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Affermazione della libera concorrenza




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AFFERMAZIONE DELLA LIBERA CONCORRENZA


Sviluppo dell’economia liberale

Espansione dei mercati interni ed internazionali

G.B.= massima esportatrice di manufatti e tecnologie

Sfruttamento intensivo del carbon fossile e del ferro …… propagazioni delle navi a vapore, eccezionale sviluppo delle ferrovie ……rapida e sicura circolazione delle merci



1845-76……ondata migratoria verso l’America

Intensi spostamenti di popolazione all’interno dell’Europa

Disponibilità di capitali per gli investimenti

Afflusso d’oro dalla California

RIVOLUZIONE FINANZIARIA: formazione della banca moderna = raccolta di risparmi di numerosi membri della borghesia con la formazione di una capillare rete d’agenzie e di servizi

Creazione della BANCA MISTA = affiancava alle tradizionali attività commerciali, investimenti a lungo termine nell’industria, che fu alla base dello sviluppo ferroviario

Trasformazione della città: i centri delle metropoli diventarono sedi commerciali e finanziarie

Miglioramento delle condizioni igieniche: diffusione dell’acqua corrente nelle case, illuminazione a gas nelle vie, moderni sistemi di fognatura, trasporti pubblici anche sotterranei

Affermazione e consolidamento del potere politico della borghesia liberale

Contrapposizione tra classi proprietarie e masse lavoratrici

Industria edilizia: -quartieri residenziali

-quartieri popolari




PANORAMA EUROPEO


Restavano aperte questioni derivate dalla crisi degli stati multinazionali


INGHILTERRA: regno della regina Vittoria 1837- 1901

Primi anni segnati dalla crisi sociale e politica dovuta alla precoce maturazione industriale

Successivamente stabilità interna e predominio sull’economia mondiale

1846-74 partito liberale      Palmerstone e Glandstone

PALMERSTONE = liberale all’antica, espressione d’istituzioni rappresentative oligarchiche che riservavano il potere a pochi proprietari. Abbandonava il rispetto delle garanzie liberali per l’ordine sociale

Efficace azione per l’indipendenza italiana

Trascinò Francia e Piemonte nella guerra di Crimea per fermare l’espansione russa verso i Balcani e il Mediterraneo

GLANDSTONE = proposte di riforma elettorale: diritto di voto ai ceti medi e agli operai retribuiti.   Si dimise per l’opposizione dei settori conservatori del suo partito, le TRADE UNIONS lo appoggiarono. Nel 1867 fu varata la riforma che portava il voto ai capi famiglia che possedeva la casa e un’ampia rappresentanza parlamentare alla città. Nel 1884 estese il suffragio alla maggior parte degli operai 1871 riconoscimento legale dei sindacati, riforma dell’amministrazione (assunzione di funzionari attraverso pubblici concorsi), riforma dell’esercito, obbligo della scuola elementare

CONDIZIONI SOCIALI: emarginazione sociale e politica della parte più povera della classe operaia

Sfruttamento delle risorse dell’impero coloniale

Alcuni territori furono trasformati in DOMINIOS = territori d’autonomia amministrativa



FRANCIA:

Borghesia e aristocrazia si affrontavano in Parlamento

Instabilità dovuta alla presenza del proletario, battuto nelle elezioni, nel quadro istituzionale e al conflitto fra NAP III e l’opposizione parlamentare di sinistra

1850 = nuova legge elettorale che privava del voto le classi popolari

Colpo di stato appoggiato dall’esercito

NAP III fa arrestare gli esponenti dell’opposizione e sospende la libertà di stampa.   Richiese un PLEBISCITO: il popolo lo appoggiò credendo alle sue promesse

La rete ferroviaria crebbe di sei volte, furono finanziate con denaro pubblico grandi opere

NAP III fu appoggiato dal centralismo statale e dal clero, che in cambio ottenne privilegi nel campo educativo e la garanzia della protezione del potere del Papa

POLITICA ESTERA: attacco ai baluardi della Restaurazione (Austria, Russia, Prussia).

Consolidamento del dominio francese in Algeria, Senegal, Somalia e Indovina, tentò di estendere l’influenza francese nell’America centrale

NAP III perse l’appoggio dei conservatori e del clero per via delle concessioni all’opposizione: attenuò la censura sulla stampa, proclamò l’amnistia per i reati politici, allargò il potere del Parlamento, fece trattati di libero scambio con altri paesi europei, restituì il diritto di associarsi agli operai

Appoggio la Prussica contro l’Austria sperando si disintegrasse, BISMARCK ne uscì vincitore e in piena espansione

1870 guerra contro la Prussica

Perse e fu proclamata la Repubblica di Francia

Fu costretta ad accettare le pretese di Bismarck: pagare un risarcimento, cessione dell’Alsazia e della Lorena, occupazione temporale della Francia settentrionale

1871 una rivolta popolare creò ad un autonomo governo comunale (la COMUNE) capeggiato da democratici e socialisti

THIERS chiese aiutano alla Prussica e represse violentemente il moto rivoluzionario



GERMANIA:

La Francia cerca di escludere l’Austria dalla Germania

L’unificazione si compì sotto la guida di una monarchia autoritaria senza partecipazione di forze popolari



Bismarck estromise l’Austria dalla Confederazione e inglobò i governi dei piccoli e medi stati tedeschi

1863 la Danimarca cerca di annettere alcuni ducati, la Prussica effettuò la prima prova di forza assicurandosi l’alleanza dell’Austria

Bis. Cominciò a preparare la guerra contro l’Austria assicurandosi la neutralità di Nap III e l’alleanza dell’Italia

1866 la Prussica invade gli stati tedeschi del sud Austria sconfitta

La Confederazione germanica fu sciolta e alcuni stati furono annessi alla Prussica che creò una nuova Confederazione

1867 L’Austria accettò un compromesso con l’Ungheria che otteneva l’autonomia amministrativa con un proprio Parlamento: nasceva l’impero AUSTRO-UNGARICO

Bis. Manipolò il telegramma inviato da Guglielmo I alla Francia in modo che apparisse offensivo

Bis. Divise e batte le forze avversarie

Nel 18-06-1871 Guglielmo I divenne imperatore del nuovo impero tedesco

Il nuovo stato mantenne una struttura centralizzata ed autoritaria, le funzioni del Parlamento furono molto limitate perché il governo era indipendente da esso ed era responsabile solo di fronte al sovrano

Le leggi diventavano esecutive solo se approvate dal consiglio federale degli stati tedeschi dove dominavano i rappresentanti nominati dall’Imperatore




L’UNIFICAZIONE ITALIANA E I PROBLEMI POST-RISORGIMENTALI


INSUCCESSI DEL PARTITO DEMOCRATICO


Nel corso delle vicende del 1848-49 si confrontarono due prospettive differenti e a tratti antagoniste per giungere all’unificazione del Paese. Da una parte il programma dei moderati (il progetto di una federazione neoguelfa degli stati italiani e successivamente il tentativo sabaudo di unificare l’Italia del nord a spese dell’Austria), dall’altra quello dei democratici.

Negl’anni ’50 le forze moderate e democratiche si riorganizzarono e misero a punto le loro strategie.

GIUSEPPE MAZZINI divideva con la gran parte dell’emigrazione politica l’illusione della ripresa rivoluzionaria in Europa. Per preparare e coordinare l’azione, fondò nel 1850 un comitato centrale democratico europeo, mentre per l’Italia dava il via ad un comitato nazionale, organizzato in gruppi cospirativi operanti in diverse città.

Nel campo democratico emergevano altre due posizioni: la prima era costituita da una sinistra embrionalmente socialista, Ferrari e Pisacane, che accusavano Mazzini di “ formalismo” politico poiché sottovalutava la questione sociale e il possibile ruolo delle masse rurali nel processo d’unificazione nazionale. La seconda invece era formata da una destra attratta dal Piemonte liberale. Mazzini reagì con il suo metodo abituale dell’agitazione e dell’azione diretta e creò a Genova il PARTITO D’AZIONE, un’avanguardia politico-militare che avrebbe dovuto dare inizio ai moti insurrezionali in un paese giudicato maturo per esiti rivoluzionari. Pisacane appoggiò l’idea di innescare una rivoluzione democratica e socialista nella parte d’Italia più oppressa. Non si verificarono però né il progettato intervento delle organizzazioni mazziniane, né la sperata insurrezione contadina. Tutti gli uomini della “spedizione di Sapri “ furono uccisi o catturati dalle truppe borboniche e dagli stessi contadini del luogo che li ritennero dei briganti, mentre Pisacane, ferito, si tolse la vita.

Il fallimento delle azioni insurrezionali democratiche mise in crisi il Partito d’azione e tutto il progetto mazziniano, favorendo così l’egemonia del Piemonte sabaudo e del partito moderato di Cavour.


LA POLITICA DI CAVOUR


Camillo Benso conte di Cavour proveniva da una famiglia dell’aristocrazia imborghesita che aveva investito i propri averi nelle attività commerciali, nell’industria e nell’agricoltura.

Fin dagl’anni’30 aveva aderito alle idee del liberalismo moderato del GIUSTO MEZZO e ai principi dell’economia politica libero-scambistica. Nel 1848 aveva partecipato, come deputato, alle vicende della Prima guerra d’indipendenza. Si oppose alla ventata restauratrice e difese il rafforzamento delle istituzioni liberali, appoggiando le riforme del governo D’Azeglio, tra cui l’abolizione del tribunale riservato ecclesiastico e d’altri privilegi del clero. Sostenne una coraggiosa politica di libero scambio e favorì l’afflusso d’investimenti esteri in Piemonte. Poneva le basi di una larga maggioranza parlamentare con un’alleanza tra il suo gruppo di centro-destra e il gruppo di centro-sinistra guidato da RATTAZZI realizzando il cosiddetto CONNUBIO che isolò la destra clericale e la sinistra democratica e stabilizzò la politica del Piemonte. Nel 1852 giunse alla presidenza del Consiglio, il suo programma perseguiva l’ammodernamento del paese e quindi la trasformazione in senso capitalistico dell’economia, una maggiore efficienza amministrativa e lo sviluppo della rete ferroviaria.

Attuò una lotta intransigente contro la destra clericale, arrivando alla LAICIZZAZIONE piena dello stato, ma anche contro la sinistra borghese. Negl’anni’50 il Piemonte sotto la guida di Cav. Apparve un’isola di progresso economico e civile in un’Italia reazionaria e si attirò le simpatie dei liberali dell’intera penisola. Nel 1857 sorse la SOCIETA’ NAZIONALE che si proponeva di sostenere le cause dell’unità e dell’indipendenza senza ulteriori pregiudiziali politiche riunendo democratici come Garibaldi e togliendo spazio alle iniziative mazziniane.



LA SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA



Obiettivo: l’unificazione dell’Italia settentrionale sotto la corona dei Savoia, inserendosi nel gioco europeo, sfruttando gli spazi creati dalle tensioni internazionali utilizzando la forza destabilizzante del secondo impero napoleonico. Inviò un contingente piemontese di 15000 uomini a fianco degli inglesi e dei francesi nella guerra di Crimea, e ottenne che la “ questione italiana “ fosse portata all’ordine del giorno nel congresso di Parigi del 1856. Nel gennaio 1858 Felice Orsini attentò alla vita di Nap III, l’accaduto fu abilmente sfruttato da Cav. Che dette soddisfazione all’imperatore con misure illiberali di censura e sequestri della stampa di ispirazione mazziniana, convincendolo per altro che i problemi irrisolti dell’Italia potevano creare una grave instabilità.   Nel luglio dello stesso anno a PLOMBIERES furono stipulati gli accordi segreti che sancivano l’intervento della Francia a fianco del Piemonte se fosse stato aggredito dall’Austria, la formazione di una confederazione di stati italiani, la cessione alla Francia della Savoia e della città di Nizza. Mediante dichiarazioni anti-austriache e con iniziative militari come l’armamento di volontari garibaldini, l’Austria, preoccupata di una possibile estensione dell’egemonia francese sull’Italia, intimò un ultimatum. Le operazioni franco-piemontesi ottennero decisivi successi, la sconfitta dell’Austria dette impulso all’iniziativa dei liberali e dei democratici dell’Italia centrale che fecero precipitare gli eventi ben al di là delle intenzioni di Nap III. Insurrezioni vittoriose a Firenze, Parma, Modena, Bologna portarono a governi provvisori che richiesero commissari piemontesi in vista dell’unificazione nazionale.



Nap.III preoccupato di un eccessivo ingrandimento del Piem. Abbandonò la guerra firmando un armistizio. L’Austria abbandonava la Lombardia che la Francia avrebbe passato a Vittorio Em.II il quale dovette impegnarsi a ritirare i commissari inviati nell’Italia centrale.   I governi provvisori respinsero la capitolazione e il ritorno dei sovrani legittimi e organizzarono la difesa militare, chiedendo formalmente l’annessione al Piemonte. Perfino Mazzini dava indicazioni ai democratici affinché si adoperassero per la soluzione unitaria, rinunciando per il momento alla causa repubblicana. Cav. Di fronte alle incertezze di Vitt. Eman. II si vide costretto a lasciare il governo.



L’IMPRESA DEI MILLE (1860)



Cav. Per il momento riteneva prudente consolidare la situazione esistente e pensava che Vitt. Eman. II sarebbe stato di fatto sovrano di tutta la penisola.   GARIBALDI si staccò allora dalla filo-cavouriana Società nazionale e prese la guida del Partito d’azione, mentre Mazzini confidava nella ripresa dell’iniziativa autonoma dei democratici volta al completamento dell’unità italiana su basi progressiste.

Gravissima crisi interna delle due Sicilie, dove il nuovo re Francesco II rifiutava qualsiasi apertura riformatrice e reprimeva con durezza i fermenti di ribellione. Il mazziniano ROSALINO PILO si recò in Sicilia a preparare l’insurrezione e contemporaneamente Garib. Organizzava una spedizione militare. Il 5 maggio 1860 circa 1000 volontari garibaldini partirono e sbarcarono in Sicilia, presso Marsala. Garib. Assunse i pieni poteri in Sicilia (la DITTATURA) in nome di Vitt. Eman.II re d’Italia. La dittatura di Garib. E delle camicie rosse evocava di per sé l’idea della democrazia sociale così si ebbero numerose occupazioni di terre e rivolte contro i proprietari dei latifondi o i notabili locali da parte delle masse contadine. I primi atti di governo dello stesso Garib. Sembravano appoggiare la ribellione sociale, poiché fu abolita la tassa sul macinato ed era stato emesso un decreto di spartizione delle terre del demanio tra i contadini nullatenenti. L’equivoco fu presto sciolto. NINO BIXIO fu incaricato di reprimere sanguinosamente i moti sociali scoppiati, fucilando numerosi contadini ribelli. Intanto Cav. E i moderati, con l’appoggio del governo inglese, riprendeva l’iniziativa. L’esercito piemontese marciò verso sud. Garib. Cercò di contrattare alcune garanzie politiche democratiche con il re, ma Cav. Volle immediatamente che fossero indetti plebisciti in tutto il territorio occupato in modo da sancire l’incondizionata annessione al Piemonte. Garib. Incontrò Vitt. Eman. II a TEANO presso Caserta il 26 ottobre. L’incontro sancì il passaggio dei poteri alle autorità piemontesi e lo scioglimento dell’esercito garibaldino.



I GRAVI PROBLEMI DELLO STATO UNITARIO



Cav. moriva improvvisamente all’indomani dell’unità. Il gruppo politico che ereditò la guida del governo del primo periodo post-unitario fu la Destra storica, cioè i liberali moderati che si richiamavano ai principi e all’opera di Cav.

Alcuni esponenti, come Farini e Mingetti, erano favorevoli ad un limitato decentramento amministrativo. Ma prevalse il timore di mettere a repentaglio un’unità raggiunta da poco per la disparità dei livelli economici, civili e culturali. E c’era anche la paura che dell’autonomia si avvalessero forze legittimiste legate ai precedenti governi oppure che se n’avvantaggiasse il federalismo democratico. Questo complesso di considerazioni spinse la Destra a piemontizzare l’Italia, estendendo la legislazione dello stato subalpino al territorio nazionale. L’apparato amministrativo inoltre assorbì anche quello dei dissolti stati della penisola per non creare focolai di malcontento e per acquistare simpatie tra i ceti intermedi, con il risultato di avere una burocrazia elefantiaca quanto poco funzionale.

La legge Casati                 centralistica ogni aspetto della vita scolastica era subordinato alle disposizioni del ministero della pubblica istruzione e ai suoi rappresentanti provinciali. L’istruzione elementare rimase limitata a due anni, ma spesso l’obbligo rimase disatteso. Sul piano delle istituzioni politiche, fu esteso al nuovo regno lo statuto albertino che delimitava la democrazia parlamentare e politica e che sanciva il ruolo preminente della corona nei confronti delle camere. Il governo venne sempre meno a dipendere dall’appoggio del re e sempre di più al consenso della maggioranza parlamentare. La debolezza del nuovo assetto politico risultava invece in primo luogo dal carattere molto classistico e élitario della legge elettorale. I deputati erano nominalmente espressione del “popolo italiano “, ma in realtà rappresentavano poche centinaia di titolari del diritto al voto. La scarsa corrispondenza tra il paese legale rappresentato dal parlamento e il paese reale rappresentato dalla popolazione, uno scarto vistoso cioè tra l’ordinamento delle leggi e la realtà del paese in cui si acuivano le disuguaglianze economiche e sociali.





LA DESTRA STORICA



La Destra e la Sinistra non erano veri e propri partiti moderni, con programmi alternativi e basi sociali differenti, quanto piuttosto schieramenti di opinione, con una prevalenza della rappresentanza di ceti aristocratici e grandi borghesi per la Destra e piccoli borghesi per la Sinistra. Tradizionalmente viene riconosciuto alla Destra storica il merito di aver iniziato l’ammodernamento economico del paese e di aver risollevato le sorti delle finanze pubbliche che avevano toccato un deficit pauroso. Ma proprio gli sforzi in direzione del pareggio del bilancio dovevano portare a tensioni drammatiche il divario fra paese legale e paese reale.



LA CRISI SOCIALE E IL BRIGANTAGGIO



Il governo era ricorso abbondantemente a prestiti stranieri nel 1866, in un momento di gravissima crisi economica, lo stato rischiò la bancarotta. Svendette a speculatori e a proprietari terrieri gran parte delle terre demaniali ereditate dai vecchi stati e dei beni ecclesiastici espropriati. Diede un giro di vite fiscale di asprezza senza precedenti che colpiva con le imposte indirette le masse popolari. 1868 introduzione della tassa sul macinato, in sostanza una tassa sul pane. Le manifestazioni di protesta scoppiarono nell’Italia settentrionale, oltre ad un’endemica rivolta contadina nelle campagne del Mezzogiorno, con cui si manifestò tutta la gravità dell’emergente questione meridionale. I ceti popolari e delle città e le masse rurali si trovarono ricacciati nelle antiche servitù sociali e anzi videro aggravarsi la loro situazione con tasse esose e il servizio militare obbligatorio imposti dal nuovo stato. La rivolta contadina nel Mezzogiorno prese allora la forme tradizionali del BRIGANTAGGIO, spesso strumentalizzato dai borbonici e dai clericali che alimentarono le proteste dei contadini contro le autorità piemontesi.



LA TERZA GUERRA d’INDIPENDENZA e la QUESTIONE ROMANA



Il successo maggiore della Destra storica fu il completamento dell’unità nazionale, con l’acquisto del Veneto e di Roma. Il primo fu annesso in occasione del conflitto austro-prussiano, preceduto da un patto d’alleanza anti-austriaco tra l’Italia e la Prussica che dette il via alla terza guerra d’indipendenza. Con la pace di Vienna, l’Austria cedette il Veneto sebbene in maniera indiretta attraverso la mediazione di Nap. III, per sottolineare che era stata vinta militarmente dai soli prussiani. Più complesse furono le vicende della questione romana, uno degli aspetti più travagliati della politica post-unitaria. Di fronte al processo d’unificazione Pio IX aveva sviluppato in senso reazionario il governo e la dottrina della Chiesa cattolica.Il papa aveva poi voluto accentuare gli aspetti “antimoderni” del cattolicesimo, contro l’interpretazione liberale e contro il cattolicesimo progressista. In segno di rottura con il mondo protestante e con il razionalismo religioso era stato proclamato dal pontefice il dogma della “immacolata concezione di Maria” e nel 1864 fu infine pubblicato il SILLABO, che elencava ottanta errori dichiarati inammissibili per l’ortodossia cattolica e che condannava come false e perverse le dottrine della libertà di coscienza, della tolleranza religiosa, del liberalismo e del socialismo. Esso suscitò un’ondata anticlericale nella borghesia liberale italiana e rese più difficile una soluzione negoziata dell’integrazione di Roma nello stato nazionale. Inutilmente Garib. Tentò due volte un’incursione militare. Il governo italiano firmò nel 1864 con Nap.III la cosiddetta convenzione di settembre, garantendo l’intangibilità dello stato pontificio dal quale l’imperatore s’impegnava a ritirare le sue truppe entro due anni. Fu la mutata situazione internazionale a favorire la soluzione del problema e la presa di Roma fu possibile, quando il protettore dello Stato della Chiesa Nap.III fu sconfitto e fatto prigioniero dai prussiani a Sedan. Così il 20 settembre 1870 le truppe italiane occuparono Roma abbandonata dai francesi. Fu proclamata la legge delle guarentigie, che riconosceva l’extra-territorialità del Vaticano e dei palazzi pontifici, il libero esercizio delle prerogative religiose del Papa e del clero, riconfermava la religione cattolica come religione di stato, prevedeva un considerevole rimborso in denaro equivalente alle rendite dell’ex stato pontificio. Per riaffermare il suo potere assoluto sul mondo cattolico Pio IX aveva fatto approvare dal Concilio vaticano I la dottrina dell’infallibilità del papa in materia religiosa, Infine nel 1874 vietò ai cattolici di partecipare alle elezioni politiche italiane. Il divieto non valeva a livello amministrativo e il cattolicesimo liberale rimase vivo nell’Italia unita, l’intransigenza del Papa alimentò un certo clima anticlericale e impedì per molti anni la presenza politica autonoma dei cattolici nell’ambito delle nuove istituzioni del paese.


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