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21esimo secolo in bilico - tra essere e apparire - tesina




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                                                                                                                                                               Blesio

Albert Hofmann


Albert Hofmann, nato nel 1906 a Baden, si laureò in chimica nel 1929 presso l'Università

21esimo secolo in bilico - tra essere e apparire - tesina


            Tecnico Gestione Aziendale  Esame di Stato 2009 21ESIMO SECOLO



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Tecnico Gestione Aziendale

Esame di Stato 2009

21ESIMO SECOLO IN BILICO




TRA ESSERE E APPARIRE









Prefazione


L’uomo hi-tech del terzo millennio ha sì conquistato il mondo e le sue risorse, ma ha perso la capacità di apprezzare se stesso.

Poiché noi, piccoli abitanti del cosmo, siamo fragili di fronte ad ogni cambiamento, ci ritroviamo a cercare forme di difesa, o semplicemente a nasconderci dietro a muscoli o abiti griffati.

Per anni il mondo si è agitato nel dubbio esistenziale: essere o APPARIRE?

Apparire.

E’ stata questa la “nostra” scelta.

Ed è così che, passo dopo passo, ci siamo ritrovati a dover gestire la valanga di problemi che l’ingresso nella “Società del superfluo” ci ha rovesciato addosso.

Non crediamo certo di essere stati i primi, né a dare importanza alle apparenze, né tanto meno a sentirci smarriti e insoddisfatti. 

I disturbi del comportamento alimentare, DCA nel linguaggio comune, altro non sono che la reazione moderna alla miscela esplosiva di estetismo dannunziano e male di vivere montaliano, entrambi “portati all'eccesso”. 

Se poi ad alimentare tutto questo c'è un mondo che non si rende conto che far sfilare delle mummie non è artistico oltre che altamente diseducativo, e se in questo mondo siamo tutti un po' succubi di una televisione regina e al tempo stesso buffona di corte voilà, il gioco è fatto. 

L'estetismo allude alla ricerca, anche esasperata, di tutto ciò che è bello, superfluo, raro, in contrapposizione a ciò che è necessario, utile, ovvio, mediocre

Un po' come facciamo noi. 

Estetismo è 'art for art's sake', culto del bello fine a se stesso, è consapevolezza di un'esistenza fuggevole e di una vecchiaia sterile, esaltazione del piacere e della bellezza, unico valore reale che si sublima nelle arti.

L'esteta vive cogliendo l'attimo irripetibile, in cerca di sensazioni nuove e talvolta deleterie. 

L'artista, che si è liberato da qualunque imperativo etico, si pone quindi l' obiettivo di ricercare e conseguire il bello, il sublime, il capolavoro, in qualunque modo egli voglia e possa esprimersi, a cominciare dalla sua stessa vita.

Se impegnato in questa missione edonistica, si trova a dover agire immoralmente e lo fa senza curarsene perché, si è detto, egli trascende i concetti di bene e di male.

L'estetismo è chiave di lettura che accomuna i romanzi di due autori d'eccezione - Oscar Wilde e Gabriele D'Annunzio- e impronta di vita di protagonisti straordinari come Dorian Gray e Andrea Sperelli.

Il Dorian di Wilde, dandy dall'aspetto folgorante, impara a considerare la bellezza come qualcosa di sublime, tanto che, rapito dallo splendore della sua stessa immagine, riprodotta in un ritratto di Basil Hallward, sacrifica la sua anima purché il ritratto invecchi al posto suo. Gli anni passano e Dorian è sempre bello, giovane, è uno spirito inquieto, alla continua ricerca di qualcosa in grado di appagare la sua morbosa sensibilità, appassionato di ogni frivolezza, ma anche di ogni esperienza intellettuale. La sua vita inimitabile è la 'prima e la maggiore delle arti'. Avido di piaceri e del tutto privo di inibizioni morali, fa scelte di vita snobistiche e  frivole.

Tuttavia i suoi comportamenti amorali e a volte persino criminali, gli lasciano un segno profondo così che, colto dai rimorsi, non è in grado di sopportare oltre l'immagine di depravazione che il quadro gli riflette, colpisce il ritratto con un pugnale e cade morto come se avesse colpito se stesso. Il quadro, tremenda allegoria del rimorso, torna allo splendore originario, e Dorian, o meglio il suo cadavere, assume la terribile fisionomia che il tempo e la sua vita dissipata gli hanno procurato.

Il ritratto che invecchia al posto di Dorian è il simbolo del conflitto tra arte e vita, quel confine sottile, quasi impercettibile, tra arte come vita e vita come arte, che pian piano si esaurisce, fino a fare della vita stessa un'opera d'arte.

Dorian Gray, così come Andrea Sperelli, è un 'eroe della bellezza', un esteta esasperato, che fa del mondo il suo palcoscenico e la sua platea.

Più che un immorale è un amorale, in quanto in lui il senso del bello, al primo posto nella scala dei valori, ha fatto dimenticare i valori di bontà e giustizia.

E' un individuo cinico e dissoluto che, ossessionato dal raggiungimento del sublime, calpesta ogni legge umana e divina, disprezza tutto ciò che è mediocre o banale e, chiuso nella sua eleganza come in un bozzolo di seta, persegue quei piaceri che sono propri di un'élite di persone eccezionali.

Sembrerebbe che l'estetismo fosse la scelta di un uomo sicuro e già forte di per sè…. Ciò che in realtà sorprende è  il fatto che, a prescindere dall’epoca, la concezione edonistica della vita è posta sempre alla base di uno stato di disagio esistenziale provocato dal venir meno di alcune certezze… La vita vissuta sul filo della bellezza, vissuta come un'opera d'arte, estranea a qualsiasi valore morale, porta Dorian a terminare la sua avventura in modo drammatico, e Andrea Sperelli a non riuscire a sostituire, né a dimenticare, la bella Elena Muti. 

Sono quindi entrambi individualisti disfatti ed estenuati, la loro volontà di affermazione altro non è che una velleità destinata alla sconfitta nell'impatto con il mondo.

Questi personaggi sono qualcosa di più di semplici invenzioni letterarie: essi, come i romanzi dei quali sono protagonisti, testimoniano la grave crisi che alla fine dell'Ottocento corrode gli ideali romantici e positivistici. 

L'uomo di cultura del 900 si trova immerso in un mondo sfiduciato e vive una profonda crisi d'identità; prende coscienza del fatto che, in una società basata sulla logica del capitale, il poeta ha perso il suo ruolo tradizionale di 'creatore di valori'  e di 'vate'.

Nasce da ciò una situazione di disagio, disillusione, noia esistenziale.

Montale, nel 1925, sconvolge il panorama letterario italiano con 'Ossi di seppia', raccolta che dichiara l'impossibilità per il poeta di dare soluzioni valide in un'epoca senza certezze. Non riesce infatti a configurare un uomo davvero alternativo, e la sua 'protesta' tende a risolversi in se stessa, in una dolente quanto amara impotenza.

Il male di vivere montaliano è il tentativo di testimoniare il malessere, l'impotenza dell'intellettuale, il suo 'scacco esistenziale'; elementi che si rispecchiano in arte nella rottura dei moduli tradizionali e in una poesia scabra ed essenziale.

Il poeta genovese si trova in pieno Decadentismo, periodo che vede un uomo incerto e stanco, sconfitto su piano politico e frastornato dalla guerra, che cerca dentro di sé qualcosa che lo aiuti a superare questo senso di sofferenza irrimediabile. 

Dopo una faticosa autoanalisi, accompagnata dalla consapevolezza di quanto sia amaro far parte della storia in una società che cerca la propria grandezza lontano dalla cultura, Montale trova nella divina indifferenza la strada per eludere il disagio e l'angoscia.

Utilizzare l'indifferenza per rifugiarsi al di fuori della realtà risulta tuttavia una fuga un po' egoistica, un invito al disimpegno rispetto alla crisi che accompagnava il ‘900.

L'antidoto del poeta contro il 'male di vivere' esprime superiorità e un giudizio negativo nei confronti di una società massificata alla quale egli guarda con ironia e amarezza.

Ed è qui che troviamo il collegamento con i D.c.a.

L'anoressia non va vista solo come ricerca della bellezza estetica che porta al rifiuto del cibo; voler morire senza un grammo di carne addosso cela una profonda crisi interiore e quindi una domanda di aiuto, una richiesta di riconoscimento del proprio dolore, dolore di vivere, di accettarsi, di essere. Un dolore tanto forte e lacerante da risultare impossibile da sviscerare.

Montale adotta la poetica del correlativo oggettivo per esternare un sentimento che altrimenti sarebbe inesprimibile. E lo stesso fa chi soffre di D.c.a: attraverso il rifiuto del cibo o il suo bisogno spasmodico, esprime il più disperato degli urli, un linguaggio universale rimasto l'ultima risorsa per gridare al mondo un disagio talmente esasperato da non poter essere espresso a parole.

Altra cosa che accomuna il male di vivere del poeta genovese ai disturbi alimentari, è il senso di superiorità e la fuga egoistica dal reale. La ragazza che riesce a rinunciare al cibo si nega qualcosa della quale gli altri non riescono a fare a meno, e questa conquista la fa sentire un gradino più in alto: domina il suo stomaco mentre gli altri sono schiavi della loro fame. Si illude, attraverso il controllo ferreo sul corpo, di poter pilotare anche la realtà, nascondendosi così dalla vera difficoltà e giudicando in modo negativo la società in cui vive, che, piena di problemi, non riesce a fare altrettanto. 

E così come la divina indifferenza di Montale, questa scelta risulta egoistica, nonché amaramente impotente di fronte al problema.

Se tutte le persone intenzionate a togliersi qualche chilo di dosso e insoddisfatte della società fossero malate di D.c.a., credo non si salverebbe nessuno. 

Passi pure l'innocua quanto inutile dieta anti-rotolino, ma il dramma arriva quando si sconfina nella malattia mentale. 

Sembrerebbe che tra il proverbiale bidone di lardo e uno stecchino ci fosse una via di mezzo abbastanza ampia da far felici tutti, eppure c'è chi inconsapevolmente si ostina a volersi dissolvere.

La malattia diventa tale nel momento in cui ci si accorge che nella vita ormai non esiste altro. 

Quando la voglia di scomparire non lascia un attimo di pace, non fa sentire più nulla, fa perdere l'emozione della vita, nasconde le sensazioni migliori. 

Quando una ragazza in preda ai vincoli assurdi dei 'dittatori del look' si limita su tutto è come se tracciasse un cerchio intorno a sé e dicesse: 'Niente che possa distrarmi oltrepasserà questo segno'. Il suo mondo si restringe ad un singolo punto d'interesse: peso e cibo. 

Quando la voragine è talmente grande da non poter lasciare spazio ad altro, quando tutto passa inevitabilmente in secondo piano, quando non si notano più le cose belle, quando la testa non può e non vuole più vedere altro, allora significa che la 'febbre del corpo perfetto' ha colpito.

E' il tragico, assurdo, inevitabile rovescio della medaglia.

E' l'incubo di chi si è lasciata abbindolare dalle pagine lucide delle riviste, che le hanno regalato visioni di un futuro preso in prestito…


















…da restituire con gli interessi.




La dipendenza dall'Apparire


















Una delle innumerevoli dipendenze diffuse nella società odierna è senza dubbio quella che fonda le sue radici nell’apparenza.

Credo sia banale e scontato rilevare che siamo tutti un po’ schiavi dell’apparire, basta guardarsi intorno e scoprire come ci adeguiamo alle mode di ogni tipo o ci inchiniamo a ciò che gli altri ci richiedono.

Perché l’apparenza è più importante della realtà ?

Tra le tante possibili risposte penso all’appartenenza ad un gruppo, alla competitività degli ambienti in cui viviamo, al giudizio che viene dall’esterno e contro cui ci dobbiamo difendere continuamente. Ci sono tantissime altri motivazioni che ci inducono a sottostare a questa “schiavitù”.

Mi spiego meglio: perché preferiamo apparire qualcosa che non siamo piuttosto che mostrarci per ciò che siamo realmente ?

Forse perché dobbiamo essere all’altezza di una società che ci chiede di primeggiare ad ogni costo ? Perché non possiamo permetterci di sbagliare ? Perché non possiamo permetterci di essere diversi dal comune modo di pensare, poiché essendo diversi saremmo tagliati fuori ?

C’è una perfezione che cerca la società odierna che non è la perfezione adatta a portarci verso la gioia e la pienezza.

La perfezione di questo mondo è essere vincitori ad ogni costo, è essere bellissimi con ogni ritocco chirurgico necessario, è essere potenti con ogni (illecito) mezzo, è essere ricchi senza (giusta) misura, è essere rispettati tra gli uomini con ogni sottomissione possibile.

Questo tipo di perfezione è ciò che rende gli uomini di questo tempo (e di ogni tempo) assolutamente infelici, depressi, schiavi.

Il perché è facilmente constatabile: questo tipo di perfezione non esiste e non esisterà mai, di conseguenza la sua ricerca è un inseguire una folle illusione che ci porterà soltanto a continui insuccessi o frustrazioni.

Serve solo a farci sentire mancanti, difettosi, sbagliati, così da cercare le soluzioni che la società stessa desidera venderci.

Inoltre per raggiungere una delle perfezioni sopra citate, il più delle volte è necessario screditare la propria dignità attraverso compromessi molto bassi e meschini, che schiavizzano la nostra coscienza oltre che la nostra felicità.

E che dire degli abiti che indossiamo e dei personaggi che interpretiamo per piacere a chi ci sta intorno ? Che sia per essere accettati o per affermarci, che sia per piacere o per dovere, ogni giorno impersoniamo il nostro pseudo - ruolo che possa sopravvivere in questa società; sopravvivere al giudizio degli altri, sopravvivere alle regole degli altri, sopravvivere ai nostri desideri sbagliati che ci spingono verso la ricerca di ciò che non ci fa bene, sopravvivere e non vivere.

Forse dovremmo mettere in discussione chi ci vuole in un’altra maniera e non come siamo realmente, forse dovremmo cominciare a contestare chi ci vuole adeguare al sistema, chi ci giudica male quando non siamo di suo gradimento, chi ci abbandona quando non siamo perfetti o quando commettiamo degli errori, chi in pratica, anche inconsapevolmente, ci costringe ad una sorta di dipendenza che ci danneggia.


Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero.”

Oscar Wilde






Pirandello & la maschera





Un velo di apparenza sulla realtà

Il contrasto tra ciò che appare all'uomo e ciò che l'individuo realmente è si può già intuire dall'etimologia della parola persona, 'persona' significa in latino 'maschera d'attore', e indica il ruolo recitato sulla scena. 

Oggi 'persona' indica l'individuo visto come unità intellettuale, morale e psicologica.

La psicanalisi ha poi messo in crisi questo concetto, mostrando come il soggetto è sempre, nel profondo, diviso e contraddittorio.

Questa scissione è evidente nella realtà che è, a parere di Pirandello, inconoscibile, in quanto ogni essere ha la propria, che non coincide mai con quella degli altri. 

Chi attribuisce al proprio punto di vista il carattere di una verità assoluta, si chiude nel cerchio della propria limitatezza, precludendosi così ogni vera conoscenza.

Le mille sfaccettature di una realtà che mai potrà essere unica e oggettiva, si riflettono anche sulla personalità del singolo individuo; Pirandello sostiene infatti che ogni uomo indossa delle maschere, talmente tante e talmente varie da non sapere chi sia in realtà, se una di queste o ciò che dietro vi si cela. 

La molteplicità della realtà, così come quella delle maschere che dobbiamo indossare, porta inevitabilmente l'uomo ad interrogarsi sul problema della distanza tra realtà e apparenza. 

E' nella maschera che troviamo il contrasto più profondo tra illusorio e reale, tra l'illusione che la propria realtà sia uguale per tutti e la vita che ci obbliga a una forma dalla quale non potremo mai liberarci.

La maschera è la rappresentazione più evidente della condanna dell'individuo a recitare una parte sulla base delle condizioni che reggono l'esistenza della massa, e il mantenimento di essa è l'unico modo per evitare l'isolamento. 

Quando un personaggio cerca di rompere la forma, o quando 'capisce il gioco', viene inevitabilmente allontanato, rifiutato, non trova più posto nella massa perché ad essa si è 'ribellato'. 



Secondo Pirandello, l'uomo vive da sempre in un mondo privo di senso e, cercando di dare un significato alla propria esistenza, si crea una serie di autoinganni e illusioni, individuali e sociali, che l'autore siciliano chiama 'forma' dell'esistenza. Ciò che invece chiama 'vita', e che è bloccata e paralizzata dalla forma, è una forza profonda che fermenta sotto la forma, e che riesce ad erompere solo saltuariamente, nei momenti di sosta o di follia. 

Il soggetto, costretto a vivere nella forma, non è più persona integra, coerente e compatta, fondata sulla corrispondenza armonica tra desideri e realizzazione, passione e ragione, ma si riduce ad una maschera (o personaggio) che recita la parte che la società esige da lui e che egli stesso si impone attraverso i propri valori morali. 

Il personaggio ha davanti a sé due strade: o sceglie l'ipocrisia, l'adeguamento passivo alle forme, oppure vive consapevolmente, amaramente e autoironicamente la scissione tra forma e vita. 

Nel primo caso è quindi solo una maschera, mentre nel secondo diventa una 'maschera nuda', dolorosamente consapevole degli autoinganni propri e altrui, ma comunque impotente nel risolvere la contraddizione che pure individua. In questo caso la riflessione interviene continuamente a porre una distanza tra il soggetto e la propria vita: più che vivere, il personaggio si 'guarda vivere', estraniandosi da sé e dagli altri. 

Pirandello scrive il romanzo 'Uno, Nessuno e Centomila', in cui il protagonista si trova impegnato nel disperato esperimento di ricostruirsi un'esistenza svincolata dai condizionamenti imposti dalla natura e dalle convenzioni. Come in tanti romanzi di Pirandello, l'inizio della vicenda scaturisce da un fatto tanto imprevedibile quanto banale, un'affermazione riguardante il proprio naso che avrà l'effetto di un cerino acceso caduto in un deposito di esplosivo. La sua esistenza verrà sconvolta; vita familiare, interessi, posizione sociale, amicizie, tutta la realtà in mezzo a cui aveva comodamente vissuto per ventotto anni si dissolverà come per sortilegio. 

Sarà l'inizio di un processo faticoso ma salutare, al termine del quale il protagonista acquisirà piena consapevolezza dell'assurdità della vita. 

Moscarda, protagonista del libro, arriverà alla conclusione che ci sono tanti 'se stesso' quanti sono quelli che lo vedono, quante sono le possibilità di conoscere, le relazione, i casi e le circostanze, i momenti psicologici, le realtà mentali di ciascuno. 


Cercare di cogliere se stessi nella propria spontaneità, in una prima espressione genuina risulta quindi una ricerca allucinante, un'impresa disperata quanto quella di voler scavalcare la propria ombra. 

L''io' è essenzialmente un 'essere per l'altro' e il rischio è quello di non essere più se stessi, bensì una 'volgare' somma delle opinioni altrui. 

Questa concezione è evidente anche nel romanzo 'Il fu Mattia Pascal', nel quale Pirandello afferma che, perché l'essere viva, bisognerebbe che 'uccidesse' di continuo ogni forma (Mattia Pascal diventa Adriano Meis); tuttavia è consapevole che senza forma l'essere non può vivere (infatti Adriano Meis è un 'fu Mattia Pascal'), per questo motivo all'uomo non restano che la follia e l'umorismo, capace di mettere in luce le falsità del contrasto tra vita e forma. 

L'umorista è infatti colui che ormai guarda la propria vita osservando la realtà da fuori; ha capito il gioco e smascherato la forma, per questo ne ride, facendosi beffa dello stupore altrui.

Tra le opere teatrali, invece, la più rappresentativa di questa tematica pirandelliana è 'Sei personaggi in cerca d'autore'. La tecnica pirandelliana del 'teatro nel teatro', che sta alla base di quest'opera, fa capire come per Pirandello il teatro sia il luogo-simbolo della falsità e delle apparenze sociali, luogo la cui funzione è quella di testimoniare il dramma della persona, della 'vita nuda' che pulsa dietro l'illusorio schermo della finzione. Le sei creature, abbandonate dal proprio autore, bussano alla porta di un teatro reclamando la 'scrittura', la 'forma'; tuttavia il risultato che ottengono dal Capocomico è deludente, in quanto le battute non riescono a rappresentare con dignità i loro personaggi, ennesima testimonianza del fatto che la vita non tollera di essere irrigidita e falsificata da qualche forma, né schiacciata dal peso di una maschera che non le appartiene. 















I Disturbi del Comportamento Alimentare





Con il termine Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) si fa abitualmente riferimento a un disturbo o disagio caratterizzato da un alterato rapporto con il cibo e con il proprio corpo.

Nei D.c.a. l’alimentazione può assumere caratteristiche disordinate, caotiche, ossessive e ritualistiche tali da compromettere la possibilità di consumare un pasto in modo sufficientemente normale da mantenere attitudini regolari nei confronti del cibo e del momento del pasto.
Tutti possiamo avere nel nostro stile alimentare aspetti singolari, ma quando questi elementi divengono tali da compromettere la qualità della nostra vita e dei nostri rapporti sociali dobbiamo pensare ad un disturbo alimentare.

Accanto all’alterazione del comportamento alimentare vi è una alterata valutazione delle forme del corpo e la sensazione di essere quindi “socialmente non accettabili”, condizione che influenza notevolmente la propria autostima e di conseguenza la capacità di rapportarsi con gli altri.

Quando le caratteristiche del disturbo alimentare divengono rilevanti e coincidono con criteri diagnostici di uno specifico stato disfunzionale, allora si può parlare di vera e propria malattia.

Tra questi disturbi, classificati come ben precise patologie, troviamo:

Anoressia nervosa

Bulimia nervosa

I disturbi non altrimenti specificati (EDNOS: Eating Disorders Not Otherwise Specified).

L'Anoressia Nervosa



L’anoressia nervosa è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da una restrizione dell’alimentazione dovuta ad un’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme corporee, che si esprime in una continua e ossessiva paura di ingrassare e nella ricerca della magrezza.

I pensieri nei riguardi del cibo e del suo controllo divengono così “pervasivi”, così fortemente presenti nella nostra mente, da assumere la forma di una sorta di rimuginìo instancabile che non lascia spazio ad altro.

Possiamo diagnosticare questa specifica patologia attraverso 4 indicatori:

Rifiuto di mantenere il peso corporeo al livello minimo considerato normale in rapporto all’età e alla statura o al di sopra di esso (per esempio perdita di peso che porta a mantenere un peso corporeo al di sotto dell’85% di quello stesso, o, in età evolutiva, mancanza dell’aumento di peso previsto, che porta a un peso corporeo inferiore all’85% di quello atteso).

Intensa paura di aumentare di peso o di ingrassare, anche se sottopeso.

Disturbi nel modo di sentire il peso e le forme del proprio corpo, influenza indebita del peso e delle forme del corpo sulla valutazione di sé o diniego della gravitò della perdita di peso attuale.

Amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi (ovviamente si tratta di un criterio riconoscitivo valido solo per le donne).





Possiamo ulteriormente suddividere l’anoressia in due tipi:

Anoressia nervosa di tipo restrittivo: il soggetto non presenta frequenti episodi di abbuffate compulsive o comportamenti purgativi (come vomito auto-indotto o abuso-uso di lassativi o diuretici).

Anoressia nervosa di tipo bulimico-purgativo (o senza restrizioni) il soggetto presenta frequenti abbuffate compulsive o comportamenti purgativi (come vomito auto-indotto o abuso-uso di lassativi o diuretici). Questo tipo si avvicina molto ad un’altra patologia quale la bulimia in senso stretto, tuttavia si differenzia da quest’ultima in quanto l’individuo affetto da anoressia di tipo bulimico-purgativo presenta saltuariamente sintomi da anoressico nervoso quali il rifiuto del cibo, mentre la persona affetta da bulimia in senso stretto manca della forza di volontà per presentare, anche solo saltuariamente, il controllo ferreo tipico dell’anoressico.

L’anoressia nervosa è presente in uguale misura in tutte le classi sociali e coinvolge prevalentemente il sesso femminile: circa 1 caso su 10 riguarda soggetti maschili. L’età di insorgenza del disturbo è compresa tra i 12 e i 25 anni, con la frequenza maggiore tra i 13 e i 16 anni.

Raramente si manifesta dopo i 30 anni, a meno che non si tratti di un caso patologico già manifestatosi con segnali di disagio in età adolescenziale. Il principale sintomo dell’anoressia nervosa è il rifiuto di mantenere il peso corporeo entro i livelli di normalità; il verificarsi di un marcato dimagrimento può essere il primo segnale del disturbo.









La Bulimia Nervosa




La bulimia nervosa è un disturbo per certi aspetti simile all’anoressia: il nucleo centrale di entrambe le patologie è rappresentato da una paura morbosa di ingrassare, il peso e la forma del corpo influenzano in modo eccessivo e inadeguato la valutazione della stima di sé.

Si tratta generalmente di ragazze con un peso corporeo nella norma. L’esordio può essere inizialmente simile all’anoressia, caratterizzato da un’intensa volontà di perdere peso e da una forte insoddisfazione per il proprio corpo; il decorso invece è diverso, spesso la persona che soffre di bulimia mantiene un peso abbastanza normale alternando tentativi di dimagrire con abbuffate compulsive e condotte di compensazione (principalmente il vomito auto-indotto).

Questa patologia è presente nell’ 1-3% della popolazione femminile in età a rischio, cioè quella compresa tra i 12 e i 25 anni, con un picco di insorgenza verso i 18-19 anni. Mentre l’anoressia si presenta tipicamente all’’inizio dell’adolescenza, la bulimia compare più frequentemente in un età che coincide con la fine degli studi liceali, quando si verificano i primi cambiamenti verso l’autonomia e l’indipendenza, con l’accesso all’università o l’inizio del lavoro. Non è facile identificare le ragazze affette da bulimia sia perché loro stesse tendono a nascondere il problema, sia per via del loro peso che rimane solitamente nei limiti della norma. Si tratta di ragazze molto insoddisfatte del proprio corpo e del peso, che hanno alle spalle già alcuni tentativi di dimagrire e in molti casi anche episodi di anoressia.

La ragazza si mette a dieta e in un primo periodo riesce ad ottenere il calo di qualche kg, poi però non riesce a mantenere il risultato, riprende a mangiare troppo, recupera peso e perde il controllo della situazione. A questo punto scopre che può procurarsi il vomito, rimedio efficace per vincere la paura che la perdita di controllo sul cibo le causa.

La delusione di aver mangiato come non voleva, la paura di ingrassare, il senso di colpa per la propria incapacità di controllo, portaNO la ragazza a rimediare (sempre con la speranza di dimagrire) eliminando con il vomito il cibo ingerito.

I criteri diagnostici per della bulimia nervosa sono:

episodi ricorrenti di abbuffate compulsive

ricorrenti comportamenti di compenso volti a prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso-uso improprio di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico palesemente eccessivo

le abbuffate compulsive e i comportamenti di compenso avvengono in media almeno due volte a settimana per tre mesi.

la valutazione di sé è inapropriatamente influenzata dalle forme e dal peso del corpo


possiamo suddividere la patologia in due tipologie di persona bulimica:

tipo purgativo: il soggetto ha l’abitudine di procurarsi il vomito o usare in modo inadeguato lassativi o diuretici

tipo non purgativo: il soggetto usa come comportamento di compenso il digiuno o l’esercizio fisico eccessivo, ma non ha l’abitudine di provocarsi il movito né quella di usare in modo inadeguato lassativi o diuretici.



Ednos



(Eating disorders not otherwise specified)

I disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati (EDNOS nella terminologia internazionale) comprendono da un lato situazioni simili all’anoressia o alla bulimia alle quali manca tuttavia uno dei criteri richiesti per la diagnosi e vengono perciò definite anche sindromi parziali o disturbi sotto soglia, dall’altro una serie di disturbi non completamente definiti e delineati.

Un esempio può essere un soggetto che presenta in apparenza tutti i criteri dell’anoressia nervosa, nel quale però è presente un ciclo mestruale regolare.

Oppure una persona che presenta tutti i criteri fisici e psicologici del soggetto affetto da anoressia, ma che tuttavia mantiene (malgrado la significativa perdita di peso) un peso attuale nei limiti della norma.






Le Cause dei D.c.a.





Non esiste una vera e propria causa unica che porti al verificarsi di un disturbo del comportamento alimentare, possiamo piuttosto affermare che ci sia una concomitanza di fattori che possono variamente e diversamente interagire tra loro nel favorirne la comparsa e il perpetuarsi.


I Fattori Predisponenti




Possiamo classificare quelli che vengono definiti “fattori predisponesti” in 3 gruppi:

Caratteristiche individuali. Ci sono alcune note individuali che accomunano le persone che soffrono di anoressia e bulimia; questi elementi concorrono a predisporre un terreno sul quale può innestarsi il disturbo del comportamento alimentare e sono:

_ L’adolescenza: è un periodo estremamente delicato di passaggio tra la dipendenza dell’infanzia e l’autonomia della fase adulta. Il disturbo alimentare può nascere dall’incapacità di far fronte a questi cambiamenti, alla paura della maturità e a tutte le richieste e responsabilità che essa comporta.

_ L’idealizzazione della magrezza: rinforzata dai messaggi veicolati quotidianamente dai mass-media. Tutto ruota intorno al corpo come fonte di autonomia, di controllo e di sicurezza. Le donne, in particolare le ragazze più giovani, sono molto sensibili al giudizio degli altri e il valore personale è maggiormente legato all’immagine esteriore. Questo è il messaggio forte che manda la società. Le ragazze sanno che gli uomini guardano il loro corpo e vengono educate ad essere guardate; avere un corpo che rispetti i canoni estetici imperanti diventa una sorta di necessità per le relazioni sociali.

_ Il perfezionismo: i soggetti che si ammalano sono spesso ambiziosi, con ottimi risultati a scuola e nelle attività che intraprendono, che mostrano un impegno e una tenacia spesso considerati prova di grande maturità responsabilità. Quasi sempre questo atteggiamento di dedizione e sacrificio nasconde una bassa autostima e una profonda insicurezza personale, che esprime il timore di non essere accettati dagli altri per quello che si è. La persona pensa che potrà essere accettata solo a condizione di dare il massimo delle proprie possibilità senza la minima smagliatura.

Nelle persone che si ammalano questi tratti vengono spinti all’esasperazione, viene eliminato qualsiasi impegno che non abbia a che fare con lo studio o l’attività su cui si è investito. Il giudizio altrui viene valutato l’unico modo per stimare il proprio valore. Nella maggior parte dei casi di d.c.a. si giunge a livelli di impegno scolastico tali da non essere più sostenibili, con il conseguente abbandono degli studi quale risultato dell’insicurezza e del perfezionismo per cui nessun risultato è giudicato accettabile. Legato al perfezionismo è un particolare tipo di pensiero definito “tutto o niente” , per il quale non esiste alcuna gradualità nel modo di ragionare: tutto è visto bianco o nero, i risultati ottenuti, non importa in quale campo, sono assolutamente positivi o irrimediabilmente negativi, qualsiasi cosa è inaccettabile se non si raggiunge il massimo. Prima che la malattia diventi evidente, in molte di queste persone si trovano tratti di ossessività, ansia e depressione.

La presenza anche solo di un modesto soprappeso in un’adolescente con le caratteristiche psicologiche a cui ho accennato prima la farà sentire diversa dal modello fisico dominante, facilmente potrà polarizzare la sua attenzione sull’esigenza di condurre una dieta, di mettere ordine nel proprio comportamento alimentare per raggiungere l’aspetto fisico desiderato.


Caratteristiche familiari

La varie teorie che si sono occupate di questo aspetto hanno spesso fatto riferimento ad un rapporto disturbato tra madre e figlia o ad una particolare configurazione della dinamica familiare, che presenterebbe una madre dominante iperprotettiva, e un padre assente.

In realtà è impossibile sapere se un particolare clima familiare sia causa piuttosto che conseguenza del disturbo, voglio dire, sarebbe strano pensare che di fronte ad una figlia che deperisce giorno per giorno un genitore non diventi iperprotettivo…

Ciò che è possibile notare dall’analisi di casi patologici è che esistono molteplici situazioni familiari diverse, ed è difficile trovare denominatori comuni; non viene più accettata l’idea che vi sia una famiglia “tipica” che favorisca l’insorgenza di un disturbo del comportamento alimentare.

Una considerazione a parte va spesa per le famiglie in cui esiste una particolare attenzione ai temi dell’aspetto fisico e dell’alimentazione.

E’ probabile che in un clima familiare in cui questi aspetti vengono enfatizzati possa portare alla costruzione di un’immagine di sé polarizzata sull’aspetto esteriore.

Caratteristiche socioculturali

L’anoressia e la bulimia sono diffuse principalmente nei paesi industrializzati e in quelli in via di sviluppo, in proporzione al livello di assimilazione della cultura occidentale. L’ideale della magrezza è esaltato da tutti i mezzi di comunicazione: l’aumento dei casi di d.c.a. negli ultimi anni va di pari passo con la diffusione di articoli relativi alle diete e di prodotti per dimagrire. L’immagine attuale di donna di successo non è legata tanto al possesso di particolari capacità, quanto piuttosto a modelli irreali di donne attraenti e, soprattutto, molto magre.

E’ facile intuire quanto potere questi modelli culturali possano avere su persone particolarmente vulnerabili alle influenze esterne, come per esempio gli adolescenti o soggetti con tendenza al perfezionismo e/o con bassa autostima.

Nella nostra società la donna magra rappresenta l’ideale di donna potente, ricca, di successo, attraente e vincente. Il culto del valore estetico è tale che solo ciò che è bello può anche essere buono, e tende a porre la bellezza come presupposto imprescindibile delle qualità della persona.

C’è un altro fattore considerato “socioculturale” e che solo negli ultimi anni è stato inserito in quegli elementi che si presume possano portare ad un disturbo alimentare, ed è una forma di rifiuto nei confronti della società. La persona affetta dalla patologia ripudia la realtà in cui vive rifugiandosi nel disturbo del comportamento alimentare.

Da un lato utilizza la malattia per non focalizzare il vero problema e nascondersi così da ciò che causa il suo effettivo disagio, è la reazione ad una sorta di “male di vivere” moderno. Dall’altra parte, la persona anoressica soprattutto, si serve della patologia per evidenziare una posizione di superiorità nei confronti della comunità incapace di controllare il disfacimento e la crisi, contrariamente al soggetto malato che invece riesce, o meglio si illude, di essere riuscito a pilotare la realtà attraverso la disciplina ferrea che impone al suo corpo.






I Fattori di Mantenimento



Per fattori di mantenimento della malattia si intendono tutti quegli eventi che contribuiscono a rinforzare e perpetuare la condizione patologica una volta innestata.

E’ molto importante tenere in considerazione questi aspetti poiché, soprattutto nelle situazioni più gravi e di lunga durata, gli interventi vanno indirizzati proprio alla riduzione di questi fattori. Nell’impossibilità di reperire una causa precisa da rimuovere, l’intervento più efficace è rappresentato dalla riduzione di quegli elementi che tengono in vita il disturbo. Le persone che si sottopongono ad un’alimentazione ridotta, dopo una prima fase caratterizzata da euforia e iperattività sviluppano una complessa serie di sintomi e segni che coinvolgono aspetti organici, comportamentali e psichici, costituendo quella che viene definita come la “sindrome da digiuno”.

Sul piano fisico compaiono disturbi del sonno, debolezza, disturbi gastrointestinali, ipersensibilità alla luce e al rumore, ipotermia e bassa temperatura corporea (da qui la sensazione costante di freddo sofferta dalle anoressiche). Sul piano psicologico si riscontra un’attenzione completamente polarizzata sul cibo, che porta il soggetto ad incentrare tutta la sua quotidianità sull’alimentazione.

Si assiste spesso a modificazioni importanti sul piano emotivo: emergono stati depressivi, ansiosi e di irritabilità, labilità emotiva, tendenza all’isolamento sociale, amplificata dalle oggettive difficoltà che il soggetto affetto da d.c.a. incontra nel frequentare altre persone.

La persona affetta da d.c.a. ha imparato che la disciplina ferrea nei confronti del cibo è un potente strumento per controllare le proprie ansie e paure: ogni tentativo di ridurre questo dominio può scatenare una crisi di rabbia e depressione. Sul piano del pensiero si riscontra una diminuzione della capacità di concentrazione, che spesso ha a che fare con la necessità di aumentare l’impegno nello studio fino al raggiungimento di ritmi estenuanti per poter mantenere il profitto scolastico.

Si verifica quindi una situazione in cui apatia e scarsa capacità di concentrazione si accompagnano in un quadro che tende a perpetuare il disturbo di base. E’ importante sapere che i sintomi descritti sono legati in modo diretto alla condizione di malnutrizione e sono quindi reversibili.

L'autre face du reseau: le Sites Pro-Ana



On a dit oui à la liberté d’expression, oui à la pluralité des opinions sur le réseau, mais on a dit non à l’activité de ceux qui encouragent le chemin de l’anorexie nerveuse.

Cela en synthèse la pensée du gouvernement française formulée en Parlement par le ministre de la santé Roselyne Bachelot, qui a annoncé de nouvelles peines pour ceux qui gèrent des sites et des publications illégaux, c’est à dire pro-anorexie, qui comprennent prison jusqu’à 2 ans et des sanction économiques jusqu’à 30.000 euros.

Les peines s’élèvent à 45.000 euros d’amende  et 3 ans de prison si on arrive à la morte de la personne.

Il y a un limite mince entre les sites tolérés et les sites considérés illégaux: selon le ministre Bachelot, les sites interdits sont les pages qui favorisent avis sur comment mentir aux docteurs, les sites qui racontent quels sont les nourritures les plus faciles à vomir, ceux qui encourage les jeunes à se torturer chaque fois qu’ils ingèrent quelque chose, en promouvant l’anorexie comme un style de vie.

La réponse du gouvernement français au déferler d’un phénomène qui est en train de moissonner des victimes dans le monde entier ne viole aucun droit ; ici on va bien au delà de la liberté d’expression, on s’écarte dans la déviation mentale.

La loi parle de nouveau délit comme “incitation à une excessive minceur” et elle est déjà passée à la Chambre, le Sénat pourrait le rendre définitive  et nettoyer, au moins en France, ces network pro-ana qui promeuvent l’anorexie pas seulement comme maladie, mais aussi comme méthode pour se faire du mal.

Oscar Wilde




Oscar Wilde’s life and art are very closely linked. He was born on the 16th  October 1854 in Dublin (where he also grew up), the son of an influential Anglo-Irish family. His father was a famous doctor and his mother was a translator and a nationalist poet.



After graduating in classical studies at Trinity College, Wilde won a scholarship to Oxford, where he met Walter Pater and John Ruskin, who introduced him to their aesthetic theories.

After traveling in Italy and Greece, he settled in London and became a popular and eccentric dandy who charmed everybody with his amoral way of living and his wit and brilliant conversation.

He established himself as a spokesman for the school of “Art for Art’s Sake”, a movement whose supporters considered art to be a self-enclosed and autonomous realm independently from any moral, social didactic or practical purpose. In 1882 he gave a lecture tour in America, famously saying on his arrival in New York: “I have nothing to declare but my genius”. The previous year he had published his first volume of poems. These were followed in 1891 by the essay The Soul of Man under Socialism, and his famous novel The Picture of Dorian Gray. The climax of his success, however were his witty comedies, which were staged from 1892 to 1896, including The Canterville Ghost and The importance of being Earnest, published in 1895.

Although Wilde had been married for several years to Constance Lloyd with whom he had two children; during his years of success as a playwright, novelist and critic, he had a homosexual relationship with Lord Alfred Douglas. The Marquis of Queensberry, Alfred’s father, started a legal dispute against him, so he was arrested and sentenced to two years’ hard labour. Homosexual misconduct was considered a serious crime in Victorian times, so Wilde’s popularity declined.

He spent two years in prison during which time he wrote his prose confession De Profundis.

After his release Wilde emigrated to France, where he lived in poverty and obscurity under an assumed name.

He was buried in Paris in the same cemetery as the poet Charles Baudelaire who had had a profound influence on his life and works.

He died in France on 30th November, in 1900.









The picture of Dorian Gray is Wilde’s only novel; it reflects his life and its destructive side of pleasure and beauty. It is a brilliant portrait of vanity and perversion filled with sadness. The structure of the novel is a pretext for Wilde to indulge in his aesthetic views and to prove his great talent as a story teller.

Dorian Gray is a handsome young man who is heir to a large fortune. His portrait is painted by Hallward, who gives it to Dorian. The young man admires his portrait so much that he wishes to remain always young while the painting grows old, even at the cost of selling his soul. After causing his fiancées suicide, Dorian discovers an expression of cruelty in his portrait and realizes that his wish has become true. He hides the portrait and continues to live a dissolute life in low London society.

The story goes on with a description of Dorian’s evil life full of deception and unpunished murders. His portrait grows older and more vicious looking, but his own reflection in the mirror stays young.

Dorian realizes that the portrait is the mirror of his conscience so he decides to “kill his monstrous soul-life” in order to “be at peace”. He stabs the heart of the painting with a knife, but he himself dies and the painting regains its original appearance of splendid youth. The servants find it difficult to recognize their splendid master in the horrible old dead body lying on the floor.












The characters

In a letter, Wilde stated that the main characters of The Picture of Dorian Gray are in different ways reflections of himself: 'Basil Hallward is what I think I am: Lord Henry what the world thinks me: Dorian what I would like to be.'

Dorian Gray - an extremely handsome young man who becomes charmed with Lord Henry's idea of a new hedonism. He begins to indulge in every kind of pleasure, moral and immoral: he tried everything he could

Basil Hallward - an artist who becomes infatuated with Dorian's beauty. Dorian helps Basil to realise his artistic potential, as Basil's portrait of Dorian proves to be his finest work.

Lord Henry Wotton - a nobleman who is at first a friend of Basil, but later becomes more intrigued with Dorian's beauty and ingenuiousness. Very cleavers and extremely witty, he sees life from an hedonistic point of view; so he tries everything to corrupt Dorian, and he succed: Dorian emulates him.

Sibyl Vane - An exceptionally talented (though extremely poor) and beautiful actress with whom Dorian falls in love. Her love for Dorian destroys her acting career: she no longer finds pleasure in portraying fictional love as she has a true love in reality.

James Vane - Sibyl's brother who is going to become a sailor and leaving for Australia. He is extremely protective toward his sister, especially as his mother is only interested in Dorian's money. He is hesitant to leave his sister, believing Dorian could harm her.

Mrs. Vane - Sibyl and James's mother, an old actress. She is extremely pleased when Sibyl meets Dorian, being impressed by the promise of his status and wealth.

Alan Campbell - once a good friend of Dorian, he ended their friendship when Dorian's reputation began to come into question.

Lady Agatha - Lord Henry’s aunt. Lady Agatha is active in charity work in the London slums.


Lord Fermor - Lord Henry's uncle. He informs Lord Henry about Dorian's family.

Victoria, Lady Henry Wotton - Lord Henry's wife, who only appears once in the novel while Dorian waits for Lord Henry. She later divorces Lord Henry for a pianist.

Victor - a loyal servant of Dorian. Dorian's increasing paranoia, however, leads him to use Victor to go on useless errands in an attempt to dissuade him from entering the room that hides Dorian's portrait.

Themes: Aestheticism & duplicity

Aestheticism is a strong motif in the novel, and is tied in with the concept of the double life. A major theme is that Aestheticism is merely an absurd abstract that only serves to disillusion rather than dignify the concept of beauty. Although Dorian is hedonistic, when Basil accuses him of making Lord Henry's sister's name a 'by-word,' Dorian replies 'Take care, Basil. You go too far' suggesting that Dorian still cares about his outward image and standing within Victorian society. Wilde highlights Dorian's pleasure of living a double life, not only does Dorian enjoy this sensation in private, but he also feels 'keenly the terrible pleasure of a double life' when attending a society gathering just 24 hours after committing a murder.

This duplicity and indulgence is most evident in Dorian's visits to the opium dens of London. Wildeconflates the images of the upper class and lower class by having the supposedly upright Dorian visit the impoverished districts of London. Lord Henry asserts that 'crime belongs exclusively to the lower ordersI should fancy that crime was to them what art is to us, simply a method of procuring extraordinary sensations', which suggests that Dorian is both the criminal and the aesthete combined in one man. This is perhaps linked to Robert Louis Stevenson's Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde, which Wilde admired. The division that was witnessed in Dr. Jekyll and Mr. Hyde, although extreme, is evident in Dorian Gray, who attempts to contain the two divergent parts of his personality. This is a recurring theme in many of the Gothic novels of which The Picture of Dorian Gray is one of the last.




Oscar Wilde’s Aphorisms:

Un uomo non è del tutto se stesso

quando parla in prima persona.

Dategli una maschera, e vi dirà la verità

Viviamo in un'epoca in cui il superfluo è la nostra unica necessità


La vera tragedia dei poveri è che

non si possono permettere altro che l'abnegazione.

I bei peccati, come tutte le cose belle, sono privilegio dei ricchi


Un uomo il cui desiderio è essere qualcosa di diverso da se stesso,

un membro del Parlamento, o un droghiere di successo,

o un giudice, o qualcosa di ugualmente noioso,

riesce invariabilmente a diventare ciò che vuole.

Questa è la sua punizione.

Coloro che vogliono una maschera devono indossarla


La società, la società civilizzata almeno,

non è mai pronta a credere a qualcosa

che vada a detrimento di chi è ricco e affascinante.

Avverte istintivamente che i costumi sono più importanti della morale.


Niente ottiene successo come l'eccesso


L'anima nasce vecchia, ma ringiovanisce.

E' la commedia della vita.

Il corpo nasce giovane e invecchia.

E' la tragedia della vita


Posso resistere a tutto, eccetto che alle tentazioni



Eugenio Montale

Nasce a Genova il 12 ottobre del 1896; trascorre l'infanzia e l'adolescenza tra Genova e Monterosso, luoghi e paesaggi divenuti poi essenziali per la sua poesia.

Compie studi irregolari, nutrendo una forte passione, oltre che per la letteratura e la poesia, anche per il canto.

Nel 1917 viene chiamato alle armi come ufficiale di fanteria. Durante la stagione ligure, nel 1925, pubblica il suo primo libro di poesie, Ossi di Seppia, e firma il manifesto antifascista di Croce. Sempre nel '25 esce su una rivista milanese «L'esame», l'articolo Omaggio a Italo Svevo, che contribuisce in modo determinante alla scoperta dello scrittore triestino, di cui diventerà amico.

Negli anni successivi conosce Saba e raggiunge l'indipendenza economica dalla famiglia ottenendo un impiego a Firenze presso la casa editrice Bemporad; qui conosce Drusilla Tanzi, che diverrà sua compagna e che sposerà nel 1962. Nel 1929 è nominato direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, dal quale incarico verrà esonerato circa dieci anni dopo, causa la sua non-iscrizione al partito fascista.

In quegli anni Montale è uno dei principali animatori della vita intellettuale fiorentina: frequenta il noto caffè degli ermetici Le Giubbe Rosse, fa amicizia con i maggiori scrittori italiani del tempo e inoltre allarga sempre più i suoi interessi alla cultura europea.

Negli anni bui della guerra e dell'occupazione tedesca vive attraverso collaborazioni a riviste e soprattutto grazie all’attività di traduttore.

Nel 1939, nel pieno della stagione Fiorentina, pubblica la sua seconda raccolta di poesie, Le Occasioni.

Finita la guerra, si iscrive al Partito d'Azione, riceve un incarico culturale dal Comitato Nazionale di Liberazione.

La sua esperienza politica è tuttavia assai breve: le sue aspirazioni ad un'Italia liberale ed europea, estranea a chiusure nazionali e provinciali, vengono fortemente deluse nel dopoguerra.

All'inizio del '48 la sua vita, fino ad allora così normale, comincia a mutare. Si trasferisce infatti a Milano, dove lavora come giornalista e critico letterario al «Corriere della Sera».

Nel 1956 esce la sua terza raccolta di poesie, per lo più risalenti agli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra, La Bufera e altro.

In questa raccolta, il poeta genovese esprime il male cosmico che travolge il mondo; male che Montale vede con lucidità, ma che non riesce a combattere, se non con l’arma della poesia. Attraverso questa, infatti, egli afferma un senso di fratellanza nei confronti dell’umanità intera, soprattutto nei momenti di difficoltà come quello della guerra.

Negli anni Cinquanta e Sessanta viene considerato il più grande poeta italiano vivente, modello di cultura laica e liberale, tanto che riceverà diversi riconoscimenti culminanti nel 1967 con la nomina di senatore a vita e, nel 1975, con il premio Nobel per la letteratura.

Dopo quindici anni di silenzio poetico, nel 1971 esce Satura.

Questa raccolta rappresenta l’ “ultimo Montale”, il giornalista della stagione Milanese, e, causa il linguaggio semplice ed colloquiale, in contrapposizione con il tono elevato della “bufera”, lasciò spiazzati i critici letterari. L’opera prende titolo dall’antico genere di satira latina, caratterizzata da una vena critica e parodistica. I bersagli dell’amara ironia montaliana erano per lo più i comportamenti immorali, i vizi sociali e la massificazione della società.

Infine, nel 1980, caso unico per un autore contemporaneo vivente, viene pubblicata l'edizione critica della sua intera Opera in versi. Il poeta trascorre gran parte della sua vecchiaia nell'appartamento milanese, dove muore il 12 settembre 1981.


Montale, Elliot, e il Correlativo Oggettivo:

La poetica dell’oggetto emblematico, elaborata da Montale, risulta vicina per molti aspetti alla poetica del correlativo oggettivo, curata da Elliot. I “poems” elliottiani vennero pubblicati a Londra nel 1925, lo stesso anno in cui uscì Ossi di Seppia , e furono presto divulgati in Italia da Mario Praz, collaboratore di Montale all’interno della rivista “Solaria”. Fu proprio da Praz che Montale ed Elliot individuarono oggetti particolari “correlativi”, cioè equivalenti, corrispondenti, di un sentimento che, a causa dell’insufficienza della parola, resterebbe altrimenti indescrivibile, inespresso.

Gli oggetti emblematici che ricorrono nella poesia di Montale sono: il muro, simbolo di tutte le difficoltà che dobbiamo affrontare; la statua, la nuvola e il falco, simbolo della Divina Indifferenza, unica via per eludere il disagio e l’angoscia. Infine il cavallo stramazzato, la foglia riarsa e il rivo strozzato, simbolo del “male di vivere” e della crisi interiore.


Spesso il male di vivere ho incontrato




Spesso il male di vivere ho incontrato

era il rivo strozzato che gorgoglia

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.


Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato



Questa poesia è formata da due quartine di endecasillabi, ad eccezione dell’ultimo verso che è un settenario doppio. La lirica può essere additata come esemplare della poetica montaliana del correlativo oggettivo, cioè del rapporto che la parola stabilisce con gli oggetti da essa nominati.

Il componimento è strutturato in due parti: nella prima quartina il poeta introduce, con un’espressione divenuta proverbiale, il “male di vivere” che il poeta sente quasi come una presenza reale, fisicamente tangibile e che rappresenta attraverso gli emblemi del rivo strozzato, della foglia riarsa e del cavallo stramazzato.

Nella seconda metà, invece, viene manifestato il “bene”, cioè l’attesa di una presenza positiva, di una salvezza per tutto ciò che è segnato dal male e dal dolore. Montale afferma che solo la divina Indifferenza, rappresentata attraverso la statua, la nuvola e il falco, può “schiudere”, cioè procurare, il “prodigio”, il miracolo dell’unico bene concesso all’uomo, ovvero il distacco dal mondo. La freddezza della statua evidenza l’allontanamento dalle emozioni, mentre la nuvola e il falco indicano la possibilità di “levarsi in alto”, al di sopra dei problemi e della miseria del mondo.

La poesia è tratta dalla raccolta “Ossi di Seppia”, nella quale Montale fa una scelta tematica e stilistica controcorrente rispetto alla poesia tradizionale.

L’autore rifiuta il dannunzianesimo, non ha timore di usare temi e parole comuni, anche dialettali, né di “rompere” la metrica della poesia tradizionale.

Questa raccolta è quindi caratterizzata da un’essenzialità stilistica senza precedenti, soprattutto per quanto riguarda la descrizione dei paesaggi liguri.


Male di Vivere & Crisi Esistenziale




Il periodo compreso tra la fine dell’ 800 e l’inizio del 900 è caratterizzato da una violenta reazione al Positivismo: la realtà fatta di imperialismi, lotte di classe e, infine, di guerre, era ben diversa da ciò che questo aveva celebrato: fede nella scienza, progresso sociale, collaborazione tra i popoli… Così subentrano la disillusione, l’angoscia, la sensazione del vuoto e del nulla, e in campo artistico si reagisce con la rottura dei moduli tradizionali.

L’uomo di cultura del 900 si trova immerso in un mondo sfiduciato e vive una profonda crisi d’identità; prende coscienza del fatto che, in una società basata sulla logica del capitale, il poeta ha perso il suo ruolo tradizionale di “creatore di valori” e di “vate”.

Nasce da ciò una situazione di disagio, noia esistenziale, malcontento.

Montale, nel 1925 sconvolge il panorama letterario con “Ossi di seppia”, raccolta che dichiara l’impossibilità per il poeta di dare soluzioni valide in un’epoca senza certezze.

Non riesce infatti a configurare veramente un uomo alternativo, e la sua “protesta” tende a risolversi in se stessa, in una dolente quanto amara impotenza.

Il “male di vivere” di Montale è il tentativo di testimoniare il malessere, lo scacco, l’impotenza dell’intellettuale e della cultura che sa di aver perso i suoi punti di riferimento; ma è anche la perdita delle speranze, la rappresentazione dell’aridità della “vita strozzata”, l’incapacità dell’uomo di comunicare e della poesia di consolare.



E’ il male dell’ “essere” che ci impedisce di conoscere la realtà e noi stessi.

Montale, a differenza di Ungaretti, non abbandona mai il pensiero dello “scacco esistenziale”, della negatività, e lo esprime con una poesia scabra ed essenziale. In questa “crisi generale”, Montale afferma comunque a modo suo una volontà di resistenza e sopravvivenza.

Il poeta genovese si trova in pieno Decadentismo, periodo che vede un uomo incerto e stanco, sconfitto sul piano politico e frastornato dalla guerra, che cerca dentro di sé, in un “ripiegamento introspettivo”, qualcosa che lo aiuti a superare questo senso di sofferenza irrimediabile.



Montale, dopo una faticosa autoanalisi, accompagnata dalla consapevolezza di quanto sia amaro far parte della storia in una società che cerca la sua grandezza lontano dalla cultura, trova nella divina indifferenza la strada per eludere il disagio e l’angoscia.

Utilizzare l’indifferenza per rifugiarsi al di fuori della realtà risulta tuttavia una fuga un po’ egoistica, un invito al disimpegno rispetto alla crisi che attraversava il 900.

L’antidoto di Montale contro il “male di vivere” esprime superiorità e un giudizio negativo nei confronti di una società massificata alla quale egli guarda con ironia e amarezza.

Prima di arrivare a questa amara conclusione, nel Montale fiorentino de “Le occasioni” nasce l’illusione di aver trovato nella donna il varco che permetta di attraversare il muro e cogliere l’essenza della vita. Ma l’esito è deludente: non c’è varco né soluzione perché la donna resta di fatto lontana e inaccessibile.

Fallito il tentativo di rispondere al male di vivere con la memoria, Montale si rifugia nella Divina Indifferenza.

















Il Fallimento





Fino ad ora è stato trattato solo il fallimento inteso come “scacco esistenziale”, come tracollo personale.

Esiste tuttavia un altro genere di fallimento, che si distingue dalla sconfitta propriamente individuale, ed è il fallimento economico.

Il termine fallimento indica un risultato negativo, un insuccesso, che nel campo economico – giuridico si identifica con lo stato d’insolvenza di un imprenditore commerciale privato e non piccolo.


Perché si possa parlare di fallimento, devono sussistere due presupposti: quello soggettivo e quello oggettivo.


Il presupposto SOGGETTIVO del fallimento è la qualità di imprenditore commerciale privato e non piccolo del debitore insolvente. Non possono quindi essere dichiarati falliti gli imprenditori individuali o collettivi che siano agricoli, piccoli imprenditori e/o enti pubblici economici.

In conseguenza alla riforma della legge fallimentare introdotta dal decreto  legislativo 5/2006, e in particolare del nuovo testo dell’art. 1 c. 2 della l. fall., si considerano piccoli imprenditori tutti coloro la cui attività non superi i 300.000 € di investimenti e i 200.000 € di ricavi lordi annui, calcolati sulla media degli ultimi 3 anni di attività.

Può essere dichiarato fallito anche l’imprenditore defunto a patto che l’insolvenza sia avvenuta antecedentemente o entro l’anno successivo alla morte. Analogamente, può essere dichiarato fallito anche l’imprenditore che abbia cessato l’esercizio dell’impresa; in tal caso la procedura fallimentare deve essere avviata entro un anno dalla cancellazione del soggetto dal registro delle imprese e a patto che l’insolvenza si sia manifestata antecedentemente alla cancellazione stessa o entro l’anno successivo.


Il presupposto OGGETTIVO del fallimento è lo stato d’insolvenza, ovvero l’impossibilità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni. Questa impossibilità può manifestarsi con inadempimenti, quali il ritardo nel pagamento, l’estinzione di una sola parte del debito o l’intero inadempimento, oppure con altri fatti: fuga, chiusura dei locali, svendita di beni a condizioni rovinose…

Un creditore insoddisfatto che a tutela del proprio credito voglia ottenere dal tribunale la dichiarazione di fallimento, deve dimostrare lo stato d’insolvenza del debitore, cioè questo soggetto, anche se volesse, non avrebbe la possibilità di pagare. L’inadempimento non si identifica con l’insolvenza, in quanto il debitore potrebbe non voler pagare per altri motivi. Se manca lo stato d’insolvenza non si può procedere con il fallimento; nei casi opinabili il tribunale fallimentare ha potere discrezionale nel decidere le sorti della procedura.

In vigore dell’art. 15 della legge fallimentare, non si può comunque dichiarare il fallimento dell’imprenditore collettivo o individuale se l’ammontare dei suoi debiti scaduti e non pagati è complessivamente inferiore a 25.000 €.


L’organo competente ad attuare una dichiarazione di fallimento è il tribunale del luogo dove l’attività dell’imprenditore ha la sua sede principale.

Non è detto che, data l’insolvenza di un debitore, si arrivi subito alla procedura fallimentare; prima di questa, infatti, si procede con il “concordato stragiudiziale”, con il quale, in caso di unanimità dei creditori, si può evitare il fallimento. Basta anche un solo creditore che non sia d’accordo con le condizioni del concordato stragiudiziale per inoltrare il fallimento.


L’iniziativa per questa procedura concorsuale può essere presa da:

Uno qualsiasi dei CREDITORI dell’imprenditore: la persona in questione deve fare ricorso al tribunale, provare l’esistenza del suo credito e lo stato d’insolvenza del debitore. Alcuni creditori ricorrono alla richiesta di fallimento semplicemente per esercitare pressione sul debitore insolvente; in questo caso può succedere che l’imprenditore si “spaventi” e paghi, oppure che il tribunale, previa verifica del credito e dei presupposti sopra citati, decida di dichiarare il fallimento.

Lo stesso IMPRENDITORE insolvente, che per esempio voglia sottrarsi alle pressioni dei creditori più assillanti. L’imprenditore insolvente ha il dovere, penalmente sanzionato, di richiedere il proprio fallimento nel momento in cui, dalla mancata richiesta, possa scaturire un aggravamento del suo dissesto economico.

Il PUBBLICO MINISTERO, quando l’insolvenza è data dalla fuga, irreperibilità, latitanza, chiusura dei locali, trafugamento, sostituzione/diminuzione fraudolenta dell’attivo, oppure nel momento in cui l’insolvenza sia stata rilevata da un altro giudice nel corso di un processo civile.


Gli effetti del fallimento per i creditori

Il fallimento è una procedura concorsuale e generale e si dice che “apre il concorso dei creditori sui beni del fallito”.

La prima conseguenza del fallimento per i creditori è il divieto di iniziare o proseguire azioni esecutive individuali sui beni compresi nel fallimento; i creditori possono infatti soddisfarsi soltanto tramite la procedura fallimentare, dopo che l’esistenza del loro credito è stata accertata e hanno fatto apposita domanda di ammissione al passivo.

Solitamente i creditori ricevono soltanto il pagamento di una percentuale del loro credito, si parla infatti di “moneta fallimentare”.

Tuttavia sussiste una distinzione tra due tipi diversi di creditori:

I creditori PRIVILEGIATI, ovvero quelli muniti di credito garantito da pegno, ipoteca o privilegio.

I creditori CHIROGRAFARI, cioè quelli semplici, sprovvisti di qualsiasi prelazione.

I privilegiati vengono soddisfatti prima degli altri, utilizzando il ricavato della vendita dei beni oggetto della prelazione; nel caso questo non bastasse, per il rimanente concorrono con i chirografari nella spartizione dell’attivo. Chi è munito di pegno può essere autorizzato dal giudice a vendere separatamente l’oggetto per realizzare immediatamente il suo credito.

I crediti Pecuniari e Prededucibili

Esiste una distinzione anche tra i crediti, che si suddividono in pecuniari e prededucibili.

I crediti PECUNIARI sono quelli nati al di fuori della procedura fallimentare. Tutti questi, a partire dalla data di dichiarazione di fallimento, per via della “stabilizzazione del credito”, cessano di produrre interessi, a meno che non si tratti di pegno, ipoteca o privilegio.

Bisogna aprire una parentesi su questi crediti, per quanto riguarda la possibilità di effettuare la “compensazione”. Il creditore che sia allo stesso tempo debitore del fallito può compensare il  suo credito con il suo debito; questo lo porta in una posizione privilegiata, in quanto eviterebbe di essere pagato in moneta fallimentare e quindi meno di quanto gli sarebbe dovuto. Ciò può avvenire anche per quanto riguarda crediti non ancora scaduti (principio della stabilizzazione del credito, per il quale il debitore perde il beneficio del termine).

Tuttavia per evitare manovre ambigue da parte dei debitori, la compensazione non ha luogo se il creditore ha acquistato il credito non scaduto per atto tra vivi dopo la dichiarazione di fallimento o nell’anno anteriore ad essa.

I crediti PREDEDUCIBILI sono quelli nei confronti della massa fallimentare, ovvero sorti successivamente alla dichiarazione di fallimento, in occasione o in funzione della procedura concorsuale. (esempio: compenso del curatore). Sono detti prededucibili in quanto vengono pagati prima degli altri e, normalmente, per il loro intero ammontare; non concorrono quindi con gli altri crediti verso il fallito



Gli effetti del fallimento per il fallito

La sentenza dichiarativa di fallimento produce effetti per il fallito, per i creditori e sui contratti del fallito pendenti alla data di fallimento.  Nei confronti del fallito la dichiarazione di fallimento produce effetti patrimoniali e personali.


Gli effetti patrimoniali consistono nel fatto che, a partire dalla data della dichiarazione di fallimento, il fallito perde l’amministrazione e la disponibilità di tutti i suoi beni, compresi quelli che gli pervengono durante il fallimento; questo è detto SPOSSESSAMENTO (art. 42 L. fall.)

L’amministrazione e la disponibilità dei beni passano al curatore, al quale i beni devono essere consegnati; di conseguenza tutti gli atti compiuti dal fallito e tutti i pagamenti da lui eseguiti o ricevuti dopo la dichiarazione di fallimento, sono inefficaci rispetto ai creditori.  Il fallito perde la capacità di stare in giudizio, sia come attore che come convenuto, nelle cause relative ai rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, anche se queste erano già in corso al momento della dichiarazione di fallimento; al posto del fallito sta in giudizio il curatore. Non tutti i beni del fallito sono però compresi nel fallimento; ne sono esclusi infatti i beni strettamente personali e quelli e quelli impignorabili (vestiti, biancheria, letti, commestibili e combustibili necessari per un mese di mantenimento, ecc…). Stipendi e pensioni spettanti al fallito rimangono a lui nella misura di quanto occorre per il suo mantenimento e quello della sua famiglia. Il fallito può inoltre continuare ad abitare nella casa di sua proprietà, fino al giorno in cui sarà venduta per la liquidazione delle attività del fallimento.


Gli effetti personali del fallimento si traducono in limitazioni alla libertà personale del fallito: deve comunicare al curatore ogni cambiamento di residenza/domicilio e consegnargli la propria corrispondenza riguardante i rapporti compresi nel fallimento.

Inoltre, la sentenza dichiarativa di fallimento rende punibili i reati fallimentari, che il fallito può avere commesso prima del fallimento, che sono:

bancarotta fraudolenta

per distrazione: l’imprenditore distrae, occulta, distrugge alcuni o tutti i suoi beni per sottrarli ai creditori;

documentale: l’imprenditore falsifica le scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio;

preferenziale: l’imprenditore simula titoli di prelazione per avvantaggiare determinati creditori a dispetto di altri.

bancarotta semplice: l’imprenditore che ha fatto spese eccessive, o investimenti imprudenti, aggravando il proprio dissesto economico.

Ricorso abusivo al credito: l’imprenditore che, dissimulando il proprio dissesto, continua a ricorrere al credito.


L’esdebitazione

Introdotta dalla riforma fallimentare (d.l. 5/2006), permette la liberazione del fallito persona fisica dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti.

Può essere concessa dal tribunale fallimentare se sussistono i seguenti requisiti:


il fallito ha tenuto un comportamento collaborativo durante la procedura;

il fallito non ha beneficiato di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti;

il fallito non ha distratto l’attivo o occultato le scritture contabili o aggravato il suo dissesto economico, rendendo quindi difficile la ricostruzione del patrimonio.

Il fallito non è stato condannato per bancarotta fraudolenta o altri reati connessi all’esercizio dell’impresa.

Il fallito ha soddisfatto i creditori almeno in parte


Se sussistono tutti i requisiti sopraccitati, il tribunale fallimentare ha quindi la facoltà, attraverso il processo di esdebitazione, di dichiarare inesigibili nei confronti del fallito tutti i debiti concorsuali non soddisfatti integralmente o in parte. Nel caso si presentino domande di ammissione al passivo dopo la chiusura del fallimento, tali creditori possono comunque esigere dal fallito la percentuale che avrebbero ottenuto insinuandosi nel fallimento.

Restano tuttavia esclusi dall’esdebitazione gli obblighi di mantenimento, i debiti per risarcimento danni derivanti da fatto illecito e per sanzioni penali o amministrative pecuniarie.

Bibliografia & Sitografia




https://www.anoressiaebulimia.info/documento.asp


https://it.wikipedia.org/wiki/


https://www.sapere.it/tca/MainApp


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https://parole.virgilio.it/parole/sinonimi_e_contrari/index.html


https://magazine.bloo.it/scienza_salute/in_francia_incitare_all_anoressia_sara_reato_stop_ai_siti_pro_ana.html



“Il ritratto di Dorian Gray” _ Oscar Wilde _ Biblioteca Giunti


“Elementi di diritto ed economia 5” _ L. Bobbio _ Scuola&Azienda


“Business a global approach” _ L. Benigni G.Orlandi _ Clitt


“Literary Landscapes” _ Graeme Thomson _ CIDEB _ Black Cat Publishing






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