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Gli effetti del riscaldamento globale e gli scenari futuri




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GLI EFFETTI DEL RISCALDAMENTO GLOBALE E GLI SCENARI FUTURI

Le stime sulla temperatura media del pianeta indicano che il processo di riscaldamento globale è già effettivamente in atto. Questa non è, comunque, una tendenza facilmente documentabile: fattori temporanei possono infatti mascherare una tendenza generale. Quando nel 1991 l’eruzione del vulcano Pinatubo, nelle Filippine, riversò enormi quantità di polveri e gas negli strati alti dell’atmosfera, il fenomeno schermò parte della luce solare e contribuì a ridurre la temperatura media dell’intero pianeta per circa due anni. Questo genere di eventi provoca deviazioni dall’andamento generale per periodi limitati di tempo, dopo i quali torna la normalità, come se i fattori di disturbo non si fossero mai presentati.



Chi ancora oggi si lamenta di qualche anomalia “atmosferica”, dovrebbe rileggersi un Pensiero di Leopardi:

<< Io credo che ognuno ricordi di avere udito dai suoi vecchi più volte come mi ricordo io dai miei, che le annate sono divenute più fredde che non erano, e gli inverni più lunghi; e che, al tempo loro, verso il dì di Pasqua si solevano lasciare i panni dell’inverno; la qual mutazione oggi, secondo essi, appena nel mese di maggio e tal volta di giugno si può partire>>.

Ed a questo proposito, Leopardi cita Magalotti[1], che nel 1683 così si lamentava:

<< Qui in Italia è voce e querela comune che i mezzi tempi non vi sono più; e in questo smarrimento di confini non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre che in sua gioventù a Roma, la mattina di Pasqua ognuno si rivestiva d’estate>>.

E così conclude Leopardi:

<< L’Italia sarebbe più fredda della Groenlandia se dal 1683 a oggi fosse venuta continuamente raffreddandosi a quella proporzione che si narrava allora>>.

Questo forse aiuta a capire che il clima non sempre è stabile, tuttavia, sebbene le inevitabili variazioni dei climi locali facciano clamore, esse non sono significative per la valutazione dell’andamento medio del clima globale.

Sino agli anni 40 del secolo scorso non era ancora chiaro se si stesse tornando verso un clima più rigido o se la rotta si stesse invertendo nuovamente a causa dell’effetto serra.

Nel 1995 gli scienziati dell’IPCC hanno firmato una dichiarazione in cui si annuncia ufficialmente l’inizio di un’era di riscaldamento globale.

Questo è confermato dall’ultimo rapporto dell’IPCC che prevede un aumento delle temperature mondiali da 1,8° a 4°C entro il 2050.

LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCIAI

L’aumento delle temperature ormai in atto sta causando il progressivo scioglimento dei ghiacciai. Recenti osservazioni satellitari hanno infatti rilevato una diminuzione di circa il 10% dell’area coperta dalle nevi dalla fine degli anni sessanta. In particolare:

·           si stanno ritirando velocemente le nevi e i ghiacciai equatoriali, sulle Ande peruviane, la più grande concentrazione di ghiaccio nei tropici, e in Africa: il 33% dei ghiacciai del Kilimangiaro è scomparso negli ultimi 20 anni;

·            negli ultimi 20 anni i ghiacciai delle Alpi si sono ritirati del 20%, scioglimento che è stato documentato da una spedizione di Greenpeace;

·            è diminuito lo spessore dei ghiacci marini nell’Artico nella tarda estate;

·            nel 1996 si è calcolato uno scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia di 90 km3 l’anno. Nel 2005 si è arrivati a 220 km3 l’anno. Una spedizione scientifica organizzata da Greenpeace ha accertato che il ghiacciaio di Kangerdlugssuaq si sta ritirando alla velocità record di 40 metri al giorno.

·            Nell’Antartide Occidentale, in particolare nella Penisola Antartica (a Sud dell’America Latina), si osservano spesso crolli di blocchi di ghiaccio con formazioni di iceberg. 

   In particolare nel marzo 2002 si è staccata dalla piattaforma Larsen B, un blocco di ghiaccio di 3250 km2  la cui formazione risale a 12.000 anni fa e che si è staccata dal resto del continente bianco per via di una frattura spessa 220 metri. La notizia è stata diffusa dallo statunitense NSIDC, il National snow and ice data center, presso l'Università del Colorado, che monitora costantemente i Poli attraverso rilevazioni satellitari e guarda con grande attenzione alla piattaforma Larsen che da anni preoccupa gli scienziati in quanto dimostra di essere più esposta agli effetti del cambio climatico.



Le riserve di acqua dolce contenute nei ghiacciai e nelle nevi d'alta quota sono destinate a diminuire in tutto il mondo e le popolazioni che dipendono da queste (circa 1/6 della popolazione mondiale) a soffrire di carenze idriche ed energetiche.

L’AUMENTO DEL LIVELLO DEI MARI

Lo scioglimento dei ghiacciai contribuisce inoltre per il 60% all’aumento del livello dei mari, che negli ultimi 100 anni è cresciuto approssimativamente di 15-20 cm; questo fenomeno è dovuto inoltre (per il restante 40%) all’espansione termica. Ogni liquido, infatti, quando viene scaldato tende ad occupare un volume maggiore ed è quello che sta succedendo ai mari riscaldati dall’effetto serra. 

È importante inoltre evidenziare un aumento della temperatura dei mari in relazione al fatto che in acque calde il biossido di carbonio atmosferico si scioglie meno facilmente e questo comporta quindi una maggiore concentrazione del gas nell’atmosfera e l’acidificazione delle acque marine. Quest’ultima mette a rischio un gran numero di specie, soprattutto quegli invertebrati che costruiscono gusci calcarei in cui vivere, come ad esempio i coralli. Si è stimato che l'assorbimento della CO2 da parte di oceani e foreste raggiungerà il picco massimo probabilmente entro il 2050, dopo di che gli ecosistemi incominceranno addirittura a cedere il carbonio in eccesso aggravando l'effetto serra invece di mitigarlo come sino ad ora è avvenuto.
Indice dell’aumento della temperatura dell’acqua è la decolorazione delle comunità coralline.  Questo effetto è dovuto alla perdita delle alghe responsabili della colorazione variopinta dei coralli. Ultimamente sono già state individuate diverse zone soggette a questo effetto, che potrebbe comportare inoltre la morte dei coralli e l’erosione della barriera sottostante.

I primi effetti iniziano a notarsi anche sulle linee di costa. Secondo una ricerca della University of Plymouth in Inghilterra il livello del mare lungo le coste del Maine e della Nuova Scozia in America del Nord è aumentato rispettivamente di circa 30-50 centimetri e 60 centimetri dal 1750 a oggi. I dati sono stati ottenuti attraverso l'analisi dei sedimenti geologici delle paludi costiere. Secondo Roland Gehrels, l'autore di uno studio presentato al convegno annuale della Geological Society of America, nell'aumento del livello del mare si possono notare due trend. Il primo, dovuto a un periodo climatico particolarmente caldo ma di origine naturale, si ha nel corso del Diciottesimo secolo e si arresta all'inizio dell'Ottocento. Il secondo aumento del livello del mare parte all'inizio del ventesimo secolo e sembra essere molto più veloce del precedente, probabilmente a causa della combinazione di un naturale periodo di riscaldamento con quello determinato dalle attività umane.

VARIAZIONE DELLE PRECIPITAZIONI.

L’aumento del calore e quindi dell’evaporazione dai grandi bacini idrici comporta un aumento corrispondente della quantità d’acqua in atmosfera e quindi un aumento delle precipitazioni. Alcuni ricercatori ritengono che queste siano cresciute di circa l’1% su tutti i continenti nell’ultimo secolo. Nei prossimi 50 anni si ritiene che gli eventi alluvionali saranno più intensi e frequenti in molte aree già a rischio così come la siccità diverrà più intensa e prolungata nelle aree già colpite dal fenomeno.

Le aree poste ad altitudini più elevate dimostrano incrementi più consistenti, al contrario le precipitazioni sono diminuite in molte aree tropicali. In ogni caso si nota una maggiore intensità delle piogge e dei fenomeni meteorologici più violenti (come le tempeste e gli uragani) con un conseguente aumento delle inondazioni e delle erosioni a carico del terreno.

I cicloni tropicali sono, infatti, perturbazioni molto violente e sono influenzati da tre principali fattori: un continuo ciclo di evaporazione-condensazione dell’aria umida e calda dell’oceano; la presenza di venti forti e uniformi ad altitudini elevate e una differenza di pressione tra la superficie marina e le quote più alte.

L’aria calda e umida sale verso l’alto, dove incontra i venti che la spingono in un moto vorticoso verso gli strati più elevati e freddi dell’atmosfera. In tal modo subisce un raffreddamento progressivo e finisce per condensare: si formano così accumuli di nuvole e goccioline di pioggia.

Durante questo processo viene liberato il “calore latente di condensazione”, ovvero quel calore che una sostanza assorbe o libera quando cambia stato; in questo caso nel passaggio da vapore a liquido avviene una cessione di calore che riscalda gli strati d’aria più in alto, spingendoli ancora più su e lasciando lo spazio per la formazione di masse d’aria provenienti dall’oceano sottostante. Infine la bassa pressione atmosferica, presente al centro dei cicloni, crea un altro moto d’aria, questa volta fredda e ad alta pressione, che aumenta ulteriormente la velocità dei venti, che diventano velocissimi specialmente nell’area intorno all’occhio del ciclone.

Il pericolo maggiore associato agli uragani è quello dato dalle alluvioni e dagli allagamenti che si è stimato causino circa il 90% delle vittime; inoltre i fortissimi venti causano danni strutturali alle abitazioni, alla vegetazione e al paesaggio. Senza contare i danni addizionali causati dai cosiddetti tornado, piccole e intensissime tempeste, che si originano dai forti venti dell’ uragano madre.

E’ stato possibile riscontrare gli effetti catastrofici conseguenti agli uragani durante l’uragano Katrina che ha allagato New Orleans nel 2005 ed è rilevante il fatto che, negli ultimi trent’anni, il numero degli uragani di categoria 4 e 5 sia raddoppiato, che soni i più intensi.




Negli ultimi anni in America è aumentato il numero di tornado e nel 2004, in Giappone si è registrato il record di 10 tifoni. Questi sono giunti anche in Brasile e nell’Antartico del Sud, che si ritiene sia una zona non soggetta a questo tipo di fenomeni.

Tuttavia, mentre alcuni ritengono che la causa degli uragani sia il riscaldamento globale, il loro aumento ha portato allo sviluppo di un dibattito su quanto e come il riscaldamento globale fosse responsabile di questo fenomeno. Il collegamento è sembrato logico anche in base al fatto che più alta è la temperatura superficiale degli oceani, più forti sono gli uragani. Un gruppo di ricercatori dell'Università della Virginia però ha preso in esame le temperature dell'acqua sul percorso di ogni uragano e ha trovato che l'aumento di temperatura dell'acqua può rendere conto solo di metà dell'aumento dell'intensità degli uragani stessi, contrastando l’ipotesi precedente.

RIPERCUSSIONI SULLA PRODUZIONE AGRICOLA

La diversa distribuzione delle precipitazioni avrà ripercussioni sull’agricoltura verso i tropici, specialmente nelle regioni in cui si alternano piogge e stagioni secche. Qui la produzione agricola potrebbe calare sensibilmente a causa di un previsto aumento di 1-2°C nelle temperature medie riducendo milioni di esseri umani alla fame.
Al contrario le produzioni di cereali alle medie e alte latitudini potrebbe persino aumentare grazie a un aumento di 1-3°C. Tuttavia, in un bilancio globale, la produzione agricola dovrebbe aumentare, purché non si superino i 3°C di incremento termico.

Per quanto riguarda l’Italia, è stato costituito il Centro Euro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici , il primo istituto in Europa interamente dedicato allo studio del clima, delle sue conseguenze e modificazioni. Il primo risultato ottenuto dal Centro è stata la realizzazione di una serie di simulazioni di scenari climatici relativi al futuro del Mediterraneo nei prossimi 100 anni, basati sui dati recentemente forniti dall’IPCC. Il modello prevede una diminuzione del 20% delle precipitazioni, l’aumento della temperatura da 1 a 3°C tra il 2010 e il 2050 e il conseguente aumento del rischio di siccità.

La Sardegna in particolare è stata scelta come banco di prova per gli studi del CMCC e una delle conseguenze che la riguarda è la possibile riduzione delle superfici particolarmente adatte alle colture agrarie più importanti dell’isola. Si parla infatti di una riduzione che può andare dal 9 al 26% della coltivazione di ulivo e vite, particolarmente adatti al nostro clima attuale. Inoltre il territorio sardo adatto alle produzioni di foraggio passerà dall’attuale 87,3 al 30,3% nel 2100. Questi pochi dati bastano a dimostrare quanto il cambiamento climatico ci riguardi da vicino. 

EFFETTI SULLA SALUTE UMANA

Il riscaldamento globale ha un effetto diretto anche sulla salute umana. Il numero senza precedenti dei decessi per eccesso di calore registrato a Chicago nell’estate del 1995 fu una conseguenza del susseguirsi di diversi giorni di caldo torrido. Nel 2003 un’ondata di calore in Europa uccise 30.000 persone e in India causò la morte di 1.500 persone; nello stesso anno in America le temperature si mantennero sui 38°C per diversi giorni.

Le implicazioni in termini di salute vanno ben oltre. I problemi più seri riguardano infatti la distribuzione delle malattie e dei loro vettori.

Stando all’ultimo rapporto dell’IPCC, a livello igienico sanitario ci sarà un aumento globale delle patologie legate direttamente all'innalzamento delle temperature e di quelle di origine “ecologica”, cioè conseguenti alle mutazioni dell'ambiente che risponde al riscaldamento globale.

Il rapporto indica un elenco di patologie e disagi fisici destinati a diffondersi quali:

-        malnutrizione;

-         aumento dei decessi dovuti alle ondate di calore che colpiscono soprattutto le grandi città;

-        aumento dei feriti, senza tetto e morti a causa di piene, incendi, alluvioni ed eventi meteo estremi;

-        l'aumento delle patologie intestinali (soprattutto varie forme di dissenteria), di patologie cardio-respiratorie a causa della crescente concentrazione di ozono a livello del suolo;



-         una redistribuzione delle aree di diffusione di agenti patogeni. Si temono in particolar modo le malattie tropicali come la malaria che è arrivata alle più alte quote sulle Ande colombiane. Allo stesso modo potrebbero aumentare le malattie degli animali d’allevamento, con gravi conseguenze per l’economia.

Negli ultimi 25 anni sono comparse 30 nuove malattie, come l’influenza aviaria.

 

CONSEGUENZE PER GLI ANIMALI

Oltre che all’uomo, il riscaldamento globale sta creando gravi conseguenze anche agli animali. Almeno 279 specie di piante ed animali si stanno avvicinando ai poli. Mentre lo scioglimento dei ghiacciai rende sempre più difficile la sopravvivenza degli orsi polari, alcuni infatti annegano dopo aver nuotato anche per 100 km prima di trovare del ghiaccio su cui riposarsi.

Inoltre si prevede un grave depauperamento della diversità biologica in seguito al mutamento dei ritmi delle stagioni, dei tempi di fioritura, di disgelo e di disponibilità delle risorse alimentari che potrebbero avere enormi conseguenze sulla salute delle specie viventi che ne dipendono.

Un chiaro esempio di questi mutamenti è dato dal risultato di uno studio di William Bradshaw e Christina Holzapfel, due biologi dell'Università dell'Oregon, su una particolare specie di zanzara, la Wyeomyia smithii, che vive sulla costa orientale degli Stati Uniti, dal Golfo del Messico al Canada. Essi hanno riscontrato che negli ultimi 30 anni le zanzare hanno progressivamente ritardato le loro fasi vitali. In particolare sono riusciti a verificare che le zanzare passano dallo stato di larva a quello di pupa con un ritardo di almeno 8-10 giorni rispetto a quanto accadeva nel 1970. I ricercatori hanno messo in relazione questo fenomeno proprio con il riscaldamento del pianeta.

 Il passaggio da larva a pupa è infatti il meccanismo naturale attraverso il quale le giovani zanzare riescono a superare i rigori dell'inverno, entrando in uno stato di letargo. «La metamorfosi delle zanzare», ha spiegato William Bradshaw, «è regolata da un meccanismo genetico che agisce sulla base di alcuni parametri esterni, come, per esempio la lunghezza del giorno. Il fatto che questo meccanismo si sia attivato in ritardo e indipendentemente dalla lunghezza delle ore di luce dimostra che anche i geni che lo regolano hanno subito una mutazione, un adattamento». Un cambiamento “programmato”, avvenuto soprattutto a causa del potenziamento di un sottogruppo di Wyeomyia smithii che, per via di una variazione genetica, già iniziava il proprio riposo invernale con un leggero ritardo. Secondo Bradshaw :«Il riscaldamento globale ha di fatto portato a rendere dominante questo sottogruppo, rispetto al resto della popolazione. Una vera e propria risposta evolutiva all’effetto serra».



[1] Lorenzo Magalotti (Roma 1637 – Firenze 1712). Fu letterato e scienziato, uomo di corte e diplomatico al servizio dei Medici. Pubblicò vari scritti da cui traspare la sua particolare attenzione per la filosofia di Galileo.

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Appunti su: collegamenti per tesina per esame di terza media effetto serra, scenari ecologici conseguenti allinnalzamento della temperatura,







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