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Il disadattamento nella pedagogia




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IL DISADATTAMENTO NELLA PEDAGOGIA

 

Il disadattamento nella società industriale

Nelle società industriali ed urbane diventa più grave il problema del disadattamento per il fatto che più un ambiente è evoluto più è scarsa la tolleranza nei confronti del soggetto che non si adatta.



Le società pre-industriali o contadine producevano un minor numero di disadattati e ne facilitavano l’integrazione mediante un’azione spontanea di rieducazione e offrendogli occupazioni più compatibili. Nelle società industriali esigenze, di funzionalità e di precisazione e correlazione dei ruoli individuali richiedono la piena efficienza di ogni individuo ai fini della produzione. Il fondamento economico su cui poggiano queste società impone la priorità del lavoro produttivo, del guadagno e del successo a danno del fattore umano. E’ ovvio che in una società che utilizza l’uomo ai suoi fini produttivi si tende alla scelta dei più capaci e al rifiuto del disadattato. Per questi motivi il problema del disadattamento si è aggravato con  l’affermasi della società industriale.

Il problema del disadattamento

L’educazione è un insieme di processi con i quali la persona sviluppa le sue potenzialità e si inserisce costruttivamente nel suo ambiente sociale. Gli stadi di sviluppo costituiscono fasi di adattamento della persona all’ambiente. La persona per inserirsi costruttivamente nel suo ambiente sociale deve compiere processi di adattamento che modificano il suo comportamento in ordine all’istituzione di rapporti soddisfacenti con l’ambiente. Difficoltà congenite o acquisite impediscono ad alcuni soggetti di inserirsi nella vita sociale, in questo caso il soggetto presenta uno stato di anormalità che si discosta dalla posizione media dei soggetti, o di disadattamento, in quanto la sua condotta non si adatta alle circostanze che l’ambiente presenta o di atipicità in quanto la sua condotta si differenzia da quella generalmente impiegata per inserirsi nell’ambiente. In conseguenza possiamo chiamare normale o adattato o tipico l’individuo che ha raggiunto uno stato di adattamento e anormale, disadattato o atipico colui che non l’ha raggiunto.

Il problema dell’adattamento e quello del disadattamento è un problema psicologico ma anche sociale. Infatti esso va considerato nei sui aspetti di assimilazione, in base al quale l’individuo assimila la realtà esterna secondo i propri schemi, e di accomodamento in base al quale tenta di modificare la realtà esterna per adattarla a se stesso  o se stesso per adattare la realtà esterna.

La condizione di disadattamento quindi è un fatto complesso su cui incidono fattori individuali, come le eventuali patologie, famigliari e sociali come le carenze formative del mondo in cui il soggetto si sviluppa. La classificazione dei disadattati può essere fatta in base a motivi di ordine clinico e pedagogico. La classificazione clinica distingue i disadattati in malati, deficienti, e caratteriali.

La classificazione pedagogica li distingue in : disadattati fisici, suddivisi in deficienti sensoriali della vista e dell’udito, e deficienti della motilità; disadattati mentali; disadattati sociali, suddivisi in caratteriali che hanno difficoltà ad adattarsi alla vita familiare, e in delinquenti.

Ciascuna forma di disadattamento richiede una metodologia educativa speciale. La metodologia speciale è una metodologia possibilistica e graduale, in quanto deve saper mirare al grado di perfezione possibile, senza pretendere una perfezione irraggiungibile e deve attuarsi con gradualità secondo gli stadi intermedi di elevazione; è poi una metodologia attivistica ed impegnante, allo scopo di liberare il soggetto dal suo sentimento di inferiorità e isolamento per dargli fiducia nei suoi mezzi di comunicazione: perciò mai scoraggiare, ma stimolare gli aspetti positivi della persona; è, infine, metodologia personalistica ed autoeducativa, capace di stimolare le risorse del soggetto e di portarlo all’autoeducazione e alla trasformazione: bisogna che sia il soggetto stesso a porre ordine nel suo comportamento, a cercare l’equilibrio della sua personalità con un aiuto più insistente da parte dell’educatore rispetto al soggetto normale, ma comunque sempre rispettoso della personalità individuale. Sotto il profilo metodologico ciò significa per l’educatore, non solo rispettare le esigenze del disadattato, ma cercare i mezzi più idonei per superare il disadattamento tramite attività che vanno dalla sollecitazione del senso creativo, all’attuazione di un clima di socialità e di confidenza. Infatti la metodologia educativa del disadattamento poggia in gran parte sul rapporto personale tra l’educatore e l’educando e sul compito dell’educatore di creare un ambiente affettivo di sostegno del disadattato.

Gli educatori inoltre devono saper reagire positivamente alle situazioni anormali, accettando il disadattato qual è: una persona come le altre le cui possibilità sono in qualche modo ostacolate ma che ha come gli altri un destino che deve compiersi secondo una propria armonia. 




Il disadattamento senile

Il problema del disadattamento senile è rilevante nel nostro paese, poiché dal 1950 ad oggi la popolazione con più di 60 anni sta avendo un progressivo incremento. La vecchiaia rappresenta un’età caratterizzata da un notevole disadattamento verso sé stessi, verso gli altri e verso l’ambiente; sono spesso rapporti mutevoli con l’ambiente che contribuiscono ad incidere negativamente: abbassamento della forza muscolare, dell’acutezza visiva ed uditiva, della resistenza alla fatica. È a causa di questo rapporto con l’ambiente se l’anziano vive in uno stato di preoccupazione verso il futuro. Il disadattamento dell’anziano non deriva tanto dal declino intellettuale quanto piuttosto da fattori emotivi e connessi all’integrazione sociale, quali la cessazione delle attività lavorative e l’esclusione da un ruolo predominante della vita familiare che portano ad uno stato di frustrazione: il timore di non riuscire a adattarsi ad una situazione nuova si traduce in un comportamento ansioso.

 Molto spesso il trauma della pensione è brusco e trova l’anziano impreparato: da un’attività che impegnava fisicamente e psichicamente gran parte della giornata si piomba in una situazione di riposo, l’anziano ha una quantità di tempo libero che non sa come utilizzare perché la società lo ha indirizzato ad un concetto di produttività, o anche non può utilizzare perché mancano la disponibilità economica, le strutture e la mentalità. La qualità dell’invecchiamento dipende anche dalla classe sociale cui si appartiene, infatti, ha un declino senile più rapido chi ha svolto un lavoro manuale e non ha una situazione economica agiata.

Nel nostro tipo di società i problemi maggiori per l’anziano sono quello della solitudine e dell’autonomia cui si lega la questione dell’alloggio; la tendenza all’allontanamento dalle campagne ha modificato la struttura delle famiglie, infatti, ora il numero di anziani che vive coi figli è esiguo rispetto al passato e questo porta gli anziani ad abitare da soli ma essi non sono in grado di provvedere a se stessi fisicamente ed economicamente, perciò necessitano dell’aiuto di altre persone.

Una serie di svariati motivi sociali, familiari e personali possono portare l’anziano alla Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA). Il cambiamento di ambiente è traumatizzante: una persona anziana tende ad avere un suo spazio conosciuto e delimitato, ha le sue abitudini e spesso si adatta a fatica alla promiscuità della casa di cura, alla mancanza dei pochi rapporti sociali che conservava sino a quel momento, al senso di inutilità che deriva dal suo ricovero. Per evitare che la situazione diventi frustrante, in quanto, con la perdita di potenza biologica e la diminuzione del ruolo sociale, viene intaccato il senso di integrità personale e il concetto di autostima, sono indispensabili degli adattamenti psicologici: una persona deve imparare ad accettare più il valore della saggezza che quello della bellezza e dell’attrazione fisica o della forza: gli uomini e le donne devono essere più attenti ai loro partner in termini di personalità individuale piuttosto che di caratteristiche fisiche; inoltre, per una persona di mezza età è bene restare recettiva a nuove idee, il che dipende in gran parte dalla curiosità, dal continuare ad interessarsi agli avvenimenti, dal ricercare stimolazioni di tipo culturale.

Per quanto riguarda l’alloggio sarebbe opportuno sostituire al ricovero l’assistenza domiciliare nell’abitazione in cui l’anziano ha sempre vissuto. Con questo sistema l’anziano non cambia alloggio, mantiene quei legami che aveva con persone, luoghi e ambienti usuali e viene assistito da un assistente sociale che può far per lui la spesa, assisterlo nei compiti domestici più gravosi, seguirlo nelle diverse necessità della vita di ogni giorno.

Un’altra possibilità di assistenza consiste nell’utilizzare alloggi minimi, integrati in una struttura residenziale dotata dei servizi necessari, dove l’anziano, o coppie di anziani, ricevono l’aiuto di assistenti sociali. Il trasferimento in un appartamento minimo, anche se inserito nel centro storico o in normali case di abitazione, può trovare inizialmente un’accoglienza scarsamente entusiasta da parte dell’anziano: si tratta di un cambiamento che può rappresentare un certo trauma; in seguito tuttavia l’anziano finisce con l’apprezzare lo scarso impegno che richiede un alloggio di dimensioni ridotte e l’assistenza che gli viene fornita.

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