamente convenire che, se le imprese multinazionali si presentano come portatrici di benessere e libertà per i lavoratori, sono invece portatrici di gravi problematiche e squilibri, non solo sul piano economico, bensì anche sul piano culturale e sociale. Se è vero che da un lato la popolazione può contare su redditi più alti, dall’altro bisogna calcolare il prezzo pagato dai salariati in termini di precarietà e rispetto dei diritti umani: francamente, questo prezzo è eccessivo.

Ma siamo sicuri che gli svantaggi della globalizzazione riguardino solo ed esclusivamente i paesi meno sviluppati? Non siamo anche noi soggetti di questo grande meccanismo? Lo siamo eccome, soprattutto per quanto riguarda il paino culturale. Dire che noi europei siamo influenzati eccessivamente dalla cultura statunitense non è una presa di posizione politica, bensì il prendere atto di una realtà persistente ormai da decenni. L’inizio dell’egemonia degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa può essere individuato con l’istituzione del piano Marshall di aiuti agli stati europei distrutti dopo la seconda guerra mondiale; da quel momento in poi, l’influenza culturale economica, politica e culturale americana si è fatta sempre più strada, riuscendo a provocare profonde trasformazioni nel nostro modello di vita. La cultura dominante è la cultura scientifico-tecnologica avanzata, portata avanti da decenni dagli Stati Uniti, incentrata molto spesso sulla produzione di beni effimeri; i concetti di flessibilità, di lavoro temporaneo fino a pochi anni fa sconosciuti in Europa sono stati importati e se potevano funzionare nel paese di origine, perché ormai radicati da tempo immemorabile, trovano difficoltà ad evolversi da noi, abituati a forme di lavoro fisso e stabile; la “new economy” è un concetto di evoluzione economica e tecnologica prettamente statunitense favorito da uno strumento di comunicazione di massa di proporzioni enormi, Internet, che può rivelarsi un’arma a doppio taglio: da un lato crea nuova occupazione e l’accrescimento del livello dei redditi, dall’altro però svilisce e svuota completamente il ruolo fondamentale della rete come mezzo di comunicazione per assoggettarla a logiche di mercato; inoltre la cultura europea è sempre stata orientata verso lo stato sociale, assistenziale, radicalmente rifiutato dal modello nordamericano, incentrato anche nei settori della sanità e dell’istruzione sulle logiche del profitto. IL “sogno americano” ha portato un profondo sconvolgimento nella cultura europea e nelle aree gravitanti attorno agli Stati Uniti: basti pensare all’impianto di imprese americane in Messico o nel sudamerica. Ovviamente la globalizzazione economica non è a stretto appannaggio dei soli Stati Uniti, ma è messa in atto anche da altri paesi fortemente industrializzati e caratterizzati da un’economia fortemente capitalista quali il Giappone e molti altri paesi europei.



E’ possibile uscire dalla globalizzazione, e ciò non vuol dire rimanere esclusi perché scarsamente redditizi. E’ possibile pensare ad altri modelli di cooperazione internazionale e di mondializzazione, è quindi attuabile un “cambiamento” della globalizzazione. Non basta aiutare i paesi meno sviluppati fornendo loro aiuti in denaro o dotandoli delle attrezzature che consentano una crescita economica e della produzione: sarà un circolo vizioso, perché tali paesi, privi delle conoscenze specifiche e di una mentalità imprenditoriale, continueranno a mantenersi in uno stadio di sviluppo bassissimo e continueranno ad indebitarsi con il mondo occidentale. Piuttosto che regalare un aratro e basta, pensando di aver fatto una buona azione, bisogna insegnare alle popolazioni come usarlo, come ottimizzare la produzione ottenuta grazie all’aratro e come produrne un altro. Tale principio è attuabile solo mediante un interessamento concreto e disinteressato da parte dei paesi sviluppati, che non sia dettato da logiche di profitto, ma che sia realmente volto al progredire economico, all’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse materiali, immateriali e della forza lavoro. L’obiettivo principale deve quindi diventare il soddisfacimento dei bisogni della collettività, senza opere di “missionarismo” rivolte ad un mutamento culturale, degli usi e dei costumi dei paesi meno avanzati: tali obiettivi sono perseguibili solo grazie ad una effettiva presenza sul territorio, senza che ciò limiti in alcun modo la sovranità nazionale. Deve piuttosto verificarsi una vera e propria integrazione non degli usi locali con quelli importati, bensì al contrario: nella loro opera di “insegnamento” gli inviati occidentali devono sapersi adattare alle realtà locali senza cercare di sconvolgerle, anzi cercando un’armoniosa pacificazione e collaborazione. Il tutto nel totale rispetto dei diritti umani: non devono più essere tollerate tecniche invasive sottratte ad ogni forma di controllo democratico che prefigurino nuove frontiere nello sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente e che intacchino la coscienza intellettuale. L’oppressione e lo sfruttamento, di qualsiasi natura siano, vanno eliminate per permettere l’effettiva ripresa economica di questi paesi e lo scongiuramento di un nuovo colonialismo dettato da logiche di profitto. Alla globalizzazione “totale” e “cieca” va sostituita una globalizzazione “intelligente” che tenga conto delle diversità tra i singoli paesi e le singole popolazioni, delle diverse impostazioni culturali e delle concretezze locali, agendo di conseguenza. Le decisioni non possono essere più esclusiva competenza di poche “elites”, devono essere i popoli, debitamente forniti delle conoscenze adatte e dei mezzi necessari, a poter decidere in autonomia ed in piena coscienza il proprio cammino.





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