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Erasmo




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Erasmo



Premessa


Desiderius Erasmus, noto come Erasmo da Rotterdam, è una figura d’intellettuale a tutto tondo. Viaggiatore per bisogno e per necessità, in un’Europa tormentata nel corpo dalla peste e dalle guerre, e nello spirito dall’altrettanto insidiosa peste dell’intolleranza religiosa, Erasmo si impegna nella riforma spirituale della religione cristiana. Dal punto di vista delle vicende storiche del suo tempo, egli incarna l’utopia umanistica, sconfitta dalla dura realtà delle cose: la sua mediazione tra il cristianesimo romano e il protestantesimo di Lutero si scontra contro il partito dell’intransigenza che è destinato a trionfare; l’appello alla ragionevolezza rivolto a Lutero si scontra contro un dogmatismo uguale e contrario a quello romano; il suo Principe cristiano deve cedere il passo al sovrano di Bodin e al Leviatano di Hobbes; il suo appello per la pace cade in un secolo di guerre, tragedia e orrore; e la sua savia follia del cristianesimo originario cederà il passo all’onnipervasività del razionalismo.




Un utopista sentimentale, un folle fuori dal tempo, dunque? Forse. E se Erasmo fosse invece la voce di una ragione tollerante e pacificata, la cui utopia torna attuale con l’esaurirsi dell’età moderna? Se la sua vicenda non fosse soltanto l’avventura di un erudito, ma un progetto filosofico ancora attuale?


Erudito, saggio e filosofo


Se Erasmo sia o meno un filosofo è una questione molto dibattuta. Erasmo non è un genio speculativo, né un creatore di sistemi, ma è piuttosto un intellettuale nel senso moderno del termine. Egli dà vita una rete di relazioni amichevoli ed epistolari, fungendo da raccordo tra saggi e religiosi, sovrani e papi, e con la sua traduzione delle Scritture crea lo strumento principe per l’esercizio del sapere. Erasmo è insomma un intellettuale organico, ma organico a un ceto intellettuale che non ha più punti di riferimento nelle chiese e negli stati, e incarna il realismo di un’utopia possibile, ma inattuale.

Nondimeno, il suo pensiero ha una struttura rigorosa, alla cui base c’è una lettura del cristianesimo depurata dalle sovradeterminazioni scolastiche e metafisiche: una sorta di cristianesimo delle origini, un ritorno alla purezza originaria del Verbo, depositaria di una verità che non richiede interpreti, perché è accessibile a chiunque abbia cuore puro e mente libera. Su questo piano Erasmo mette in scena, come su un palcoscenico, delle figure concettuali: la Follia, il Principe cristiano, il Saggio.

Nascono così i suoi concetti filosofici: la pace, orizzonte di relazioni amichevoli; la libertà, saldatura tra il piano terreno e quello ultraterreno della grazia (il 'libero arbitrio', contrapposto al luterano 'servo arbitrio'); l’amore per il sapere, complemento indispensabile alla verità cristiana; la tolleranza, espressione di una politica contrapposta alle reciproche intransigenze delle chiese, nella cui morsa l’Europa è ostaggio.


Elogio della follia nell’età umanistica


Nell’Elogio della follia Erasmo dà voce alla Follia in persona. Opera dalle molte sfaccettature, ironica e ingenua, l’Elogio è - accanto all’eroismo del 'furioso' bruniano - la più alta espressione di un’epoca in cui l’accordo tra ragione e follia è ancora, prima che possibile, sensato. Ogni pagina dell’Elogio presuppone una ragione aperta e non totalizzante, che nella follia trova l’indispensabile complemento, e non l’alterità assoluta che ne definisce - per negazione - i tratti essenziali. La Follia recita la sua parte in un mondo in cui i folli sono ancora figure sociali ammesse al pubblico, talvolta addirittura riunite in corporazione: essa parla a un uomo positivamente ingenuo, aperto al confronto con la molteplicità delle forme del mondo. La filosofia ufficiale, ripiegata nei dogmi e nei sofismi, ne esce derisa, ma riceve anche l’indicazione di una via dimenticata, che ancora può essere percorsa. L’Elogio è dunque all’opposto del Discorso cartesiano, dove la follia diventa dubbio, ma solo come finzione intellettuale, un dubbio di carta che alla mente razionale non aggiunge nulla che essa già non sapesse e non avesse. Al di fuori di questa ragione solipsistica, vi sono i folli ad essa irriducibili: le streghe che già bruciano, i 'folli' prossimi ad essere segregati e nascosti alla vista della ragione.




Il saggio e il principe


Come al cogito corrisponde il potente e amorale Leviatano, così alla Follia fa da complemento il Principe cristiano, erudito e colto, per la cui edificazione Erasmo scrive un manuale. Erasmo pensa a un sovrano stoico e cristiano, per la cui educazione la filosofia riscopre la vocazione socraticoplatonica ad essere 'sapere dell’anima' piuttosto che tecnica del potere; un antimachiavellismo che guarda oltre il contingente, e individua con chiarezza ciò che il sovrano deve essere: nemico della guerra, principe della pace e della saggezza, uomo buono e saggio. Il brutale realismo politico darà torto a Erasmo, ma forse questo non basta ad affermare che Erasmo sbaglia.


L’eredità


E’ certo che, tra il 1510 e il 1520, Erasmo è il filosofo più noto e letto d’Europa. Intorno al suo pensiero si crea una vera comunità di eruditi, dalla penisola iberica (Vives) all’Inghilterra (More), dalla Germania sino ai profughi di Basilea, riunita attorno al Castellion. Le idee che cementano questa comunità - la tolleranza (espressa nel Dell’impunità degli eretici), la pace e l’amore per il sapere decadono però sotto l’incalzare della Riforma, dell’intransigenza calvinista, dell’indebolimento dell’umanesimo spagnolo e dello scisma anglicano che costa la vita a More, il più caro degli amici di Erasmo. Al declino dell’erasmismo corrisponde la nascita di un’immagine edificante, ma deformante e riduttiva del filosofo olandese: quella dell’erudito, uomo pio e talora geniale, ma privo di spirito filosofico.


Bibliografia essenziale


J. Huizinga, Erasmus, New York, 1924 (trad. it. Erasmo, Torino, Einaudi, 1975).

B. Croce, 'Prefazione' all’Elogio della follia e dialoghi, Bari, Laterza, 1914.

D. Cantimori, 'Note su Erasmo e la vita morale e religiosa italiana nel secolo XVI', in A. Saitta, Antologia della critica storica, Bari, Laterza, 1958, pp. 473-493.

E. Garin, Erasmo, San Domenico in Fiesole (Firenze), Ed. Cultura della pace, 1988.

M. Foucault, Historie de la folie à l’age classique, Paris, Gallimard, 1972 (trad. it. Storia della follia nell’età classica, Milano, Rizzoli, 1979).

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