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Letteratura Latina




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Letteratura Latina

 

Cecilio Stazio

Dopo le prime difficoltà dovute alle commedie ancora in circolazione di Plauto prese fama grazie anche al capocomico Lucio Ambivio Turpione il commediografo Cecilio Stazio, originario dell’Italia settentrionale (Milano) schiavo o prigioniero di guerra. Fu liberato da un Cecilio da cui come tradizione prese il nome; fu amico di Ennio con cui divideva anche la casa, sull’Aventino, presso il collegium scribarum histrionumque. Non si sa quando nacque, morì nel 168 a.C. Conosciamo di lui 41 titoli di commedie e alcuni frammenti; è stato elogiato come autore comico da Cicerone, Varrone e Orazio. I frammenti più importanti sono quelli del Plocium, citati da Aulo Gellio. Si ritrova il motivo del uxor dotata vecchia e morosa; rispetto al suo modello Menandreo prende molta libertà con modifiche atte alla comicità immediata, con battute di cattivo gusto. Sono poi presenti alcune massime sulla vita e sulla vecchiaia.



Terenzio

La prima commedia di Terenzio fu rappresentata nel 166 a.C., vent’anni dopo la morte di Plauto. E’ il periodo delle guerre macedoni: ormai tutta la Grecia è sotto il controllo Romano, dopo la battaglia del 168 di Pidna, dove Lucio Emilio Paolo, protettore di Terenzio, sconfigge i nemici. Egli è uno dei personaggi di maggior rilievo del tempo anche per l’ellenizzazione che portò a Roma: istruì i suoi figli con la cultura greca oltre a quella romana e donò loro la biblioteca di Perseo; inoltre visitò la Grecia, cosa che diventerà comune per gli intellettuali romani. Nella casa di Emilio c’è anche la presenza di uno storico come Polibio, che fu amico di un suo figlio, Publio Cornelio Scipione Emiliano, che chiese allo storico di poter essere il suo discepolo. In più Scipione fu anche amico di Panezio di Rodi, filosofo storico. Nacque da questi uomini il “circolo scipionico”, dove ogni intellettuale si riuniva per ampliare con la cultura greca le conoscenze romane, salvaguardando lo stesso la tradizione e i valori antichi. Da qui sarebbe nato l’ideale di humanitas. L’opera di Terenzio è un’anticipazione del circolo e forse anche un modello dell’humanitas che uscirà da questo. Svetonio nel II sec. d.C. scrisse una biografia di Terenzio, ma alcune informazioni sono insicure già al suo tempo. Forse Terenzio era coetaneo di Scipione e nato quindi nel 185 o 184 a C. mentre altri lo considerano più anziano. Venne a Roma come schiavo di un senatore, Terenzio Lucano che lo fece istruire come un libero e lo affrancò. Prese il nome di Publio Terenzio Afro (era di origini africane). Secondo alcuni Terenzio era prestanome di Scipione e Gaio Lelio, che essendo nobili non potevano fare composizioni, considerate a quel tempo ancora indegne. Terenzio scrisse 6 commedie portate in scena da Lucio Ambivio Turpione. La prima fu l’Andria, seguita dall’Hecyra che fu un fiasco, tanto che dopo il 1° atto molti spettatori se ne andarono. Ci fu poi l’Haeutontimorumenos e l’Eunuchus e infine il Phormio. L’Eunuchus fu il suo più grande successo tanto che fu ripetuto subito dopo la sua prima apparizione; esso si avvicinava molto a Plauto mentre l’Hecyra se ne distacca. Durante il ludi funebri per Lucio Emilio Paolo fu rappresentata la sua ultima opera l’Adelphoe e infine fu ripresa l’Hecyra, fischiata ancora una prima volta ma infine giunta in porto. Nel 160 partì per un viaggio in Grecia ed in Asia minore in cui morì nel 159 o per malattia o per naufragio. Per Andria, Haeutontimorumenos, Eunuchus, Adelphoe prende come modello Menandro, per Phormio ed Hecyra attinge da Apolloro di Caristo, seguace di Menandro, che conosciamo solo grazie a lui; resta molto fedele a questi modelli (Cicerone lo loderà per questo) poiché il pubblico era più preparato a testi più vicini alla tradizione greca. Anche Terenzio però utilizzo la contaminatio come per esempio nell’Andria, dove aggiunse alcuni spezzoni di un’altra opera menandrea. A differenza di Plauto non ci sono cantica, pezzi cantati in metri lirici (solo 30 versi su 6000). Inoltre non c’è più il prologo espositivo, dove non è presente l’antefatto e gli sviluppi della commedia ma in questo egli risponde alle critiche e parla del suo modo di fare poesia. Nel linguaggio egli stilizza e riproduce il linguaggio della conversazione ordinaria, sceglie un livello medio, con plurismo lessicale, sobrietà e misura. Non c’è l’esuberanza di Plauto e i giochi di parole: riduce molto i tratti buffoneschi e farseschi evitando il volgare; il suo è un umorismo più sottile. Fu infatti più apprezzato per la sua purezza e per la sua lingua ricercata e per alcuni tratti morali rispetto alla comicità immediata. Essa è comunque presente nei monologhi patetici, dove la psicologia dei personaggi è tratteggiata; egli partecipa in essi ai sentimenti dei personaggi e ciò è segno della sua sympathia. Le commedie terenziane hanno al loro centro uno o più amori ostacolati; si ritrovano gli stessi personaggi (senes, adulescentes, schiavi, cortigiane, parassiti…) e i soliti stereotipi (equivoci, inganni, riconoscimenti). In Andria, Heautontimorumenos e Adelphoe si ha come tema il rapporto padri e figli; inoltre ci sono sempre due adulescentes innamorati per arricchire gli intrecci. Nell’Eunuchus e nel Phormio invece sono più ricercati gli effetti di comicità immediata, ma a differenza di Plauto gli intrecci sono molto più complessi e come nelle altre opere si cerca la verosimiglianza e gli effetti a sorpresa. Inoltre non è presente l’aspetto pedagogico e l’impegno ideologico che sono nelle altre opere. Esso è trasmesso più vivamente grazie all’attenzione maggiore del pubblico, che segue intensamente grazie alla suspance e all’eliminazione delle parti di rottura dell’illusine scenica. Le numerose svolte sono anche utilizzate per mettere in risalto gli aspetti psicologici dei personaggi che si trovano in difficoltà. Terenzio diminuisce i tratti caricaturali e tende a creare figure credibili, il ruolo del servo è ridimensionato e si parla più di padri e figli, le sofferenze amorose dei giovani, partecipate dall’autore, e il ruolo dei padri, sempre antagonisti ma aperti al dialogo e disponibili, preoccupati della felicità dei figli. Non c’è più conflitto generazionale. Nell’Adelphoe tutti i temi dottrinali sono maggiormente dibattuti; si parla dell’educazione dei figli che non deve essere dispotica ma indulgente e comprensiva, criticando il modello patriarcale del mos maiorum. Come era per Menandro gli uomini devono essere esortati alla philantrophia al rispetto e all’amore per gli altri. Terenzio non critica le norme di comportamento ma mette in guardia verso i pregiudizi e i luoghi comuni. Inoltre l’humanitas terenziana si affida alla gentilezza e all’affabilità, dalla buona educazione come segno di rispetto reciproco. In più ha anche una concezione relativista dell’etica e ciò una cosa non può essere considerata per forza sbagliata ma essa deve dipendere dalle azioni e dalle circostanze e all’individuo che le compie.

Pacuvio

Dopo Ennio il rappresentante della tragedia a Roma fu Marco Pacuvio. Figlio di una sorella di Ennio e nato a Brindisi nel 220, morirà nel 130 a.C. a Taranto. Si hanno di lui 12 titoli di tragedie di imitazione greca (di Eschilo, Sofocle, Euripide). In più scrisse una praetexta, Paulus. Come Ennio tende ad aumentare il pathos e la sublimità in direzione “espressionistica” in quanto favorisce l’eccezionale e lo straordinario ed esaspera i sentimenti. Egli eccelleva nelle scene ad effetto a carica drammatica come nel Teucer. L’aumento del pathos è dato da descrizioni di particolari orridi e destinati a commuovere e impressionare il pubblico, come nell’Antiopa. Aspetto negativo della sua poesia sono i composti, i neologismi artificiosi ricalcati sull’uso epico-tragico greco che però danno un senso opposto perché ridicoli. Infine sono presenti anche in lui le “gnomai”, le massime o sententiae.

Accio

Lucio Accio, nato a Pisaurum, Pesaro, nel 170, figlio di un liberto fu sotto la protezione di Decimo Giunio Bruto Galleco, console nel 138, vincitore dei Galleci, popolo spagnolo; secondo Cicerone fece scrivere sui templi alcuni versi di Accio. Morì intorno all’85 a.C. e conobbe Cicerone. Molte le sue tragedie, di cui abbiamo 45 titoli, scrisse anche due praetextae: Brutus, destinata al primo console romano che cacciò Tarquinio il Superbo e Aeneadae sive Decius (gli eneadi [i romani n.d.T.] ovvero Decio). Come per tutte le tragedie si trova la ricerca esasperata di pathos, la grandiosità magniloquente, l’enfasi retorica, il patetismo, la sentenziosità e il gusto dell’orrido come nella tragedia Atreus e Tereus che mettono in scena il cannibalismo. Sono molto presenti le allitterazioni con funzione patetica, e la figura del tiranno, come uomo malvagio e odioso protagonista.

Lucilio

Gaio Lucilio nasce a Suessa Aurunca da una ricca famiglia dell’ordine equestre. Fu contemporaneo di Scipione l’Emiliano. Muore nel 102 a.C., San Gerolamo attribuisce la data di nascita al 148 ma come i  tentativi di spostarla al 180 e al 168 non appaiono sufficientemente sicure. Fu amico di Scipione l’Emiliano e di Gaio Lelio che sostenne con le sue opere contro gli avversari senza impegnarsi nell’attività pubblica. Si tratta di una figura nuova di uomo di cultura, ricco signore, interessato alla letteratura non alla politica, coltivatore di un unico genere letterario. Scrisse infatti 30 libri di satire di cui restano solo frammenti. L’ordine seguito nella raccolta non era cronologico  infatti i primi 21 furono scritti dopo  i restanti 9. I primi 21 si distinguono perché fanno uso solo dell’esametro mentre negli altri il metro è vario. Così decide di adottare solo in seguito l’esametro che diventerà il metro canonico delle satire. Dopo i precedenti di Ennio e Pacuvio la satira assume una fisionomia precisa: l’uso dell’esametro, il carattere soggettivo e autobiografico, l’attacco personale e l’uso del ridicolo come arma di un aggressivo moralismo. La satira è l’unico genere letterario della poesia latina che non ha un diretto corrispondente nel mondo greco. Da un lato è motivo di fierezza (satura tota nostra est) dall’altro crea perplessità sull’origine di questo tipo di poesia. Dall’etimologia la si può connettere coi satiri (metà capre metà uomini), con la satura lanx, piatto offerto agli dei , con la satura , ripieno di uva passa e altri ingredienti e con la lex satura , proposta di legge con parecchi provvedimenti eterogenei. La prima etimologia sottolinea l’aspetto burlesco e derisorio della satira ,le altre tre mettono in rilievo il carattere complesso e misto della tematica che esso tratta. Presso i Romani con satira si intende una poesia che ora ha carattere denigratorio ed è composta per colpire i vizi umani. Un tempo però veniva chiamata satira un’opera poetica che constava di componimenti vari. Nell’immensa varietà di argomenti si può ritrovare come nucleo centrale gli aspetti più comuni e quotidiani della vita . Ampiamente trattato era il settore dell’eros e del sesso. Sembra che il libro 16 fosse dedicato a Collera. Alcuni frammenti presentano tratti comuni alla commedia: situazioni topiche, rapimenti di fanciulle, festino , spunti relativi all’amore e alla vita coniugale e collegato il tema dell’infedeltà. Interesse per le occasioni sociali e mondane e in particolare per la cena . Il tema del banchetto costituiva il tema principale di componimenti che si snodavano attraverso le portate o serviva a introdurre le conversazioni. In altri casi è spunto per riflessioni moralistiche sugli eccessi della gastronomia romana. Altri frammenti attestano la narrazione di eventi sportivi e di altri fatti di cronaca che avevano destato scalpore. Il potente e cupo quadro di corruzione che descrive veniva probabilmente contrapposto a una descrizione del buon tempo antico in cui dominava incontrastata la virtù . Nell’oscillazione tra moralismo e gusto dell’intrattenimento si inseriscono temi diversi mostrando quel carattere miscellaneo comune alla satira antica.Una caratteristica è  l’aggressività che si esprime negli attacchi personali: tiene un atteggiamento da censore bollando i viziosi, più significativi se illustri. Un esempio è la condanna di Lentulo Lupo,in un concilio degli dei si cerca un modo per salvare la città dalla corruzione, caduta la proposta di distruzione della città si trova come maggiore responsabile Lentulo Lupo, descritto ironicamente, e si decide di eliminarlo per indigestione. Quest’attacco è un attacco post mortem: si rivolgeva contro un defunto. Esso si basa sulla parodia letteraria e in particolare dell’epos. La comicità deriva dall’oggetto dell’attività deliberativa dei numi, un patrizio corrotto contrapposto alla figura solita dell’eroe. Inoltre gli dei si comportano come in senato. In tal modo non rinuncia all’ironia,lo scherno, l’irrisione. Spesso la satira ha carattere soggettivo e il poeta crea un personaggio in cui trasfonde alcuni aspetti del suo carattere. Anche nelle satire soggettive il poeta non rinuncia a intrattenere il lettore con situazioni paradossali,la parodia, riferimenti illustri, doppi sensi. Nel linguaggio sono frequenti i termini tecnici per definire la realtà quotidiana e i grecismi. Il livello linguistico è quello del sermo, cioè del parlare comune anche nel bilinguismo. Questo non impedisce a Lucilio di interessarsi di argomenti grammaticali e letterari a cui dedica una satira intera. Se il tema lo richiede inoltre il tono si eleva come quando definisce la virus. Il destinatario della sua poesia era ben definito,si trattava di un pubblico ristretto, ne troppo colto ne troppo ignorante, non richiedeva un eccessivo impegno culturale. Lucilio rimane sempre in polemica coi generi elevati e in particolare la tragedia, sostiene l’autenticità della satira contro la fatuità della tragedia. Della tragedia critica soprattutto l’uso dell’inverosimile. Non risparmia nemmeno il patrimonio mitologico. La novità della poesia luciliana sta nel suo carattere realistico, nell’ampio settore dei mores spesso attaccati moralmente. Un’altra novità e quella del fine, non celebrare grandi idealità, ma divertire il lettore.



Lutazio Catulo e i poeti preneoterici

Tra la fine del II e l’inizio del I sec. si affermano delle tendenze letterarie che si affermeranno nell’età immediatamente successiva. Fanno la comparsa il generi della poesia lirica, la poesia soggettiva, in cui l’autore parla in prima persona per esprimere sentimenti personali e soprattutto l’amore, tema predominante della poesia lirica. Anche qui i modelli a cui si ispirano i poeti sono quelli greci e alla produzione epigrammatica di età ellenistica. La figura di maggior spicco è quella di Quinto Lutazio Catulo, console nel 102 fu anche coinvolto nelle guerre civili fra Mario e Silla e cadde vittima della rappresaglia di Mario alla parte popolare; scrisse un’opera autobiografica sul suo consolato e sulle sue imprese. Ricchissimo e amante delle lettere ospitò in casa poeti greci. Ci sono arrivati due suoi epigrammi di imitazione greca: in uno si presenta innamorato di un giovane di nome Teotimo, riprendendo la pederastia, l’amore sia per donne che per uomini, greca. Il secondo esalta la bellezza di Roscio, altro giovane. Lutazio Catulo comunque è il primo uomo politico che scrive poesie leggere e sentimentali e si accosta alla letteratura per semplice piacere. Oltre a Lutazio si ricordano Levio e Mazio, che insieme anche a Valerio Edituo e Porcio Licinio sono la schiera di preneoterici. Essi infatti come i neoterici hanno riferimenti agli alessandrini e agli ellenistici e il rifiuto della funzione civile e sociale della letteratura e quindi il rifiuto di commedia, tragedia e epica. Essi fanno una poesia tenue sia in contenuto che in forma per i suoi temi e la sua breve estensione. 

Lucrezio

Le notizie sulla vita di Lucrezio sono molto scarse tanto che non si è sicuri neanche del suo nome Tito Lucrezio Caro. San Gerolamo nel Chronicon sostiene che nasce nel 94 e muore a 44 anni e che Cicerone cura la pubblicazione di una sua opera, ma si tende ad anticipare la nascita al 98 e a far coincidere la morte col 55 indicato da Donato (grammatico del IV sec. d.C.), e si spiega così una lettera di Cicerone al fratello in cui lo celebra nel 54 avendo intenzione di pubblicarne un’opera. La pazzia e il suicidio sono notizie frutto della leggenda denigratoria cristiana contro un sostenitore della mortalità dell’anima, e il filtro d’amore è in contrapposizione all’attacco da lui sostenuto all’amore. Questo procedimento tende ad analizzare il testo in maniera corrotta ricercando solo elementi interpretabili come conferme ad ipotesi pregiudiziose precostituite. Non si hanno citazioni di suoi contemporanei eccetto la lettera di Cicerone, probabilmente visse isolato dalla vita pubblica da lui criticata.Il poema è dedicato a Memmio, del partito degli optimates, pretore in Bitinia nel 57 descritto da Cicerone come amante della letteratura greca e poeta egli stesso. Il de rerum natura è un poema epico-didascalico in esametri, suddiviso in sei libri che espongono la filosofia epicurea, già diffusa nell’ambiente romano e soluzione dei problemi esistenziali per il poeta. Il titolo  è  la  traduzione dell’ ‘opera più importante di Epicuro fonte principale per Lucrezio. Scrive un poema nonostante le critiche della filosofia epicurea alla poesia come menzognera e incentivo alle passioni. Egli dichiara che deriverà gloria dal suo poema per i contenuti e per la forma che col suo fascino illumina anche argomenti così difficili. Tramite la similitudine dei medici e dei bambini definisce il valore strumentale della poesia mediatrice di contenuti salutari ma difficili. Inoltre il poema didascalico fa parte della tradizione alessandrina diffusa a Roma in quel periodo. La fonte più autorevole è Empedocle autore anch’egli di un poema sulla natura celebrato da Lucrezio pur in disaccordo sulla dottrina. Con Empedocle condivide anche la convinzione di una missione per il bene dell’umanità collegandosi all’idea di vates ovvero  poeta e maestro, saggio. Omaggia anche Ennio iniziatore dell’esametro latino. Il poema si apre con l’inno a Venere che è una concessione alle convenzioni del genere epico, inoltre Venere era la dea della fecondità,simbolo della forza generatrice della natura e della felicità che deriva dall’accettazione delle leggi naturali. La richiesta di pace contraddittoria, perché secondo Epicuro gli dei vivono al di fuori del mondo, non interessandosi ad esso, è negli schemi convenzionali ed è una forma di captatio benevolentiae, oltre che un omaggio alla tradizione letteraria, per Memmio di cui Venere era nume tutelare. Prosegue con l’elogio di Epicuro, che sconfisse la religio, la religione, mostro che viene attaccato con l’episodio di Ifigenia. I sei libri procedono a coppie per tematiche fisiche, antropologiche, cosmologiche, analizzate sulla base della filosofia epicurea e sulla sua etica morale, che viene presupposta dall’autore.

  • I libro: espone la dottrina degli atomi, invisibili, innumerevoli e indistruttibili (nulla si crea e nulla si distrugge, la materia è eterna) e dimostra l’infinità dell’universo;
  • II libro: proemio sull’atarassia, felicità dei sapienti contro l’infelicità degli stolti vittime delle passioni, tratta il clinamen cioè la deviazione che modifica le traiettorie verticali degli atomi per formare i diversi corpi, poi sostiene l’esistenza di altri mondi e il destino di distruzione che sulla terra si sta già preannunciando;
  • III libro: celebrazione iniziale di Epicuro, tratta poi la mortalità dell’anima, cioè il principio vitale diffuso in tutto il corpo, e dell’animus, e cioè la mente, composti da atomi destinati a disperdersi. Il finale è dedicato a cancellare la paura della morte fine della sensibilità e quindi del dolore;
  • IV libro: svolge la teoria delle sensazioni provocate da atomi piccolissimi che si staccano dai corpi e vanno a toccare i sensi, illustra quindi il funzionamento dei sensi. Il finale è dedicato al sesso e all’amore;
  • V libro: elogio di Epicuro,creazione e mortalità dell’universo, descrizione del cielo e della terra, movimento degli astri, storia dell’umanità
  • VI libro: elogio Atene e Epicuro, descrizione fenomeni atmosferici e loro cause scientifiche, epidemie e descrizione della peste di Atene

Ogni libro inizia con un proemio, passa alla trattazione del tema e nel finale si ha un tema con autonomo rilievo. Il libro si ritiene incompiuto e lo dimostrerebbe l’annuncio nel V libro di una trattazione sulla sede degli dei che poi manca. Dal punto di vista stilistico l’opera è meno curata rispetto alle opere di questo genere successive: si hanno ripetizioni di parole frequentemente ma anche di versi e gruppi di questi. L’atarassia è il piacere e consiste nell’assenza del dolore e del desiderio, con l’assenza di turbamenti resa possibile dalla cessazione delle paure irrazionali e delle passioni perturbabili contro cui conduce la sua battaglia il poeta. Condanna l’ambizione politica e la lotta per il potere: lascia agli stolti i turbamenti della vita competitiva e definisce la guerra come atrocità. Condanna la passione amorosa, desiderio tormentoso e sempre insoddisfatto, dal cui temporaneo appagamento nasce dolore. Attacca la paura della morte derivata dalla convinzione dell’immortalità dell’anima negata con 32 tesi, e la paura degli dei assurda perché essi vivono nelle loro sedi e l’universo non è stato creato da loro ma è frutto della meccanica unione degli atomi e sostiene che se la rerum natura fosse stata creata da un dio per l’uomo allora non vi sarebbero tutte le ostilità che invece sono presenti. L’accentuazione degli aspetti negativi non è pero come per alcuni una contraddizione con l’esaltazione della vita di Epicuro ma ha un fine polemico: vuole confutare l’antropocentrismo, il provvidenzialismo e il finalismo degli Stoici e il loro ottimismo naturalistico. Il pessimismo è stato visto dal punto di vista pregiudizioso cristiano come la conseguenza del suo materialismo.La sua pietà per lo spettacolo desolante del mondo e il sospetto  dell’inadeguatezza della ragione come mezzo effettivo di salvezza sembrano affiorare nel finale del poema e cioè chi arriva senza una spiegazione metafisica e con il solo utilizzo della ragione secondo i cristiani non può che vedere il mondo come qualcosa di tragico anche se in verità egli dice che nell’atarassia si ha la felicità. Colpisce il finale terrificante in un opera che deve liberare dalle paure della morte; resta comunque un filo di inquietudine verso il mondo da parte del poeta. Vi sono più interpretazioni:secondo alcuni è la prova dell’incompiutezza dell’opera ,secondo alcuni è l’effetto dell’aggravamento psichico che gli ha causato sfiducia nella dottrina epicurea e pessimismo.Per altri è la rappresentazione simbolica della vita non epicurea,scenario di morte contrapposto all’elogio di Atene madre di Epicuro e allo scenario di apertura del poema. Questa ipotesi è la tesi principale della compiutezza dell’opera per lo schema perfettamente simmetrico che vi si legge. Lo stile è originalissimo, concreto, solenne, con alcune durezze impoetiche, di fronte al cosmo lo stile si eleva adeguato all’argomento e alla missione. Sono frequenti le apostrofi al destinatario,gli annunci dei temi prossimi e i riassunti di quelli già trattati, le anticipazioni di obiezioni dimostrate impossibili, le dimostrazioni delle assurdità di certe dottrine. Il linguaggio spesso quotidiano si ricollega all’intento divulgativo. Vi è una tendenza arcaicizzante per influsso di Ennio con frequenti allitterazioni e figure di suono. Usa il linguaggio scientifico e filosofico nel latino poco ricco e usa calchi di parole latine già esistenti con nuove accezioni, più rare le traslitterazioni.




I poetae novi

Questa definizione, data da Cicerone, è ironica per ragioni ideologiche: infatti i neoterici tendevano a staccarsi nettamente dal modello arcaico. Si tratta di un circolo letterario formato da poeti con gusti letterari simili, e anche spesso dall’amicizia. La poesia neoterica è ispirata a modelli alessandrini che da questo periodo non sono più considerati solo da imitare ma fonti di teorie e dottrine. Il caposcuola dell’alessandrino, Callimaco, parla delle caratteristiche dei suoi versi così: brevi, raffinati (accompagnati da grande erudizione), non magniloquenti. Utilizza per questo l’epigramma e il giambo, l’epillo (poemetto epico) e l’elegia. Quindi le poesie dei poeti novi sono raffinate dal punto di vista stilistico (mentre i temi sono leggeri), dotti (i poeti parlano di mitologia, geografia, linguistica), brevi (perché solo un carme di piccole dimensioni può essere accurato stilisticamente). Alcuni poeti neoterici sono:

-        Elvio Cinna: scrisse lo Zmyrna poemetto su una ragazza che innamorata di suo padre che viene trasformata in pianta;  testo oscuro che necessitava di un grande lavoro filologico. Cinna è nato a Brescia, in Grecia per una spedizione militare ritornò con Partenio di Nicea, che sarà poeta neoterico.

-        Valerio Catone: Gallo, grammatico, scrisse due operette Lydia e Dictynna (epillo su metamorfosi).

-        Furio Bibaculo: di Cremona, scrisse violenti epigrammi contro Ottaviano. Scrisse in prosa l’opera Lucrubationes (veglie).

-        Marrone Atacino: Gallo francese, scrisse un poema epico-storico il Bellum Sequaniqum, tradusse le Argonautiche di Apollonio di Rodio e due poemetti epico-didascalici.

-        Gaio Licinio Calvo: amico coetaneo di Catullo, apparteneva ad un’illustre famiglia romana ed era un ottimo oratore. Scrisse epigrammi, epitalami, epilli ed elegie. Si ricorda un epigramma rivolto a Pompeo, accusato di essere omosessuale. Dedicò le elegie alla moglie Quintilia.

Catullo

Gaio Valerio Catullo era della Gallia Cisalpina e più precisamente di Verona, da una famiglia molto ricca, tanto da poter ospitare Cesare quando egli andava in quei luoghi. San Gerolamo dice che egli sia nato nel 87 e morto nel 57 all’età di 30 anni. Ma alcuni versi di Catullo confutano questa tesi e si pensa che egli sia nato nel 84 e morto nel 54. Trasferitosi presto a Roma formò il circolo dei neoterici; fu nel seguito del propretore Gaio Memmio, governatore della Bitinia. L’evento cruciale della vita di Catullo dal punto di vista letterario è il suo incontro con una donna di cui si innamora; è Clodia, sorella del tribuno della plebe Clodio, che Catullo chiama con lo pseudonimo di Lesbia e in più moglie di Quinto Metello Celere. Fra gli amanti di Clodia ci fu anche Celio Rufo, che Cicerone difese in tribunale. Il liber catulliano è la raccolta di poesie di Catullo, probabilmente non strutturata così dall’autore ma da altri. I carmi in essa sono 116 divisi rispetto ai metri usati in tre gruppi 1)dal 1 al 60  in metri vari dall’endecasillabo al trimetro. 2) carmina docta 61-68 più impegnati e lunghi, in metri diversi. 3)69-116 distici elegiaci, la cui maggioranza sono epigrammi satirici. Il 1° carme è una dedica a Cornelio Nepote, definendo libellus l’operetta offerta all’amico e chiama le sue poesie nugae, poesiole. Questa dedica è da riferire a parte del libro e non a tutto. L’accuratezza con cui cura la sua opera può essere definita labor limae, elaborazione formale accurata. Nel periodo di travagli interni che sta vivendo Roma molti vedono nelle esigenze personali e in un distacco dalla società la via più sicura (es. Lucrezio) mente Catullo vive la vita mondana e si dedica all’amore e all’amicizia. Per quanto riguarda la politica, Catullo e i neoterici sono di famiglie agiate e per questo Catullo attacca dalla sua posizione di conservatore la politica di Cesare e di uomini vicini a lui nel partito dei populares; in verità però non c’è un vero impegno politico da parte sua: la sua indigniatio è più morale e umana verso chi non ha una concezione individualistica. Molti delle composizioni sono riprese da situazioni reali e concrete, e perciò poesia d’occasione. Oltre all’indigniatio c’è anche la presa in giro garbata. Inoltre in attacchi e situazioni è esibita una provocatoria oscenità, come nell’amore di Lesbia. Si trovano anche alcune poesie pederotiche, rivolte a un ragazzo di nome Giovenezio. Sono poi presenti aneddoti spiritosi di situazioni vissute dall’autore e anche dell’autoironia. Quando poi si passa a temi più seri parla dell’amicizia e del suo significato e alla fedeltà, sia in amore che nelle amicizie, che portano l’autore alla malinconia per alcuni fatti brutti da ricordare nella sua vita, come la morte del fratello in battaglia. L’amore per Lesbia è una storia passionale e tormentosa, per i continui litigi e le seguenti riappacificazioni. All’inizio l’amore è appagato e divampa gioiosamente ma subito si avventa sul poeta la gelosia, poiché sa che Lesbia non lo ama veramente. L’amore, per la prima, volta è visto come fondamentale; senza di esso la vita perde il suo senso. Inoltre egli sposta il significato della fides dal campo sociale a quello sentimentale ma Lesbia non accetta questo patto di fedeltà; Catullo accetta ormai senza più prese di posizioni le scelte dell’amata ma ciò porta Catullo alla più alta delusione perché vede che Lesbia lo ritiene solo un amante. Aumenta il disprezzo ma anche il desiderio di un poter amare ma non poter voler bene, ciò porta a volte Catullo alle ingiurie verso l’amata. Alla fine l’amore finisce e in tre carmi l’autore prima parla dell’irrimediabilità della separazione, poi lascia un messaggio d’addio da dare a Lesbia per mezzo degli amici e infine si ripiega nel suo dolore e nel suo insuccesso. Passa poi la raccolta ai carmina docta, a componimenti più lunghi che hanno i loro anche elementi mitologici e una lingua più ricercata. Sono presenti epitalami dedicati a conoscenti che si sposano, in cui passa da tono maliziosi e scherzosi ad accenti delicati e dolcissimi. Sono poi presenti alcuni epilli di carattere comunque amoroso, come le mitiche nozze di Peleo con Tetide, dea del mare. Il carme 66 riprende un elegia di Callimaco, dove per la prima volta Catullo nel vertere in romano si attiene molto di più all’originale. Nel 68 incrocia mito e autobiografia, con l’incontro di Lesbia che ha come exemplum un racconto mitico.      

Cicerone

Cicerone è forse l’autore più celebre della letteratura latina.E’ anche l’autore meglio conosciuto per la quantità d’opere rimaste e per la possibilità di ricostruire la sua vita attraverso le sue orazioni ed epistole. Sotto il profilo strorico-politico è uno straordinario testimone degli avvenimenti cruciali di Roma che passa dalla repubblica al principato. Sotto il profilo culturale si propose una sintesi della cultura romana arcaica e della filosofia greca. Sotto il profilo letterario, un gran prosatore: oratoria romana, crea la letteratura filosofica romana e l’epistolografia. Nacque nel 106 a.C. ad Arpino da una famiglia dell’ordine equestre non nobile ma ricca, fu così homo novus. Studiò a Roma con i migliori maestri greci e frequentò sin da giovane il foro. Nell’81 tiene la sua prima orazione (Pro Quintio causa civile ,successione di terreni).L’anno dopo difese con la Pro Sexto Roscio Amerino un cittadino accusato di parricidio da un liberto di Silla. Dal 79 al 77 studia nelle scuole filosofiche e retoriche della Grecia e dell’Asia Minore, seguito da Molone. Nel 75 è questore in Sicilia e poi entra in senato. Nel 70 sostiene le città siciliane nell’accusa di corruzione e abuso di potere a Verre ex-governatore difeso da Quinto Ortensio Ortalo ,il più abile retore del tempo. Nel 63 vince la corsa al consolato con Catilina. Si pone in favore degli opimates. Sconfigge ancora Catilina che si presenta con un programma accentuatamente popolare  e che poi preparerà una congiura. Cicerone con la prima catilinaria smaschera Catilina e lo costringe a lasciare a Roma. Arrestati altri cinque capi Cicerone si schiera per la condanna a morte senza concedere la provocatio ad popolum. Nel 60 nasce il primo triumvirato. Nel 58 Clodio con una legge retroattiva fa condannare Cicerone per avere condannato con processo sommario a morte cittadini romani. La sua casa viene consacrata alla dea libertà. Solo 16 mesi dopo grazie a Pompeo nel 57 viene richiamato. Cerca allora l’appoggio di Cesare di cui sostiene la proroga del comando in Gallia. Nel 52 Clodio muore in uno scontro con gli uomini armati di Milone che si impegna a difendere con la Pro Milone. Perde perché non riesce a pronunciare il suo discorso. Nel 51 è proconsole in Cicilia. Appoggia Pompeo durante la guerra civile sperando in una soluzione pacifica, sconfitto Pompeo ottiene la clemenza di Cesare ma si ritira dalla vita pubblica e si dedica alla filosofia. Nel 46 divorzia da Terenzia per una ventunenne e nel 45 muore sua figlia. Dopo la morte di Cesare si schiera con Ottaviano sperando che restauri l’attività del senato e attacca con le Filippiche Antonio. Fu proscritto da Antonio e Ottaviano nella lotta ai cesaricidi e ucciso il 7 dicembre del 43.



Cicerone spesso pubblicò le sue orazioni in seguito rivedendole. Di esse ne rimangono 58 intere.

Le Verrinae (70): sono 7 orazioni tenute per il processo per concussione a Verre ex-governatore della Sicilia .La divinatio in Caecilium con cui chiede il diritto di sostenere l’accusa,l’actio prima in Verrem è la requisitoria tenuta nel primo dibattito giudiziario.Con questa Verre partì in esilio volontario. L’actio seconda è costituita da 5 orazioni mai tenute , composte e pubblicate in seguito e riguardano i reati di Verre precedenti, i reati in Sicilia, le illegalità nelle esazioni, i furti di opere d’arte, le torture degli innocenti.

Pro Archia Poeta (62): a difesa del poeta Archia accusato di usurpazione del diritto di cittadinanza romana. Vinse esaltando nell’orazione la cultura e la poesia ma non ottenne il poema celebrativo promessogli

Pro Sestio (56): Difende il tribuno della plebe che aveva favorito il suo ritorno dall’esilio, accusato di de vi per avere organizzato bande armate contro Clodio. Analizza la situazione interna e sostiene che è necessario il ricorso a mezzi illegali per difendere lo stato minacciato dai populares e si appella al consensus omnium bonorum perché i moderati si alleino in difesa delle istituzioni

Pro Caelio(56): Difende Celio,accusato di aver rubato gioielli a Clodia, sorella di Clodio e aver tentato di avvelenarla. Con l’attacco a costumi dissoluti di Clodia attacca anche Clodio sostenendo anche dei rapporti tra i due fratelli e ottenne l’assoluzione di Celio

Pro Milone (52): Difesa di Milone nel processo de vi mai tenuta effettivamente per le circostanze avverse. Sostiene la legittima difesa, l’assenza di premeditazione, la giusta e provvidenziale punizione per i reati di Clodio.

Pro lege Manilia de imperio Gnaei Pompei (66 a.C.) : A favore di una proposta di Manilio per la concessione di poteri straordinari a Pompeo contro Mitridate. Inserimento di un elogio di Pompeo meritevole summus imperator

De lege agraria(63): tre orazioni contro una proposta di riforma agraria. Cicerone evidenzia gli aspetti anticostituzionali di questa proposta che avrebbe obbligato i ricchi ad abbandonare l’ager pubblicus(proposta imposta poi da Cesare)

Catilinarie(63): 4 discorsi tenuti nei giorni della scoperta della congiura 1,4 in senato 2,3 col popolo. Furono rielaborate e pubblicate nel 60. Sono le sue orazioni migliori per gli strumenti retoici e la veemenza e il vigore

Orazioni dopo l’esilio(57):

-        Cum senatui gratias egit

-        Cum populo gratias egit

-        Pro domo sua: con cui convinse i pontefici a restituirgli la casa dichiarando illegale la consacrazione

De provinciis consularibus(56): orazione a favore della proroga dell’imperium di Cesare in Gallia in quanto la preoccupazioni per gli interessi dello stato è superiore a tutto

Le Filippiche(44): 14 discorsi con scopo di dichiarare Antonio nemico pubblico. 4,6 davanti al popolo e 2 più violenta a pamphlet fingendo di averla pronunciata in senato davanti ad Antonio. Si chiamano così per l’accostamento fatto da Cicerone in una lettera a Bruto con le orazioni di Demostene contro Filippo di Macedonia.

Per Cicerone l’oratore deve svolgere tre funzioni: docere ,dimostrare la sua tesi razionalmente delectare ,conciliarsi le simpatie del pubblico con narrazioni ironia satira , movere cioè trascinare al consenso suscitando commozione,ira.

 La concinnitas è la rete di corrispondenze equilibrate e simmetriche che cosituiscono la complessità ma anche la compattezza del periodo e sono ottenute con  il parallelismo e l’equivalenza fonico-ritmica dei membri, nessi sinonimici,figure della ripetizione. Inoltre rispetta il ritmo della prosa diverso da quello della poesia.

 

                  

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