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LA COSTITUZIONE ITALIANA - Storia, ideologie e dibattito di oggi




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LA COSTITUZIONE ITALIANA

Storia, ideologie e dibattito di oggi.



Brevi cenni sullo Stato.

In quanto animale, l’essere umano ha vissuto per circa due milioni di anni in branchi nomadi di poche decine di individui, l’unica autorità sul piano interno del gruppo fu verosimilmente costituita da un maschio dominante. Sul piano esterno, i rapporti tra i diversi branchi si risolvevano nella maggior parte dei casi in violenti scontri.

Si stima che, perlomeno sul suolo italico, verso il 1000 avanti Cristo siano nate la famiglia e la proprietà privata della terra. Queste importantissime conquiste spirituali aprirono la strada alla maggiore di tutte: la nascita dello Stato.

Lo Stato è una creazione umana intesa a superare lo Stato di natura: gli esseri umani precostituiscono un’autorità superiore a ogni singolo, alla quale affidano i compiti di risolvere le controversie tra i membri del gruppo e di guidare la cooperazione tra di loro, onde raggiungere determinati scopi di utilità comune.

Tre sono gli elementi che costituiscono lo Stato: il popolo, il territorio, la sovranità. Il popolo è un insieme di persone che sono accumunate dal possesso di una medesima cittadinanza, il territorio è l’estensione terracquea dello stato, la sovranità è la supremazia dello Stato nei confronti del suo popolo e del suo territorio. (in Italia ad esempio la sovranità appartiene al popolo, quindi essa consiste nella libertà del popolo italiano di autodeterminarsi e autogovernarsi, secondo le forme e i limiti della Costituzione). Lo Stato italiano, in quanto sovrano, non dipende né è legittimato da nessun altro ente, ma si pone da sé, si può dire autocratico.

Contesto storico. (Paul Ginsborg)

Nel giugno 1945 Ferruccio Parri, membro del Partito d’Azione e capo della Resistenza, venne eletto Presidente del Consiglio: parve che la Resistenza fosse giunta al potere. Tuttavia, i tre anni dei governi di Parri prima e di  De Gasperi poi non dimostrarono affatto il trionfo degli ideali della Resistenza.

Si svilupparono due ampi schieramenti contrapposti (mascherati inizialmente per la necessaria cooperazione  tra partiti antifascisti): da una parte il mondo padronale, la Democrazia Cristiana e gli Stati Uniti d’America, dall’altra il movimento operaio, il Partito Comunista Italiano e l’Unione Sovietica.

  1. Il fronte capitalista.

La classe imprenditoriale uscì dalla guerra con apprensione, nel timore di un’imminente rivoluzione sociale, che tuttavia non ebbe luogo  per la scelta moderata del Partito Comunista. Per sopravvivere economicamente durante la guerra,la maggior parte degli imprenditori aveva fatto un abile doppio gioco: aveva mantenuto contatti con i tedeschi, dato informazioni agli Alleati e finanziato perfino i partigiani.

L’industria italiana era formata da una gran quantità di piccole fabbriche e da una concentrazione singolare di capitali e mezzi produttivi. I settori dominanti dell’industria italiana erano quello idroelettrico, quello tessile e quello alimentare.

Tra gli imprenditori italiani, nel dopoguerra, emerse una divisione tra una maggioranza conservatrice e una minoranza progressista. L’ala dominante (industria elettrica, produttori di cemento e zucchero) si trovava in una situazione di monopolio e preferiva le speculazioni finanziarie agli investimenti o alla produttività. L’ala progressista (settore metallurgico), invece, era consapevole che la sua sopravvivenza in un economia di mercato dipendeva da un ampio programma di razionalizzazione e riconversione.

Le divergenze, tuttavia, si ricomponevano in una unità di obiettivi quando si arrivava al confronto con il mondo dei lavoratori o con lo Stato. Le pretese della Confindustria erano semplici: che l’imprenditore potesse riprendere il completo controllo sul luogo di lavoro, che la classe capitalista non fosse influenzata da una pianificazione statale  introdotta dai partiti di sinistra, che il datore di lavoro potesse licenziare a suo piacimento i dipendenti, che gli accordi con i lavoratori fossero a livello nazionale e stabilissero in modo rigido le paghe e i differenziali in modo da impedire agitazioni a livello locale.

Molti imprenditori che avevo fatto fortuna sotto l’economia controllata fascista, intrapresero una decisa conversione al liberismo. Altri imprenditori erano però ancora per uno Stato maggiormente interventista, perché così esso avrebbe continuato a proteggere le loro posizioni di privilegio sul mercato.

La maggior parte del mondo degli affari si rivolse inizialmente al Partito Liberale, tradizionale rappresentante politico dei loro interessi;  tuttavia i liberali non riuscirono ad adattarsi alle mutate condizioni dell’Italia post-bellica: essi fallirono nel comprendere la necessità di un partito di massa. Il partito politico che quindi  meglio riuscì a rappresentare gli interessi della classe capitalista fu la Democrazia Cristiana.

L’essenza dell’agire politico democristiano era l’interclassismo; attraverso l’appoggio della Chiesa, di Azione Cattolica e organizzazioni collaterali (Coldiretti, Acli), sperava di conquistare i credenti di ogni ceto sociale. La sua propaganda si rivolgeva in modo particolare alla classe media (ceti medi urbani), in passato spina dorsale del consenso a Mussolini, che si era trovata disorientata dal crollo dei valori fascisti di nazione e partito e in una situazione di gravi difficoltà economiche. I ceti medi, sia urbani che rurali, erano profondamente ostili al comunismo e al socialismo, che ai loro occhi avrebbero comportato la perdita dell’individualità ed un livellamento verso il basso della scala sociale. La Dc, invece, riaffermava la morale cattolica, salvaguardava la proprietà e l’iniziativa individuale, prometteva di limitare il potere dei grandi monopoli e rivolgeva un appello speciale ai valori familiari.

I principali motivi del programma di De Gasperi - la morale cattolica, l’anticomunismo, l’adesione al sistema capitalistico e una particolare attenzione ai ceti medi  e alla famiglia – fornirono al partito la sua robusta coesione. Naturalmente esistevano diverse posizioni all’interno del partito: per il Vaticano era necessario un partito più esplicitamente di destra, mentre per Dossetti (esponente della sinistra della Dc),  il partito doveva essere una forza evangelica, riformista e anticapitalista. La visione di centro di De Gasperi ebbe la meglio.

Per governare, alla Democrazia cristiana era necessario, come a qualsiasi governo che non fosse di orientamento socialista, l’appoggio della classe imprenditoriale (il cosiddetto “quarto partito”).

L’industria italiana fu grandemente aiutata dal rapido declino dell’egemonia inglese nel Mediterraneo e dall’inizio della guerra fredda: infatti la “dottrina Truman” prevedeva di contenere la minaccia sovietica innanzitutto con mezzi economici, aiutando le economie europee attraverso il piano Marshall. Ovviamente la ragioni di queste sovvenzioni americane non furono solamente di natura ideologica: agli Stati Uniti (ormai indiscussa prima potenza economica e militare al mondo) erano necessari mercati che potessero assorbire la vasta produzione dell’industria americana.

       2.  Il movimento operaio.

Nel corso della guerra le condizioni di vita della classe operaia erano peggiorate drasticamente. Molti italiani delle città erano rimasti senza casa a causa dei bombardamenti, mentre nelle zone rurali vi era un problema di sovrappopolazione a causa dell’esodo in massa dalle città. L’inflazione aveva rapidamente eroso i salari reali degli operai cittadini: la crescita dei salari era infatti circa la metà della crescita inflazionistica. I braccianti del meridione costituivano il settore più povero di tutta la forza-lavoro, tuttavia la condizione dei disoccupati era ancora peggiore: ex internati nei campi di lavoro tedeschi, ex prigionieri di guerra, giovani, ex partigiani, fascisti e soldati smobilitati erano alla ricerca di un lavoro che non esisteva.

Tuttavia queste dure condizioni erano mitigate, almeno nel Nord, dalla sensazione di potere e dalla posizione di forza che gli operai avevano conquistato durante la Resistenza. dove le commissioni interne o i Cln di fabbrica svolgevano un ruolo importante nella gestione delle aziende, ebbero luogo modificazioni sostanziali: il cottimo fu abbandonato perché incrinava l’unità tra i lavoratori, i ritmi di produzione vennero modificati, molti dirigenti industriali (Valletta alla Fiat, Rosini all’Ansaldo) furono dichiarati personae non gratae e sottoposte a una commissione d’inchiesta. Sarebbe però un errore ritenere che in quel periodo vi fosse una coscienza rivoluzionaria diffusa a livello nazionale tra gli operai (ciò a causa delle diversità tra Nord e Sud e dell’indifferenza tra vari strati sociali della popolazione).

Molti operai attendevano con ansia una nuova era di socialismo, ma la rivoluzione era vista come un evento fondamentalmente esterno, proiettato in un futuro indeterminato: la liberazione sarebbe giunta con i carri armati di Stalin. Tuttavia il modello stalinista fu negativo, in quanto la fiducia nella rivoluzione socialista che sarebbe arrivata dall’esterno, privò la classe operaia della possibilità di elaborare una strategia rivoluzionaria basata sulle proprie forze

I due fattori dominanti nella coscienza della classe operaia dell’epoca erano un desiderio di ricostruzione dopo i terribili danni della guerra e una profonda attesa di riforme economiche e sociali. Il partito di riferimento della classe operaia divenne il Partito Comunista Italiano, che riteneva impossibile un’imminente rivoluzione, ma non le riforme. Probabilmente l’errore più grande di Palmiro Togliatti, segretario del Pci, fu quello di utilizzare pressoché esclusivamente il terreno politico e l’alleanza con la Dc per realizzare le riforme, senza sfruttare quel potentissimo mezzo che era l’attivismo della classe operaia; egli era erroneamente convinto che la Dc rappresentasse una forza potenzialmente progressiva nella società italiana.

Il dilemma del Pci era il seguente: annacquare il contenuto socialista del programma per attirare così il consenso della piccola borghesia, oppure rifiutare ogni compromesso, col rischio di un isolamento della classe operaia e di una disfatta della strategia delle alleanze.

La dirigenza del Pci in quel periodo poté trovare conforto nella straordinaria crescita del partito: così la strategia gramsciana di penetrazione nella società civile poteva diventare adesso una realtà.

Passando all’altra principale forza della sinistra, i socialisti di Pietro Nenni, si è colpiti dalla loro subordinazione al Pci, in quanto essi non riuscirono mai a stabilire una loro autonomia politica.

Se si escludono i due principali partiti politici, il sindacato era il solo altro importante strumento del movimento operaio. La Cgil comprendeva al suo interno comunisti, socialisti e democristiani. Togliatti aveva caldeggiato la costruzione di un sindacato unico con l’intenzione di unire la classe operaia e spingere la Dc a interessarsi a quest’ultima.

3. Parri e De Gasperi, giugno 1945- maggio 1946.

a) Politica e istituzioni.

Il governo di Ferruccio Parri durò poco più di cinque mesi, dal giugno al novembre del 1945 e  diede costantemente l’impressione di non essere all’altezza della situazione: Parri risultò incerto fino all’ultimo come capo di un esecutivo che doveva essere profondamente innovatore. Dietro al personale fallimento di Parri stavano i limiti del suo partito,  paralizzato dalle divisioni interne tra l’ala socialista e quella moderata. Tutte le difficoltà e le contraddizioni esplosero al congresso del febbraio 1946, che di lì a poco portò alla dissoluzione del Partito d’Azione.

Nel governo Parri la sinistra aveva numericamente la maggioranza, ma non ne fece alcun uso positivo. Entrambi i partiti di sinistra (Pci, Psiup) erano convinti che avrebbero costituito la forza maggioritaria del paese non appena si fossero tenute le elezioni.

De Gasperi, intuendo che più tempo c’era perché “la lava incandescente del 1945” si raffreddasse, più avevano possibilità di vittoria i moderati, riuscì a far rinviare alla primavera del 1946 la data delle elezioni.

Le vittime più importanti di questo periodo furono i Comitati di liberazione nazionale:  la democrazia poteva essere  basata per Cattani, segretario liberale, solo sui suffragi liberi, diretti e segreti di tutti i cittadini singolarmente considerati.



Nel novembre 1945 i liberali decisero che era giunto il momento di sbarazzarsi di Parri: annunciarono il loro ritiro dal governo, con l’appoggio di De Gasperi;  socialisti e comunisti, da parte loro,  non mossero un dito  per difendere Parri.

De Gasperi divenne capo del governo con l’appoggio delle sinistre. Egli si battè affinché la scelta istituzionale tra monarchia e repubblica avvenisse per via referendaria, e ciò poiché desiderava nascondere la divisione esistente tra l’elettorato Dc, in gran parte di sentimenti monarchici, e i quadri del partito, che erano prevalentemente per la repubblica.

In secondo luogo, De Gasperi pretese che la nuova assemblea non avesse poteri legislativi,  ma limitasse le sue funzioni soprattutto alla stesura della nuova costituzione: tutte le decisioni dovevano essere così prese dal consiglio dei ministri, dove egli poteva tenere sotto controllo la situazione.

Durante i governi di Parri e De Gasperi la struttura statale e amministrativa ereditata dal fascismo si era tranquillamente consolidata. Fu compiuto qualche tentativo per epurare il personale fascista, ma la magistratura, anch’essa profondamente legata al suo passato, prosciolse quanti più imputati poté dall’accusa di collaborazione col passato regime. Nel 1946 Togliatti promulgò un’ amnistia che segnò la fine dell’epurazione. Vennero invece paradossalmente sostituiti tutti i prefetti nominati dal Clnai ed epurati i partigiani che errano entrati nelle forze di polizia.

b) Problemi economici e sociali.

La produzione industriale del 1945 era meno di un terzo di quella del 1938. L’Italia dipendeva in modo oneroso dall’importazione di materie prime e cercava di coprirne i costi con un’intensificazione delle esportazioni. Nel 1945, l’unica alternativa economica all’autarchia fascista parve essere la liberalizzazione degli scambi commerciali e della produzione: comunisti e socialisti non si dimostrarono mai capaci di offrire alcuna reale alternativa sul terreno della politica economica: le  questioni politiche e istituzionali avevano sempre la precedenza.

I due principali problemi monetari dell’epoca furono: il controllo sui cambi e il cambio della lira.

Il governo, nel marzo 1946, decise di concedere agli esportatori l’importante libertà di usare e scambiare la valuta straniera acquistata senza essere sottoposti al controllo statale. L’effetto di questo provvedimento fu duplice: un incoraggiamento alla speculazione e l’abbandono di ogni velleità di controllo governativo sull’economia.

Il problema del cambio della moneta fu affrontato da Scoccimarro, ministro comunista delle finanze. Il suo progetto consisteva in una rivalutazione della lira per frenare il processo inflattivo, causato dall’eccessiva quantità di denaro in circolazione. Egli propose inoltre, nel momento in cui si cambiava la moneta vecchia con quella nuova, una tassazione progressiva come primo passo per un’imposta generale straordinaria sulla ricchezza.

Anche le principali battaglie sociali dell’epoca videro il movimento operaio perdere parecchio terreno nei confronti della classe padronale. La Confindustria fece pressioni affinché venisse rimosso il divieto ai licenziamenti e la Cgil, non riuscendo più a fronteggiare le crescenti accuse di sabotare la ricostruzione, acconsentì a un parziale sblocco della situazione;  nei mesi di febbraio e marzo del 1945 vennero licenziati 240 mila operai. La classe padronale, inoltre, riuscì a ottenere la stipula a livello nazionale degli accordi salariali, il che escludeva la possibilità di agitazioni a livello locale. Il sindacato si lasciò convincere, in quanto ritenne che questi contratti nazionali riuscissero ad unire il movimento operaio italiano, sia dal punto di vista politico che da quello economico. La Cgil riuscì ad ottenere il periodo minimo di vacanza e la tredicesima, ma dovette rinunciare definitivamente al suo progetto dei comitati di gestione di fabbrica:  seppur presenti in seguito, svolsero un ruolo puramente consultivo. In questo periodo fu introdotta la scala mobile, un sistema di salvaguardia dei salari reali contro gli effetti inflattivi: l’aumento dei costi del paniere portava automaticamente ad una crescita proporzionale dei salari operai.

4. La Repubblica e la fine della grande coalizione, giugno 1946 – maggio 1947.

a) Le prime elezioni e la Costituzione.

Il 2 giugno 1946 gli italiani si recarono finalmente liberi alle urne, dopo oltre vent’anni. Gli elettori dovevano scegliere con un referendum tra la monarchia e la repubblica, e dovevano eleggere i loro rappresentanti all’Assemblea Costituente. Le donne potevano votare per la prima volta nella storia italiana. Con il 54,2 % dei voti l’Italia divenne una repubblica. Mentre il centro e il nord votarono compatti per il sistema repubblicano, il sud fu solido nell’appoggiare la monarchia: l’esperienza della Resistenza nel centro-nord svolge un ruolo importante nella spiegazione di questo comportamento elettorale. In aggiunta, i cittadini del Sud non erano disposti a scambiare i benefici della monarchia per l’astratto ideale della repubblica.

 Il 13 giugno 1946, l’ormai ex-re Umberto se ne volò verso l’esilio.

Il voto del 2 giugno dette  un’indicazione precisa  della forza relativa dei tre principali partiti.

 La Democrazia cristiana emerse come il più forte (35,2%); seguivano i socialisti (20,7%) e  i comunisti (19%). Gli azionisti ottennero un insignificante 1,5 %, i repubblicani il 4,4%, ma il partito più pericoloso, che ottenne ben 30 deputati e un milione di voti soprattutto al sud, era il Fronte dell’Uomo Qualunque, fondato da Guglielmo Giannini. La popolarità di questo nuovo partito derivava dalla diseducazione politica, frutto di oltre vent’anni di fascismo, e dalla tradizionale sfiducia del sud verso il governo centrale. Nei diciotto mesi successivi alle elezioni, l’Assemblea si dedicò alla stesura della Costituzione, che delineò l’Italia come una moderna democrazia parlamentare bicamerale, con una certa programmatica propensione per le problematiche sociali. Il concordato con la Chiesa del 1929 venne introdotto negli articoli fondamentali della Costituzione anchecon il voto del Pci.

b) La politica e i partiti.

Il 12 luglio 1946 De Gasperi formò il suo secondo governo: azionisti e liberali vennero esclusi, socialisti e comunisti ottennero un numero minore di ministeri.

Nonostante la vittoria elettorale, la Dc entrò in un periodo di profonda crisi di consensi, soprattutto a causa dell’inflazione galoppante di cui era stata incolpata. Nel novembre del 1946 si tennero elezioni amministrative in sei grandi città, dove si verificò un crollo verticale dei voti della Dc; la classe media si era spostata verso destra e De Gasperi comprese che era giunto il momento di rompere con i partiti di sinistra. Le pressioni sulla Dc in questo senso vennero direttamente dal papa Pio XII.

 Per tutto il secondo governo  De Gasperi, le sinistre rimasero in uno stato di fondamentale immobilismo: la loro principale preoccupazione era quella di mantenere la fragile alleanza con la Dc, la quale intanto stava cercando un modo di estromettere le sinistre dal governo. Un altro scottante problema presentatosi ai comunisti italiani fu l’invasione della Venezia Giulia da parte di Tito, dittatore comunista della Jugoslavia, appoggiato da Stalin. La loro posizione fu sempre ambigua, oscillante  tra il difendere l’interesse italiano e l’assoggettamento alle direttive dell’Urss.  I partiti oppositori non persero l’occasione per attaccare il Pci, che si stava dimostrando una pedina nelle mani di Mosca.

I socialisti, malgrado il successo elettorale, erano dilaniati da contrasti interni che portarono il 9 gennaio, durante il loro congresso , alla scissione del partito col distacco dei socialdemocratici di  Giuseppe Saragat.

c) Lotte sociali.

I conflitti sociali aumentarono nell’estate e nell’autunno del 1946. Prezzi e disoccupazione crebbero con rapidità. In agosto ebbe luogo una rivolta di ex-partigiani causata dall’amnistia nei confronti dei fascisti, promulgata da Togliatti, risolta grazie all’intervento di dissuasione dei dirigenti del Clnai. Un’ondata di agitazioni avvenne nel Nord contro la disoccupazione e l’inflazione.

Le agitazioni contadine per assicurare l’attuazione della legge Gullo, che avrebbe dovuto donare ai contadini poveri piccoli appezzamenti, raggiunsero il culmine nell’autunno del 1946. La Dc e il Pli modificarono, snaturandola, la legge Gullo, la quale non riuscì mai a raggiungere gli obiettivi che si era prefisso il ministro comunista dell’agricoltura. Vi fu una certa arrendevolezza nella dirigenza comunista in questo ambito,  poiché rischiava di mettere in discussione l’equilibrio del governo d’unità nazionale.

Nel mezzogiorno i mezzadri ingaggiarono una battaglia senza precedenti per modificare i rapporti tra proprietari e contadini. Sul lavoro nacquero organizzazioni originali, i consigli di fabbrica, che puntavano a sorvegliare e, se possibile, controllare questi centri nevralgici delle proprietà. La lotta dei mezzadri si concluse con un parziale fallimento, in quanto De Gasperi si intromise nel confronto tra le parti, il capitale e il lavoro, a favore del primo, convincendo con la sua grande abilità di mediatore anche i mezzadri della bontà della sua proposta.

 In questo periodo nasce il solido supporto elettorale offerto dal centro-Italia rurale al Pci.

d) La cacciata delle sinistre.

De Gasperi voleva fuori dal governo le forze di sinistra, ma temeva il rischio di una guerra civile:  attese così il momento più adatto per estrometterli.

 I due avvenimenti che incoraggiarono la Dc ad agire furono da un lato l’esempio francese , quando il 5 maggio vennero esclusi con successo dal governo i comunisti, e dall’altro l’anticomunismo ormai non più mascherato degli americani riguardo alla situazione italiana.

Il 13 maggio De Gasperi si dimise e venne reincaricato di formare un nuovo governo da De Nicola, Presidente della Repubblica. Il voto di fiducia decisivo avvenne il 31 maggio 1947: il governo di De Gasperi era di centro con l’appoggio parlamentare di tutti i partiti di destra. Questo significò la fine della coalizione antifascista.

5. Il confronto, giugno 1947 – aprile 1948.

a) La politica economica di Luigi Einaudi.

Per prima cosa De Gasperi rinviò le elezioni politiche all’aprile 1948. Il nuovo governo aveva due ministri chiave: quello degli Interni, Mario Scelba, prototipo del conservatore inflessibile che epurò tutti gli ex-partigiani dalle forze di polizia e incoraggiò le forze dell’ordine ad intervenire con brutalità contro le manifestazioni operaie e contadine, e quello del Tesoro, Luigi Einaudi, liberale, che intervenne con decisione nell’economia per tenere l’inflazione sotto controllo. Nel settembre 1947 egli ridusse drasticamente la quantità di moneta in circolazione, congelando il 25% di tutti i depositi bancari e introducendo restrizioni al credito. Il tasso di inflazione calò e la grave crisi fu messa sotto controllo. Le classi medie urbane, con stipendi fissi, assistettero finalmente ad un tentativo di salvaguardare il loro tenore di vita. Così, la Dc aveva fermato l’emorragia elettorale che minacciava la sua stessa esistenza.

b) Il partito comunista.

Nel settembre 1947, i comunisti italiani furono convocati per partecipare alla riunione di fondazione del Cominform. Con l’avvio della guerra fredda, Stalin decise di modificare la situazione e impose una linea uniforme di opposizione intransigente per contrastare la nuova aggressività americana. Il periodo delle coalizioni antifasciste era finito; era cominciato quello della guerra fredda. Così in Italia durante l’autunno prese vigore una nuova ondata di proteste sociali e questa volta la dirigenza del Pci non rivestì il ruolo di moderatrice.

Nel 1947, il Pci e i socialisti di Basso si accordarono per partecipare alle elezioni unite, fondando il Fronte Democratico Popolare.

c) Le elezioni del 1948.

I primi mesi del 1948 furono interamente dedicati alla campagna elettorale. L’intervento americano a supporto della Dc lasciò senza fiato per la sua ampiezza. Washington concesse nei primi tre mesi del 1948 grandi aiuti economici all’Italia, evidenziandoli con forza all’opinione pubblica italiana. Il 20 marzo 1948, George Marshall ammonì che nel caso di una vittoria comunista, gli aiuti sarebbero stati sospesi. Gli alleati inoltre promisero la riconsegna di Trieste all’Italia. Se, nonostante tutto, i comunisti avessero vinto, l’America era pronta ad intervenire militarmente.

Per la sinistra, invece, il colpo di stato comunista a Praga ebbe un effetto negativo sulla possibilità di una vittoria elettorale, in quanto la maggioranza della stampa italiana denunciò i fatti di Cecoslovacchia come l’avvisaglia di ciò che sarebbe potuto succedere in Italia se avessero vinto i comunisti.




La Democrazia Cristiana, invece, fu profondamente sostenuta anche dalla Chiesa cattolica, che attraverso il suo profondo radicamento nella società italiana,  poté indirizzare un gran numero di voti.

Alle elezioni del 18 Aprile 1948 emerse che la Democrazia cristiana era di gran lunga il primo partito italiano, con il 48,5% dei voti contro il 31% del Fronte Popolare.

6. Poscritto.

Il 14 luglio un fanatico isolato sparò a Togliatti ferendolo seriamente. Le piazze si riempirono di una folla adirata che interpretava l’attentato come l’inizio di un attacco alla sinistra, le industrie vennero occupate, i negozi abbassarono le saracinesche. Nonostante la mobilitazione in massa di buona parte del nord, la rivoluzione socialista  sembrava e sembra tuttora agli storici impossibile. I dirigenti comunisti intervennero dovunque rapidamente per evitare quello che ritenevano sarebbe stato un tragico errore.

Le idee cardine della Costituzione italiana. (interpretazione di Bobbio)

 Il movimento costituzionale è stato il risultato delle grandi ideologie politiche che hanno determinato il corso della civiltà moderna. Queste ideologie sono: liberalismo, democrazia e socialismo.

L’idea liberale.

L’idea fondamentale del liberalismo è che l’individuo ha un valore assoluto, indipendentemente dalla società e dallo Stato di cui fa parte, e che pertanto lo Stato è il prodotto di un libero accordo tra gli individui (contrattualismo). Il liberalismo nasce dalla crisi della concezione autoritaria e gerarchica della società, propria del pensiero medievale.

Si afferma in un primo tempo nel corso delle guerre di religione e il frutto più alto del liberalismo religioso è il principio di tolleranza. Il liberalismo si sviluppa poi nelle idee dei primi teorici dell’economia e in genere nei pensatori illuministi come liberalismo economico, cioè come affermazione del diritto dell’individuo ad essere affrancato dai vincoli alla disposizione e alla circolazione dei beni d’origine feudale. Alla concezione liberale della vita economica è connessa l’idea della concorrenza e quindi della lotta disciplinata dal diritto, come metodo di convivenza e pungolo del progresso sociale. L’idea liberale, infine, trova la sua conclusione nel liberalismo politico: il fine principale dello Stato non è positivo, di provvedere, ad esempio, al bene comune, di rendere i cittadini o i sudditi moralmente migliori, o più saggi, o più felici, o più ricchi, ma è il fine negativo di rimuovere gli ostacoli che impediscono al cittadino di migliorare moralmente, di diventare più saggio, più felice, più ricco, secondo le proprie capacità e il proprio talento.

In opposizione allo stato assoluto, in cui il sovrano è legibus solutus, lo Stato liberale è uno Stato limitato, cioè si tende ad eliminare il più possibile gli abusi del potere, e quindi a garantire la libertà dei cittadini dall’ingerenza dei pubblici poteri. Questi limiti derivano dai compiti ristretti che vengono attribuiti allo Stato, inteso come arbitro nella gara degli interessi individuali e non come promotore esso stesso di interessi comuni.

Lo Stato liberale riconosce  l’esistenza di diritti naturali dell’individuo, anteriori al sorgere dello Stato, che esso non può violare, anzi deve garantire nel loro libero esercizio (giusnaturalismo).

Dal punto di vista giuridico il metodo per limitare gli abusi di potere dello stato è la divisione dei poteri, ossia le funzioni principali dello Stato non possono essere esercitate dalla stessa persona, ma da diverse persone cooperanti.

L’idea democratica.

Mentre il liberalismo ha per principio ispiratore la libertà individuale, il principio ispiratore dell’idea democratica è l’eguaglianza. Liberalismo e democrazia rappresentano due momenti della stessa lotta contro lo Stato assoluto. Il quale, come Stato senza limiti, offende la libertà, ma, come Stato fondato sul rango, sui privilegi di ceto, sulla distinzione dei cittadini in diversi stati con diversi diritti e doveri offende l’eguaglianza. Ciononostante sono due momenti distinti, e spesso, nella storia costituzionale, appaiono contrapposti, anche se oggi, essendo confluiti l’uno nell’altro, hanno dato origine a regimi che sono insieme liberali e democratici. La teoria democratica afferma che il potere deve appartenere a tutti i cittadini, il concetto fondamentale è la sovranità popolare.

Mentre il liberalismo tende a proteggere essenzialmente i diritti civili, per esempio la libertà di pensiero e di stampa, di riunione e di associazione, la dottrina democratica ha come suo fine principale la difesa dei diritti politici, con la quale espressione si intendono i diritti di partecipare direttamente o indirettamente al governo della cosa pubblica.

Strettamente connessi con l’attribuzione dei diritti politici sono altri due istituti che caratterizzano lo Stato democratico: il sistema elettivo, che permette l’esercizio del potere dal basso, e il principio maggioritario, secondo cui le deliberazioni degli organi debbono essere prese a maggioranza. Questi diversi principi hanno contribuito alla formazione di una particolare forma di governo: il regime parlamentare.

L’idea socialista.

Anche il socialismo muove da un’aspirazione egualitaria; ma considera l’eguaglianza politica e giuridica, promossa dalla dottrina democratica, un’eguaglianza puramente formale. Infatti il potere politico è molto spesso uno strumento di dominio nelle mani di coloro che detengono il potere economico: una tesi costante delle dottrine socialiste è che il potere politico è al servizio del potere economico, e perciò la causa delle ingiustizie sociali che generano il disordine delle società non è tanto la differenza tra governanti e governati, quanto quella fra ricchi e poveri, di cui la prima è uno specchio generalmente fedele. Il socialismo ritiene che, per estirpare alle radici il disordine sociale, occora instaurare un ordine in cui sia combattuta non solo la diseguaglianza politica, ma anche quella economica.

Il mezzo che il socialismo propugna per eliminare la diseguaglianza economica è l’abolizione della proprietà individuale, e l’instaurazione di un regime sociale fondato sulla proprietà collettiva. La trasformazione della proprietà implica pure una profonda trasformazione nella funzione dello Stato. Lo Stato socialista considera uno dei suoi principali compiti quello di intervenire per indirizzare le attività economiche verso certi fini di interesse generale, ora limitandosi a proteggere i più deboli economicamente con varie forme di assistenza (Welfare State), ora dirigendo, attraverso una pianificazione parziale o totale, l’economia del paese (Stato collettivista).

Il liberalismo ha una concezione negativa dello Stato, il socialismo una concezione positiva; l’uno si propone di essere semplice guardiano o custode del benessere individuale, l’altro pretende di essere il promotore dell’interesse comune.

Il cristianesimo sociale.

Quando ormai la contesa tra gli ideali liberali e socialisti era divampata, si venne formando, verso la metà del secolo scorso, una nuova dottrina politica e sociale, che prese posizione, con un programma di conciliazione tra i due contendenti: la dottrina sociale della Chiesa cattolica, nota col nome di cristianesimo sociale.
Del liberalismo essa rifiuta il presupposto individualistico e la libertà di concorrenza, che condurrebbero ad una lotta di tutti contro tutti, ove il più povero è destinato a soccombere. Ma pure accettando, del socialismo, l’esigenza di proteggere le classi più umili contro quelle dei più potenti, cioè l’impostazione di quella che si chiamò la “questione sociale”, rifiuta energicamente la tesi socialista dell’abolizione della proprietà privata. Con la dottrina del cristianesimo sociale, la proprietà individuale viene riconosciuta, anzi estesa nella sua titolarità, seppur temperata nel suo esercizio.
Anche di fronte al problema dello Stato, il cristianesimo sociale rifugge dagli estremi della concezione negativa dei liberali e di quella considerata troppo positiva dei socialisti. Sin dall’inizio ammise, contro il liberalismo, che lo Stato doveva intervenire nella vita economica soprattutto per proteggere le classi più povere. Ma attenuò lo statalismo che giudicava eccessivo dei socialisti, sostenendo la necessità che si formassero fra l’individuo e lo Stato libere associazioni a scopo economico e sociale, le quali permettessero, da un lato, il superamento dell’individualismo l’attuazione dell’idea solidaristica, ed evitassero, dall’altro, il pericolo di cadere nel livellamento collettivistico. Accarezzò l’idea che, favorendo lo sviluppo di associazioni intermedie, si venissero costituendo associazioni di mestiere, composte sia da lavoratori che da imprenditori, che furono dette corporazioni, dalle quali ci si aspettava che la lotta di classe fosse conciliata in una mutua comprensione dei rappresentanti del lavoro e del capitale, sottoposti alla stessa legge della morale cristiana.

La sprovincializzazione del dibattito. (interpretazione di Onida)

Fino ad oggi la Costituzione è stata trattata soprattutto come espressione di un patto politico tra determinate forze, come strumento di garanzia o di ostacolo a determinati disegni politici. L’aspetto della nostra costituzione che è stato fino ai nostri giorni maggiormente sottolineato è quello del legame genetico con la Resistenza e la guerra di liberazione dal nazifascismo. Essa è stata interpretata come frutto dell’incontro o del compromesso fra le maggiori forze politiche presenti all’Assemblea costituente, e fra le ideologie diverse e in parte contrapposte di cui esse erano portatrici.

Tuttavia secondo Valerio Onida, giudice costituzionale dal 1996 al 2005, queste chiavi di lettura, pur storicamente fondate, sono parziali ed insufficienti: il valore della Carta andrebbe apprezzata al di fuori ed in un certo senso indipendentemente dalle caratteristiche e dalle specificità del nostro sistema politico. Lo stesso Dossetti, esponente di sinistra della democrazia cristiana, diceva:”La Costituzione italiana è stata ispirata da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale. Si può ben dire che essa sia nata da questo crogiolo ardente e universale più che dallo scontro di tre ideologie datate. Essa porta l’impronta di uno spirito universale e in certo modo trans temporale.”.

Tuttavia Onida, a differenza di Dossetti, tende  a mettere l’accento, più che sulla guerra mondiale, sull’evoluzione del costituzionalismo contemporaneo tramite il conflitto stesso. Il costituzionalismo nasce con un’impronta e una vocazione universalistiche, secondo cui tutti gli esseri umani, dovunque viventi e comunque organizzati in società, sono egualmente dotati di dignità e di diritti inalienabili. Il fondamento e la giustificazione dell’esercizio dell’autorità nella società politica stanno al di fuori dell’autorità stessa e precisamente nella protezione nella promozione di questo ordine, inoltre le scelte che l’autorità può compiere si basano sul consenso collettivo.

Secondo Onida il secondo conflitto mondiale segna il confronto finale tra le democrazie e i regimi autoritari che si riproponevano di creare un nuovo ordine, rinnegando la propria discendenza dalle rivoluzioni liberali e dai relativi ideali di libertà, uguaglianza e democrazia. Fa eccezione l’Unione sovietica, che tuttavia, pur giungendo a stravolgerli totalmente a livello pratico, si poneva, a livello teorico, come perfezionamento di quegli ideali. L’esito del conflitto segna l’affermazione a livello planetario dei principi del costituzionalismo europeo come principi tendenzialmente universali: quei principi che fino ad allora erano apparsi storicamente come principi propri della cultura politica di alcuni popoli dell’Occidente si sono tramutati in un patrimonio comune dell’umanità. Il grande esempio concreto in questo senso è la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, assemblea di tutte, o quasi, le nazioni del pianeta, la cui carta si fondava su quei principi di libertà peculiari del costituzionalismo.

Il nuovo costituzionalismo universale si può dire che nasca il 7 gennaio 1941, quando Roosevelt pronunciò davanti al Congresso il celebre discorso delle quattro libertà, che in opposizione al nuovo ordine di tirannia dei regimi nazifascisti,

proponeva un mondo nuovo, fondato sulle quattro libertà:di espressione, di religione, dal bisogno e dalla paura. Indicative e fondamentali furono le parole che seguirono l’enunciazione delle quattro libertà: “everywhere in the world”, di qui in poi la valenza universale del costituzionalismo.

La Costituzione nasce in questo clima storico, ed esprime pienamente lo spirito del nuovo costituzionalismo internazionale (es. art.10/11). Il linguaggio di tutte le costituzioni nazionali si sta lentamente uniformando.

Le ideologie del ‘900 hanno nutrito  il costituzionalismo, tuttavia le deviazioni e le contraddizioni di queste ultime, secondo Onida, sono state epurate, quindi le costituzioni possono essere considerate un “residuo buono deideologizzato”.



Principi fondamentali.

Art. 1.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

Art. 6.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10.

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.

Art. 11.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Bibliografia:

Bobbio Norberto (1980), Le idee cardine della Costituzione italiana.

Dossetti Giuseppe (2007), Costituzione e Resistenza, Roma, sapere 2000.

Ginsborg Paul (1989), Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Trento, Einaudi.

Onida Valerio (2008), La Costituzione ieri e oggi, Bologna, il Mulino.

Onida Valerio (2008), La Costituzione, Bologna, il Mulino.

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