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Argomenti essenziali del programma di Filosofia (quelli proprio fondamentali sono segnati dall’asterisco)




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KANT

(*)Il criticismo kantiano come filosofia del limite (ermeneutica della finitudine): tentativo di tracciare i confini della ragione da parte della ragione stessa. Differenza con lo scetticismo humiano che aveva messo in discussione lo stesso principio di causalità: garantire validità alle facoltà umane entro i limiti individuati (esempi = impossibilità della conoscenza di superare i limiti dell’esperienza è base effettiva validità della conoscenza; impossibilità dell’azione pratica di attingere alla santità è fondamento della moralità umana; impossibilità subordinare natura a uomo diventa base giudizio estetico/teleologico). Rifiuto delle metafisiche tradizionali.



(*)Caratteri generali della Critica della ragion pura: definizione dei fondamenti del sapere; stabilire come siano possibili matematica e fisica in quanto scienze e se sia possibile la metafisica come scienza (ferma restando la sua caratteristica di disposizione naturale dell’uomo). Per garantire validità sapere scientifico “rivoluzione copernicana”, cioè ribaltamento rapporto soggetto/oggetto (realtà che si modella sul soggetto attraverso forme a priori. Quindi Critica della ragion pura come analisi delle possibilità conoscitive della ragione umana in quanto depositaria di principi a priori (puri).

Fondazione kantiana della matematica: le forme a priori della sensibilità (spazio, forma del senso esterno, e tempo, forma del senso interno), non derivanti dall’esperienza (come diceva Hume) né enti a sé stanti (come diceva Newton) né concetti di rapporti fra le cose (come diceva Leibniz) sono il punto di appoggio della geometria e dell’aritmetica (scienze sintetiche a priori) in quanto ne garantiscono universalità e necessità.

Fondazione kantiana della fisica (scienza della natura): L’“Io penso” come principio supremo della conoscenza (in quanto le sue articolazioni logiche, le categorie, rappresentano la condizione di pensabilità degli oggetti) è ciò che rende possibile l’oggettività (universalità e necessità) del sapere scientifico, la cui validità formale è garantita dai principi dell’intelletto puro (regole di fondo tramite cui avviene l’applicazione delle categorie agli oggetti).

(*)Scopo della dialettica trascendentale: verificare scientificità della metafisica, illusione inestirpabile, sottoponendo a critica idea di anima (che trasforma l’Io penso da principio conoscitivo unificante a sostanza), di mondo (la cui illegittimità è dimostrata dalle antinomie della ragione) e di Dio (non validità della prova ontologica, che estende indebitamente il senso dell’esistenza facendone un predicato, di quella cosmologica, che usa illegittimamente il concetto di causa facendone un uso extrafenomenico, e di quella fisico-teologica, che opera un salto metafisico oltre l’abisso che separa il finito dall’infinito mediante il concetto di causa infinita e perfetta).

(*)Carattere essenziale della morale kantiana: categoricità (tu devi, assoluto, quindi universale e necessario, espressa in tre diverse formule, di cui la prima è quella fondamentale, la seconda esalta la dignità dell’uomo (mai come mezzo), la terza sottolinea l’autonomia della volontà. Non validità delle morali eteronome, carattere formale della morale (libertà e universalità), non è morale ciò che si fa ma l’intenzione con cui lo si fa (volontà buona), autofondazione della morale: non bene e male base della morale, ma morale base del bene e del male = rivoluzione copernicana morale).

(*)Primato della ragion pratica: la ragione ammette, in quanto pratica, proposizioni che non potrebbe ammettere in quanto teoretica. L’antinomia della ragion pratica (impossibilità di congiungere virtù e felicità) rischia di rendere impossibile il sommo bene e di ridurre la stessa legge morale ad una chimera. Pertanto deve essere sciolta e l’unico modo di farlo e di postulare un dove in cui sia possibile realizzare l’equazione virtù=felicità. Di qui i tre postulati della ragion pratica: immortalità dell’anima, esistenza di Dio (postulati di carattere religioso – per Kant è dunque la morale a fondare la religione e non viceversa) e libertà (che è la conditio essendi dell’etica).

(*) Critica del giudizio. È l’opera in cui K. Studia il sentimento, cioè la facoltà attraverso cui l’uomo fa esperienza della finalità del reale esclusa dalla prima critica e soltanto postulata a livello nuomenico dalla seconda. Esso non opera come l’intelletto attraverso giudizi determinanti, ma mediante giudizi riflettenti, in cui ciò cheè rappresentato è riferito alle esigenze del soggetto di ricondurre tutte la natura ad un Unità generale di carattere finalistico. Essi pertanto non hanno carattere scientifico/conoscitivo, ma esigenziale/euristico (regolativo). Si dividono in: a) giudizio estetico, in cui un oggetto è giudicato in base al piacere disinteressato, condivisibile da tutti (universale) e rispondente al principio di finalità che esso produce in noi (bello e sublime) e b) giudizio teleologico, con cui il soggetto avverte una finalità intrinseca alla natura, intesa in tal modo come sistema di fini in cui l’uomo è il fine per eccellenza.


FICHTE

(*)Definizione dell’idealismo: rovesciamento sul piano metafisico del nesso soggetto/oggetto; nulla esiste al di fuori del soggetto (io), superamento del soggetto finito kantiano e sua infinitizzazione attraverso l’abolizione del limite costituito dalla cosa in sé. È lo spirito che crea la realtà esterna, tutto è nello spirito (panteismo/monismo). L’io diventa non più come in Kant il soggetto che conosce l’oggetto che è al di fuori di lui, ma il principio formale e materiale a cui si deve non solo la forma della realtà, ma la realtà stessa.

I tre momenti della deduzione: l’io pone se stesso (come attività, principio primo e condizione incondizionata della realtà), l’io pone il non-io (per realizzarsi si contrappone l’altro da sé), l’io oppone nell’io ad un io divisibile un non-io divisibile (quindi esiste sotto forma di un io molteplice e finito in quanto limitato da una serie di non-io molteplici e finiti). Il tutto presenta una struttura dialettica (tre fasi: tesi, antitesi e sintesi).

Differenze con Kant su concetti di immaginazione produttiva (per Kant attività a priori che fornisce le condizioni formali dell’esperienza/ per Fichte attività creatrice inconscia tramite cui l’io produce i materiali che conosce) e di primato della ragion pratica (per Kant vedi sopra n.7/per Fichte significa chel’io conosce solo allo scopo di agire in quanto l’io esiste in vista dell’azione morale)

(*)La politica di Fichte: dopo un primo stadio in cui è influenzato dalla rivoluzione francese e concepisce lo Stato come mezzo per realizzare la società perfetta di uomini liberi e ragionevoli, F. polemizza contro il liberismo elaborando l’idea di uno stato commerciale chiuso autarchico di stampo “socialistico” con il compito si provvedere ad un’equa distribuzione tra i cittadini di lavoro, beni e risorse. Dopo l’occupazione napoleonica della Prussia passa ad una concezione nazionalistica, esaltando il primato spirituale e culturale del popolo tedesco, ritenuto integro (Urvolk).


HEGEL

Idealismo hegeliano forma matura dell’elaborazione idealistica. V. definizione del glossario (p. 149): l’idealismo consiste in questo: nel non riconoscere il finito come un vero essere idealità = non-realtà del finito. Tre aspetti fondamentali: coincidenza tra infinito e finito, identità di ragione e realtà, filosofia come autocomprensione razionale.

(*) Coincidenza tra infinito e finito. Parte da critica a Fichte: secondo H. il soggettivismo di Fichte facendo dell’oggetto (Non-io) un ostacolo esterno all’Io, rischia di riproporre una filosofia dualistica (soggetto/oggetto; spirito/natura; libertà/necessità). Inoltre per Hegel l’Io puro di Fichte è infinita tendenza, tensione morale, insomma un divenire senza mai appagamento. H. lo paragona ad una semiretta, di cui si conosce l’inizio (l’Io puro), ma non la conclusione. H. supera quelli che lui individua come limiti dell’idealismo di F. ponendo la risoluzione del finito nell’infinito. Il finito, come tale, non esiste è solo una manifestazione dell’Infinito. L’Infinito di Hegel ha i caratteri dell’Assoluto, cioè di un Tutto autosufficiente in cui si risolve ogni finito. Quella di Fichte è dunque un falsa (cattiva) infinità, in quanto si limita a porre l’esigenza del superamento del finito: la vera infinità è nell’unità del finito e dell’infinito. Diff. con Spinoza: la Sostanza di Spinoza è statica (Natura naturans e natura naturata/ Sostanza e attributi) invece per H. esso è dinamico un SOGGETTO SPIRITUALE IN DIVENIRE Tutto ciò che è esiste come momento , tappa di questo divenire. Si tratta quindi anche qui di un processo compiuto. H. paragona il proprio sistema ad un processo circolare che raggiunge il suo termine in quella stessa realtà (il pensiero) da cui parte in cui quindi ritroviamo sia l’UNITA’ che lo SVILUPPO (Essere e divenire/Parmenide ed Eraclito). Qui andrebbe inserito anche il confronto con Schelling. La coincidenza nell’Assoluto di Schelling di Natura e Spirito (spinozismo di Schelling), che differiscono solo di quantità e grado, è per Hegel un’unità indifferenziata, priva di determinazioni e quindi non spiega un bel niente (aforisma: notte in cui tutte le vacche sono nere).

(*) Ragione e realtà. Fondamento della realtà è la Ragione (o Idea, o Assoluto). Essa nel suo procedere determina le manifestazioni (mondo materiale, vegetale, animale, umanità, ecc.). Tale ragione non è esterna alla realtà (Idea platonica) ma IMMANENTE. Nel suo procedere essa si attua nelle singole manifestazioni (inconsapevole nella natura, consapevole nell’uomo). Essa è il principio immanente di tutta la realtà e la realtà altro non è che la ragione stessa nel suo svolgimento. Principio riassunto nell’aforisma: «Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale». Dall’identità tra ragione e realtà, deriva l’identità tra essere e dover essere (ciò che è e anche ciò che razionalmente deve essere). Ergo la realtà è una totalità processuale necessaria: una serie di momenti ciascuno dei quali è conseguenza dei precedenti e il presupposto di quelli che seguono.

(*) Carattere della filosofia. La filosofia è dunque comprendere la realtà nel suo attuarsi. inevitabilmente dopo che si è attuata (simbolo: nottola di Minerva) Filosofia giustificazionista: prende atto della realtà, di ciò che è e lo giustifica dal punto di vista filosofico. Hegel ritiene che il compito della filosofia sia portare l’esperienza ad auto-comprensione razionale, dando conto di tutta la realtà : naturale, storico-umana, spirituale, comprendendo insieme sia le strutture del mondo che del pensiero che pensa il mondo, superando la dualità tra universo oggettivo e universo soggettivo. Ha scritto S. Moravia: l’ambizione più profonda di Hegel fu quella di andare al di là della contrapposizione tra realismo e idealismo: di mostrare come realtà e idea - ossia essere/divenire delle cose ed essere/divenire della ragione delle cose ( e della coscienza e della cognizione delle cose) - crescono in un intreccio organico e indisgiungibile.

(*) L’articolazione triadica dell’assoluto. Nella nozione di Wirklichkeit (realtà in atto), Hegel esclude gli aspetti superficiali, accidentali, ed afferma che con essa ci si riferisce solo alla trama essenziale ad essi sottostante. In questo modo vuole evitare l’accusa di giustificazionismo, cioè di accettazione della realtà sic et simpliciter. Tuttavia molti interpreti, tra cui l’a. del manuale, insistono nell’indicare nell’atteggiamento di Hegel un panlogismo (tutto è ragione, identità tra reale e razionale) necessitato, quindi una giustificazione della realtà e razionalità del mondo. Il processo dinamico dell’assoluto hegeliano si articola in modo circolare in tre momenti. IDEA PURA: L’idea in sé, a prescindere dalla sua realizzazione nella Natura e nello Spirito (il programma immanente della realtà, ancora non in atto) (TESI); NATURA: L’idea fuori di sé, cioè la sua alienazione nelle realtà spazio-temporali del mondo , nella Natura (ANTITESI); SPIRITO: L’idea che torna in sé, dopo essersi fatta Natura, acquista coscienza di sé nell’uomo (SINTESI). Articolazione da non intendersi in senso cronologico, ma dialettico.

(*) La conseguente ripartizione della filosofia hegeliana in tre sezioni: A) La logica (studia l’idea in sé) e si articola in dottrina dell’essere, dottrina dell’essenza, dottrina del concetto; B) La filosofia della natura (studia l’idea fuori di sé) e si articola in meccanica, fisica, organica; C) La filosofia dello Spirito (studia l’idea che torna in sé) e si articola in spirito soggettivo (antropologia, fenomenologia, psicologia), spirito oggettivo (diritto, moralità, eticità=famiglia,società civile, stato) e spirito assoluto (arte, religione, filosofia). N.B. Da approfondire maggiormente dal manuale: eticità nelle sue articolazioni, ma in particolare lo stato.

Fenomenologia dello Spirito. Prima opera sistematica di H., può essere definita un’introduzione al suo sistema. È il romanzo della via e delle vicende che conducono lo spirito (soggetto, protagonista del reale) al sapere assoluto, cioè allo spirito che sa se stesso. Tre le tappe fondamentali di tale processo dialettico, che tocca diversi ambiti (logica, filosofia della religione, filosofia della storia, politica,…): A. COSCIENZA (certezza della propria diversità dal mondo, che tuttavia ritrova se stessa nell’ordine delle leggi della natura); B. AUTOCOSCIENZA (coscienza di sé nel mondo, per cui l’oggetto si fa soggetto. Parte dal rapporto con le altre coscienze, che non è amorevole, ma conflittuale. La coscienza che esercita il dominio sul desiderio di conservarsi, sfida la morte e acquista la libertà, porta alla dialettica della figura servo-signore, che attraverso il rovesciamento del rapporto di dipendenza conduce alla libertà del servo dalle cose. Espressione massima della libertà come coerenza e dignità è lo stoicismo, che tuttavia è destinato a risolversi in scetticismo (dubbio sistematico, abbandono della molteplicità) il quale produce nostalgia dell’eterno e porta quindi alla ricerca attraverso la fede con la figura della coscienza infelice che è tale perché aspira ad un Dio trascendente e pertanto in attingibile; C) RAGIONE, come sintesi unitaria di coscienza ed autocoscienza, momento conclusivo, il cui lo spirito giunge finalmente al sapere assoluto come coscienza che lo spirito ha di sé in quanto identità di pensiero e realtà. Identità che non va mai intesa in senso statico, ma dinamico, processuale, cioè dialettico, attraverso il continuo superamento di contraddizioni.



Logica 1. Momento fondante in cui Hegel studia l’Idea in sé, a prescindere dal suo esplicarsi nella Natura e nello Spirito. Essa è organizzata secondo un organismo dinamico di concetti che sono allo stesso tempo sia categorie del pensiero che della stessa realtà in sé. Se Ragione e Realtà, pensiero ed essere coincidono, per Hegel logica e metafisica non sono quindi campi separati, ma coincidenti. Tanto è vero che nelle sue considerazioni sulla logica H. trova modo di collocare molti concetti che appartengono alla tradizionale metafisica (essere, fenomeno, realtà in atto, ecc.). La Ragione si manifesta nelle singole cose ed è principio immanente di tutta la realtà (Panlogismo hegeliano): dunque l’attuarsi della realtà non è altro che l’attuarsi del pensiero. Di conseguenza la logica (che ha per oggetto lo svolgersi del pensiero) coincide con la metafisica (che studia l’essenza della realtà) e quindi, come si diceva, le categorie non sono più come per Kant dei modi di pensare, ma dei modi dell’essere. La logica di H. si differenzia radicalmente da quella di Aristotele perché quest’ultima si fondava sui principi di identità (A=A) e non-contraddizione, [ ¬ ( pL ¬ p)], e si risolveva in una logica dell’astratto (concetto-forma che la mente astrae dalle cose). La logica hegeliana si basa invece sul principio cusaniano della coincidentia oppositorum (essere e non essere dialetticamente coincidono e divengono, cioè ogni essere è il punto di coincidenza tra il non essere più ed il non essere ancora. Essa è quindi una logica del concreto, in quanto è coscienza della realtà nel suo divenire. Innanzitutto H. passa in rassegna le tradizionali impostazioni dei pensatori precedenti a proposito del nesso logica / oggettività.

a)     Il realismo ingenuo: che separando il pensiero dalle cose giunge ad affermare che il pensiero possa conoscere la realtà delle cose stesse.

b)     L’empirismo: che riduce tale possibilità all’ambito della rappresentazione, del fenomeno, ma con Kant lascia da parte l’aspetto noumenico, come una x sconosciuta ed in conoscibile.

c)     La filosofia della fede (Jacobi), che ritiene di poter saltare direttamente, mediante la fede, dal pensiero all’essere (salto mortale, simile al salto metafisico di Anselmo d’Aosta).

Logica 2. La Logica hegeliana si divide in: L. dell’essere, L. dell’essenza e L. del concetto. H. parte affermando che bisogna iniziare dalla categoria più generale del pensiero puro (cioè del pensiero non ancora determinato da un rapporto con l’oggetto) e questa è l’essere. Ma noi, prosegue, non possiamo comprendere l’essere senza comprendere il nulla nella dimensione del divenire. In effetti l’essere, nella sua generalità, è assenza di determinatezza, cioè non è determinato (essere puro = essere non determinato), ma in quest’ultima idea, a guardare bene, c’è l’idea del nulla. Quindi essere e nulla coincidono, ma non in modo statico, bensì dinamico. L’essere che non è determinato è l’essere che ha ancora da essere ciò che è: esso è quindi il divenire (sottolineare l’andamento triadico/dialettico: Essere = tesi; non-essere = antitesi; divenire = sintesi). Il procedimento poi continua. In estrema sintesi: abbiamo il passaggio dall’essere non determinato al suo opposto, essere determinato, che è tale perché una certa qualità e una certa quantità lo rendono finito, ed una certa misura ne determina la quantità delle qualità. Quindi per H. l’istituirsi di relazioni matematiche, e gli stessi più elementari procedimenti di quantificazione e di formalizzazione del senso comune hanno origine nella logica. Dall’essere (pensiero in sé) H. passa poi all’essenza (pensiero che scorge le proprie relazioni), che si articola nei tre passaggi dell’essenza come ragione dell’esistenza (l’essere che scopre in sé la propria ragione d’essere e quindi diventa esistenza), del fenomeno (Erscheinung – non parvenza, ma manifestazione dell’essenza di ciò che esiste) e della realtà effettiva (Wirklichkeit – unità di essenza e fenomeno). Dopo essere passato attraverso la mediazione rappresentata dall’essenza, l’essere/pensiero ritorna in sé come concetto razionale, cioè non più opposto alla realtà ma tutt’uno con essa. Il concetto si articola a sua volta triadicamente in un momento soggettivo (in cui H. analizza l’aspetto formale), un momento oggettivo (che costituisce le categorie della natura, la cui ultima determinazione, quella teleologica è la cat. fondamentale della natura organica, cioè della vita). Siamo così arrivati, con la vita (anima realizzata in un corpo), alla prima determinazione della tappa conclusiva della dialettica della logica, l’idea, che dalla vita passa alla conoscenza (idea della realtà separata da sé) e si sintetizza infine nell’Idea assoluta, categoria della comprensione assoluta, quale può realizzarsi nel più alto livello del pensiero e, insieme, della realtà in quanto pensata: essa è il modo in cui le cose rivelano in pieno il loro significato complessivo, la loro razionalità totalmente dispiegata. Tale Idea assoluta è per Hegel la condizione logica-ontologica per la quale lo Spirito può realizzare se stesso.

Filosofia della storia in Hegel: razionalità della storia, come spirito che si manifesta e realizza, incarnandosi nello spirito dei popoli, utilizzando come mezzi gli uomini e le loro passioni (astuzia della ragione), per realizzare il fine ultimo, cioè la libertà dello spirito attraverso lo Stato. Storia come successione dunque di forme statali in divenire (mondo orientale/un solo libero, mondo greco-romano/alcuni liberi, mondo cristiano-germanico/tutti liberi).

(*) La dialettica hegeliana è allo stesso tempo la legge che ontologicamente esprime il divenire della realtà e la legge logica che ne consente la comprensione. Essa si articola in tre momenti: astratto-intellettuale (si ferma alle determinazioni isolate della realtà/l’intelletto è organo del finito); negativo-razionale (nega le determinazioni dell’intelletto e le pone in rapporto con quelle opposte/ragione è organo dell’infinito, che risolve il finito nell’infinito); positivo razionale (coglie l’unita sintetica delle determinazioni opposte). I tre momenti si articolano in un movimento circolare e “spiraliforme” tra tesi (affermazione), antitesi (negazione) e sintesi (riaffermazione/ Aufhebung ). Ogni sintesi ridiviene tesi e così via fino al complimento dello spirito assoluto


FEUERBACH

(*) Il rovesciamento dei rapporti di predicazione come metodo per superare mentalità idealistico-religiosa. Ri-capovolge ciò che l’idealismo ha capovolto: proponendo un’inversione dei rapporti fra soggetto e oggetto, concreto e astratto, per cui la natura non è più predicato dello spirito, ma vice versa. È il metodo che porta F. ad esempio a definire la religione un’antropologia capovolta e Dio come oggettivazione del soggetto uomo.

(*) L’ateismo di F. è la riappropriazione da parte dell’uomo della propria essenza che attraverso l’alienazione è stata oggettivata, proiettata al di fuori in Dio. Esso non ha quindi carattere meramente negativo, ma si presenta come un dovere per l’uomo, come proposta di porlo al centro della riflessione e dell’agire, come una specie di antropoteismo.

L’umanismo filosofico di F. è la formula che sintetizza la parte costruttiva del suo pensiero: umanismo, perché al centro della riflessione filosofica e dell’agire pone l’uomo, naturalistico perché fa della Natura la realtà ontologica da cui tutto dipende, compreso l’uomo e i suoi bisogni.


MARX

(*) Legami con il pensiero di Feuerbach: riprende il rovesciamento dei rapporti di predicazione, trasformandolo nell’accusa a Hegel di misticismo logico (trasformazione delle realtà empiriche in allegorie di una realtà spirituale), cioè in quel rovesciamento idealistico tra soggetto e predicato con cui Hegel finiva col fare della realtà concreta semplicemente la manifestazione necessaria dello Spirito, santificando in tal modo la realtà esistente e le istituzioni sociali economiche in cui si incarna (giustificazionismo). Per Marx compito della filosofia non è spiegare il mondo com’è, ma cambiarlo. Riprende da F. il concetto di alienazione applicandolo alla situazione concreta dell’operaio nella società capitalistica (scissione dal prodotto della sua attività e dalla sua stessa attività) come conseguenza del regime di proprietà privata dei mezzi di produzione.

(*) Rapporto di M. con Hegel soprattutto attraverso la ripresa del metodo dialettico, che anche per M. consiste nel prospettare la realtà come una totalità in divenire articolata in una serie di momenti tra cui esistono contraddizioni/opposizioni che devono essere superate. Se della dialettica hegeliana M. accetta la dimensione processuale, il modello della totalità organica e la tesi del momento negativo come fattore dinamico principale (motore), egli ne rifiuta invece la configurazione idealistica (cammina sulla testa, bisogna rimetterla in piedi), il carattere aprioristico (schema che si impone alla realtà) e l’abuso dello schema triadico (tesi, antitesi, sintesi).

(*) La critica della religione in M. parte dalla posizione feuerbachiana, ma ne sposta la causa dall’uomo in quanto tale a determinati tipi storici di società, che la producono inevitabilmente come illusione consolatoria per le masse che soffrono (oppio dei popoli). Il modo giusto per M. di esprimere il bisogno espresso dalla religione (gemito della creatura oppressa) è quello di criticare e cambiare le strutture sociali malate che la producono.

(*) La concezione materialistica della storia si basa sull’idea che il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo sociale, politico e spirituale della vita, in altri termini la struttura economica (costituita da forze produttive e rapporti di produzione) è l’unico fattore realmente determinante della storia, la forza motrice da cui sono condizionati i rapporti giuridici, le forme dello stato, le dottrine religiose, morali, ecc. che costituiscono ciò che M. chiama sovrastruttura.

(*) I mutamenti storici, poi, avvengono secondo una legge dialettica della storia, secondo cui a un dato grado di sviluppo delle forze produttive corrispondono dati rapporti di produzione che si mantengono finchè favoriscono le forze produttive stesse; quando invece si trasformano in ostacoli essi vengono distrutti (fase rivoluzionaria). M. individua nella storia alcuni modelli dialetticamente succedutisi nel tempo che vanno dal comunismo primitivo, attraverso i modi di produzione asiatico, antico, feudale fino a quello capitalistico, ed ipotizza il superamento inevitabile di quest’ultimo attraverso li sbocco necessario al comunismo

Nel manifesto del Partito comunista M. vuole tradurre la sua visione filosofica in progetto politico concreto, analizzando la storia come storia di lotte tra classi sociali e cogliendo il ruolo rivoluzionario prima e conservatore poi della borghesia, che nella società capitalistica lascia il ruolo rivoluzionario alla classe operaia, che diviene tale solo quando acquisisce coscienza di sé e si organizza (partito comunista). Pertanto critica i pensatori socialisti a lui precedenti (socialismo reazionario, conservatore, utopistico) perché privi di quella che definisce un’impostazione socialista scientifica, che deve basarsi sull’analisi scientifica del capitalismo.

(*)All’analisi scientifica del modo di produzione capitalistico M. dedica la sua opera principale, il Capitale, in cui ne delinea due caratteristiche specifiche: la produzione di merci (valore d’uso/valore di scambio) e il plus-valore (ciclo D-M-D’, in cui D’ è l’incremento del valore in denaro originario derivante dallo sfruttamento della merce umana (plus-lavoro). Il saggio del plus-valore (espresso dalla formula = plus-valore/capitale variabile) non va confuso con il saggio di profitto ( plus-valore/capitale costante+capitale variabile), che è sempre minore in quanto tiene conto anche del costo degli impianti.



(*)Secondo M. le contraddizioni interne al capitalismo (contrasto tra socializzazione della produzione e carattere privato dell’appropriazione) lo porteranno alla inevitabile fine, attraverso l’antagonismo tra le due classi antagonistiche, borghesia e proletariato, la vittoria di quest’ultima attraverso la rivoluzione che abbatte lo stato borghese(strumento del dominio della borghesia), un fase intermedia di dittatura del proletariato, e la creazione di una società comunista, cioè una società senza classi in grado di dare a ciascuno secondo il suo lavoro (prima fase) e secondo il suo bisogno (seconda fase).


SCHOPENHAUER


(*)Il mondo come volontà e rappresentazione. Partendo dalla distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, S. ammette la distinzione tra soggetto e oggetto solo all’interno della rappresentazione, di cui costituiscono le componenti inscindibili. La rappresentazione è il fenomeno, ma non in senso kantiano, piuttosto come una illusione (velo di Maya/influsso orientale), che opera attraverso forme a priori (spazio, tempo, causalità,), ma nasconde la realtà vera, il noumeno che sta dietro e che per S. coincide con la volontà di vivere. Squarciare il velo di Maya del fenomeno, significa dunque, fare del nostro viverci dal di dentro, del nostro godere e soffrire, lo strumento per attingere al noumeno, quella Wille zum leben, che è radice noumenica sia dell’uomo che di tutto l’universo.

(*) La volontà di vivere è l’essenza segreta del mondo, un’energia alogica ed irrazionale inconscia (impulso inconsapevole), unica (al di là del principio di individuazione), eterna (al di là del tempo), incausata (al di là del principio di causalità), senza scopo (priva di finalità). Essa si oggettiva in due fasi logicamente distinguibili: le idee (eterne) gli archetipi (influsso di Platone), e le realtà naturali (spazio-temporali) oggettivazione dei primi attraverso il prisma spazio-tempo. Tra i due c’è rapporto copia-modello (v. ancora Platone). Pertanto l’individuo (il finito= è manifestazione transeunte della Volontà (infinito).

(*) Il pessimismo di S. si basa sull’idea che se la Volontà è l’essenza della vita, e volere significa desiderare q.cosa, ciò provoca un continuo stato di tensione per la mancanza di ciò che non si ha la vita è sofferenza, dolore, per essenza. Il piacere non è che la cessazione momentanea del dolore ed il pendolo della vita oscilla incessantemente tra desideri e dolore da una parte e sazietà e noia dall’altra, perché nessun oggetto del volere una volta conseguito può dare appagamento durevole. Tale sofferenza è universale (pessimismo cosmico): dietro le meraviglie del creato so cela la lotta e la sofferenza della lotta per vivere di tutti contro tutti , in cui l’individuo non è che lo strumento per realizzare la volontà di vivere della specie (illusione dell’amore = mero strumento)

(*)Il pessimismo porta S. a criticare ogni forma di ottimismo, menzogne con cui gli uomini cercano di nascondersi la crudele realtà dell’esistenza come sofferenza. Rifiuto dell’ottimismo cosmico, dell’idea (Hegel, religioni) che il mondo sia governato dalla ragione o da Dio; rifiuto dell’ottimismo sociale: dell’idea che i rapporti tra gli uomini siano fondato su socievolezza e bontà, mentre la vita degli uomini è una lotta nel continuo egoistico tentativo di sopraffazione reciproca (v. Hobbes, homo homini lupus); rifiuto dell’ottimismo storico, dell’idea di un progresso, di una direzione verso cui va la storia: noi crediamo che esista una storia, ma la filosofia ci mostra l’immutabilità sostanziale della vita umana. La storia dunque è il mero ripetersi sempre degli stessi drammi (rifiuto di Hegel, Marx, Cristianesimo, ecc.).

(*) Le vie di liberazione dal dolore sono le tappe attraverso cui l’uomo cerca di liberarsi dalla volontà di vivere. Sono tre. L’arte: contemplazione delle idee, capace di porci fuori dal prisma spazio-tempo, ma con carattere purtroppo temporaneo e parziale. La morale, che non deriva da imperativi categorici, ma dalla compassione, cioè dalla capacità di farsi carico delle sofferenze altrui, di sentirle come proprie, e si articola nelle virtù della giustizia (neminem ledere) e della carità (omnes, quantum potes, juva/agape = unico vero amore). Infine l’ascesi, che nasce dall’orrore per l’essere, dal rifiuto della volontà di vivere (non nel senso del suicidio, che per S, è invece estrema affermazione della volontà stessa) ma nel senso dell’estirpazione alla radice di ogni desiderio di esistere, voler, godere, mediante accorgimenti (castità, umiltà) che portano al nirvana (esperienza del nulla /influsso del buddismo).






KIERKEGAARD


Fondamento della filosofia di K. è l’esistenza intesa come modo di essere dell’uomo nel mondo. Essa a sua volta è il risultato dell’incrocio dei concetti di singolo (nell’uomo l’individuo è ciò che conta, è più alto del genere), di possibilità (il singolo uomo esiste in quanto è di fronte a una scelta, rischiosa, che implica la possibilità che sì, ma anche la possibilità che no e può avere carattere paralizzante), di scelta (esiste significa appunto scegliere/Aut-aut).

(*)Le condizioni permanenti dell’esistenza che ne derivano sono: angoscia (condizione esistenziale riferita al rapporto uomo/mondo e prodotta dalla vertigine della libertà e dalle possibilità che non/diversa, in quanto indeterminata, dalla paura, che deriva sempre dalla paura di qualcosa di determinato), disperazione (che si riferisce al rapporto dell’uomo con sé stesso, malattia mortale, perché è il vivere la morte dell’io, cioè della possibilità dell’uomo di essere se stesso) e fede (unica salvezza, che partendo dalla disperazione per la propria condizione esistenziale insufficiente, porta l’uomo a riconoscere la sua dipendenza da Dio, l’unico cui tutto è possibile; ma anche scandalo, paradosso, in quanto essendo tutte le categorie del pensiero religioso impensabili, a partire dall’idea cristiana del dio fatto uomo, la fede crede nonostante tutto).

(*)Gli stadi dell’esistenza sono i tre modelli fondamentali del vivere concreto dell’uomo. Stadio estetico, tipico di cui che cerca nell’attimo fuggente la propria realizzazione all’insegna della novità e dell’avventura (simbolo = Don Giovanni mozartiano), sfocia necessariamente nella dispersione e nella noia, cioè al fallimento esistenziale. Stadio etico è quello in cui l’uomo sceglie di scegliere e si impegna in un compito (modello = il marito) sottoponendosi ad una forma universale di comportamento: è uno stadio superiore al precedente, ma anch’esso destinato al fallimento, perché porta comunque l’uomo a sentire la propria solitudine peccaminosa. Stadio religioso è lo stadio in cui, l’uomo vincendo in parte l’angoscia e la disperazione che costituiscono il carattere di fondo della sua esistenza, salta l’abisso che lo separa da Dio ed accetta il difficile rapporto con Lui, mai tranquillizzante e razionalmente fondato, ma sempre in stato di tensione e consapevole del suo aspetto paradossale.


POSITIVISMO


(*)Caratteri generali della filosofia del P. sono l’identificazione tra scienza e conoscenza (metodo scientifico unico metodo conoscitivo/niente più metafisica), la concezione della filosofia come conoscenza generalissima coordinatrice delle altre scienze, l’estensione del metodo scientifico allo studio della società (sociologia) e dell’uomo (antropologia), l’idea che il progresso scientifico porti al progresso umano (rapporto tra positivismo, ideologia tipica della borghesia liberale dell’occidente, e moderna società industriale.

(*)Comte, principale esponente del positivismo sociale, elabora una legge fondamentale dei tre stadi, che spiega l’intero processo dell’esistenza umana e della conoscenza attraverso tre momenti: teologico (infanzia dell’individuo e dell’umanità, età dell’immaginazione, che studia la natura e la spiega attraverso agenti divini, come animismo, politeismo e monoteismo, e dà vita a forme politico sociali monarchico/teocratiche), metafisico(giovinezza dell’individuo e dell’umanità, età della ragione speculativa, che indaga la natura e la spiega attraverso forze astratte, e dà vita a forme politico sociali basate sulla sovranità popolare) e positivo (maturità dell’individuo e dell’umanità, età della ragione scientifica, che indaga i fatti e le loro relazioni e li spiega con leggi immutabili, e dà vita alla società industriale organizzata).

Comte classifica le scienze in un enciclopedia sistematica, il cui ordine logico coincide con l’ordine storico del loro sviluppo e con quello pedagogico del loro apprendimento. Esse sono ordinata in una scala graduata secondo l’ordine della complessità crescente e della semplicità decrescente ed è costituita da cinque scienze fondamentali (astronomia, fisica, chimica, biologia e sociologia, scienza alla quale sono subordinate tutte le altre). La matematica non è che la base comune a tutte le altre scienza. La psicologia non è una scienza.

(*)La dottrina della scienza di Comte è diretta a stabilire la scienza stessa come dominio dell’uomo sulla natura e si articola in 2 momenti successivi: momento teorico, studio della natura (osservazione dei fatti formulazione delle leggi) e momento pratico, dominio sulla natura a vantaggio dell’uomo (previsione azione). Si sintetizza nel concetto: “Scienza donde previsione; previsione donde azione”. Da essa deriva la teoria politica: se la scienza per eccellenza è la sociologia, la società nuova sarà fondata su di essa (Sociocrazia = visione organicistico-totalizzante dello stato, avversa alle idee di liberalismo e pluralismo, assimilate a disordine).

(*) Darwin, pur non essendo un filosofo, ha avuto grande influenza sul pensiero dell’epoca, attraverso il positivismo cosiddetto evoluzionistico che ha cercato di generalizzare filosoficamente il concetto biologico darwiniano di evoluzione. La teoria di Darwin è sintetizzabile in due nuclei essenziali: le piccole variazioni organiche che si verificano nel tempo possono essere vantaggiose per gli individui che le presentano (a seconda dell’influenza dell’ambiente e per effetto della legge della probabilità); la tendenza degli esseri a moltiplicarsi in progressione geometrica provoca necessariamente la lotta per la vita. Da questi due punti deriva la “legge della selezione naturale”: nella lotta sopravvivono gli individui che presentano mutamenti organici vantaggiosi. Ad essa sono sottoposti anche gli uomini (discendenza dalle scimmie antropomorfe, differenze di grado e non di sostanza tra intelligenza umana e quella degli animali).

(*) Spencer è il principale esponente della corrente evoluzionistica del positivismo, cioè di quella che è stata influenzata dal darwinismo, ed ha cercato di individuare nel progresso come fatto universale e cosmico, basato sulla trasformazione dell’omogeneo in eterogeneo, la legge universale del divenire. Per S. la realtà assoluta è inconoscibile, come attestano la religione (il cui compito è mantenere vivo il senso del mistero) e la scienza (il cui compito è estendere al massimo la conoscenza del relativo, del fenomenico). Religione e scienza sono dunque conciliabili purché ciascuna di esse non pretenda di invadere il campo dell’altra.

(*)Spencer affida alla filosofia il ruolo di teoria dell’evoluzione, conoscenza nel suo più alto grado di generalità (conoscenza comune = non unificata; scienza = parzialmente unificata; filosofia = completamente unificata). Essa unifica i principi generali della scienza (indistruttibilità della materia, continuità del movimento, persistenza della forza) proprio attraverso la legge generalissima dell’evoluzione (integrazione di materia e dispersione di movimento), attraverso tre determinazioni: passaggio dall’incoerente al coerente (progressiva concentrazione), passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo (progressiva differenziazione), passaggio dall’indefinito al definito (progressiva determinazione). L’evoluzione è pertanto un processo necessario e continuo verso una crescente armonia (ottimismo).







NIETZSCHE


Fasi della filosofia nietzscheana. A) fase giovanile (La nascita della tragedia): apollineo e dionisiaco, rapporto con Schopenhauer (essere è dolore) e Wagner (rinascita della cultura tragica), critica dello storicismo; B) fase illuministica (metodo storico e genealogico matrici umane dei valori ritenuti sovrumani spirito libero filosofia del mattino: grande annuncio e morte di Dio); c) fase maturità (la filosofia del meriggio/Zarathustra): il superuomo/oltreuomo, l’eterno ritorno, la trasvalutazione dei valori, la volontà di potenza, il nichilismo e il suo superamento).

(*)A) fase giovanile. Interessi filologici. Distinzione tra due impulsi di base dello spirito e dell’arte greca: dionisiaco (uomo tragico, portato a dire sì alla vita, forza vitale pura) e apollineo (fuga di fonte al caos della vita, sublimazione formale, rifugio in un mondo razionale fatto di serenità ed equilibrio). All’origine della tragedia equilibrio tra i due aspetti, poi (Euripide) prevalenza dell’apollineo, che coincide con inizio della decadenza. Dioniso come metafora dell’accettazione totale della vita e del mondo, Apollo come metafora della fuga dalla vita. Critica dello storicismo: troppa storia indebolisce (idolatria del fatto), rivalutazione dell’oblio. La storia ha senso solo se serve alla vita.

(*)B)periodo illuministico (prevale un atteggiamento “scientifico”, che privilegia la critica, l’uso cioè del metodo della scienza per liberare gli uomini dagli errori attraverso un metodo critico (filosofia del sospetto) storico-genealogico (mirante a svelare le presunte realtà come esito di processi, e a mettere a nudo le matrici umane dei valori, liberare gli uomini dalle tenebre (costituite soprattutto da morale e metafisica). Annuncio della morte di Dio (la più antica delle bugie vitali, quintessenza di tutte le menzogne escogitate per fronteggiare il caos della vita) come atto sovrumano compiuto dal filosofo-profeta. Momento centrale della filosofia di N. perché sconfitta definitiva di ogni prospettiva metafisico-dualistica che faccia del nostro mondo la copia negativa di una altro mondo migliore, coincide con l’atto di nascita del superuomo.

(*)C)la filosofia del meriggio: Zarathustra scelto come figura arcaica della nascita della morale (bene/male) che è ora il modello della autosoppressione della morale (uccisione delle idee metafisico-morali di derivazione platonico-cristiana). Superuomo: colui che è in grado di reggere la morte di Dio e la fine delle certezze, di accettare la dimensione tragico-dionisiaca della vita; di emanciparsi dal cristianesimo e dalla morale, inserendosi nella prospettiva dell’eterno ritorno (fine della visione lineare giudaico-cristiana della storia e del tempo) e procedere oltre il nichilismo (venir meno di ogni certezza, mancanza di fine, affermandosi come attività creatrice, espansiva ed autosuperantesi (volontà di potenza secondo criteri di “verità” propri: forza, vita, potenza, salute),

La genealogia della morale. È un’espressione che si situa sia nella fase illuministica del pensiero di N., che in quelle successive, ed illustra l’origine storico-genealogica della morale, svelandone le motivazioni “troppo umane” che ne sono alla base (assoggettamento dell’individuo a direttive sociali), dispositivo di difesa creato per facilitare il dominio dell’uomo sull’uomo, in due successive varianti. a) morale dei signori (tipica delle aristocrazie del mondo classico, si basa su senso della forza e vitalità), b) morale degli schiavi /tipica del cristianesimo, improntata a valori antivitali, come umiltà, pietà, disinteresse, nasce per N. come strumento al servizio dei deboli per imporsi sui forti. Coinvolge l’attacco di N. al Cristianesimo, inteso come negazione istituzionalizzata della volontà di vivere, idea di Dio degenerata che contraddice la vita.

Il prospettivismo è in un certo senso la teoria della conoscenza che N. elabora in accordo ai temi del superomismo, del superamento del nichilismo e della volontà di potenza. Esso afferma che non esistono fatti, ma solo interpretazioni, nel senso che alla base di queste agiscono i bisogni e gli interessi collegati alla volontà di potenza,intesa sia come autoconservazione che come capacità di imprimere il proprio senso al caos del reale. Ciò no significa che, come per lo scetticismo, tutte le interpretazioni siano equivalenti e quindi vere: n. stabilisce come criterio la salute, la vitalità, la potenza ( temi tipici del superomismo).




BERGSON


(*)La filosofia di B. può essere definita un’interpretazione dell’evoluzione in chiave spiritualistica (evoluzionismo spiritualistico), una filosofia cioè della vita concepita come un continuo processo creativo sostenuto dallo slancio vitale che si sviluppa e differenzia in forme sempre nuove. Esso è una sorta di corrente che penetra nella materia e tende a dominarla e si può definire una esigenza di creazione continua (evoluzione creatrice) che progredisce nelle due direzioni fondamentali dell’istinto (proprio degli animali, più vicino alla vita, ma non può comprendere se stesso riflessivamente) e dell’intelletto (modo di agire strumentale umano, ma volto allo statico ed al materiale, pertinente quindi solo all’ambito della realizzazione tecnica). La partecipazione allo slancio vitale creativo è possibile solo attraverso la concentrazione della coscienza nell’intuizione, che mettendo in rapporto intelletto e istinto costituisce il rapporto immediato e diretto con la realtà assoluta, ossia con la durata della coscienza (v. n.2) o con lo slancio creativo della vita. In tal modo B. fonda una nuova metafisica fondata sullo slancio vitale, priva di ogni prospettiva finalistica (lo slancio è una vis a tergo) e meccanicistica (lo slancio è creazione libera ed imprevedibile).

(*)Alla base della concezione dello slancio vitale sta il concetto di durata reale, intesa come il tempo della vita, concreto ed interiore, un’unica corrente in cui ogni cosa è nuova ed allo stesso tempo è conservata. Ora, le concezioni che stanno alla base delle scienze e della ricerca naturalistica non consentono di comprendere l’elemento vitale in quanto applicano un criterio statico, che astrae ed isola e non considera l’elemento dinamico e l’unicità propria dell’esistenza e si basano sul concetto di tempo spazializzato e quantitativo proprio delle scienze naturali. Si tratta di una mera costruzione formale (la scienza) di tipo fisico-matematico che è in contrasto con la durata del flusso vitale, come fluire ininterrotto e creativo, che conserva in sé il passato e lo congiunge col futuro (Non diventiamo più poveri per il tempo passato e perduto: solo esso anzi dà sostanza alla nostra vita/ Influenza su Marcel Proust). E’ possibile cogliere la durata solo nell’esperienza interiore, nel fluire autocreativo della coscienza (memoria pura, distinta dal ricordo-immagine e dalla percezione).

(*) Il riso. Richiamandosi alla concezione dell’energia vitale creatrice, B. sviluppa una teoria del comico fondata sulla contrapposizione tra immobilità e meccanismo, da una lato, ed elasticità della vita, dall’altro. Il comico nasce, in chi osserva, soprattutto quando una rigida continuità prende il posto dell’adattamento. Il riso è una specie di punizione per la reiterazione della meccanicità al posto dell’adattamento. Gli effetti comici sono introdotti dalla commedia attraverso le leggi della ripetizione, dell’inversione e dell’interferenza delle serie. Il contrario del comico è la grazia, che nasce laddove il movimento, la dinamica ed il tempo della vita non si scontrano con la rigida meccanicità, ma rappresentano se stessi. Importante l’influenza di questa elaborazione sull’opera di Pirandello e sul cinema.


FREUD

(*)La realtà dell’inconscio e i modi per accedervi. Si deve a F. la scoperta che la psiche non è identificabile con la dimensione della coscienza, ma che quest’ultima costituisce la punta dell’iceberg di una realtà primaria più profonda: l’inconscio, che con la psicanalisi diviene il punto di vista privilegiato da cui studiare l’uomo. Esso si divide (prima topica) in preconscio (che contiene i ricordi momentaneamente accantonati, ma che possono essere sempre richiamati alla coscienza) e zona del rimosso ( che comprende gli elementi rimossi in modo stabile, che è possibile far riemergere solo con specifiche tecniche psicanalitiche. Queste ultime possono andare dalle libere associazioni, che sfruttano in particolare il transfert paziente/medico e la situazione analitica, durante le sedute terapeutiche, alla decodificazione da parte dello psicoanalista dei messaggi nascosti contenuti in alcune manifestazioni privilegiate dell’inconscio (sogni, atti mancati, sintomi nevrotici).

(*)La seconda topica freudiana, analizza la complessità della personalità scomponendo l’inconscio in tre istanze: l’Es (forza impersonale, caotica, impulso vitale privo di regole, non conosce ben e male, è al di là delle categorie spazio/temporali) che fa agire l’uomo senza condizionamento obbedendo solo al principio del piacere; il Super-io (coscienza morale, successore dei nostri genitori) che raccoglie l’insieme dei divieti impostici nei primi anni di vita ed introiettati; l’Io (che organizza la personalità) costretto a mediare tra i primi due, creando una difficile armonia (la vita non è facile). Questa struttura conflittuale spiega i comportanti opposti tra nevrosi (predominio del super-Io/eccesso di rimozione) comportamenti asociali (prevale dell’Es/mancanza di freni inibitori). La normalità è garantita dalla capacità dell’Io di padroneggiare la situazione.

(*)Freud definisce sogni, atti mancati e sintomi nevrotici, spie dell’inconscio e quindi punti privilegiati per conoscere la vita della psiche. I sogni sono per lui l’appagamento camuffato di un desiderio rimosso (i sogni son desideri…) e la loro interpretazione consente di risalire ai messaggi segreti dell’Es. Gli atti mancati (lapsus, omissioni, ecc.) non dipendono dal caso, ma sono a loro volta manifestazioni camuffate dell’inconscio. I comportamenti nevrotici sono sintomi nei quali si trova il punto di incontro tra tendenze rimosse e le forze che ne bloccano l’accesso alla coscienza. In genere tutte queste spie conducono a impulsi di natura sessuale.

(*)La teoria della sessualità di F. amplia la nozione di sessualità fino ad allora ammessa, evitando di ridurla a mera genitalità, introducendo il concetto di Libido, energia sessuale suscettibile di dirigersi verso mete diverse dalla sfera genitale vera e propria verso altre zone erogene. Capisaldi della teoria freudiana della sessualità sono l’analisi dello sviluppo della sessualità infantile nelle fasi orale, anale, genitale (la cui prima parte chiama fase fallica: complesso di castrazione/invidia del pene) e l’elaborazione della dottrina dei complessi (rappresentazioni e ricordi dotati di forte carica emotiva che condizionano negativamente la personalità), tra i quali il noto complesso di Edipo (attaccamento libidico verso il genitore di sesso opposto).

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