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Essere e Apparire - tesina




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Essere e Apparire


Discipline coinvolte:

Italiano




Inglese

Francese

Tedesco

Filosofia

Storia

Storia dell’arte



INTRODUZIONE

Essere e Apparire possono sembrare solo due semplici parole, ma esse sono anche due possibili scelte di vita. Nella società in cui oggi viviamo, viene messa sempre più in risalto l’apparenza. Possiamo notarlo in televisione, sui giornali, ma anche nei gruppi di persone che ci circondano.

Molte volte si dice che: ”Bisogna essere accettati per quello che si è”.

Ma come è possibile attuare una frase di questo tipo se il mondo in cui viviamo ci dimostra e ci ricorda continuamente che se vogliamo essere qualcuno dobbiamo mostrarci per ciò che in realtà non siamo?Ad esempio,quando per strada ci capita di incontrare dei disabili molta gente è subito pronta a dire,guardare o criticare, mentre in realtà dovremmo imparare molto da persone così,perché loro sono e saranno sempre in questo modo e appunto per questo possono camminare orgogliosi per strada perché sono le sole persone che pur magari volendo apparire diverse non possono, mentre noi che abbiamo la fortuna di non aver bisogno di apparire tendiamo a farlo ugualmente.

Ma questo voler apparire a cosa è dovuto?A mio parere il motivo è solo la paura di mostrarci per ciò che veramente siamo,poiché ormai la società ci impone questo:APPARIRE!!!

Vuoi diventare famosa?Devi essere bella e piacente.

Vuoi fare la modella?Devi essere magra.

Vuoi comparire sui giornali?Devi riuscire a far parlare di te.

Sì, queste potrebbero essere buone prospettive per un futuro ricco e piacente ma fermiamoci un attimo a riflettere: quali sono gli aspetti negativi di tutto ciò?Un proverbio dice”se bella vuoi apparire, un poco devi soffrire” ma perché bisogna sottoporsi ad interventi chirurgici o soffrire di anoressia solo per essere accettati da questa società?

In molti casi, le persone soffrono proprio a causa di questi inutili rimedi.

Ma perché accadono queste cose solo per il gusto comune  di apparire?

Ormai nella nostra società c’è sempre più gente che tende a preoccuparsi di mostrarsi per quello che in realtà non è.

Un esempio può essere il tipico amico della compagnia che fa di tutto per farsi notare e assume atteggiamenti non consoni al suo carattere.

Perché invece non proviamo un po’ di più ad essere noi stessi?

A mio avviso una bellezza autoimposta non porta molto lontano se dietro di essa non vi sono dei sentimenti, dei valori morali e una coscienza che ci guidano,ma essa ci procura più danni che benefici, rendendoci più insofferenti di quello che siamo.

In conclusione possiamo dire che oggi è sicuramente d'obbligo apparire, è il messaggio martellante che ci arriva dai media, se non hai un certo look ed un certo stile di vita sei fuori dal mondo. Essere è molto difficile, devi uscire dalla massa e rischi di restare isolato ma credo che certi valori vadano difesi. Non c'è niente di morale o immorale, è una scelta di vita. La maschera è dunque un mezzo ambiguo, dietro il quale da un lato la verità ama nascondersi per salvaguardare la propria profondità; ma che dall'altro noi utilizziamo per non vedere la realtà e per sfuggire da essa.






ITALIANO


Alla luce di quanto finora detto, si evince che il pensiero di Pirandello gravita sul rapporto dialettico tra «vita» e «forma». La vita è qualcosa d’inconsistente, d’inarrestabile; è una grande forza universale che s’incarna poi nelle varie 'forme'. La vita è quell’ente che l'individuo vuole per sé e per il quale lotta. Una volta raggiunta la forma, si finisce di vivere: la forma imprigiona la vita, che diventa statica. Possiamo dire che il nucleo centrale della tematica pirandelliana è il contrasto tra illusione e realtà, contrasto che va inteso in modo radicale e profondo, iniziando proprio dalla coscienza interiore di ogni individuo. Infatti, in ognuno di noi c’è contrasto tra quello che vorremmo e quello che in realtà siamo, tra quello che sembriamo agli altri e quello che realmente siamo. Pertanto l'esistenza umana è una vicenda di solitudine, di pena e d’illusioni, condizionata all'esterno da tutta una serie assurda di convenzioni, e amareggiata all'interno dalla consapevolezza della falsità e delle ipocrisie a cui si deve ricorrere per restare 'nel flusso di vita' della società. Tutti, infatti, indossiamo una 'maschera', conforme a ciò che da noi si aspettano gli altri e che noi ci siamo imposti. Sconsolante è quindi il quadro di questa società, fondata sulla finzione del credere vero quello che si sa non essere tale. L'individuo è travolto facilmente da questo gioco tragico e finisce per farsi imporre la vita, subirla come un peso. A questo punto l'individuo si ribella, ma si tratta di una ribellione solo momentanea.

Infatti, tutti i personaggi di Pirandello che tentano la ribellione, sono destinati o al suicidio, come Adriano Meis nel “Il Fu Mattia Pascal” o alla pazzia. Infatti ne: “fu Mattia pascal”, troviamo diversi momenti dove lui indossa la maschera e vuole apparire per quello che non è; già il romanzo in sé mostra finzione perché il protagonista Mattia Pascal finge la morte per ben due volte: una volta finge per scappare dal suo essere e vuole trovare una nuova vita apparendo quello che in realtà non è,si finge allora Adriano Meis,poi capisce che la vita-finzione non è un vivere bene e si ribella decidendo di voler tornare ad essere quello che era,ma ormai per tutti quelli che lo conoscevano Mattia Pascal era morto e si ritrova così a rimanere solo.

Nel romanzo Mattia Pascal ha un rapporto difficile non solo con la propria anima ma anche con il proprio corpo. Ha difficoltà a identificarsi con se stesso. Spia di questo malessere è l’occhio strabico, che guarda sempre altrove. La crisi d’identità dipende anche dalla sua duplicità, rappresentata dalla sua predisposizione a sdoppiarsi e dalla sua inclinazione a porsi davanti allo specchio. Inoltre egli ripete sempre la stessa situazione, raddoppiandola continuamente: seduce prima Romilda, poi Oliva; finge di essere morto due volte; per due volte si dà una nuova personalità, prima come Adriano Meis,poi come “fu”Mattia Pascal.

E ancora: si sostituisce spesso a un “alter ego”, a un “doppio” di sé: per esempio si sostituisce a Pomino nell’amore di Romilda, e poi è questo stesso amico a sostituirsi a lui come marito; infine tende sempre a ripetere la stessa situazione collocandosi come terzo all’interno di un rapporto di coppia. É stato detto che tutto il romanzo è come una “successione di specchi”; certo è che la tendenza all’autoriflessività e allo sdoppiamento sembra connaturata all’atto del vedersi vivere.

L’esperienza di teatro, come commediografo e regista, di Pirandello, risulta estremamente innovativa in quanto porta ad una vera rivoluzione del concetto di rappresentazione teatrale’autore riversa le sue tematiche nelle rappresentazioni. In teatro rompe con le forme tradizionali: riduce al minimo la scenografia ed i costumi, in quanto gli attori devono essere vestiti in modo semplice per attirare l’attenzione del pubblico sul testo. Pirandello rompe la barriera tra la vita reale, il proscenio degli spettatori, e la finzione, il palcoscenico, operazione questa totalmente innovativa, ardita e disorientante; così, spesso, gli attori entrano dalla platea, seduti tra gli spettatori ed iniziano a recitare, oppure interagiscono con gli spettatori (in realtà attori). Pirandello vuole così dare agli spettatori l’idea che siano essi stessi gli attori (teatro nel teatro, metateatro); lo spettatore deve chiedersi se recita esso stesso, magari tutti i giorni, a sua insaputa. Così Pirandello rovescia l’idea: il teatro è realtà e la finzione è ciò che c’è attorno. Gli attori si mascherano, il pubblico per atteggiarsi, non si maschera neppure.

In “Sei personaggi n cerca d’autore”, addirittura arrivano sulla scena, durante una prova in teatro, sei “personaggi”, seppur reali ed in carne ed ossa, ma non persone reali, personaggi nati dalla fantasia di un autore che non ha saputo, o voluto dar loro vita compiuta nella finzione scenica, e che cercano un autore che voglia dar loro vita sul palcoscenico, almeno per la durata del loro dramma, in quanto il personaggio vive solo se esiste la storia da rappresentare (in palcoscenico vi sono infatti attori, persone reali, non personaggi, uomini per cui è impossibile entrare effettivamente nella forma artistica,in quanto dotati delle variabili umane dell’impossibilità di fissare una forma). La vita quindi non ha bisogno di essere rappresentata, si rappresenta da sé, mentre la verosimiglianza cerca in tutti i modi di imitare la vita.


(R. Luperini,P.Cataldi,L. Marchiani,F. Marchese; Palumbo Editore “La scrittura e l’interpretazione”)

































INGLESE





The Aesthetic Movement:


The Aesthetic or Decadent Movement was the extreme expression of post-romantic tendencies. Its roots are t be found in the influence of French poet Baudelaire, the French Parnassian and in Ruskin’s constant search for a dimension of beauty in art and life.

The members of Aesthetic movement derived from the Pre-Raphaelites that were influenced by Ruskin’s moral sense and interpreted the creation of artistic beauty as a duty they had to perform for the benefit of society.

The Aesthetes, on the contrary were influenced by Walter Peter who believed that life was an experience to be lived intensely, following an ideal of beauty.

The aesthetes proclaimed a belief in art for art’s sake and in beauty for beauty’s sake and they reversed the classical theory of art by declaring that it was life that must imitate art.

The typical example of this attitude to life was given by Oscar Wilde, the best known of the group.

Wilde was not the leader; the real leader was Aubrey Beardsley who was the author of refined drawings in which a sinuous line predominates.

The Decadents were a cosmopolitan movement and their main merit was to open up English literature to the influence of European culture.

Wilde totally adopted “the aesthetic ideal”. He lived in a double role of rebel and dandy:

Dandy is a bourgeois artist who remains a member of his class but the Wildean dandy is an aristocratic whose elegance is a symbol of the superiority.

The concept of Art for Art’s sake was to him a moral imperative and not an aesthetic one.



Oscar Wilde and the Picture of Dorian Gray


The Decadent Aesthete:

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In England the most important aesthete is Oscar Wilde (Dublin 1854 - Paris 1900). However he wasn't only an aesthete, but above all a Decadent. There is a difference between him and the other decadents, in fact he didn't live outside world, but he did all his best to become popular and famous. Until 1895 hedonism dried up his poetic qualities and his wit didn't help him no more. Wilde is also a Victorian; in fact the precept 'Art for art's sake' is for him a moral and an aesthetic imperative. Wilde is numbered among English decadents not as a poet but as a novelist and as a 'poseur'. He wrote 'The picture of Dorian Gray' under the influence of Huysmans’ novel and of his two teachers in Magdalene College at Oxford: John Ruskin who taught him socialist ideas and his creed of beauty of manual labour and Walter Pater who taught him his conception of art. Both the teacher were the theorists of Aesthetic doctrine: Pater, in opposition to Ruskin’s theories, claimed that art was to be autonomous and distinct from morality. Wilde’s work was published in 1890 and in 1891 it was added the 'Preface' which became the Manifesto of English Aestheticism and embodied his view of art and the artist (he asserted that the artist must always be in accord with himself). It can be also read as a kind of poem. The work however is inferior to its French model because of its intrinsic compromise. When 'The Picture of Dorian Gray' appeared, it was defined as immoral but now it is read with a sort of morality, in fact the conclusion sounds like a punishment of a life completely devoted to the pursuit of sensation. Moreover, the lack of any realistic description makes the work as a hymn to hedonism.









'The picture of Dorian Gray' – Plot





https://images.google.it/url?q=https://www.trentoblog.it/wp-content/TATORUSSODORIAN-small.jpg&usg=AFQjCNGNWxTAsgN3wLGUJsx_Rne7KmOzcg





The artist Basil Hallward is painting a portrait of a beautiful aristocratic young man, Dorian Gray. A friend of the artist, Lord Henry Wotton, comes to Hallward's studio to meet Dorian and he says him that beauty and pleasure are everything in life and that the time to enjoy them is very short. So Dorian expressed the wish that the portrait might age and not himself. This wish come true and, when he abandons his life-companion and she kills herself, on the portrait appear the signs of cruelty. Dorian hides it. In the meanwhile, Dorian devotes himself to the exploration of the pleasure thanks to a Lord Henry's book: he stimulates his senses with perfumes, jewelsbut this behaviour causes the ruin of the young man. Dorian disappears into parts of London because he has caused a lot of damages but his face is as pure and innocent as never, while the portrait became more and more repugnant. Hallward asks Dorian if it's true that he has caused a lot of damages, so Dorian shows him his portrait and then he murders him because he feels him responsible of all this. After 18 years, the brother of the woman who kills herself for Dorian's sake asks revenge but he is killed in an accident. Dorian feels tormented, so he tries to destroy the portrait. His servants find a repugnant old man died, with a knife in his chest and a beautiful portrait near him.

Wilde is Dorian Gray himself. Lord Henry Wotton is Walter Pater (the teacher of the cult of beauty) and the Picture represents the soul of the protagonist (it is the speech of the soul).



This novel, deeply allegorical and full of symbolic meanings, centred on the theme of the double.

The picture represents Dorian’s double side, the dark side that is the symbol of the immorality, of dirty conscience.

On the other side Dorian with his pure innocent appearance represents the Victorian bourgeois hypocrisy. In others words Dorian’s double existence reflect the contradiction of the Victorian Age and his beauty represents the importance given to external appearance.




(“Lit & Lab A History and Anthology of English and American Literature” di Marina Spiazzi e Marina Tavella ed.Zanichelli)


(“Il ritratto di Dorian Gray” di André Gide ed. Mondadori)


































TRADUZIONE INGLESE-ITALIANO


Il movimento estetico:

L'estetica o il decadentismo è stato l'estrema espressione delle tendenze post-romantici. Le sue radici hanno trovato influenza nel poeta francese Baudelaire, il francese Parnassiano Ruskin e in costante ricerca di una dimensione della bellezza dell’ arte e della vita.
I membri del movimento estetico derivano dai Pre-Rafaeliti che sono stati influenzati dal senso morale di Ruskin e hanno interpretato la creazione di bellezza artistica come un dovere che ha dovuto svolgere per il bene della società.
Gli esteti, al contrario sono stati influenzati da Walter Peter che credeva che la vita fosse un'esperienza da vivere intensamente, a seguito di un ideale di bellezza.
Gli esteti hanno proclamato una ricerca di arte per l'arte fine a se stessa e in bellezza per la bellezza fine a se stessa e che ha invertito la teoria classica d'arte dichiarando che essa era la vita che doveva imitare l'arte.
Il tipico esempio di quest’atteggiamento di vita è stato dato da Oscar Wilde, il più noto del gruppo.
Wilde non è stato il leader, il vero leader è stato Aubrey Beardsley che è stato l'autore di raffinati disegni in cui predominava una linea sinuosa .
Il decadentismo era un movimento cosmopolita e il suo merito principale è stato quello di aprire letteratura inglese per l'influenza della cultura europea.

Wilde adottò totalmente un ideale estetico.

Lui visse in un doppio ruolo quello del ribelle e del dandy:

Dandy è un artista borghese che rimase un membro della sua classe, ma il dandy Wilde era un aristocratico il quale la sua eleganza era simbolo di superiorità.

Il concetto della ricerca dell’arte fine a se stessa era per lui un imperativo morale e non un estetica.

Oscar Wilde e il ritratto di Dorian Gray:

L’esteta decadente:


In Inghilterra il più importante esteta era Oscar Wilde (Dublino 1854 - Parigi 1900). Tuttavia, egli non è stato soltanto un esteta, ma soprattutto un decadente. Vi è una differenza tra lui e gli altri decadenti, infatti, egli non viveva al di fuori del mondo, ma ha fatto tutto il suo meglio per diventare popolare e famoso. Fino al 1895 l'edonismo ha prosciugato la sua poetica e la sua qualità, il motto di spirito non lo ha aiutato molto. Wilde è anche un vittoriano, infatti, il precetto 'Arte per l'arte fine a se stessa' è per lui una morale e un imperativo estetico. Wilde è numerato tra gli inglesi decadenti non come un poeta, ma come un romanziere e come un 'prosatore'. Ha scritto 'Il ritratto di Dorian Gray' sotto l'influenza dei romanzi di Huysmans e dei suoi due insegnanti in Maddalena College a Oxford: John Ruskin che ha insegnato le idee socialiste e il suo credo di bellezza del lavoro manuale e Walter Pater che gli ha insegnato il suo concepimento d'arte. Gli insegnante sono stati teorici della dottrina estetica: Pater, in opposizione alle teorie di Ruskin, ha sostenuto che l'arte doveva essere autonoma e distinta dalla morale. Il lavoro di Wilde è stato pubblicato nel 1890 e nel 1891 e ha aggiunto la prefazione, che è diventato il manifesto estetico della lingua inglese e sancì il suo punto di vista di arte e l'artista (egli ha affermato che l'artista deve sempre essere in accordo con se stesso). Si può anche leggere come una sorta di poesia. Il lavoro, tuttavia, è inferiore al suo modello francese a causa del suo intrinseco compromesso. Quando 'Il ritratto di Dorian Gray' è apparso, è stato definito come immorale, ma ora è come leggere con una sorta di moralità, infatti la conclusione suona come una punizione di una vita completamente dedicata alla ricerca della sensazione. Inoltre, la mancanza di qualsiasi descrizione realistica rende il lavoro come un inno a edonismo.

'Il ritratto di Dorian Gray':


L'artista Basil Hallward ha dipinto il ritratto di un bellissimo e aristocratico giovane, Dorian Gray. Un amico dell'artista, Lord Henry Wotton, viene a Hallward nello studio di Dorian e lo incontra e gli dice che la bellezza e il piacere sono tutto nella vita e che il tempo di goderli è molto breve. Dorian così espresse il desiderio che fosse il quadro a invecchiare e non lui. Questo desiderio si realizza e, quando si abbandona a se stesso è come se uccidesse se stesso, sul ritratto appaiono i segni della crudeltà. Dorian nasconde nel frattempo il quadro, Dorian si dedica alla ricerca del piacere grazie a un libro di Lord Henry: egli stimola i sensi con profumi, gioielli ma questo comportamento provoca la rovina del giovane. Dorian scompare in varie parti di Londra perché ha causato un sacco di danni, mentre il ritratto diviene sempre più ripugnante. Hallward Dorian chiede se è vero che egli ha causato molti danni, così Dorian gli mostra il suo ritratto e poi lo ammazza perché lui si sente responsabile di tutto questo. Dopo diciotto anni, il fratello della donna che uccide, chiede vendetta ma viene ucciso in un incidente. Dorian sente tormento, per cui cerca di distruggere il ritratto. I Suoi servi trovano un ripugnante vecchio morto, con un coltello nel petto e un bellissimo ritratto vicino a lui.
Dorian Gray è Oscar Wilde. Lord Henry Wotton è Walter Pater (l'insegnante di culto della bellezza) e l'immagine rappresenta l'anima del protagonista (è il discorso dell’'anima).


Questo romanzo profondamente allegorico e pieno di significati simbolici centra il tema del doppio.

Il ritratto rappresenta i due lati di Dorian, da una parte l’oscurità che è simbolo d’immoralità della sporca coscienza.

Dall’altra parte con la sua pura e innocente apparenza rappresenta l’ipocrisia del borghese vittoriano. In altre parole la doppia esistenza di Dorian riflette la contraddizione dell’età vittoriana e la sua bellezza rappresenta l’importanza data all’apparenza esterna.





















FRANCESE

Charles Baudelaire: “l’Albatros”:  




Souvent, pour s'amuser, les hommes d'équipage
      Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
      Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
      Le navire glissant sur les gouffres amers.

5    À peine les ont-ils déposés sur le planches,
      Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
      Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
      Comme des avirons trainer à côté d'eux.

      Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
10  Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid!
      L'un agace son bec avec un brûle-gueule,
      L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait!

      Le Poète est semblable au prince des nuées
      Qui hante la tempête e se rit de l'archer;
15  Exilé sur le sol au milieu des huées,
      Ses ailes de géant l'empêchent de marcher



Ce poème qui comporte quatre quatrains composés d'alexandrins avec des rimes croisées apparait dans la section « Spleen et Idéal » des Fleurs du Mal. Il a vraisemblablement été inspiré à Baudelaire par son voyage en bateau à destination de l'ile Bourbon (aujourd'hui ile de la Réunion) alors qu'il avait à peine 20 ans. La tradition répète sans preuve que des marins auraient alors torturée un albatros blessé qui s'était échoué sur le pont.

https://tbn0.google.com/images?q=tbn:FimD1QYXlAoG4M:https://wallpaper.web.free.fr/divers/Baudelaire-wp.JPG

L'Albatros est le deuxième poésie du recueil Les Fleurs du mal de Charles Baudelaire.

Dans cette poésie nous pouvons remarquer une attitude timide et liée surtout au problème de l’incommunicabilité. En fait l’albatros indique la conscience d’être divers d’autres, un’ image que Baudelaire utilise pour clarifier sa condition dans une société qui l’ignore complètement et avec la quelle il ne réussi pas à communiquer. Baudelaire comme l’albatros aspire à l'élévation mais est ridiculisé par les hommes vulgaires. Le poème prend alors la forme d'une parabole qui illustre la condition du poète maudit, incompris de ses contemporains. On peut penser que ce rejet dont fait l'objet 'l'Albatros' et le mal être qu'il éprouve sont l'illustration de celui ressenti par Baudelaire lui même au sein d'une société où il ne se sent pas à son aise, pas à sa place. C'est la grandeur de l'oiseau qui cause sa maladresse, comme la grandeur du poète est responsable de son inadéquation avec le monde de ses contemporains. On peut aussi parler de symbole à propos de cette image emblématique


(ʺLittérature et Civilisation Françaises ʺ di G.F.Bonini e M-C.Jamet ed.Lamartine


TRADUZIONE FRANCESE-ITALIANO



Charles Baudelaire: “l’Albatros”:


 Spesso, per divertirsi gli uomini d'equipaggio
      Catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
      Che seguono, indolenti compagni di vïaggio,
      Il vascello che va sopra gli abissi amari.

5 E li hanno appena posti sul ponte della nave
      Che, inetti e vergognosi, questi re dell'azzurro
      Pietosamente calano le grandi ali bianche,
      Come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi.

      Com'è goffo e maldestro, l'alato viaggiatore!
10 Lui, prima così bello, com'è comico e brutto!
      Qualcuno, con la pipa, gli solletica il becco,
      L'altro, arrancando, mima l'infermo che volava!

      Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
      Che abita la tempesta e ride dell'arciere;
15  Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
      Per le ali di gigante non riesce a camminare.




Questa poesia è composta da quattro quartine con rime alternate(abab)apparse nel “Spleen et Ideal” del “Le Fleurs du mal”.É stata ispirata da Baudelaire per il suo viaggio in barca con destinazione l’isola Bourbon (ora l’isola de la Réunion)che aveva appena 20 anni. Egli ripete senza prova che dei marinai avevano torturato un albatro ferito che era caduto sul ponte.





L’albatros è la seconda poesia della seconda edizione(1861) raccolta nel “Le Fleurs du mal”di Charles Baudelaire.

In questa poesia possiamo riscontrare un atteggiamento timido legato soprattutto al problema dell’incomunicabilità. Infatti, l’albatros indica la consapevolezza di essere diversi dagli altri, un’immagine che Baudelaire utilizza per chiarire la propria condizione in una società che lo ignora completamente e con la quale egli non riesce a comunicare.

Baudelaire come l’albatro aspira all’elevazione, ma è ridicolizzato dagli uomini volgari. Il poema prende forma allora di una parabola che illustra la condizione del poeta maledetto (poète maudit),incompreso dai suoi contemporanei. Si può pensare che questo rigetto che fa oggetto l’albatro e il mal essere che prova sono l’illustrazione di Baudelaire stesso in una società dove non si sente a suo agio. É la grandezza dell’uccello che causa la sua goffaggine, come la grandezza del poeta è responsabile per la sua inadeguatezza con il mondo dei suoi contemporanei.

Si può anche parlare di simbolo a proposito di questa immagine emblematica.


STORIA DELL’ ARTE


Magritte è l’esponente del surrealismo, il cui André Breton ne è il rappresentante ed è egli che definisce questo movimento.

Egli dice che per ogni essere umano il sonno e il sogno costituiscono una sorta di parentesi all’interno della sua attività quotidiana. Gran parte della vita dell’uomo trascorre nel sonno e sognando, deve esistere allora un modo affinché anche quest’attività possa entrare a far parte di una realtà superiore ,che riesca a conciliare i due momenti dell’esistenza:quello della veglia, che è comunemente chiamato realtà,e quello del sogno.

Quindi per “surreale” si intende una realtà assoluta. E il surrealismo come può essere definito?

Il surrealismo è un automatismo psichico con il quale ci si propone di esprimere il funzionamento reale del pensiero; vale a dire un processo automatico che si realizza senza il controllo della ragione e fa sì che l’inconscio emerga e si esprima divenendo operante anche mentre siamo svegli. Viene così aggiunta quella realtà superiore,la surreale,in cui veglia e sonno si conciliano e si compenetrano in modo armonico e profondo.

Ma come si fa a fare arte surrealista?

È un accoppiamento di due realtà in apparenza inconciliabili su un piano che in apparenza non è conveniente per esse.

La bellezza surrealista nasce dal trovare due oggetti reali, veri, esistenti che non hanno nulla in comune, assieme in uno stesso luogo ugualmente estraneo a entrambi. Tale situazione genera un’inattesa visione che sorprende per la sua assurdità e perché contraddice a fondo le nostre certezze.

L’arte surrealista è nel suo insieme un’arte figurativa non astratta: ciò vuol dire che le forme rimangono sempre e comunque figure riconoscibili.

I modi e le tecniche per pervenire a una pittura automatica furono numerosi fra essi ci sono: il frottage (strofinamento), il grattage (raschiamento), e il collage.

Fra gli artisti che aderirono al movimento surrealista, tratteremo ora di René Magritte dove, la ricerca dell’artista verterà quasi essenzialmente sul nonsenso delle cose, sui rapporti tra visione e linguaggio, sulla creazione di situazioni inattese e impossibili, sulla valorizzazione degli oggetti che decontestualizzati appaiono in tutta la loro novità e magia. Non sono allora il sogno e l’inconscio i protagonisti delle riflessioni pittoriche di Magritte,ma è la veglia;una veglia fin troppo reale,nella quale gli oggetti ,tuttavia hanno un qualcosa che li accomuna ad altri o sono a questi sovrapposti e risultano trattati con una nitidezza di linee e colori tale che sembrano più veri del vero.

C:Documents and SettingsutenteDocumentiImmaginiLaLLuScUoLaf931-magritte~L-Entree-en-Scene-Posters.jpgPer la prima volta scopo dell’opera d’arte non è più l’arte di per sé,ma una riflessione sull’arte stessa.




L’entrée en scene      

In questo quadro “L’entrée en scene”, che fa parte della “Grande Famiglia” del 1963, possiamo capire totalmente ciò che Magritte intendeva per “pensiero visibile”.


Importante nella mia pittura è ciò che essa mostra”.




Questa semplice affermazione riassume le evidenti diversità che contraddistinguevano la sua opera da quella degli altri esponenti del surrealismo. L’opera ha vita propria, svelarne l’invisibilità equivale a coglierne il senso. Per Magritte il mondo delle idee vive nelle visioni e il suo stile pittorico, riporta nelle immagini, la naturalità della magia, del pensiero, dell’invisibile, eludendo ogni artificio della teatralità della metafora e della metamorfosi.

Come il soffio del vento solleva il pulviscolo, la pittura solleva il sapere.
Quindi non più gesto pittorico inteso esclusivamente come abilità tecnica, ma trasmissione del pensiero attraverso un piano estetico. Il pittore, oltre a
saper pensare, deve far pensare.

Ne risulta un’immagine strettamente collegata al pensiero, un’immagine che è il pensiero. La sensibilità all’interno della materia, le cose fisiche, divengono quindi, il tramite dell’invisibile e di conseguenza il pensiero diviene visibile grazie al pittore. Nel pensiero visibile gli oggetti sono denudati dal nostro significato infrasoggettivo e si scopre la magia, intesa come volere, potere, entrare in tutte le forme, in tutte le identità senza dimorare in nessuna, dal termine “mogen”. L’universo si schiude sotto i nostri occhi è l’impossibile, l’inspiegabile, l’assurdo, l’ipotetica visione onirica appare con la più disarmante naturalità nel mistero del surreale. Davanti ad opere come “La Grande famiglia”, allora è logico chiedersi: sono le nuvole a farsi albatro o viceversa?
Magritte in questo come in altri quadri sovrappone gli oggetti o ne sposta le singole parti e penetra all’interno di un corpo, facendoci vedere non ciò che ci aspetteremmo per scienza, ma altri oggetti. Le nuvole bianche su questo cielo azzurro sono simboli, resta però il mistero del sogno, la surrealtà generata da Magritte. Ed ecco quindi che pur nella serenità della luce e dei colori c’è un sottile senso d’inquietudine, se non di angoscia, quell’inquietudine che resta nell’uomo ogni volta che la ragione non basta a dargli la misura esatta di ciò che accade, ogni qual volta l’enigma resta irrisolto.



(“Itinerario nell’arte” di Giorgio Cricco e Francesco Paolo Di Teodoro ed. Zanichelli)























FILOSOFIA







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Il mondo secondo Schopenhauer è una rappresentazione dell’uomo.



La rappresentazione consta di due elementi necessari e inseparabili:

il soggetto (che conosce) e l’oggetto (che è conosciuto).

Schopenhauer ritiene che la nostra mente funzioni inquadrando tutti i fenomeni in tre forme a priori: spazio, tempo e casualità.

La riduzione elle dodici categorie kantiane alla sola categoria di causalità è motivata dal fatto che la realtà di un oggetto si risolve nella sua azione casuale sugli altri oggetti.

Per questo Schopenhauer parla anche di oggetti mediati (corpi differenti dal mio) e di oggetto immediato (il mio corpo):

i primi sono conosciuti solo per mediazione dell’oggetto immediato.

Il nostro intelletto non ci porta però oltre il mondo sensibile, che appare quindi come semplice fenomeno. Schopenhauer intende il fenomeno come una sorta d’illusione, di apparenza che vela la realtà delle cose nella loro autentica essenza. Al di là del fenomeno,vi è la realtà vera ,sulla quale l’uomo non può fare a meno di interrogarsi. Infatti, l’uomo è un “animale metafisico” e dunque è portato naturalmente ad interrogarsi sull’essenza della vita.

Tuttavia, a differenza di Kant, per il quale l'interrogazione metafisica era necessaria, ma anche priva di risposta, secondo Schopenhauer l’essenza profonda della realtà può essere raggiunta e svelata. Infatti, poiché noi siamo dati a noi stessi anche come corpo, non ci limitiamo a vederci dal di fuori, ma ci viviamo anche dal di dentro, godendo e soffrendo e trae la conclusione che la vita è come un sogno cioè:un tessuto di apparenze e una sorta d’incantesimo.

Al di là del sogno esiste appunto la realtà vera dove l’uomo non può fare a meno di interrogarsi sulla base della sua esistenza.

Queste affermazioni sono il punto di partenza per comprendere che noi siamo, non solo coscienza e intelletto ma soprattutto vita e volontà di vivere.

Quando scopriamo di essere volontà, si squarcia il “velo di Maya” che ci nascondeva il vero essere e ci riconosciamo come parte di un’unica Volontà. In altri termini la coscienza di noi stessi come volontà ci porta a riconoscere che anche tutti gli altri fenomeni hanno una sola essenza: la Volontà.

Quindi possiamo dire che inerente al tema essere e apparire Schopenhauer dice fondamentalmente che la vita è si un illusione quindi un apparire diversi da come si è però nell’illusione(apparenza) l’uomo è portato a interrogarsi sulla vera identità del proprio essere e quindi squarciando il velo di Maya porta fuori di sé il proprio essere.


(“Itinerari di Filosofia” di N.Abbagnano,G.Fornero ed. Paravia)

STORIA

Cronologia:

1 settembre 1939: Germania invade la Polonia

10 giugno 1940: Italia entra in guerra a fianco della Germania

14 giugno 1940: i tedeschi occupano Parigi

7 settembre 1940: inizio della “battaglia d’Inghilterra”

7 dicembre 1941: attacco di Pearl Harbor

4-7 giugno 1942: battaglia isole Midway

1942: battaglia di El Alamein

Luglio 1943: sbarco in Sicilia

6 giugno 1944: alleati sbarcano in Normandia.

25 aprile 1945: Italia viene liberata dagli Alleati

Agosto 1945:bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki


L’apparenza della guerra.

Il fungo dopo il bombardamento su Nagasaki a 18 km dal suolo.La Seconda Guerra Mondiale fu probabilmente il più grande conflitto militare della storia dell’uomo. Durò sei anni (dal 1 settembre 1939 al 2 settembre 1945) e vide affrontarsi 21 nazioni divise in due fazioni:l’Alleanza (di cui facevano parte fra le altre USA,URSS,Regno Unito,Francia libera e Canada) e l’Asse (tra cui vi erano Germania,Italia e Giappone). Il conflitto si svolse in gran parte dell’Europa, nel Mar Mediterraneo ma anche in Asia, Africa e negli Oceani Atlantico e Pacifico (Pearl Harbor e Midway).Le più grandi città europee vennero devastate dai bombardamenti (Campagna d’Inghilterra),come accadde anche alle città di Hiroshima e Nagasaki ,teatro degli unici due bombardamenti atomici della storia,che furono completamente rase al suolo. Intere “razze” furono sterminate in Europa a causa della follia nazionalista Hitleriana. La guerra si concluse con una vittoria dell’Alleanza su tutti i fronti. Al termine del conflitto una delle due parti coinvolte contava 12 milioni di perdite (8 milioni di soldati e 4 milioni di civili) mentre l’altra ben 50 milioni (17 milioni di soldati e 33 milioni di civili). Alla luce di quanto detto, se domandassimo anche ad un bambino quale dei due schieramenti ha subito il maggior numero di perdite, la risposta sarebbe che l’Asse(che abbiamo riscontrato subì una pesante sconfitta) incassò il maggior numero di perdite. In realtà, quel che sappiamo dai dati storici che abbiamo, è esattamente il contrario,cioè che fu l’Alleanza a chiudere la guerra con 50 milioni di morti.

Il poeta tedesco Bertolt Brecht scrisse questa poesia prima dello scoppio del conflitto:


La guerra che verrà.


La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.


Come sottolinea Brecht in ogni guerra ci sono Nazioni vincitrici e Nazioni sconfitte. Ad ogni scontro seguono trattati di pace con i quali chi trionfa vorrebbe ottenere enormi vantaggi economici e politici. Proprio per questo, come dice il poeta, da ogni guerra qualcuno sembra uscire come vincitore. Ma se analizziamo la situazione post-conflitto dei paesi vincitori ci accorgiamo che in realtà essi non hanno ottenuto grandi benefici. Questo poiché quanto guadagnato va speso per la ricostruzione di tutto ciò che è stato distrutto, mentre dei vantaggi politici possono usufruire solo i potenti che non sono toccati dalla povertà, dalla distruzione e dalla morte conseguenti a un conflitto che loro stessi hanno provocato. Queste sono le pene che deve sopportare in ogni caso la povera gente, sia che faccia parte di una Nazione vincitrice che di una sconfitta. Questo perché ogni guerra comporta sempre e comunque morte e distruzione (e come abbiamo visto in alcuni casi più per i vincitori che per i perdenti) quindi per il popolo, non vi è molta differenza fra l’essere un vincitore o uno sconfitto, perché in ogni caso piangerà i morti e patirà la fame. Ma se è proprio il popolo l’elemento base che costituisce una nazione e proprio per il popolo il trionfo in guerra non ha importanza, qual è il valore di questa vittoria?

La storia ci insegna che spesso una nazione è pronta a sostenere imponenti sforzi e spese con il solo scopo di apparire trionfante sui popoli avversari e sulle loro idee.


(enciclopedia Wikipedia)









TEDESCO




Max Frisch.


https://www.schule.provinz.bz.it/nikolaus-cusanus/deutsch/home/schulfeier/2002/andorr3.jpg




Der andorranische Jude:


Jetzt analysieren wir das Thema „Sein oder  erscheinen“ im Text von Max Frisch „Der andorranische Jude“. Wir können hier Rassismus und Verurteil finden.

Der Protagonist ist ein junger Mann, der in Andorra wohnt und ein Jude ist.

Ehrlich gesagt, die Andorranen halten ihn für einen Jude und sagen, dass er immer an das Geld denkt, er kein Gemüt hat, weil er zu intelligent ist und dass er kein Vaterland hat, weil er ein Vaterland kaufen kann.

In Wirklichkeit stimmt das nicht, aber er ist von den Worten der Andorranen beeinflusst.

Das Verhältnis zwischen ihm und den Andorranen ist anregend aber nicht gemütlich. Es gelang ihm nicht zu sein und überzeugt er sich wirklich anders zu sein.

Nach seinem grausamen Tod entdeckten die Andorranen, dass ein Findelkind war und auch dass seine Eltern Andorranen wären, folglich war er nicht ein Jude.

Warum die Leute ihn so halten? Diese Gedanken richtig sind?

Oft die Meinung den Leute beeinflusst die Meinung von sich selbst. Zum Beispiel wenn die Leute dir sagen “du bist sehr unangenehm“ oder andere schlechte Sätze, du denkst dass sie richtig sind und folglich beeinflussen sie dich.

Die Meinung der Andorranen beeinflussen den jungen Mann und, wir können sagen dass sie seinen Tod verursachen.

Diese ist der Beweis von den Volksweisheit: „Der Schein trügt“!



TRADUZIONE TEDESCO-ITALIANO



L’ebreo di Andorra:


Ora analizziamo il tema “essere e apparire” nel testo teatrale di Max Frisch “L’ebreo di Andorra”.

In questo racconto possiamo trovare i temi di Razzismo e Pregiudizio.

Il protagonista è un giovane uomo ebreo che vive in Andorra.

Onestamente parlando, gli andorrani ritenevano l’uomo un ebreo solo perché dicevano che pensava sempre ai soldi, non aveva sentimenti, era troppo intelligente e perché non aveva una sua patria, ma la voleva compare. In realtà non era così, ma era influenzato dalle loro parole.

Il rapporto tra il giovane e gli andorrani non era né piacevole né tantomeno tranquillo.

Lui non riusciva ad essere come gli altri volevano che fosse.

Dopo la sua morte atroce gli andorrani scoprono che l’ ”ebreo” era un trovatello e che i veri genitori erano anch’essi degli andorrani come loro,quindi lui non era ebreo.

Ma perché tutti lo ritenevano tale?I pensieri su di lui erano veri?

Spesso l’opinione della gente ci influenza; per esempio quando qualcuno ci dice: ”Sei antipatico” o altre brutte cose di questo tipo noi pensiamo che siano vere e ci facciamo influenzare come è successo al giovane “ebreo” e possiamo dire che questo gli ha causato la morte.

Questa è la dimostrazione del detto popolare: “L’apparenza inganna”.


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