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Confronto tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, spiegando le diversitÀ in termini di feconditÀ e natalitÀ




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Confronto tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, spiegando le diversità in termini di fecondità e natalità



Sommario:      1. La transizione demografica nei Paesi sviluppati; 2. Un panorama per i Paesi in via di sviluppo.

           

1. La transizione demografica nei Paesi sviluppati.

Durante gli ultimi due secoli nasce, si sviluppa e termina il ciclo demografico moderno dell’Occidente: la popolazione europea si moltiplica per quattro; la speranza di vita passa da valori compresi tra i 25 e i 35 anni a 70-80; il numero di figli per donna scende da 5 a meno di 2; natalità e mortalità scendono da valori compresi per lo più tra il 30% e il 40% a valori prossimi al 10%.

Con l’esaurirsi del ciclo di crescita delle popolazioni ricche, le popolazioni povere ne iniziano uno del tutto straordinario e irrepetibile. Le caratteristiche di questo ciclo sono ben descritte dalle cifre della crescita demografica di quelli che oggi si chiamano “Paesi in via di sviluppo”, (Pvs)[1], cioè quella parte del mondo che, secondo i nostri standard di misura, vive in povertà. Così, nel 1990 si trova moltiplicato per quattro il miliardo d’individui stimato verso il 1900, e si troverà quintuplicato nel 2000. In un secolo, un’espansione pari a quella che i paesi ricchi hanno realizzato nei due secoli successivi all’inizio della rivoluzione industriale.

Tra il 1900 e il 1920 si può stimare il tasso dell’aumento demografico della popolazione del mondo povero in qualcosa meno del 6‰ l’anno: tasso che raddoppia tra il 1920 e il 1950 (12‰ circa) aumenta ancora (22‰) negli ultimi quaranta anni, con un’accellerazione massima negli anni ’60 (25‰)[2]. Le ragioni di questo divario tra Ps e Pvs possono essere così interpretate: nel mondo ricco la transizione demografica è avvenuta lentamente sotto l’impulso di una graduale riduzione della mortalità, cui è seguita anche una riduzione della natalità. Nel mondo povero i livelli di mortalità sono rimasti elevatissimi fino ad epoca recente: dal 1950 il patrimonio di conoscenze, lentamente accumulato nel mondo ricco, è stato trasferito massicciamente in quello povero provocando una forte diminuzione della mortalità. La natalità, che dipende in buona parte da fattori culturali che sono gradualmente modificabili, non ha seguito, o ha seguito con minore velocità e ritardo, il declino della mortalità e la distanza tra le due si è fortemente separata[3]. (Vedi Tabella 1).


Tabella 1. Popolazione del mondo dei paesi ricchi

(Europa, Nordamerica, Australia, Nuova Zelanda, Giappone)

e di quelli poveri (1900-2000).

           

Anno

Popolazione (milioni)

ricchi    poveri     mondo

Incremento % annuo*

ricchi     poveri    mondo

Ripartizione %

ricchi     poveri    mondo

1900

563

1.071

1.634

-

-

-

34,5

65,5

100

1910

654

1.203

1.857

0,76

0,58

0,64

35,2

64,8

100

1920

727

1.309

2.036

1,06

0,84

0,92

35,7

64,3

100

1930

794

1.473

2.267

0,88

1,18

1,07

35,0

65,0

100

1940

809

1.711

2.520

0,19

1,50

1,06

32,0

67,9

100

1950

911

2.110

3.021

1,19

2,10

1,81

30,2

69,8

100

1960

1.003

2.695

3.698

0,96

2,46

2,02

27,1

72,9

100

1970

1.080

3.364

4.444

0,74

2,22

1,84

24,3

75,7

100

1980

1.143

4.141

5.285

0,67

2,08

1,73

21,6

78,4

100

2000

1.186

4.972

6.158

0,37

1,83

1,53

19,3

80,7

100

* Rispetto alla data precedente.

Fonte: valutazioni Nazioni Unite [1900-2000]; M. Livi Bacci [1998].

Quest’intenso mutamento ha preso il nome di transizione demografica: denota il passaggio da una situazione di demografia naturale, con alta natalità e mortalità con irrisori o nulli incrementi della popolazione, ad una fase di demografia controllata, caratterizzata da bassi tassi di natalità e mortalità e altrettanto esiguo incremento della popolazione.

Nei Paesi in via di sviluppo questo processo è in corso; in alcuni paesi più arretrati è appena iniziato; in altri, più avanzati, esso volge alla fine.

Secondo la teoria della transizione demografica, la fecondità e la mortalità delle popolazioni sono funzione dei cambiamenti economici e sociali del processo di modernizzazione e dello sviluppo economico[4].

È secondo questo orientamento che la transizione demografica attraversa tre periodi, tramite i quali i singoli paesi sono passati per arrivare ad un regime demografico di tipo moderno[5]:

-      il primo periodo è tipico delle società pre-industriali, ed è caratterizzato da alta natalità e mortalità con stazionarietà della popolazione.

-      Nel secondo periodo, fase di transizione, si ha un aumento della popolazione molto sostenuto poiché c’è un forte eccesso delle nascite rispetto ai decessi. La velocità con cui la diminuzione della natalità segue quella mortalità, spiega la crescita esplosiva della popolazione dei Pvs, dove solo l’introduzione delle tecniche sanitarie ha provocato un abbassamento della mortalità, soprattutto infantile.

-      Nella fase finale, quella in cui oggi si trovano i Ps, si hanno tassi di natalità e mortalità allo stesso livello, con un incremento che è molto contenuto e con una popolazione a “crescita zero”[6].

Si deve inoltre tener presente che l’inizio, la durata, la velocità delle singole fasi, assumono diversità notevoli nei vari paesi. Riguardo alla durata (Vedi Tabella 2), possiamo avere una transizione lunga, se l’intervallo di tempo tra l’inizio e la fine è di 100 anni[7]; transizione media se l’intervallo è almeno di 75-100 anni, come nel caso italiano; transizione corta se l’intervallo dura meno di 75 anni[8].



Tabella 2. Inizio, fine e durata della transizione in alcuni Paesi

 

Paese                             Inizio e fine della transizione       Durata

Svezia                                       1810-1960                           150

Germania                              1876-1965                             90

Italia                                         1876-1965                                    90

Unione Sovietica                      1896-1965                                    70

Francia                                      1785-1970                            185

Cina                                          1930-2000                                    70

Taiwan                                      1920-1990                                    70

Messico                                    1920-2000                                   80

 

Fonte: J-C. Chesnais, La transition démographique, Paris, Puf, [1986].

Nei paesi europei la transizione demografica degli ultimi 200 anni è avvenuta senza nessun gran tasso d’aumento, ma con un mutamento graduale da parte di mortalità e fecondità[9]. Dall’epoca premoderna al 1930 si è avuta alta fecondità e mortalità; dal 1930 al 1980 si è registrato un incremento negativo con una fecondità molto bassa rispetto ai livelli di rimpiazzo[10]. Dopo il 1945 ci fu una ripresa della natalità (baby boom) che interessò soprattutto alcuni paesi industrializzati, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Australia, la Nuova Zelanda, che sperimentarono aumenti consistenti della natalità rispetto al periodo pre-bellico. Gli altri paesi dell’Europa occidentale e orientale e il Giappone registrarono lo stesso evento, ma con una minore entità e durata. La differenza è attribuita al fatto che si trattò, in sostanza, dell’effetto dei matrimoni e delle nascite differite negli anni della guerra in paesi che già negli anni Trenta si trovavano su livelli di fecondità relativamente costanti, dell’ordine di 2-3 figli per donna. Mentre alcuni demografi ritengono l’effetto post-bellico una spiegazione della ripresa delle nascite a partire dal 1945, altri pensano a cause più complesse da ricercarsi nel mutamento del modello di famiglia. Ad un effettivo calo delle famiglie con cinque o più figli, si contrappone un aumento di quelle con tre o due figli. Intorno alla metà degli anni Sessanta al baby boom succede il baby bust: una rapida caduta della natalità inizia a manifestarsi prima nell’Europa del nord, poi in quella centrale fino ad allargarsi anche agli altri paesi. Negli Stati Uniti si fa tangibile nel 1972, in Italia soprattutto dal 1976. La crisi energetica, il problema dell’abitazione, il crescente costo della vita provocano il rinvio dei matrimoni e delle nascite, unendosi agli effetti della liberalizzazione dei contraccettivi, della legalizzazione dell’aborto e di una crescente emancipazione della donna[11].

Quindi, le diverse fasi che la transizione demografica ha percorso sono quelle dell’inizio della discesa di mortalità e fecondità, la fine di tale fase e la sua durata, la distanza minima e massima tra le due variabili.

I regressi della mortalità sono stati analizzati sotto due aspetti: il primo riguarda il contributo che i diminuiti rischi di morte alle varie età hanno dato all’allungamento della speranza di vita (ex)[12]; sono prevalenti gli effetti dei minori rischi nelle età infantili, per le maggiori cure date all’infanzia e gli ostacoli posti alla diffusione delle malattie infettive. Il secondo aspetto è costituito dalla misura dei guadagni di vita conseguenti al declino dei vari gruppi di cause di morte: il risultato, legato al precedente, è che il maggior contributo è venuto dal controllo delle malattie infettive.

La transizione della mortalità, nei paesi sviluppati, è stata relativamente lenta. Nel corso del tempo, i guadagni si sono accumulati con velocità crescente: tra il 1750 e il 1850 Inghilterra, Francia e Svezia hanno conquistato, in media, meno di un mese di speranza di vita per ogni anno di calendario; questi tre paesi, l’Olanda e gli Stati Uniti hanno raggiunto circa due mesi di speranza di vita l’anno tra il 1850-59 e il 1880. Per Inghilterra, Francia, Svezia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Unione Sovietica, Australia, Giappone, Stati Uniti, i guadagni medi per tutti sono stati pari a 3,3 mesi (1880-1900); 4,6 (1900-30); 5,8 (1930-50); 2,3 (1950-94)[13]. (Vedi tabella 3).

I regressi della mortalità sono andati di pari passo con il progresso economico e sociale dell’ultimo secolo e mezzo; spetta poi alla storia demografica capire quali fattori specifici, quando e dove, siano stati predominanti nel suo regresso.

Tabella 3. Speranza di vita in alcuni paesi occidentali (1750-1994)

1750-59

1800-09

1850-59

1880

1900

1930

1950

1994

Inghilterra                36,9        37,3       40       43,3     48,2    60,8     69,2     76,8

Francia                     27,9        33,9     39,8      42,1     47,4    56,7     66,5     77,8

Svezia                                  37,3        36,5     43,3      48,5      54      63,3     71,3             78,7

Germania                   -             -            -          37,9     44,4    61,3     66,6     76,2

Italia                           -             -            -          35,4     42,8    54,9     65,5     77,9

Paesi Bassi                 -           32,2      36,8      41,7     49,9    64,6     71,8     77,4

Unione Sovietica         -           -            -          27,7     32,4    42,9     64        64,5

Stati Uniti                  -             -          41,7      47,2     50,8    61,7     69,4     75,5

Australia                    -             -            -           49        55      65,3     69,6     77,9

Giappone                   -             -            -          35,1     37,7    45,9     59,1     79,4

Fonte: statistiche nazionali per le date più recenti. L. I. Dublin, A. J. Lotka, M. Spiegelman, Legth of Life, New York, Ronald Press, 1949, pagg. 61 e 346-351. Per gli Stati Uniti, A. J. Coale, M. Zelnick, New Estimates of Ferility and Population in the United States, Princeton, Princeton University Press, 1963, pagg. 8-9 e 56-57. Per il Giappone, Z. Nanjo, K. Kobayashi, Cohort Life Tables, NUPRI, Research Paper n. 20, Tokyo, 1985.

Forse fattori culturali e sociali (il modo di allevare i bambini, l’igiene personale, la migliore organizzazione dei mercati) nella prima fase della transizione; fattori più economici nella seconda (miglioramenti nella vita materiale, migliori infrastrutture); fattori medici e scientifici nell’ultima fase[14].

Perfino la diminuzione della fecondità è stata graduale, e a questo proposito appare indicativo spiegare quali sono i fattori che la influenzano.

La capacità di crescita di una popolazione[15] può esprimersi in funzione di due misure: il numero di nascite, o di figli, per donna e la speranza di vita alla nascita. La prima esprime il numero medio di figli messo al mondo da una generazione di donne nel corso della vita riproduttiva e nell’ipotesi, certo astratta, d’assenza di mortalità[16]; fattori biologici, sociali e culturali determinano il livello di quest’indicatore.

La speranza di vita alla nascita (e0), che esprime la durata media di una generazione di nati (o numero medio d’anni vissuti), è funzione della forza di mortalità alle varie età, effetto, a sua volta, della struttura per età della popolazione.

Il numero medio di figli per donna dipende, come già detto, da fattori biologici e sociali che influenzano:

     I.            la frequenza delle nascite durante il periodo fecondo della donna,

   II.            la quota parte del periodo riproduttivo –tra la pubertà e la menopausa– effettivamente utilizzato per la riproduzione[17].

            I.     Frequenza delle nascite. Questa è funzione inversa degli intervalli tra parti. In regime di fecondità naturale la distanza tra parti è divisa in quattro variabili:

a)          un periodo d’infecondabilità dopo ogni parto, poiché l’ovulazione è sospesa; questo periodo anovulatorio cresce al crescere della durata dell’allattamento che varia fortemente secondo le varie culture, cosicché i limiti minimi e massimi per una popolazione possono indicarsi in 3 e 24 mesi.

b)          Il tempo medio d’attesa, costituito dal numero di mesi che, mediamente, occorrono perché ripresa la normale ovulazione, si torni a concepire. Si possono assumere, come limiti minimi e massimi, 5 e 10 mesi.

c)           La durata della gravidanza pari a circa nove mesi.

d)          La mortalità intrauterina. Su quasi cinque gravidanze normalmente avvertite e riconosciute, circa una non arriva a termine per aborto spontaneo. Poiché solo un concepimento su cinque aggiunge questo nuovo elemento all’intervallo tra le nascite, il contributo medio all’intervallo tra parti successivi può valutarsi in 1-2 mesi.

Sommando i valori minimi e massimi degli elementi a, b, c, d, si ottiene che l’intervallo medio tra parti possa situarsi tra i 18 e i 45 mesi: tutto questo è vero in regime di fecondità naturale, non controllata[18].

          II.     Periodo fertile utilizzato per la riproduzione. Fattori prevalentemente culturali determinano l’accesso alla riproduzione, o l’età d’inizio di una stabile unione a fini riproduttivi (matrimonio), mentre fattori soprattutto biologici ne determinano la fine.

a)          L’età al matrimonio varia tra limiti minimi prossimi alla pubertà (poniamo i 15 anni) e massimi che, in popolazioni europee, hanno superato i 25 anni.

b)          Termine del periodo fertile. Questo può essere indicato attorno ai 50 anni, ma nella media di una popolazione, esso è molto più basso e ne può essere un buon indicatore l’età media alla nascita dell’ultimo figlio in popolazioni che non praticano il controllo delle nascite. Questa è assai stabile con limiti minimi e massimi di 38 e 41 anni.

I fattori biologici e sociali possono influenzare la natalità, ma il decisivo contributo al suo declino viene ad essere dato dalla diffusione del controllo volontario delle nascite, uno strumento sicuramente più efficace della durata dell’allattamento[19] o del ritardo del matrimonio[20].

Il controllo delle nascite appare in Francia verso la fine del Settecento e si diffonde poi rapidamente in tutta Europa, durante la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento; inizia ad abbassare la fecondità con un declino, che sembra irreversibile, pari ad un 10%, senza successive riprese.

Visto che le tendenze della fecondità lasciano prevedere un futuro calo della popolazione europea e un suo progressivo invecchiamento[21] molti demografi si sono chiesti al riguardo:

-      quanto intenso e veloce debba o possa essere il calo della popolazione;

-      quanto intenso e veloce possa essere l’invecchiamento che è strettamente legato alle tendenze della popolazione;

-      se sia opportuno intervenire sulla fecondità per incoraggiare tendenze auspicate o contrastare tendenze ritenute non positive per la popolazione complessiva.

Le previsioni delle Nazioni Unite per la popolazione della Comunità europea, dal 1990 al 2025, evidenziano marcate differenze nell’ammontare e nella struttura per età secondo l’ipotesi di fecondità considerata. Con una popolazione pari a 325 milioni, nel 1990, si perderebbero diciannove milioni d’abitanti nel caso di un ulteriore leggero declino della fecondità, o un aumento di venti milioni in presenza di una sostenuta ripresa della fecondità. Nella prima ipotesi la popolazione diminuirebbe in media di circa cinquecentomila unità l’anno, nella seconda s’incrementerebbe di seicentomila unità; intermedia è la terza ipotesi. (Vedi tabella 4).

Molto più differenti sono i possibili andamenti considerati per classi d’età: l’ammontare dei giovani d’età inferiore ai 20 anni, in questo periodo pari a 83 milioni, resterebbe inalterato nell’ipotesi di una sostenuta ripresa della fecondità, mentre diminuirebbe di ventotto milioni nell’ipotesi d’ulteriore lieve riduzione della fecondità (da 1,58 a 1,45 figli per donna).

Pertanto una leggera ripresa della fecondità, che porterebbe all’ipotesi “M” e che consentirebbe di limitare la perdita a tredici milioni di giovani, sembrerebbe auspicabile almeno per ridurre squilibri profondi e rapidi nella struttura per età.

Qualunque sia l’evoluzione della fecondità, la popolazione in età lavorativa (20-59 anni) vedrebbe la sua consistenza ridursi sensibilmente, con una riduzione media annua che oscillerebbe fra le 569.000 (ipotesi B) e le 254.000 unità (ipotesi A). Al contrario, gli ultrasessantenni aumenterebbero di circa 829.000 unità l’anno, passando dagli attuali 64 milioni ai 93 del 2025, con una percentuale sul totale della popolazione intorno al 27-30%.

Tabella 4. Scenari dell’ONU per la popolazione della Comunità Europea* dal 1990 a distanza di trentacinque anni.

Fonte: ONU, [1989].

* Non è inclusa la Repubblica Democratica Tedesca.

Legenda: B corrisponde ad un leggero declino della fecondità da 1,58 a circa 1,45 figli per donna; M corrisponde ad una leggera ripresa della fecondità da 1,58 a circa 1,80; A corrisponde ad una sostenuta ripresa della fecondità da 1,58 a circa 2,15.

La fecondità è il primo dei fattori cui si può pensare per variare un percorso demografico che potrebbe essere giudicato non auspicabile, ma, per far salire la fecondità intorno a 1,7-1,8 figli per donna, occorre che un quarto delle donne abbia un terzo figlio. Un obiettivo come questo appare straordinariamente difficile da raggiungere perché i figli, oltre ai costi materiali, hanno anche quelli invisibili, nel senso che limitano la mobilità professionale, territoriale, matrimoniale e sociale della coppia in quanto tale e dei due componenti la coppia[22]. A questa mobilità è attribuita, soprattutto da parte della donna, una grand’utilità e quindi un gran valore; la loro limitazione, che consegue ad un figlio o ad un figlio in più, richiederebbe una contropartita intima o collettiva che la donna e la coppia non riescono a trovare nella società attuale, specie se hanno già uno o due figli.

Per fronteggiare le limitazioni di queste mobilità, occorrerebbe che sul mercato fossero presenti e disponibili alcune risposte adeguate:

-      in primo luogo, nel mercato del lavoro non si trovano condizioni e norme che consentono di avere da giovani un lavoro giusto al momento giusto, il che tende a scoraggiare o a ritardare il matrimonio[23]. Non si trovano nemmeno condizioni e norme che consentono alle donne che tengono al lavoro e alla carriera di non essere penalizzate dalla procreazione di un figlio, nella possibilità di svolgere lavori a tempo parziale o di poter uscire e rientrare con facilità dal mercato del lavoro[24].

-      In secondo luogo, la mancata crescita nella disponibilità d’abitazioni adeguate e moderne rispetto alla crescita del numero di famiglie, perché non si trovano abitazioni in affitto o perché le giovani coppie sono costrette a comprare casa e a contrarre onerosi mutui che, di fatto, si traducono in una diminuzione della disponibilità finanziaria necessaria ad affrontare il costo diretto dell’allevamento dei figli.

-      In terzo luogo, il mancato adeguamento degli orari e dei tempi, durante la giornata, degli asili e delle scuole agli orari e ai tempi del lavoro crea ai genitori, o agli aspiranti tali, problemi spesso insormontabili nella “gestione” dei figli.

Si propone ancora una volta la questione se le famiglie abbiano pochi figli perché così vogliono o perché vi siano costrette.

Abbiamo già detto che, nell’ipotesi di costanza della fecondità e della mortalità ai livelli attuali, salvo massicce migrazioni[25], la popolazione europea entrerà prima o poi in una fase di decremento demografico, accompagnato da un intenso processo d’invecchiamento, ma possiamo affermare che un governo può, in ogni modo, reagire ad un processo d’intensa e duratura diminuzione della fecondità almeno con tre differenti modi[26]:

1)      mettendo in atto misure per limitare l’accesso ad un effettivo controllo della fecondità: soluzione di dubbia efficacia, considerando la notevole capacità ormai acquisita dalle popolazioni europee nel controllo della propria fecondità.

2)      Attuando misure per aumentare la fecondità con incentivi finanziari e fiscali[27]. Spagna, Grecia, Italia[28], Portogallo, Canada, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Danimarca, Svezia, Irlanda, offrono prestazioni finanziarie, con incentivi piuttosto bassi, indipendentemente dall’ordine di nascita dei figli. Questa politica si basa sulla logica di un diritto del bambino e riflette un’assenza d’obiettivi demografici da parte dei governi. Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Francia, Svizzera, mirano i loro aiuti su certi ordini di nascite (secondogeniti o terzogeniti), con incentivi alti perché la preoccupazione demografica è molto sentita.

Belgio, Germania, Lussemburgo, attribuiscono risorse finanziarie alle famiglie che hanno a carico tre figli; in Finlandia, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, la nascita dei figli secondo l’ordine è più regolare; Australia, Giappone e URSS, offrono un programma più povero[29].

3) Decidendo di adattarsi alle conseguenze demografiche (invecchiamento…) del declino della fecondità.

«L’ampliamento del fenomeno e la sua durata mettono in evidenza che siamo in presenza di un fatto di cui ignoriamo ancora gran parte dei meccanismi che lo producono. I demografi sanno ben calcolare le implicazioni delle tendenze attuali, ma non sono esercitati a rendere trasparente il senso della realtà. Davanti a questo futuro incerto, è utile quindi interrogarsi: dobbiamo ammettere che il corso degli eventi è inevitabile, o siamo capaci di un’azione ponderata idonea a modificare il futuro demografico? Disponiamo di una lunga esperienza di politiche per la popolazione, ma tutte riguardano essenzialmente i paesi del Terzo Mondo: il loro contenuto è elaborato in un’ottica anti-natalista, mentre per i paesi industrializzati il caso è ben differente. Si tratta di sapere in che modo la fecondità possa essere stimolata e quale sarà l’efficacia di tale politica. Il soggetto è nuovo, le osservazioni empiriche abbastanza rare, le riflessioni teoriche quasi inesistenti. Ci troviamo in un terreno sconosciuto dove l’esplorazione non ci può che precisare i limiti delle nostre incertezze»[30].

In Europa, tranne una o due eccezioni, non esistono politiche demografiche con qualche grado di “coerenza”, perché nella maggior parte dei casi si hanno dei sistemi che non si pongono precisi obiettivi demografici ma che contengono numerosi casi di norme, misure e provvedimenti che influenzano questo o quell’aspetto demografico, senza nessuna precisa regolarità. Non si tratta quindi di un’esplicita politica demografica, perché questi sistemi tutto al più applicano politiche settoriali, cioè, o una politica migratoria[31], o una sulla pianificazione delle nascite.




Tutto ciò, non esclude tuttavia l’esigenza di continuare ad osservare con attenzione e continuità i fenomeni demografici in atto e di continuare a tentare di valutare le cause e le conseguenze. Da qui, la necessità di attirare con continuità anche l’attenzione dell’opinione pubblica e della classe politica, perché la trasformazione demografica corre lentamente e silenziosamente, senza i ritmi e i rumori dei mutamenti politici e di quelli economici. È una trasformazione che sembra trascurabile e lascia credere che si sia, in ogni caso, in grado di tenere sotto controllo i suoi movimenti, che si abbia sempre un margine di tempo sufficiente perché si possa provvedere in prossimità delle grandi scadenze. Invece non è sempre così, soprattutto perché, costretti a tener d’occhio e a tener conto dei tempi della politica e dell’economia, si rischia davvero di non tener abbastanza in conto quei mutamenti delle popolazioni che segnano le grandi svolte storiche[32].


2.         Un panorama per i paesi in via di sviluppo.

Il cammino della transizione demografica nei Pvs presenta, invece, differenze molto marcate rispetto a quelle che abbiamo analizzato per i Ps. Questo processo e i suoi caratteri distintivi, sono descritti come caratterizzati dal declino massiccio della mortalità e dalla costanza d’alti livelli di natalità, con conseguenti ritmi d’incremento molto sostenuti e strutture per età molto giovani. Solo in un secondo tempo subentrano i fattori del declino della fecondità, con una fase che può essere più o meno lunga. Se parte della dinamica futura è scritta dalle generazioni che sono già in vita e, se il futuro rapporto dimensionale fra le generazioni dipende anche dall’attuale struttura per età, non è da trascurare il peso che le modificazioni del movimento naturale (nascite e decessi) hanno sulla redistribuzione dell’umanità.

Visto che la mortalità incide solo in misura lieve su queste dinamiche, è sulla modifica della natalità e sul ritmo di diffusione delle norme di fecondità contemporanea che si deve lavorare[33].

La caratteristica più evidente della transizione demografica negli ultimi 30 anni è data dai divergenti percorsi che le diverse regioni hanno seguito. All’inizio degli anni ’50, il livello di fecondità nelle principali regioni in via di sviluppo del mondo era rappresentato da un TFT pari a 6-7 figli per donna con una popolazione che oggi ammonta ad oltre quattro miliardi. È una crescita avvenuta con un ritmo eccezionale, che non può essere paragonata in nessun modo a quella dell’Europa. In ogni modo, possiamo affermare che le cause di quest’incremento così intenso stanno nella veloce diminuzione della mortalità e nella persistenza di un comportamento riproduttivo tradizionale. All’evoluzione positiva della sopravvivenza non ha fatto seguito una modificazione degli atteggiamenti verso la proliferazione.

Le norme che regolano la fecondità nelle società tradizionali, sono lente a cambiare e la percezione dei vantaggi di una famiglia di dimensioni più contenute dipende, oltre che dal contesto socio-economico, anche dai fattori culturali, legati ai rapporti fra le generazioni e alla condizione della donna[34].

La diffusione dell’istruzione[35], le opportunità di lavoro alternative alla produzione familiare, hanno rappresentato le cause più rilevanti del distacco da parte dei giovani dalle famiglie di origine e dai valori tradizionali in materia di riproduttività, ma questo processo si sta realizzando lentamente e non in tutti i paesi. Dove il “messaggio occidentale” è sentito, il numero medio di figli per donna è molto diminuito.

In effetti, durante gli ultimi decenni, la fecondità del mondo povero non è rimasta immobile e i segni di una crescente diffusione del controllo volontario si sono moltiplicati cosicché, oggi, convivono aree nelle quali prevalgono ancora tradizionali modelli procreativi e altre dove questi sono ormai simili a quelli del mondo più sviluppato.

In ogni modo, il divario tra popolazioni più sviluppate e quelle meno sviluppate rimane ancora enorme; osservando la tab. 4, per il periodo 1990-’95, possiamo vedere che la speranza di vita delle prime è di 74 anni e quella delle seconde di 63; il numero medio di figli per donna nelle prime è di 1,7, nelle altre di 3,5, con un tasso di natalità maggiore rispetto alle prime. Dalla stessa tabella si deducono anche le forti disparità di situazioni all’interno del mondo povero con una popolazione africana, per esempio, che ha appena abbozzato la sua transizione ed una cinese che la ha quasi conclusa: il numero di figli per donna e la speranza di vita erano quasi uguali nel 1950-’55, ma i rispettivi valori, quaranta anni dopo, sono di 5,8 e 2 figli e di 53 e 69 anni di speranza di vita.

Il numero medio di figli per donna è diminuito di oltre due unità, da 6,2 a 3,9, ma una buona metà di questa visibile diminuzione è attribuibile allo straordinario caso della Cina che, tra l’inizio del 1950 e il 1990, ha ridotto di 1/3 (da 6,11 a 1,95) la sua fecondità con la “politica del figlio unico”[36].

In altre aree la situazione è ancora molto differenziata: niente, o quasi è avvenuto in Africa, dove la fecondità è rimasta vicina a sei figli per donna e il controllo volontario delle nascite è assai poco praticato; un cambiamento considerevole si è prodotto in India con un calo da 5,97 a 3,75[37]; in Asia meridionale, con una riduzione da 6,08 a 4,12; più intensa la diminuzione in Asia sudorientale (da 6,03 a 3,29). (Vedi tabella 5)


Questa riduzione della fecondità è stata riscontrata anche dalle analisi del Demographic and Healt Survey (DHS)[38], avviate nel 1986. Alcuni esempi sono assai clamorosi: in Bangladesh le indagini svolte hanno colto un declino del TFT da 4,3 a 3,4 figli per donna tra il 1989-91 e 1993-95; in Kenya da 6,7 nel 1981-83 a 5,4 nel 1990-92; in Brasile da 3,4 nel 1983-85 a 2,5 nel 1993-95[39].

Si è già visto che il livello “iniziale” della fecondità dei paesi poveri, si situava a livelli assai più elevati di quelli propri del mondo occidentale prima dell’inizio del declino delle nascite a causa, soprattutto, di una nuzialità più elevata. Le indagini svolte descrivono una situazione del tutto diversa per i Pvs perché qui l’unione coniugale riveste le caratteristiche di universalità e precocità, tanto che spesso l’età al matrimonio è molto vicina alla pubertà[40]. Con l’indagine del WFS degli anni ’70, si è potuto osservare che erano stati compiuti dei passi verso la direzione di un rialzo dell’età al matrimonio: un’età media al primo matrimonio di 19,8 anni in 12 paesi africani, di 21 in 13 paesi dell’Asia e del Pacifico; di 21,5 in America Latina. Questi livelli, di per sé sensibilmente inferiori alla media europea-occidentale, vicina ai 24 anni, erano già cresciuti di 1-1,5 anni rispetto ai livelli prevalenti una quindicina d’anni prima[41].

Valutazioni riferite all’inizio degli anni ’80 indicano ancora in crescita i valori dell’età media al matrimonio (ma non in Africa, con 19,5 anni) stimati in 21,4 in Asia e 22,1 in America Latina[42].

Un aumento dell’età al matrimonio da 18 a 23 anni, per esempio, in assenza di controllo volontario, può determinare una riduzione del numero medio di figli per donna dell’ordine di 1,5-2 unità: troppo poco perché riporti la fecondità a livelli compatibili con moderati tassi di crescita della popolazione[43]. Il freno decisivo alla fecondità è, dunque, quello posto in azione dal controllo volontario delle nascite. Una prevalenza della contraccezione attorno al 70% e oltre implica bassi livelli di fecondità come avviene nei paesi ricchi[44]. L’indagine del WFS per i Pvs aveva segnalato alla fine degli anni ’70 una prevalenza della contraccezione tra le donne coniugate in età riproduttiva pari al 10% in Africa, al 23% in Asia, al 40% in America Latina. Circa 3 donne su 4, tra quelle che praticavano il controllo, utilizzavano metodo cosiddetti “moderni”[45].

In linea generale un ritmo di crescita demografica più contenuto rende meno difficoltoso lo sviluppo sociale. Laddove esistono condizioni economiche e sociali d’estrema arretratezza e livelli di mortalità materno-infantile molto elevati, è auspicabile una diminuzione della fecondità. Forse ci può essere sviluppo sociale ed economico anche in presenza di un massiccio incremento demografico, ma il cammino diventa più difficile, a causa di pressioni massicce nella scuola e nel mondo del lavoro. La povertà, causa ed effetto ad un tempo di uno squilibrato incremento demografico, tende ad aggravarsi sempre più spingendo la popolazione ad emigrare verso le città[46] o verso altri paesi.

Oggi i legami tra urbanizzazione e sviluppo sono diventati sempre più complessi: la città offre sì delle opportunità, ma l’esodo rurale avviene spesso anche se il mercato del lavoro urbano non è in grado di assorbirlo; ed ecco allora che si sviluppa il settore informale con la cosiddetta “pratica dei lavoretti” (il barbiere di strada, il venditore di spillette, l’uomo che ripara le biciclette, lava le macchine…). In certi casi l’appartenenza a questo settore è solo una tappa transitoria prima di una sistemazione in proprio del lavoratore; talvolta è la ricerca di un reddito complementare; spesso è solo un mezzo di sopravvivenza in un contesto di grave crisi.

Le conseguenze dell’urbanizzazione sono spesso ambivalenti dal punto di vista dello sviluppo: le condizioni di vita della maggior parte della popolazione delle città sono spesso precarie, ma l’esodo dalle campagne rimane ancora la via privilegiata d’accesso alla modernità e al cambiamento sociale[47].

L’uscita graduale dall’arretratezza economica, l’alfabetizzazione, il diffondersi di modi di vita urbani, favoriscono il passaggio dall’alta alla bassa fecondità; sarà a seconda della maggiore o minore velocità con cui si produrranno queste trasformazioni che i ritmi futuri del declino della fecondità verranno ad essere determinati.

Se la mancanza delle trasformazioni dei valori culturali tradizionali, in alcune realtà, rappresenta una delle cause “ritardanti” il declino della fecondità, un elemento che comunque ha inciso positivamente sul processo di transizione demografica, è rappresentato dalle politiche demografiche governative, orientate verso un rallentamento della velocità di crescita della popolazione e al miglioramento della condizione femminile. La pianificazione familiare può essere anche intesa come un investimento sulle donne per renderle più libere rispetto ai ruoli tradizionali legati alla riproduzione, di darle la forza e la capacità di attuare scelte in base ai propri desideri materni.

I comportamenti riproduttivi sono quindi il risultato dell’azione congiunta di fattori culturali e d’intervento sociale, ma gli sforzi tesi ad indurre mutamenti in questo momento della vita individuale, incontra spesso forti resistenze alla loro diffusione ed efficacia.

Dagli anni ’50 la pianificazione familiare ha iniziato il suo cammino benché osteggiata in vasta parte del mondo povero. Là dove prevalevano sistemi politici e ideologici di tipo socialista si sosteneva che lo sviluppo economico avrebbe comportato un adeguamento della crescita demografica; dove erano forti ideologie nazionaliste si vedeva nelle politiche favorevoli al controllo delle nascite un atteggiamento al rafforzamento dell’entità nazionale; paesi dominati da integralismi religiosi erano contrari per motivi religiosi.

Ma le politiche demografiche di un paese non sono solo funzione delle situazioni demografiche, ma anche la conseguenza delle specifiche condizioni sociali, politiche, economiche del paese.

È alla Conferenza sulla popolazione di Bucarest che fu lanciata una formula divenuta celebre: «Lo sviluppo è il miglior mezzo contraccettivo», per testimoniare la reticenza degli esperti dello sviluppo a separare i mutamenti demografici da quelli economici o sociali. Si affermò energicamente che non era l’eccessiva crescita demografica a frenare lo sviluppo, ma che, viceversa, la persistenza di condizioni di povertà e di dipendenza economica e politica era il principale fattore che causava lo sproporzionato aumento della popolazione.

Nella Conferenza di Città del Messico, convocata dalle Nazioni Unite nel 1984, tutti i paesi concordarono sul fatto che la crescita demografica andasse subito frenata con politiche adeguate, non necessariamente subordinate ad altre politiche di sviluppo, vista l’influenza negativa che aveva il ritmo d’accrescimento demografico sullo sviluppo socioeconomico.

Nel 1994, alla Conferenza del Cairo, questo punto fu nuovamente affermato e unanimemente approvato, superando definitivamente la contrapposizione fra chi voleva il controllo della crescita demografica come precondizione per favorire lo sviluppo e chi voleva l’esatto contrario. Il Programma d’azione, adottato al Cairo col consenso generale, che dovrà guidare le politiche di popolazione dei singoli governi e quelli internazionali, delinea una nuova strategia che pone l’accento sull’incontro dei bisogni individuali delle donne e degli uomini, piuttosto che sul raggiungimento d’obiettivi demografici. Grande evidenza è data al ruolo che ha il miglioramento della condizione politica, sociale ed economica della donna e al nuovo concetto di salute nel campo della riproduzione, che include non solo il diritto alla pianificazione familiare, ma anche il diritto ad avere una vita sessuale soddisfacente e sicura[48].

Da alcune ricerche si è potuto notare che nel 1993 solo il 16% dei Pvs non sosteneva direttamente il controllo delle nascite[49]; tra questi ci sono la Libia, Mauritania, Ciad, Guinea, che considerano soddisfacente il proprio livello di fecondità. L’atteggiamento della maggior parte dei paesi asiatici sud-orientali, come Bangladesh, Cina, India, Indonesia, Pakistan, Filippine, è rimasto invece relativamente stabile negli ultimi due decenni, visto che più della metà dei governi continua a considerare i propri livelli di fecondità troppo elevati realizzando politiche che tendono al declino.

La Giordania, ad esempio, fino a poco tempo fa non promuoveva il controllo delle nascite, anche se metteva in atto una serie di politiche tese alla promozione sociale della donna e all’avanzamento dell’istruzione, rendendo questo paese fra i più avanzati del mondo arabo. L’atteggiamento, oggi, è cambiato ed anche il governo giordano si sta orientando verso interventi tendenti alla riduzione del livello di fecondità.

Anche alcuni paesi dell’America centrale e meridionale, Perù, Messico, Guatemala, Nicaragua hanno adottato politiche per diminuire i livelli di fecondità, così come i paesi dell’America Latina.

Pertanto, nella maggior parte del mondo in via di sviluppo, l’oggetto del dibattito sulla politica demografica non è più se debbano essere o no istituiti e promossi programmi di pianificazione familiare, ma come questi programmi possano essere messi in atto.

In conseguenza di ciò, per i governi che si pongono l’obiettivo di ridurre il tasso di natalità, si presentano in linea di principio diverse strategie d’azione. È possibile intervenire con programmi di pianificazione familiare per aumentare l’offerta di mezzi di controllo della fecondità, si potrà puntare sullo “sviluppo”, in particolare si potrà tentare di migliorare l’istruzione, ridurre la mortalità infantile[50], favorire l’emancipazione femminile, nella presunzione di ottenere come risultato un aumento della domanda di mezzi contraccettivi o, in ogni caso, della motivazione per il controllo della fecondità[51]. Almeno nel medio-lungo periodo, lo sviluppo sociale ed economico favorisce la diminuzione della fecondità creando le condizioni affinché le coppie desiderino un numero minore di figli e stimolando quindi la domanda di mezzi di pianificazione familiare.

In gran parte dei paesi del Terzo Mondo lo sviluppo richiede però dei tempi assai lunghi, quindi, i programmi di pianificazione familiare, soprattutto tra le popolazioni rurali più povere, hanno spesso una limitata capacità di incidere sulle abitudini sessuali e sui comportamenti procreativi delle coppie.

Per questo la fecondità rimane ancora elevata, perché i figli costituiscono un guadagno netto per i genitori con il loro lavoro, sono una garanzia economica, materiale e affettiva nelle età più anziane, sono un “veicolo” d’affermazione della famiglia, sono uno strumento d’integrazione tra generazioni successive, sono una manifestazione d’adesione a radicati principi religiosi. Da non trascurare poi che l’alta fecondità è dovuta anche all’ignoranza dei metodi di controllo delle nascite, all’indisponibilità di contraccettivi o all’inadeguatezza delle strutture medico-sanitarie.

Se queste sono le condizioni che mantengono alta la fecondità, la sua diminuzione deve necessariamente passare per la loro modificazione[52].

In quest’ottica c’è un sentimento diffuso: che l’attuale crescita demografica è come un veicolo che viaggia rapidamente per una strada pericolosa al termine della quale c’è un precipizio. Ci sono due squadre che lavorano alla soluzione del problema. Una cerca di migliorare la strada, facendole evitare il precipizio, o costruendo un ponte su di essa. L’altra squadra, invece, lavora sul veicolo, ma non c’è accordo. Alcuni ne vogliono ridurre potenza e velocità perché possa trascorrere più tempo prima di arrivare al precipizio. Altri vogliono migliorarne il volante, i freni, le sospensioni, cosicché il pilota possa guidare con maggior sicurezza, adattandosi alle caratteristiche della strada, accelerando, rallentando o fermandosi se necessario. È questo il veicolo che si preferisce, agile nel manovrare e nello scegliere l’itinerario più adatto, con un pilota cauto e capace di leggere i segnali di pericolo.



[1]    Il termine usato per designarli è anche quello di “paesi poveri”, o Terzo Mondo, contrapponendoli così ai “paesi ricchi”, usualmente chiamati “paesi sviluppati” (Ps). Tra questi troviamo i paesi europei, il Nord-America, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone, il Canada.

L’espressione “Terzo mondo” fu utilizzata per la prima volta nel 1952 da Alfred Sauvy, in un articolo intitolato Trois mondes, une planate, pubblicato sull’“Observateur”.

Cfr., EUROSTAT, Statistiques en bref, Population et conditions sociales, 1997, pag. 4.

[2]    Cfr., Onu, Department of Economic and Social Information and Policy Analysis, World Population 1994, Chart, ser. A/14, 1994a.

[3]    Vedi: Livi Bacci M., Storia minima della popolazione del mondo, Torino, Loescher, 1989

[4]    Le teorie della trasformazione demografica dell’Ottocento e del primo Novecento hanno seguito un processo evolutivo, basato su degli approcci che seguono due filoni interpretativi: quello della modifica dei fattori socio economici e quello del cambiamento delle norme e dei valori culturali. Con il primo metodo lo schema esplicativo si realizza in una teoria strutturale-funzionalista in cui il passaggio ad un regime demografico moderno avviene con l’industrializzazione che trasforma le strutture economiche e sociali. Importante conseguenza è la modifica delle strutture familiari che a loro volta portano ad un declino della fecondità.

Il secondo orientamento esplicativo mette in risalto l’influenza del culturalismo e della modernizzazione della mentalità, cosicché la transizione demografica s’iscrive nel passaggio da una società tradizionale ad una società moderna. Il motore della transizione consiste nel modificare i valori che, assieme al declino della fecondità, devono precedere lo sviluppo economico. Il legame di causa-effetto è invertito rispetto al primo approccio. Il mutamento dei valori produce un desiderio di dimensioni familiari più contenute seguito poi da un declino di fecondità, che induce lo sviluppo economico. Nel caso in cui questa teoria fosse indicata per il Terzo Mondo, a differenza di quella strutturale-funzionalista, stimolerebbe le politiche interventiste nell’ambito della pianificazione familiare.

Cfr., Salvini S., Modelli evolutivi della fecondità occidentale. Approcci interpretativi e strumenti di analisi, in Continuità e discontinuità nei processi demografici, in Atti del Convegno della Sis, Università degli Studi della Calabria, 20-21 aprile, 1995, pagg. 249-261.

[5]    Una prospettiva importante, per il passaggio da un regime demografico tradizionale ad uno moderno, è data proprio dal luogo in cui si svolgono i processi decisionali; da un sistema di controllo realizzato con le istituzioni sociali ad uno in cui predomina la libera scelta delle coppie. Per andare oltre le controversie fra le interpretazioni culturali e strutturali, si riscontra che:

-      non si ha un’unica transizione demografica provocata da forze comuni a ciascun contesto ed epoca, né una teoria generale che sia in grado di spiegarla;

-      le transizioni demografiche si immettono nei mutamenti sociostrutturali più totali, e dunque è l’insieme del sistema sociale che deve essere esaminato e non solo qualche indicatore;

-      l’interpretazione dei comportamenti microdemografici passa per i fattori macroambientali (di contesto);

-      la fecondità è una strategia familiare di sicurezza-mobilità stabilita in funzione delle condizioni materiali di esistenza che limitano i vincoli e le alternative eventuali;

-      la strategia riproduttiva familiare è vincolata alla posizione della donna nella società, alla divisione sessuale del lavoro e alla natura patriarcale dei rapporti uomo-donna;

-      i cambiamenti delle strategie riproduttive sono mutabili a seconda delle classi sociali;

-      le trasformazioni familiari si inseriscono nei cambiamenti a livello di sistema mondiale;

-      lo stato può condizionare le tendenze dei comportamenti demografici, modificando le condizioni dell’accesso alle risorse.

Cfr., Salvini S., Contraccezione e pianificazione familiare, Bologna, Il Mulino, 1997, pagg. 44-45.

[6]    Cfr., Coale A. J., The Demographic Transition Reconsidered, International Population Conference 1973, Liège, Belgium, IUSSP, 1973, pagg. 65-72.

[7]    È in Francia che la transizione, iniziata alla fine del secolo XVIII, dura più di un secolo e mezzo con una natalità e mortalità che scendono con ritmo uniforme.

Cfr., Livi Bacci M., Storia minima della popolazione del mondo, Bologna, Il Mulino, 1998, pag. 139.

[8]    Cfr., Chesnais J.-C., La transition démographique, Paris, Puf, 1986, pagg. 294 e 301.

[9]    I teorici della transizione demografica attribuiscono un ruolo fondamentale alle trasformazioni di tipo socio-economico che hanno accompagnato, nel secolo scorso, il processo della rivoluzione economica, caratterizzato da urbanizzazione, industrializzazione e diffusione dell’istruzione. Questi mutamenti hanno portato ad una perdita di “potere” della famiglia estesa, la diffusione della scolarizzazione, che ha ridotto il valore economico dei figli sottraendoli al mercato del lavoro fino ad un’età più adulta e la percezione del declino della mortalità infantile, che ha indotto a considerare non più necessaria un’alta fecondità.

Cfr., Teitelbaum M. S., Winter J. M., La paura del declino demografico, Bologna, Il Mulino, 1987 pag. 27.

[10]   Da livelli massimi prossimi ai 5 figli per donna di Germania, Olanda, Inghilterra per le generazioni di donne nate attorno al 1850, si passa ai circa 2 figli per le generazioni nate attorno al 1950. È sicuro che le generazioni di donne nate attorno al 1960 in Europa avranno un numero medio di figli pari a 1,7-1,8, cioè sensibilmente inferiore al livello di rimpiazzo tra generazioni che implica un numero medio di figli pari a circa 2,1.

Cfr., Coale A. J., Cotts Watkins S., The Decline of Fertility in Europe, Princeton, Princeton University Press, 1986, pag. 27.

[11]   Il demografo Easterlin ha teorizzato che, almeno negli Stati Uniti, la fertilità tende ad oscillare ciclicamente in rapporto allo status economico dei giovani adulti: la generazione nata durante un periodo di benessere e quindi di alta natalità, forma una coorte numerosa (insieme d’individui che sono identificati da uno stesso evento origine vissuto nello stesso anno, cioè l’anno di calendario), alle cui migliorate aspirazioni si oppongono difficoltà nel mondo del lavoro. Lo sconforto genera un malessere universale diffuso, causa matrimoni tardivi e un minor numero di figli, che entrando a loro volta nel mercato del lavoro, incontreranno meno competizione. Questa spiegazione sembra che non possa essere, invece, applicabile alle oscillazioni delle nascite in Europa.

Se l’ipotesi di Easterlin fosse esatta, si produrrebbero di tanto in tanto dei ringiovanimenti, che creerebbero le condizioni più favorevoli all’accumulo della ricchezza, poiché il rapporto tra la capacità di produzione della popolazione (rappresentata da coloro che hanno dai 15 ai 64 anni) e il volume dei bisogni da soddisfare (tutta la popolazione) sarebbe basso.

Cfr., Wright R. E., The Easterlin hypothesis and European fertility rates, Population and Development Review, 15, n. 1, 1989, pagg. 107-122.

[12]   La speranza di vita, o ex, (dove x si riferisce ad un determinato compleanno) indica il numero degli anni di vita che restano mediamente da vivere ai sopravviventi all’età x. Il valore e0 esprime la “speranza di vita alla nascita”. Deve essere segnalato un apparente paradosso: la speranza di vita, in tavole che riflettono l’alta mortalità tipica dei regimi demografici del passato, aumenta passando dalla nascita, e0, alle età successive -e1…e5 e alle volte anche oltre. Ciò avviene perché nei primi anni di vita sono eliminati molti bambini che, per così dire, contribuiscono pochissimo al monte-anni che resta da vivere alla generazione e deprimono quindi il valore medio rappresentato dalla speranza di vita. Esaurito quest’effetto, dopo qualche anno (secondo il livello di mortalità) la speranza di vita inizia naturalmente a decrescere con l’età. Si deve tener conto che in regimi d’alta mortalità il valore di e20, ad esempio, può ancora essere superiore al valore di e0.

Vedi: Livi Bacci M., Introduzione alla demografia, Torino, Loescher, 1990, cap. 6.

[13]   Cfr., Monnier A., De Guibert-Lantoine C., La conjoncture démographique, Population, nn. 4-5, Juillet-Octobre, 1996.

[14]   Cfr., Knodel J., Van de Walle E., Lessons from the Past: of Historical Fertility Studies, Population and Development Review, 5, n. 2, 1980, pag. 225.

[15]   La crescita demografica non è, in ogni modo, avvenuta in maniera continua, ma per mezzo di cicli d’espansione e di flessione. In Europa, per esempio, il triplicarsi della popolazione tra l’inizio della nostra era e il XVIII secolo non è avvenuto con gradualità, ma è stato il risultato di consecutive ondate d’espansione e di crisi: crisi nel tardo Impero romano e nell’epoca di Giustiniano con le invasioni barbariche e la peste; crescita nel XII e XIII secolo; recessione grave nella metà del XVI secolo a causa della peste; ristagno fino al XVIII secolo. Cicli che non sono stati concomitanti nelle varie aree e che hanno causato un peso demografico ineguale nel tempo: quello dell’Europa sul totale del mondo sale dal 14,5% al 18,1% tra il 1550 e il 1900, per scendere all’8,2% nel 2000; il continente americano, che conteneva poco meno del 2% della popolazione mondiale all’inizio del Settecento, oggi ne contiene il 13,3%.



Cfr., Livi Bacci M., Storia minima della popolazione del mondo, Bologna, Il Mulino, 1998, pagg. 45-46.

[16]   Il tasso di fecondità totale, (TFT), è ottenuto come somma dei tassi specifici di fecondità. Esprime il numero totale dei figli, o discendenza, messo al mondo durante la vita feconda da una generazione, (reale o fittizia), di 1000 donne d’età x non toccate da mortalità. Il tasso specifico di fecondità è ottenuto rapportando i nati da donne d’età x alla popolazione femminile media di quell’età, mentre il tasso specifico di fecondità legittima è ottenuto rapportando i nati legittimi da donne d’età x alla popolazione femminile coniugata di quell’età.

Cfr., Salvini S., La demografia delle rive Sud e Est, in Le risorse umane del Mediterraneo. Popolazione e società al crocevia tra Nord e Sud, a cura di M. Livi Bacci, F. Martuzzi Veronesi, Bologna, Il Mulino, 1990, pagg. 136-137.

[17]   Cfr., Bongaarts J., Menken J., The Supply of Children: a Critical Essay, in Determinants of Fertility in Developing Countries, a cura di R. A. Bulatao, R. D. Lee, vol. 1, New York, Academic Press, 1983, pagg. 27-60.

[18]   La fecondità non volontariamente controllata è chiamata dai demografi “fecondità naturale”; la fecondità volontariamente controllata, attraverso la contraccezione o il coitus interruptus, è finalizzata invece al raggiungimento di una certa dimensione della prole. Il controllo è messo in atto dalle coppie che hanno raggiunto le dimensioni volute, quindi il comportamento fecondo tende a mutare in funzione del numero di figli messo al mondo.

Cfr., Livi Bacci M., Storia minima della popolazione del mondo, Bologna, Il Mulino, 1998, pag. 150.

[19]   Una maggiore durata dell’allattamento, almeno in teoria, allunga il periodo in cui la donna non è fertile e riduce l’intervallo complessivo in cui possono verificarsi nuovi concepimenti.

[20]   Fino a pochi anni fa, nel mondo occidentale la procreazione avveniva, quasi esclusivamente, nell’ambito del matrimonio formalmente celebrato rendendo così possibile lo studio delle modificazioni che durante la transizione demografica ha subito la nuzialità in connessione con le trasformazioni del comportamento riproduttivo. Molte ricerche, basate su dati civili o di fonte religiosa, hanno permesso quindi di verificare che nel passato dei Ps il matrimonio avveniva abbastanza tardi e che una quota sostanziale di ogni generazione non si sposava. Queste caratteristiche hanno fatto sì che il modello matrimoniale sia stato uno dei freni al raggiungimento di livelli elevati di fecondità anche prima dell’inizio della diffusione della contraccezione. Oggi, invece, una delle trasformazioni socio-demografiche più notevoli è il regolare aumento delle nascite al di fuori del matrimonio: mentre dal 1960 al 1974 la loro quota è rimasta quasi stabile, dal 1975 le nascite al di fuori del matrimonio sono quasi triplicate, passando dal 5,5% al 16,1%. Tutti i paesi della Comunità registrano tali aumenti, ma i livelli osservati negli Stati membri sono molto variabili a causa dei punti di partenza e dei ritmi di crescita diversi. Nel 1988, la Danimarca (44,7%), la Francia (26,3%) e il Regno Unito (25,1%) registrano le percentuali più alte della Comunità, mentre in Italia (5,8%) e in Grecia (2,1%) il fenomeno resta limitato.

In questo paesaggio, anche l’atto dell’unione sta diventando sempre meno formale e le unioni libere, che stanno prendendo il posto del matrimonio, sfuggono a tutta una serie di regolazione di tipo burocratico e legislativo che ne garantisce anche la rilevazione statistica.

Cfr., EUROSTAT, Statistiche demografiche, La popolazione della Comunità, 1990, pag. 69.

[21]   Invecchiamento dovuto esclusivamente alla diminuzione progressiva della natalità che non ha permesso alla struttura per età di alimentarsi adeguatamente di nuove giovani leve. Si può anche dimostrare che l’aumento della sopravvivenza ha inciso proporzionalmente di più alle età infantili e giovanili che non a quelle anziane, provocando -ceteris paribus- un aumento più che proporzionale di giovani che non d’anziani e provocando, pertanto, un effetto di ringiovanimento della struttura per età. Diversa si presenta la situazione attuale e quella del prossimo futuro; i guadagni di sopravvivenza si compieranno quasi tutti alle età mature e anziane (quasi nulla essendoci da guadagnare alle età giovani); la successiva caduta della mortalità avrà pertanto l’effetto di contribuire all’invecchiamento.

Cfr., Livi Bacci M., Storia minima della popolazione del mondo, Bologna, Il Mulino, 1998, pagg. 167-168.

[22]   Cfr., Golini A., Perché le politiche demografiche in Europa, in Famiglia, figli e società. Crisi della natalità e politiche per la popolazione, a cura di A. Golini, M. Livi Bacci ed altri, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1991, pag. 10.

[23]   La diffusione, presso strati sempre più ampi di popolazione, di nuovi comportamenti attenti alle esigenze individuali e l’emanazione di una serie di norme tendenti a facilitare tali comportamenti, hanno avviato un processo d’ampliamento delle opportunità d’unione domestica degli individui, che hanno reso gli ultimi anni testimoni dell’emergere di forme familiari semplici, spesso rare o eccezionali nella storia della maggioranza dei paesi occidentali. In passato, la proprietà della terra ha influito sulla natalità, nel senso che il desiderio di conservare unita l’azienda nella famiglia coltivatrice, portava a lasciare la proprietà al primogenito, o a dividerla fra i soli figli maschi, o produceva forme di collaborazione come la famiglia allargata dominata dal capofamiglia. In questi nuclei familiari, avere molti figli significava un maggior numero di braccia. Oggi, al di là del consistente aumento di persone sole in età anziana, uno dei fenomeni più significativi riguarda la modificazione intervenuta nel modo di formazione e scioglimento della famiglia coniugale. L’evoluzione nei tempi d’uscita dei giovani dalla casa paterna in concomitanza con i recenti cambiamenti nel costume matrimoniale (aumento dell’età al primo matrimonio e per alcuni paesi anche diminuzione della propensione a sposarsi) hanno lasciato spazio alla diffusione di nuovi tipi d’unione familiare (famiglie unipersonali di giovani ed adulti, coppie di giovani coabitanti non legate da vincoli matrimoniali, madri nubili con figli piccoli) che, se non sostituiscono la famiglia nucleare tradizionale (coppia coniugata con figli), s’introducono comunque nel processo evolutivo e ne ritardano la formazione.

Addirittura, la stessa famiglia coniugale tradizionale non è rimasta estranea ai contraccolpi delle modificazioni nei comportamenti degli individui. Il brusco calo della fecondità, lo spostamento in avanti dell’età al primo matrimonio, i ritardi nelle uscite dei figli dalla famiglia d’origine, non hanno solo ridotto la dimensione media delle famiglie e contenuto il peso relativo delle coppie con figli talora al di sotto del 30% dell’insieme delle famiglie, ma anche alterato le durate e i momenti d’inizio-fine rispetto alle fasi di vita dei componenti dei tradizionali stadi di sviluppo della famiglia coniugale.

Cfr., Ongaro F., Problemi di analisi delle strutture familiari utilizzando fonti diverse, in Società Italiana di Statistica, Atti della XXXIV Riunione Scientifica, vol. 1, Siena 27-30 aprile 1988, Nuova Immagine Editrice, 1988.

[24]   Il caso svedese fa ritenere che una saggia politica sociale di conciliazione fra maternità, allevamento dei figli e lavoro è di grand’utilità, perché con maggior occupazione femminile si possono controbilanciare gli effetti negativi dell’invecchiamento.

Vedi: Näsman E., Il caso svedese, in Famiglia, figli e società. Crisi della natalità e politiche per la popolazione, a cura di A. Golini, M. Livi Bacci ed altri, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1991.

[25]   Massicce migrazioni possono mutare incisivamente il percorso demografico di una popolazione, essendo in grado di trasferire quantità di persone, in età adulta, normalmente caratterizzate da una fecondità più elevata rispetto alla popolazione di destinazione. Il ricorso all’immigrazione può risolvere il problema del calo demografico, ma non può frenare l’invecchiamento se non ipotizzando un numero totale d’arrivi del tutto irrealistico.

Cfr., Rettaroli R., Migrazioni e politiche migratorie, in Le risorse umane del Mediterraneo. Popolazione e società al crocevia tra Nord e Sud, op. cit., pag. 305.

[26]   Un’efficace politica demografica deve avere un contenuto importante con dei cambiamenti notevoli; deve prevedere dei tempi di realizzazione sufficienti per far notare le variazioni; deve essere ben ponderata ed essere (o apparire) moderna.

Cfr., Gerard H., Politiques de population, Etudes et Documents, n. 1, Louvain-la-Neuve, 1983, pag. 25.

[27]   La Francia e il Belgio, dopo il 1932, sono state le prime nazioni ad assumere un atteggiamento natalista verso il problema demografico: comportamento che si è generalizzato verso quasi tutti i paesi industrializzati negli anni ’40-’50 con l’unica eccezione del Giappone, che ha avviato una legislazione familiare solo a partire dal 1971. La Francia, per esempio, oggi ha un effettivo livello di fecondità ed una “dimensione familiare ideale” rispetto agli altri paesi dell’Europa occidentale.

Cfr., Calot G., Chesnais J.-C., L’efficacité des politiques incitatrices en matière de natalité, in Colloque sur l’evolution démographique et les transferts sociaux, Liège, UIESP, 1983, pag. 21.

[28]   In Italia l’assegno per il nucleo familiare, che ha sostituito quelli per i figli a carico, non è, infatti, finalizzato a favorire un incremento della fecondità, ma solo una più equa distribuzione del reddito. Il suo effetto è assai modesto visto che in tale operazione lo Stato impiega appena l’1% del totale annuo della spesa pubblica.

Cfr., Angeli A., Del Panta L., Politiche demografiche, in Le risorse del Mediterraneo. Popolazione e società al crocevia tra Nord e Sud, a cura di M. Livi Bacci, F. Martuzzi Veronesi, Bologna, Il Mulino, 1990, pag. 160.

[29]   Cfr., Ekert O., Effets et limites des aides financieres aux familles, in Discussion on the policies aimed at increasing fertility, IUSSP XX General Conference, Roma, IRP, 1986, pag. 131.

[30]   Cfr., Frinking G., L’identification des politiques de soutien de la fécondité et methodes d’evalutation de leurs effets, in Débat sur le politiques destinées à accroitre la fécondité, XX Congrès Général de l’UIESP, Roma, IRP, 1986, pag. 21.

[31]   Il fenomeno migratorio è un problema complesso che sta interessando molti paesi europei: l’Italia, la Grecia, la Spagna si sono trasformati da luoghi di forte emigrazione in paesi di immigrazione di contingenti sempre maggiori di popolazione che provengono da paesi socialmente ed economicamente meno evoluti. Per lo più sono giovani di sesso maschile che hanno un basso livello d’istruzione, si adattano agli spazi delle aree marginali dell’economia dove più alta è la percentuale di domanda inevasa dai nazionali (ristorazione, agricoltura, settore marittimo). Ma anche l’immigrazione non potrà che essere marginale perché l’afflusso di stranieri sarà necessariamente limitato e commisurato alle esigenze del mercato del lavoro e alla capacità della pubblica amministrazione di attrezzare le infrastrutture necessarie ad un civile accoglimento e ad una corretta integrazione della comunità straniera con quell’ospitante. La soluzione, infatti, che gli studiosi preferiscono delineare è quella che combina flussi moderati di popolazione straniera, una loro integrazione sociale e politica effettiva ed una ripresa anche modesta della fecondità delle popolazioni europee.

Cfr., Ayed M., Les grandes étapes de l’émigration tunisienne, in Le migrazioni maghrebine, Atti del Convegno su “La migration au Maghreb”, a cura di L. Di Comite, Bari, Cacucci, 1995, pagg. 134-139.

[32]   Cfr., Livi Bacci M., Politica, politiche e demografia, in Famiglia, figli e società. Crisi della natalità e politiche per la popolazione, op. cit., pag. 343.

[33]   Vedi: Vallin J., La popolazione mondiale, Bologna, Il Mulino, 1994.

[34]   Il ruolo delle donne nello sviluppo è stato fino a pochi anni fa ignorato e sottovalutato, visto che si ha una visione tradizionale dei compiti femminili, che sono quelli legati alla procreazione e alla crescita dei figli. In Pakistan, nel Bangladesh, in alcuni paesi arabi le donne hanno ancora una posizione molto subordinata e, stando così le cose, è logico che la natalità rimarrà elevata causando un continuo e marcato incremento demografico. Il livello educativo è un elemento chiave della condizione femminile: accrescendo l’istruzione delle donne si permette loro di essere libere.

Cfr., Salvini S., La transizione demografica nei paesi del Mediterraneo Sud-Orientale, Serie Ricerche Empiriche n. 16, Dipartimento Statistico, Università degli Studi di Firenze, 1990, pag. 74.

[35]   Gli effetti dell’istruzione sulla fecondità possono suddividersi in:

-      quelli che agiscono sulla domanda di figli, cioè sul numero di figli sopravviventi che i genitori vorrebbero avere se la contraccezione non avesse alcun costo;

-      quelli che ne influenzano l’offerta, da intendersi come il numero di figli sopravviventi che una coppia vorrebbe avere se non facesse alcun tentativo di limitare le nascite. Questa variabile riflette sia la fecondità naturale sia la mortalità infantile.

Ad una maggiore scolarizzazione si accompagna generalmente una minore fecondità, una minore domanda di figli, un maggior ricorso ai contraccettivi, matrimoni ad età più mature, numerose conoscenze igienico-sanitarie da parte delle donne.

Cfr., Angeli A., Salvini S., Desideri di fecondità e pianificazione familiare nell’Africa mediterranea, in Demografia e demo-economia del bacino Mediterraneo, a cura di L. di Comite, P. Iaquinta, Bari, Cacucci, 1993, pag. 17.

[36]   Questa politica è stata perseguita dal 1979 con incentivi e disincentivi; lo strumento principale era il certificato per il figlio unico, rilasciato dalle autorità locali che, in cambio dell’impegno a non concepire un secondo figlio, assicurava alla coppia che ne era in possesso una serie di benefici per sé e per il proprio figlio. I benefici consistevano in integrazioni salariali e pensionistiche, maggior spazio abitativo, cure mediche gratuite, precedenza per i figli nelle scuole. Furono invece istituite penalità (tagli salariali, revoca di privilegi, ecc.) per le coppie che rifiutavano di collaborare mettendo al mondo un secondo o un terzo figlio.

Nonostante grandi difficoltà, la politica demografica cinese ha raggiunto, in ogni modo, con successo i suoi obiettivi.

Cfr., Greenhalgh S., Chuzhu Z., Nan L., Restraining Population Growth in three Chinese Villages, Population and Development Review, 20, n. 2, 1994, pag. 366

[37]   Il rallentamento della crescita demografica rientra negli obiettivi del governo indiano fin dal 1952; nel 1970 i successi furono limitati a qualche stato, ai ceti più elevati, alle popolazioni urbane e questi scarsi risultati, imputabili al limitato impegno finanziario, alla discontinua gestione dei programmi di pianificazione familiare, alle difficoltà d’applicazione in una società con una pluralità di religioni, lingue, costumi, il governo di Indira Gandhi decise, nel 1976, un’accellerazione dei programmi di pianificazione familiare con degli incentivi monetari per gli utenti, aumento della sterilizzazione e diffusione dei metodi contraccettivi.

Gli anni ’80 dovevano segnare la nascita di una nuova strategia centrata non solo sul sostegno della pianificazione familiare, ma anche sull’accelerazione dello sviluppo economico e sociale che incidono sulla diminuzione della fecondità: aumento dell’età al matrimonio, miglioramento dello status della donna, incentivazione dell’istruzione soprattutto femminile, miglioramento della sopravvivenza infantile, lotta alla povertà, forme di previdenza per la vecchiaia. Queste intenzioni non hanno avuto pieni effetti a causa dell’eccessiva burocratizzazione e centralizzazione dei programmi stessi, perché sono stati resi poco flessibili in un paese che invece si caratterizza per culture e necessità molto diverse. Inoltre, anche secondo l’impostazione politica del partito al potere, alcuni stati non desiderano essere coinvolti nei programmi di pianificazione familiare perché questi non sono obiettivi politici di priorità elevata. Queste caratteristiche della struttura governativa rimangono un ostacolo per la politica demografica nazionale perché, anche se il programma di pianificazione familiare è interamente finanziato dal governo centrale, la sua realizzazione dipende dai governi statali.

Cfr., United Nations, Review of Recent demographic Target-Setting, New York, 1989, pagg. 96-108.

[38]   Tra il 1970-’80 è stato condotto il progetto internazionale World Fertility Survey (WFS), con indagini ricchissime di informazioni sul comportamento riproduttivo, contraccettivo, nuziale e sulle determinanti della fecondità, coinvolgendo 41 paesi fra i meno sviluppati Dal 1986 sono iniziate altre serie di indagini campionarie e a questo progetto, denominato Demographic Health Sueveys (DHS), hanno aderito numerosi paesi del terzo mondo in cui erano state condotte le indagini del WFS. I suoi risultati riguardano le recenti tendenze della fecondità, controllo delle nascite, salute e mortalità delle madri e dei bambini.

Cfr., Angeli A., Salvini S., Desideri di fecondità e pianificazione familiare nell’Africa Mediterranea, in Demografia e demo-economia del bacino del Mediterraneo, a cura di Luigi Di Comite, Pietro Iaquinta, Bari, Cacucci, 1993, pag. 18.

[39]   Vedi: DHS, “Newsletter”, 8, n. 2, 1997.

[40]   Cfr., Oppenheim Mason K., Malhotra Taj A., Differences between Women’s and Men’s Reproductive Goals in Developing Countries, Population and Development Review, 13, n. 4, 1987, pag. 618.

[41]   Cfr., United Nations, Fertility Behavior in the Context of Development. Evidence from the World Fertility Surveys, New York, 1987, pagg. 78-82.

[42]   Vedi: United Nations, First Marriage. Patterns and Determinants, New York, 1988

[43]   Oltre che come determinante diretta della fecondità, nei Pvs l’età al matrimonio rappresenta un buon indicatore dello status femminile: si sottolinea il legame che esiste fra l’età al matrimonio e la posizione della donna nell’ambito della famiglia e del marito. Una marcata differenza d’età pone la donna ancor più in uno stato di soggezione e impedisce un dialogo di tipo paritario. Un’età al matrimonio troppo precoce interrompe, poi, il proseguimento degli studi e la possibilità di iniziare, o continuare, un’attività extradomestica che può dare alla donna autonomia.

Cfr., Gendreau F., Gubry F., La nuptialité en Afrique: niveaux, tendances et caractéristiques socio-économiques, IUSSP African Population Conference, Dakar 7-12 novembre 1988, vol. 2, Liège, IUSSP, pag. 165.

[44]   Cfr., Mauldin W. P., Segal S. J., Prevalence of Contraceptive Use:Trends and Issues, Studies in Family Planning, 19, n. 6, 1988, pag. 340.

[45]   Cfr., United Nations, Fertility Behavior in the Context of Development Evidence from WFS, New York, 1987, pag. 133

[46]   Cfr., Livi Bacci M., Introduzione, in Le risorse umane del Mediterraneo. Popolazione e società al crocevia tra Nord e Sud, a cura di M. Livi Bacci, F. Martuzzi Veronesi, Bologna, Il Mulino, 1990, pagg. 18-19.

[47]   Cfr., Veron J., Popolazione e sviluppo, Bologna, Il Mulino, 1995, pag. 42.

[48]   Cfr., United Nations, International Conference on Population and Development, Programme of Action, Cairo, 1994, pag. 57.

[49]   Vedi: Onu, Department of Economic and Social Information and Policy Analysis, Population Division, Global Population Policy Data Base 1993, New York, 1995a.

[50]   Gli alti livelli della mortalità dell’infanzia hanno cause molto varie e complesse: dalle malattie tipiche della prima infanzia (morbillo, pertosse, tetano), all’alta incidenza di diarrea e gastroenterite connessa con condizioni igieniche precarie; alla diffusione della malnutrizione e alla sua connessione con povertà ed infettività; alla presenza di vaste aree malariche. Le accortezze sono varie perché le malattie tipiche dell’infanzia potrebbero essere prevenute con programmi di vaccinazione e immunizzazioni; la diarrea e le gastroenteriti con miglioramenti dell’igiene e dell’ambiente; la malaria con le disinfestazioni; la malnutrizione con programmi d’integrazione alimentare e contrastando l’abbandono precoce dell’allattamento. A tutto può esserci rimedio purché siano presenti cultura e sviluppo, perché ridurre la mortalità infantile significa anche favorire la modernizzazione del comportamento riproduttivo e il miglioramento del livello di salute dei sopravviventi.

Cfr., Bellamy C., The State of the World’s Children, UNICEF, Oxford University Press, 1996, pag. 72.

[51]   L’esplodere dell’uso della contraccezione è stato definito “rivoluzione riproduttiva”, con qualche giustificazione, ma il suo utilizzo per evitare una gravidanza indesiderata è solo una parte del cambiamento. La scelta, infatti, non inizia dalla tecnologia, ma da un’idea: quella che ogni donna deve avere il diritto e la capacità di decidere se e quando restare incinta, quanti figli fare e quando, quale sarà il loro futuro. I precursori della pianificazione familiare –Margaret Ranger, Marie Stopes, Shidzue Kato ed altri– furono spinti dalle condizioni delle donne prive di scelta o di controllo sul loro stesso destino. Potenziare le donne e cambiare le loro vite resta tuttora la ragione fondamentale dei programmi mondiali di pianificazione familiare; dal 1968 questa è stata accettata dalla comunità internazionale, approvata e rafforzata da accordi successivi come il Convegno Internazionale di Vienna sui Diritti. Il concetto è stato esteso: la pianificazione familiare è la via che conduce ad una migliore salute riproduttiva, alla dimensione familiare desiderata, a scelte di vita più ampie. Essa è vitale per le donne, ma è importante anche per la salute e il benessere degli altri familiari e per la sicurezza della famiglia stessa. È un processo che dura tutta la vita in cui è coinvolta l’intera famiglia, ma inizia e termina con il benessere d’ogni singola donna.

Cfr., UNFPA, Family Planning. Public Policy, Private Needs, in The state of world population, 1994, pag. 21.

[52]   Vedi: Demeny P., Policy Seeking a Reduction of Hight Fertility, in Population Policies and Programmes, United Nation, New York, 1993.

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