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Appunti di topografia antica: i campi flegrei




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Appunti di topografia antica: i campi flegrei


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APPUNTI DI TOPOGRAFIA ANTICA: I CAMPI FLEGREI.

CENNI STORICI.

Il più antico giacimento archeologico conosciuto nell’area dei Campi Flegrei è un abitato del Neolitico medio/recente individuato a Monte di Procida (loc. Bellavista). Il materiale ritrovato, prevalentemente ceramica d’impasto, consente di inquadrare il sito nell’ambito della cultura di Serra d’Alto; l’abitato venne distrutto dall’eruzione dei Fondi di Baia  4500 anni fa.



Nel corso del III millennio l’area dei Campi Flegrei è stata interessata dall’attività eruttiva, con la formazione dei vulcani di Pigna S. Nicola, Monte Olibano e Solfatara; alla fine del III e gli inizi del II è da collocare la formazione degli Astroni. Nella fase appena precedente questa catastrofica eruzione vi sono le testimonianze umane da Monte S. Angelo a Fuorigrotta (loc. Terracina), da Licola, e da Napoli in località Materdei: si tratta di tombe attribuibili alla cultura del Gaudo, successivamente ricoperte dal materiale vulcanico degli Astroni.

Bisogna attendere il XVI secolo a.C. per ritrovare tracce della presenza umana su questo territorio: si tratta di ceramica d’impasto risalente al Bronzo medio – Protoappenninico B, provenienti da Monte S. Angelo a Pozzuoli e dalla Montagna Spaccata. Entrambi i siti sembra siano stati distrutti da una catastrofica eruzione del Senga o dell’Averno.

Le prime testimonianze della presenza commerciale di genti greche risalgono al XVI -  XIII  a.C. , grazie ai ritrovamenti di frammenti di ceramica micenea a Vivara e ad Ischia.

L’età del Ferro è documentata a Cuma, dove era situato un insediamento indigeno sulla rocca che controllava l’accesso settentrionale al golfo di Napoli: dell’insediamento si conoscono solo alcune tombe[1] della necropoli, il cui corredo – formato da recipienti ceramici ed oggetti in bronzo – è tipico della Cultura delle Tombe a Fossa, databile tra la metà del IX e la metà dell’VIII a.C.

***

L’inizio della colonizzazione greca in occidente è datata dalle fonti con la fondazione di Cuma, da parte di coloni provenienti da Calcide e dall’Eubea, nel 730 a.C. , mentre l’emporion di Lacco Ameno (Ischia – Pithekussai) è di circa cinquant’anni più antico.

La storia di Cuma nei primi decenni di vita è ricostruibile sulla base dei dati che si traggono dalla ricca necropoli scavata e saccheggiata dall’800 a oggi. Cuma assunse ben presto un ruolo di primo piano nel controllo del golfo di Napoli prima e del Tirreno meridionale successivamente, zona di incontro e scontro tra le popolazioni greche ed etrusche. Tra il VII e il VI a.C. sulla collina di Pizzofalcone a Napoli è l’insediamento greco di Partenope, mentre Dicearchia (Pozzuoli) è fondata da un gruppo di esuli Sami nel 531 a.C. con l’avvallo di Cuma[2]. Nel 525 a.C. Cuma respinge l’offensiva etrusca e nel 505 un suo contigente è mandato in aiuto dei popoli latini in lotta contro gli Etruschi durante la battaglia di Aricia. In questo periodo la colonia è governata da Aristodemo, che ospita Tarquinio il Superbo in fuga da Roma e che progetta il risanamento delle paludi di Licola; con la morte di Aristodemo, il comando nella lotta contro gli Etruschi è preso dalla città di Siracusa, grazie alla quale viene anche fondata Neapolis - la nuova polis - in contrapposizione alla ormai spopolata Partenope.

Nella seconda metà del V a.C. la ricchezza agricola della Pianura Campana favorì l’intervento dei Sanniti, che approfittando della decadenza etrusca scesero dagli Appennini, occupando in un primo momento il bassopiano e successivamente la zona costiera. Dopo la caduta di Capua,  Cuma è occupata nel 421, mentre Neapolis subisce un duro assoggettamento politico. Proprio quest’ultima tra il IV e il III a.C. assume un preminente ruolo politico ed economico, fino a diventare alleata di Roma durante le guerre sannitiche.

Nel 194 a.C. è fondata la colonia romana di Puteoli[3]: sviluppatasi rapidamente e legata all’approvvigionamento di grano, diviene in breve tempo il centro commerciale e il porto più importante di tutto il Mediterraneo antico. Napoli, in età romana, decaduta dal punto di vista economico rispetto alla vicina Puteoli, resta città di cultura greca.

In quest’epoca, la zona costiera tra Napoli e Cuma  pullula di una lunga teoria di lussuose ville[4], architettonicamente adattate al litorale frastagliato. Con le lotte legate al periodo del secondo triumvirato, la zona dei laghi Lucrino ed Averno si trasforma in un unico porto militare, collegato a Cuma grazie ad un passaggio sotterraneo; successivamente l’area sarà abbandonata, a causa dei frequenti insabbiamenti, a favore del porto di Miseno. Durante l’età augustea, Cuma conosce un periodo di grande vitalità, testimoniato dal rifacimento dell’acropoli, nell’ambito del progetto di rivalutazione dei luoghi di culto legati della gens Iulia.

Fino a tutto il I sec. d.C. la zona gode di un periodo di massimo splendore economico ed edilizio, tanto che negli anni 90 si apre la via Domizia che collega Puteoli a Sinuessa e all’Appia, evitando il tratto che passava per Capua. Sotto Traiano, tuttavia, il potenziamento di Ostia e Centumcellae, più vicine a Roma, priva l’area Flegrea del monopolio sui traffici da e per Roma provenienti e diretti alle lunghe distanze, fino a ridurre gradatamente l’emporio flegreo a mercato di portata regionale. Durante il III secolo d.C. , alle ripercussioni economiche causate dalla crisi dell’impero, si aggiunge il fenomeno del bradisismo: sprofondati i moli e le attrezzature portuali, abbandonate le lussuose ville marittime, ormai sprofondate, la città, che un tempo era denominata “piccola Roma”, si riduce a piccole borgate arroccate sulle colline. Tuttavia, nel IV d.C. Puteoli è sede di facoltose famiglie senatorie, .ma si tratta di episodi sporadici, irrilevanti nel panorama di generale decadimento. Alla fine dell’impero i soli insediamenti della zona sono i castra[5] sulle rocche di Misero, Cuma e Pizzofalcone a Napoli.

LA MITOLOGIA NEI CAMPI FLEGREI.

I racconti mitologici, nei quali i Campi Flegrei fanno da scenario, gravitano intorno a tre eroi: Eracle Ulisse ed Enea. Esaminiamo le più note narrazioni, partendo da quelle connesse a Eracle, l'eroe greco per eccellenza, identificato in seguito dai Romani con il loro semidio Ercole. Gli episodi mitici legati alla sua figura, localizzati nel territorio flegreo, sono stati alla base del culto di cui godeva l'eroe sul territorio. Addirittura, nell'antichità si credeva che, nel tempio di Apollo a Cuma, si conservassero le spoglie del cinghiale di Erimanto, la cui cattura era stata oggetto di una delle dodici fatiche sostenute dall'eroe. 

IL mito eracleo nei Campi Flegrei ha per fulcro due episodi: la Gigantomachia, ossia la lotta tra Zeus e i Giganti, che vide Eracle schierarsi a fianco del padre Zeus; la costruzione della via litoranea tra il lago Lucrino e il mare, in occasione del suo passaggio con gli armenti presi a Gerione, altra delle sue dodici fatiche. Circa la Gigantomachia, si è voluto identificare Flegra, la località dove si svolse la mitica battaglia, col territorio cumano. Altre fonti letterarie, invece, identificano Flegra, con una delle tre penisolette (quella di Cassandra) che formano la penisola Calcidica, nella regione greca di Macedonia. Se Flegra, è stata ubicata in due aree così distanti tra loro, è cosa da far risalire alla presenza degli Euboici, in quanto entrambi i territori furono da costoro colonizzati. Infatti, il nome di 'penisola Calcidica', deriva dalla città di Calcide in Eubea che qui stabili colonie nel VII secolo a.C., la stessa città da cui partirono i colonizzatori di Pitecusa (Ischia) e di Cuma, nell'VIII secolo a.C. Si consideri, inoltre, che le caratteristiche geologiche dell'area flegrea, quali le evidenti manifestazioni vulcaniche, fecero sì che i luoghi si prestassero alla localizzazione di un'epica battaglia. A riprova di ciò, in seguito, questi furono appellati Campi Flegrei, anche in relazione agli aspetti vulcanici (phlegràios, 'ardenti'). Per giunta, alla Gigantomachia si collega il racconto sul gigante Tifeo che, sconfitto da Zeus, fu da questo sepolto sotto l'isola d'Ischia, mentre il gigante Mimante giacerebbe sotto la vicina Procida. In ultimo, la narrazione sottintende anche i combattimenti tra i colonizzatori greci e le popolazioni indigene (gli Opici). Questa personificazione dei coloni greci nel loro principale eroe ci riporta al secondo episodio mitico: la costruzione della strada litoranea (Via Heraclea), che fungeva anche da diga tra il lago Lucrino, all'epoca di ben più vaste dimensioni, ed il mare. Eracle passa per il territorio flegreo con i buoi rossi sottratti a Gerione, li fa sostare nei pressi di quella che sarà la romana Bauli (Bacoli), il cui etimo si voleva derivasse da boaulia, 'stalla', e costruisce una strada-diga per far passare gli armenti e continuare il suo viaggio di ritorno. Il racconto è, probabilmente, nato all'indomani del rafforzamento della diga naturale, già creatasi per l'azione del mare, e della costruzione su di essa di una strada ad opera dei Cumani, per poter facilmente trasportare lo zolfo e l'allume, prodotti commerciabili, dalla Solfatara al porto di Miseno. Altro eroe greco, frequentatore di queste contrade, fu Odisseo, qui ricordato con il nome latino di Ulisse. Gli autori antichi riferiscono sul passaggio dell'eroe per Ischia, nonché su Baio e Miseno. suoi compagni ed eponimi delle omonime località flegree. La credenza maggiormente radicata sul territorio riguarda la nekya (l'evocazione dei morti a scopo oracolare), descritta nell'XI libro dell'Odissea, che si sarebbe svolta sulle sponde del lago d'Averno. Ancora in età augustea era venerata sulle rive dell'Averno la dea Kalypso, divinità ctonia da mettere in relazione con l'omonima ninfa che ospitò per lungo tempo Ulisse. nel corso del suo peregrinare. t da sostenere l'ipotesi che identifica ì luoghi descritti da Omero in quelli esistenti realmente nell'Epiro greco, quali i fiumi Cocito, Acheronte e Piriflegetonte e il promontorio Chimerion, da cui il nome di Cimmeri dato agli abitanti. Là, presso la città micenea di Efira (presso l'attuale Parga), esisteva anche un santuario oracolare), legato al mondo dei morti. L'arrivo dei coloni greci nei Campi Flegrei avrebbe portato all'identificazione dei luoghi omerici con il lago d'Averno. per molteplici motivi. Per primo, le manifestazioni vulcaniche, all'epoca di certo vistose, che rimandavano ad un paesaggio d'oltretomba, come la presenza di sorgenti termali, associabili ai fiumi infernali. L'assimilazione della geografia di Efira con d'Averno fu favorita anche dalla presenza di un oracolo venerato dalle popolazioni indigene preelleniche, poi identificato da Nevio con una improbabile sibilla Cimmeria. Gli indigeni furono così confusi dai primi coloni egei con gli omerici Cimmeri abitanti in grotte sotterranee conosciute con l'oscuro nome greco di argillai. In seguito, a questo ciclo narrativo si sovrappose quello riguardante Enea,, l'eroe troiano ritenuto capostipite delle genti che fondarono Roma. Così Prochyta, parente di Enea,, fu ritenuta eponima di Procida; Enea,, lo sarebbe stato di Ischia (la romana Aenaria) visitata nel corso del suo peregrinare; Miseno. da compagno di Ulisse. diventò un trombettiere troiano al seguito di Enea,, Non possiamo accennare ai racconti mitici legati alla figura di questo eroe senza fare riferimento al libro VI dell'Eneide, ambientato interamente nei Campi Flegrei. In esso sono descritti ben quattro episodi: la tragica gara tra Miseno. e il dio Tritone; l'arrivo di Dedalo a Cuma; l'incontro di Enea,, con la sibilla Cumana; la discesa all'Averno dell'eroe. Rivolgiamo la nostra attenzione alla Sibilla Cumana; la cui fama perdurò anche dopo l'avvento dei cristianesimo. I racconti che l' hanno per protagonista sono essenzialmente tre: la richiesta ad Apollo di vivere tanti anni quanti granelli di sabbia può contenere un pugno della mano; il suo desiderio di morire dopo essersi ridotta a larva umana, avendo dimenticato di chiedere anche la giovinezza; la sua morte avvenuta quando entrò in contatto con la terra dì Eritre la città dell'Asia Minore dove la Sibilla era nata - posta come sigillo ad una missiva inviatale dai suoi concittadini. Infatti, Apollo le avrebbe accordato l'immortalità a patto di non toccare più il suolo della sua terra d'origine.

Stando al racconto di Strabone (V, 4, 5), che cita Eforo - storico della prima metà del IV a.C. - i  primi abitanti della zona furono i Cimmeri, una popolazione che viveva nel sottosuolo, in case sotterranee, e si sostentava mediante l’attività mineraria e dai proventi dell’oracolo dei morti, situato presso il lago d’Averno[6].

Secondo il racconto omerico, invece la zona  era abitata dai Lestrigoni, esseri giganteschi e feroci, che lanciarono macigni contro le navi di Ulisse.

 Dai fenomeni vulcanici, caratteristici di quest’area, nacque tutta una serie di miti legati all’idea dell’oltretomba: le acque calde che scaturivano dal sottosuolo erano infatti messe in relazione con i fiumi sotterranei dell’Ade, mentre in prossimità del lago d’Averno era situato l’ingresso al regno dei morti.

Flegra è il nome del luogo teatro della mitica battaglia che, localizzato dalla tradizione più antica in Grecia, passa dalla penisola calcidica nella versione cumana a identificare la regione intorno al Cratere,  vale a dire la pianura campana fino al Vesuvio  che viene definita territorio di Cuma.

La ripresa del tema della gigantomachia assume in questo caso valore di propaganda, rispecchiato nella tradizione storica.

Sconfiggendo i Giganti, Eracle funge da eroe civilizzatore della pianura campana, introducendo l’uso dell’agricoltura cerealicola (Diodoro Siculo IV, 21, 5-6): l’eroe funge in questa prospettiva da paradigma mitico della figura di Aristodemo che a sua volta ha liberato la pianura dai Tirreni, barbari assimilati ai Giganti sconfitti da Eracle.

Tali narrazioni ci confermano, quindi, che nel passato, le manifestazioni vulcaniche dei Campi Flegrei dovevano essere molto intense e che questi luoghi erano i più adatti per rappresentare l'immagine dell'inferno.

GEOLOGIA E VULCANOLOGIA DEI CAMPI FLEGREI.

Il territorio dei Campi Flegrei, situato ad ovest della città di Napoli, in un’area compresa tra Pozzuoli e Marano, presenta delle caratteristiche uniche al mondo, dovute all’intensa attività vulcanica del luogo, nota fin dall’antichità[7].

Il sistema vulcanico dei Campi Flegrei, insieme alle isole di Ischia e Procida, è formato da 19 crateri concentrati in un’area di 65 kmq. , disposti secondo un allineamento est-ovest: numerosi sono i crateri riconoscibili, come il golfo di Baia (metà di un antico cratere d’esplosione), i fondi di Baia, il porto di Miseno,  il cratere di Torregaveta.

L’attività vulcanica dei Campi Flegrei è antecedente a quella del Vesuvio e l’area sembra essere rimasta in uno stato di quiescenza in tempi storici, con l’eccezione dell’eruzione del vulcano Solfatara nel 1198, e quella del Monte Nuovo avvenuta nel 1538; il fenomeno del bradisismo, che ha colpito l’area ripetutamente, fino alla metà circa degli anni ’80 del XX secolo, è dovuto, secondo recenti studi, al processo di consolidamento della massa piroclastica che riempie la zona flegrea, cosicché il ripetuto innalzarsi ed abbassarsi del suolo rispetto al livello del mare sarebbe la conseguenza delle variazioni della pressione esercitata dalle fonti di calore sottostanti a tale massa.

I meccanismi eruttivi dell’area di Campi Flegrei sono estremamente vari, anche se c’è una netta prevalenza di quelli di tipo esplosivo[8], rispetto a quelli di tipo effusivo[9].

Si è soliti suddividere la formazione dei Campi Flegrei in tre fasi successive[10].

I Fase: (100000 anni fa) A questo periodo risale la formazione di un grosso vulcano (archiflegreo) il cui diametro di base comprendeva tutta la zona flegrea, successivamente sprofondato al centro, che formò una coltre di tufo grigio. Restano tratti della cinta craterica (Camaldoli) .

 II Fase:(30000 anni fa). A tale fase sono da attribuire la formazione  di colate lavicheconnesse all’attività effusiva (Miliscola), la formazione di centri vulcanici (Misero, Bacoli, Cordoglio, Archiaverno e Gauro). A questo periodo sono ascrivibili i prodotti eruttivi quali il Tufo Giallo Napoletano[11] e il Piperno-Breccia Museo.

III Fase: (12000 anni fa circa) appartengo a questa fase  le formazioni di edifici vulcanici più piccoli (Montagna Spaccata, Fondi di Baia, Solfatara, Cigliano, Pisani, Averno, Senga, Nitida, Astroni, Agnano). I prodotti eruttivi inoltre formano uno strato di pozzolana.

Al temine della suddetta prima fase, le acque del mmare invasero l’odierna piana di via Campana, formando un “paleogolfo” all’interno del quale iniziò – circa 16000 anni fa – la formazione del monte Gauro[12].

MONTE GAURO - VIA CAMPANA - PIANA DI QUARTO.

§       Il Monte Gauro è il più alto edificio vulcanico dei Campi Flegrei ed è costituito da tufi gialli litificati. Tale edificio è ben conservato solo nei settori nord e nord-ovest mentre negli altri è stato notevolmente decurtato: nel fianco di sud-ovest c'è stato lo spettacolare collasso che ha formato il Circo di Teiano, mentre nel lato sud-orientale la cinta craterica ha subito un 'taglio' che ha aperto il varco della 'Porta del Campiglione' attraverso cui si accede al cratere (Campiglione), che ha un diametro di circa 1 Km. Il lato meridionale ha subito un notevole arretramento a causa delle numerose cave di tufo ormai chiuse.

§       Percorrendo la via Campana da Pozzuoli verso Quarto, sul lato destro si nota prima, il rilievo del Monte Cigliano, vulcano formatosi circa 4.000 anni fa e poi la Montagna Spaccata. Subito dopo, sulla sinistra vi è una stradina, in gran parte sterrata, che conduce sul Monte Sant'Angelo.

§       La Montagna Spaccata conduce alla Piana di Quarto[13] che appartiene al sistema vulcanico complesso dei Campi Flegrei e che si è formata in seguito ad uno sprofondamento vulcano-tettonico verificatosi dopo l'emissione dei prodotti del secondo ciclo dell'attività vulcanica flegrea e ad un successivo riempimento di depositi quaternari indifferenziati: piroclastiti sottili rimaneggiate depositatesi in ambiente lacustre e alluvionale.Tale Piana è cinta a Sud e ad Est da resti di edifici vulcanici recenti, a Nord e a Nord-Est dai resti dell'antica caldera originatasi in seguito all'eruzione dell'Ignimbrite Campana, mentre ad Ovest vi sono estesi depositi di tufo giallo ampiamente sfruttato con cave per l'estrazione di materiale da costruzione.

LAVIA CONSOLARE CAMPANA.

Divenuta uno dei centri più importanti del mondo romano dal punto di vista commerciale a partire dal II a.C. , la città di Puteoli potenziò di conseguenza le vie di collegamento: numerosi assi viari partivano dalla città per raggiungere gli altri centri urbani dell’epoca, come ad esempio la via Consolare Campana che la univa con Capua.

Già gli Osci nel V a.C. utilizzavano un tratturo che collegava il litorale flegreo con la piana di Capua, lo stesso che consentì di raggiungere e conquistare l’area flegrea intorno al 421 a.C. Fino alla realizzazione della via Domitiana nel 95 d.C., costituiva il principale asse viario extra-urbano di collegamento tra Puteoli e Capua: il nuovo tracciato di età imperiale infatti rendeva più celere la comunicazione con la via Appia, immettendosi in questa da Sinuessa (Mondragone).

Il tracciato della Via Consolare Campana era di ventuno miglia: partiva dalla periferia di Puteoli (quadrivio S. Stefano), toccava la falda collinare di Cigliano (S. Vito) ed entrava nel piano di Quarto, tramite un taglio artificiale delle alture meridionali[14] (Montagna Spaccata); la strada poi si dirigeva verso nord[15], attraversando l’attuale cittadina Marano (località San Rocco), Qualiano, Giugliano (località S. Cesario, Palmentiello e Cappucciara), lambendo poi gli abitati di Parete, Lusciano, Ducenta, Aversa e Teverola fino a raggiungere Capua (l’attuale S.Maria Capua Vetere).

Ricordata da Plinio Il Vecchio[16] a proposito delle Terrae Leboriae – presumibilmente il piano di Quarto – famose per la loro feracità e delimitate dalle vie a Puteolis et quae a Cumis Capuam ducit.

Attraverso la via Campana, passarono Augusto, Virgilio, Mecenate; nel 37 d.C. su questa via s’incamminò il corteo che trasportava il cadavere di Tiberio da Capri a Roma, passando per Atella; secondo una leggenda vi passò addirittura San Pietro, mentre è certo che San Paolo nel 61 d.C. utilizzò questa strada per raggiungere, dopo un soggiorno a  Puteoli, la capitale.

***

Come d’uso per le strade romane, la via Campana era costeggiata dall’uno e dall’altro lato della carreggiata, da tombe e da complessi funerari monumentali, per lo più colombari, i quali si susseguivano quasi ininterrottamente dalla periferia della città fino a Quarto; restate sempre in luce ed utilizzate per secoli come cellai o rifugio dei pastori, furono “riscoperte” nel ‘700 da antiquari e viaggiatori. Queste tombe forniscono, nella loro varia tipologia, il maggior esempio di strutture funerarie campane datate dalla fine dell’età repubblicana alla prima età imperiale.

Il tratto della via Campana preso in esame va dalla necropoli di via Celle, alla periferia di Pozzuoli, continuando attraverso la piana di Quarto –senza tralasciare il monte Gauro - fino alla masseria Sciccone.

La necropoli di via Celle.

Il primo tratto della lunga necropoli è costituito dal settore individuato lungo l’odierna via Celle (Pozzuoli), che va dall’antica porta della città (gli avanzi del vestibolo erano appena oltre il cavalcavia della ferrovia Roma-Napoli) al primo quadrivio.

Le prime descrizioni del complesso risalgono al Settecento, inserite nel contesto delle guide alle antichità di Pozzuoli e dei suoi dintorni. In quell'epoca erano visibili le tombe erette su ambedue i lati della via Campana. Gran parte degli edifici era tuttavia ricoperta da una fitta vegetazione o dal terreno e le strutture apparivano diroccate e incomprensibili.

I primi scavi risalgono agli anni ’30 e si limitarono alla porzione settentrionale del complesso oggi visibile (fino al mausoleo ad esedra). Negli anni ’60 fu riportata alla luce l’intera estensione degli edifici lungo il lato orientale della via Campana. Delle tombe esistenti sul lato opposto al giorno d’oggi resta solo un mausoleo, inglobato in costruzioni moderne e utilizzato al piano ipogeo come deposito.

La sequenza interrotta di costruzioni che oggi vediamo è l’effetto del continuo inserirsi, lungo il margine della strada, di nuovi sepolcri negli spazi lasciati vuoti da quelli più antichi, costruiti dapprima isolati e ad una certa distanza tra loro.

L'ingresso moderno è in corrispondenza del quadrivio di Santo Stefano, nel punto in cui la via Campana incontra l'attuale via Cupa Cigliano. Il limite settentrionale della necropoli era evidenziato da un segnacolo di forma rettangolare: una costruzione in opera laterizia visibile di fronte all'ingresso, sul lato opposto della strada.

La tipologia architettonica più frequente è quella del tipo detto “a colombario”, costituito da camere funerarie voltate con pareti traforate dalle nicchie per le urna cinerarie, spesso a due o più piani, il più delle volte scavate sottoterra[17].

Il rito funerario usato a via Celle, come fu di uso comune dal I secolo a.C. sino al II secolo d.C., è quello dell'incinerazione. Tuttavia, tombe a inumazione ricavate nel pavimento (formae), oppure costruite all'interno delle strutture murarie (arcosolia), appaiono per lo più in tombe già esistenti, dopo la prima fase di edificazione

Il tratto conservato della necropoli è costituito da quattordici edifici, costruiti tra la metà del I secolo a.C. e la metà del II secolo d.C.[18]

Gli edifici riportati alla luce sono i seguenti.

-        Edificio 1 : in opera laterizia, su due piani, ha la faccita interamente ricostruita in età giulio-claudia (I d.C.). L’ingresso è inquadrato in un rettangolo a rilievo e coperto ad arco. Il piano superiore ha due ambienti: una cisterna sul retro e un piccolo attico decorato prospiciente la strada.

-        Edificio 2 : si tratta di un colombario su tre piani, di cui quello ipogeico ed il piano terra sono destinati alle sepolture, mentre il primo piano[19] presenta ambienti non destinati alle sepolture.

 Il prospetto dell'edificio è in gran parte distrutto, a causa dei danni provocati dagli agenti naturali. Una porzione del muro esterno in opera reticolata è ancora visibile in basso, lungo quasi tutta la facciata. L'ingresso è sulla sinistra e vi si accede salendo alcuni gradini: da questo si passa in un piccolo vano di disimpegno che consente di scendere verso la zona ipogea o di entrare nella camera a piano terra. Entrando ci si trova in una doppia sala con doppia copertura a volta a botte, divisa al centro da due arcate. Entrambi gli ambienti presentano sulle pareti laterali due file di nicchie sovrapposte. Sul lato di fondo della prima camera è un arcosolio, destinato ad accogliere una tomba a inumazione, alla sinistra del quale è collocata la scala che conduce al primo piano. Sul lato di fondo della seconda camera sono, invece, tre file di nicchie. A una fase posteriore si possono ascrivere alcune sepolture ricavate nel pavimento (formae), una disposta parallelamente al letto funebre interno all'arcosolio, le altre disposte ortogonalmente alla prima, in direzione dell'ingresso.
Salendo la prima rampa di scale ci si trova in un ballatoio sul quale si apre un piccolo vano di forma quadrangolare, rivestito di intonaco bianco e dotato di nicchie alle pareti. In esso, forse, furono ricavati posti per altre sepolture dopo la costruzione della scala. Sulla destra, la seconda rampa conduce al piano superiore, creato edificando gli ambienti sull'estradosso delle volte sottostanti. Di questi ambienti si conserva solo parte di alcuni muri perimetrali e nessun resto delle coperture.

-        Edificio 3 : parzialmente conservato, è costituito da un unico ambiente, ricavato successivamente alla costruzione degli ambienti adiacenti.

-        Edificio 4 : si tratta di un colombario a due ambienti contigui, in opera reticolata. Originariamente dovevano essere due ambienti separati di cui, quello a sinistra, era la camera funeraria.

-        Edificio 5: colombario monumentale realizzato in opera reticolata su due livelli[20], sormontato da una struttura circolare a tamburo, alla base di un monumento a cuspide[21]. In una fase che può essere collocata all'inizio del I secolo d.C., un insieme di ambienti, forse destinati ai riti funerari, fu aggiunto al di sopra dell'edificio e su parte di quello precedente; vi si accedeva tramite una rampa di scale (oggi perduta).Le scale conducevano a un piccolo vestibolo coperto con volta a botte. Su di essa e sulla parete est si conserva gran parte della decorazione pittorica. Il vestibolo introduce in un ampio ambiente a pianta irregolare, coperto da una serie di volte a crociera e decorato con pitture a riquadri geometrici. Il riutilizzo del piano superiore si estese anche a occupare il vano precedentemente vuoto e comunicante con l'esterno, che si trova entro il basamento della cuspide.
L'ingresso alla zona ipogea è sul lato sinistro. Vi si accede mediante una breve scalinata moderna che immette in un corridoio.
In seguito alle ristrutturazioni per la costruzione della cisterna la superficie del corridoio venne ridotta, elevando due muri tramezzi a metà circa della lunghezza originaria (a causa del crollo parziale dei tramezzi è visibile, sul fondo, il muro in opera reticolata che delimitava l'ambiente verso est, in parte coperto dall'arco di sostruzione della scala in opera vittata). Attualmente è agibile solo un piccolo vano di disimpegno sulla destra del quale si apre una porta con stipiti e architrave in pietra vulcanica che dà accesso alla zona ipogea.
Entrando ci si trova in una sala circolare con una copertura a cupola di forma conica, quasi perfettamente conservata. Lungo le pareti, al di sopra di una lista a rilievo, sono collocate quattro nicchie, orientate all'incirca secondo i punti cardinali. In un momento posteriore alla costruzione originaria fu costruita una piccola mensa posta contro la parete est, a sinistra dell'ingresso, nonché sette tombe a fossa con spallette di tufo nel pavimento della sala.
Sul lato destro, in corrispondenza della strada vi è una vistosa rottura da cui l'interno prende luce, praticata in epoca moderna. Di fronte all'ingresso è una porta ad arco che conduce ad altre due camere sepolcrali di forma rettangolare allungata, disposte a <<L>> lungo i lati sud ed est della sala circolare.
Nella prima vi sono quattro nicchie sulla parete di fronte all'ingresso e una sulla parete di destra, tutte collocate al di sopra di una lista a rilievo. Il rivestimento di intonaco bianco si conserva in quasi tutta la camera, anche se deve aver perduto lo strato superficiale dipinto. Come nella sala circolare anche m questa sono state ricavate alcune tombe a inumazione nel pavimento, delle quali sono visibili le alte spallette in tufo. Girando a sinistra si entra nella successiva camera, passando attraverso una porta piuttosto angusta, coperta in piano.
Questa camera sepolcrale è molto suggestiva poiché conserva intatto il volume originario, sviluppato in altezza, la volta a botte e parte della decorazione pittorica. Sulla parete di fronte all'ingresso sono due file parallele di cinque nicchie ciascuna e sulla parete breve a destra due nicchie allineate alle altre. Anche in questa camera si ripete il motivo decorativo delle liste a rilievo alla base delle nicchie. La nicchia inferiore nella parete di destra conserva parte delle decorazione pittorica: sul fondo sono visibili due rose, i fiori che in età romana erano di solito dedicati ai defunti e all'esterno, a incorniciare l'arco, ancora una rosa e un motivo a ghirlanda.
Questo edificio doveva essere tra i più appariscenti della necropoli, sia per le dimensioni che per l'aspetto monumentale dell'esterno. Per quanto riguarda la destinazione del monumento, dalla disposizione interna dei loculi si potrebbe pensare alla tomba di una ricca famiglia che volle provvedere alla sistemazione dei capostipiti (nella sala circolare) dei discendenti e dei liberti (nelle due camere attigue). E' infatti abbastanza frequente trovare nelle iscrizioni sepolcrali romane formule che alludono alla consuetudine di seppellire nella tomba di famiglia sia i discendenti indiretti che i loro liberti.

 - Edificio 6 :  colombario in opera reticolata, a due camere con ingressi separati e contigui aperti su una unica facciata; questa fu integralmente ricostruita (probabilmente verso la metà del I sec. d.C.) usando laterizi di reimpiego, per rendere più imponente e monumentale la tomba o per il desiderio di rimodernarne l'aspetto. La facciata è ripartita da sette lesene poste a intervalli regolari, tra le quali si collocano le due porte, sormontate da finestrini per l'illuminazione interna. Al piano superiore era un unico grande ambiente, pavimentato in opera spicata, successivamente suddiviso in due.
Non è possibile individuare l'accesso originario a questo piano poiché i crolli delle strutture verso sud e i restauri delle murature verso nord hanno reso incomprensibili le connessioni con gli edifici attigui. E' certo, tuttavia, che l'accesso riguardava un percorso interno ai piani superiori dato che il colombario non ha una scala propria. Le due camere hanno una sistemazione analoga. Sulle pareti ai lati dell'ingresso sono disposte due file parallele di cinque nicchie, delle quali solo le prime dal basso presentano il fondo forato per l'alloggiamento delle olle. In posizione centrale di fronte all'ingresso, sulla parete di fondo, sono collocate delle edicole, di forma simile ma di dimensioni differenti. Entrambe sono poste in leggero aggetto rispetto alla parete, elevate su un piccolo podio e sormontate da un timpano semicircolare bordato da una cornicetta. Le edicole accoglievano un'unica sepoltura. Ai lati di queste sono disposte quattro nicchie di dimensioni inferiori rispetto alle altre. Le due camere sono coperte da volte a botte perfettamente conservate; alcune nicchie dell'ordine inferiore conservano i resti delle olle ancora in sito.
Il colombario venne riutilizzato in epoca recente, forse come abitazione o come luogo di ricovero per animali. Il muro che separava le due camere è infatti tagliato da una porta che non esisteva in antico. Sulla soglia si possono vedere due grandi fori per cardine di forma quadrangolare, atti ad accogliere due robusti battenti.

-        Edificio 7 : monumento, in opera reticolata di ottima fattura, si sviluppa su tre piani: a livello della strada antica vi è un insieme di ambienti a destinazione non funeraria dai quali si poteva accedere al piano superiore; a livello ipogeo sono collocate le camere funerarie.
Il fronte antico, in gran parte perduto, si trova in coincidenza con un brusco abbassamento del piano di calpestio attuale (dove è collocata nel vialetto la rampa di scale) che lascia in vista buona parte delle strutture di fondazione del muro perimetrale esterno. Una piccola porzione del paramento originario è visibile in alto a destra, guardando dal vialetto nel punto più basso. La facciata dovette essere restaurata in antico analogamente a quella dell'edificio 6, e abbellita con una lista e una cornice aggettante in laterizio che proseguiva probabilmente lungo tutto il fronte. L'ingresso attuale è posto in corrispondenza dell'angolo sud dell'edificio precedente ed è sistemato con una breve gradinata moderna che consente di raggiungere il piano pavimentale antico. Entrando ci si trova in un vano che appare oggi come un cortile aperto.
In origine questo era uno spazio libero di forma rettangolare rientrante rispetto al fronte stradale, su cui si apriva a sinistra la porta d'ingresso a tre ambienti separati e a destra la porta di un corridoio che immette nel complesso funerario vero e proprio. Sul pavimento è collocata la botola che dà accesso ad un'ampia cisterna, costruita al di sotto del livello pavimentale.
Delle tre stanze la più esterna verso la strada è completamente crollata e restano in vista solo due brevi porzioni del muro perimetrale.
Essa doveva essere utilizzata come anticamera o vano di disbrigo per le altre due stanze poste sul retro. Ognuna di queste ha, infatti, un porta che comunica con l'anticamera. Entrando nella stanza a sinistra si può vedere il pavimento in cocciopesto e parte della copertura a volta che conserva al suo interno un condotto in terracotta per lo scarico delle acque piovane dal piano superiore (in alto a destra). Nel muro che divide le due stanze è ricavata una finestra sui cui stipiti sono tracce del rivestimento in intonaco bianco.
La stanza a destra è di proporzioni analoghe alla precedente. Sulla parete sud sono tre fori quadrangolari che probabilmente servivano ad alloggiare delle travi per sostenere un soppalco. La cubatura interna dell'ambiente, molto sviluppato in altezza, era quindi suddivisa per ottenere due livelli agibili.
Forse queste stanze annesse al complesso funerario erano l'abitazione di un guardiano, posto a sorvegliare le tombe e a curarne la manutenzione. E' infatti piuttosto frequente trovare nei complessi funerari ambienti di questo tipo, che si pensa possano essere stati destinati ad abitazione. Mancano, però elementi certi al riguardo poiché gli arredi interni per lo più sono andati persi.
Volgendosi a destra si può accedere al settore funerario. In corrispondenza dell'ingresso al corridoio è posta una breve gradinata moderna che riflette la sistemazione antica e che conduce a un ambiente posto a un piano ammezzato. Questo conserva parte della copertura a volta (oggi sostenuta da un pilastro di restauro). Sul lato di fronte alla scala è una piccola nicchia coperta ad arco ricavata nel volume del muro. In fondo al corridoio, si entra in un ampio ambiente collocato sul retro dell'edificio, che si presenta come una grande aula coperta con una volta a botte. Questa sala, come anche la precedente, doveva essere utilizzata per le celebrazioni dei riti funebri.
Sul corridoio si apre l'ingresso alle camere ipogee. La porta conserva la soglia in pietra vulcanica con il foro da cardine e il battente verso l'esterno. Scendendo la ripida scala, provvista di un corrimano moderno, si entra nella prima camera ipogea. Essa conserva gran parte dell'allestimento originario e la volta a botte.
Lungo le pareti sono disposte le nicchie su due file parallele e inquadrate da liste verticali a rilievo. Sulla parete a sinistra del ballatoio è un arcosolio, ricavato dopo la prima fase di costruzione. Questo era decorato secondo uno schema a edicola: ai lati erano due colonnine, di cui restano solo i basamenti, poste a sorreggere un timpano triangolare appena visibile al di sopra. Sulla parete a destra è un ampio arco sotto il quale vennero collocate delle tombe a inumazione l'una addossata all'altra fino a ingombrare parte dello spazio agibile della camera. Nel sottoscala, infine, è collocata una nicchia per un'unica sepoltura. Qui si conserva quasi intatta un'edicola a stucco in rilievo che può dare forse un'immagine di come poteva essere la ricca decorazione di queste tombe. Il timpano ha una fascia decorata a motivi floreali con bordatura in rosso al di sotto sono due colonnine ioniche a fusto liscio. Il fondo dell'edicola in cui si apre la nicchia era anch'esso dipinto di rosso.
La camera prende luce da un'ampia apertura sul lato rivolto verso la strada. I lati di questa che doveva essere una finestra a gola di lupo sono in parte di restauro e l'ampiezza doveva essere minore di quella attuale.
Passando sotto la scala si accede a un'altra camera funeraria, disposta sul retro. La sistemazione è analoga a quella della camera precedente: sulle pareti sono due file di nicchie, a destra e sulla parete di fondo sono collocate delle sepolture a inumazione; la volta a botte è integra e conserva parte del rivestimento di intonaco bianco. Sulla sinistra, salendo una breve gradinata, ci si introduce nella successiva camera sepolcrale, di forma rettangolare allungata.
Le nicchie, prive della decorazione a liste in rilievo e di dimensioni più piccole, sono collocate sui lati brevi a destra e a sinistra dell'ingresso. In fondo a sinistra si apre un piccolo finestrino per l'illuminazione dell'interno. Sul pavimento sono collocate due sepolture a inumazione. Tra di esse è un foro, praticato in epoca moderna, attraverso il quale è possibile vedere l'interno della cisterna, contigua alle camere sepolcrali. Questo monumento si presenta affine all'edificio 5 per l'ampiezza della costruzione, articolata secondo le esigenze di diverse funzionalità. Esso appartiene, però, a una tipologia più tarda di qualche decennio.

-        Edificio 9: E' un colombario, costruito in opera reticolata, che si articola su tre piani: piano terra a livello della strada, due camere ipogee e piani superiori, ricavati dopo la costruzione originaria. Attualmente il piano di calpestio esterno è molto più basso di quello antico e non è possibile accedere all'interno. La facciata, dove era l'originaria porta d'ingresso, è crollata. Dal basso è visibile in parte l'insieme delle stanze a livello della strada antica e parte di una camera ipogea. La stanza a sinistra è suddivisa in due parti: un corridoio con porta ad arco che immette in un vano sul retro, dove venne collocata la scala per accedere ai piani superiori e l'ingresso a una camera ipogea, coperto da una piccola volta a botte. Questa camera ha due file di nicchie e tre arcosoli, ricavati dopo la costruzione originaria. La stanza a destra, di forma rettangolare allungata, a seguito di una ristrutturazione venne anche riccamente decorata: alle pareti, nella parte bassa, sono visibili le tracce del rivestimento a lastre di marmo; sulla volta a crociera, nel tratto conservato, rimane il rivestimento in pittura e stucco a rilievo con rosone centrale e quadrati nelle lunette. Questo genere di decorazione trova confronti a Pompei e Ostia e può essere datato entro l'ultimo decennio del I secolo d.C.

-        Edificio 10 : colombario a due piani costituito da un corpo centrale a due stanze ai lati delle quali correvano due corridoi che accedevano al piano superiore.

-        Edificio 11 : E' un mausoleo monumentale, dedicato probabilmente alla sepoltura di un unico, illustre personaggio. La facciata è in opera laterizia, mentre i muri perimetrali sui lati nord, est e sud sono in opera mista. La camera sepolcrale, ricavata all'interno del basamento, è ora inaccessibile dall'esterno. In origine il mausoleo si ergeva isolato sul pendio della collina ed era visibile su tre lati. Il basamento è di forma quadrata, con il fronte a esedra verso la strada; sopra vi è un tamburo con un alto zoccolo liscio su cui si eleva una struttura a pianta ottagonale con semicolonne addossate in corrispondenza degli angoli. Il mausoleo era rivestito di pitture e stucchi che arricchivano con effetti illusionistici la partizione architettonica. L'esedra era decorata da colonne addossate alla parete: due coppie sui due avancorpi aggettanti in corrispondenza degli angoli e due poste ai lati di una finta porta a due ante (delle colonne restano solo alcuni plinti). Questa era collocata al centro, in un riquadro rientrante rispetto alla superficie muraria, e decorata in stucco a rilievo dipinto (in basso è visibile la porzione inferiore dei battenti, bordati da una fascia di colore rosso). Il tamburo superiore è appoggiato al muro di fondo rettilineo, terminante alle estremità con due semicolonne addossate il cui rivestimento di stucco simulava le scanalature delle colonne marmoree (dal basso è ben visibile la colonna a sinistra). Su ciascuno dei lati dell'ottagono era una finta porta, simile a quella posta al centro dell'esedra. Le pareti laterali erano intonacate di bianco con un alto zoccolo dipinto in rosso (visibile sul lato sinistro). La copertura terminale era probabilmente costituita da una cupola o da una cuspide.




-        Edificio 12 : il più grande dell'intero complesso: il fronte si sviluppa per trenta metri. Con tutta probabilità era la sede di un collegium o schola.
La costruzione è suddivisa in tre parti. Nel settore a sinistra è un edificio a tre piani, la cui sistemazione interna appare simile a quella delle insulae, case di abitazione urbane. Nel settore centrale era un ampio cortile scoperto, al centro del quale venne successivamente edificato un mausoleo. Nel settore meridionale, a destra, è collocata un'ampia aula rettangolare dedicata al culto, dove molto probabilmente era posta la statua o l'ara del dio tutelare, il genius collegii. Il complesso è realizzato in opera vittata con ricorsi di laterizio. La costruzione originaria è quindi databile nell'ambito del II sec. d.C. Entrando nell'edificio del primo settore si può percorrere il corridoio centrale, ai lati del quale sono disposte simmetricamente quattro stanze. Queste conservano in parte le coperture a volta e i pavimenti in mosaico bianco con fascia nera lungo i bordi. Alla fine del corridoio ci si trova in un piccolo cortile interno di servizio. In alto si vede il ballatoio, agibile dal piano superiore, disposto su tre lati e sorretto da una serie di voltine. La zona centrale è scoperta per consentire l'illuminazione degli ambienti circostanti. A destra dell'ingresso è la porta del corridoio porticato che correva lungo il lato est del cortile centrale (la cui percorrenza non è possibile per la presenza di un muro di restauro). Sul lato di fondo vi sono due ambienti simili, le cui porte si aprivano sul cortiletto ed erano sormontate da piccole finestre. Accanto all'ambiente di sinistra, ma non accessibile da questo livello, è la camera più bassa di una cisterna a più piani, ricavata nell'angolo nord-est dell'edificio. A sinistra è la scala che conduce ai piani superiori.
Salendone le prime due rampe si potrà percorrere il ballatoio e osservare la sistemazione del piano superiore che doveva ricalcare, almeno in parte, quella del piano sottostante. In questo punto si ha anche la possibilità di osservare dall'alto l'intero complesso, in particolare la zona sul lato est del cortile centrale, addossata alla collina (a sinistra tenendo la strada sulla destra).
Sul lato di fondo (est) del cortile centrale si trovano altri ambienti, in parte ancora interrati. Qui era collocata una grande aula rettangolare che ne occupava tutta l'ampiezza. Di fronte a questa si ergeva un corridoio porticato a due piani, crollato recentemente (anni sessanta). Costruito in una fase successiva a quella originaria, esso doveva consentire il raccordo delle percorrenze interne anche al piano superiore, collegando il ballatoio e il corridoio accanto all'aula al livello soprastante la copertura. Altri ambienti, raggiungibili attraverso i corridoi porticati, erano posti lungo il lato est, sul retro dell'aula; tra questi solo il più settentrionale è parzialmente visibile.
Scendendo le scale e tornando nuovamente all'esterno del complesso si può entrare nel cortile centrale, in cui è un mausoleo che qui venne costruito in seguito ad una ristrutturazione dell'intero edificioIl cortile conserva parte dei rivestimenti parietali e pavimentali realizzati in seguito alla costruzione del mausoleo. Quest'ultimo non è accessibile dalla strada, contrariamente a tutti gli altri edifici di carattere funerario della necropoli. L'ingresso dà sul cortile, e possiamo immaginare che il lato verso la strada fosse stato chiuso per rendere ancora più appartato questo luogo di sepoltura. Infatti nel cortile si poteva entrare da una sola porta con soglia e stipiti in pietra, collocata nell'arcata centrale de portico sul lato est, mentre le altre due arcate erano chiuse da muri fino a circa due metri di altezza dal pavimento.
Il mausoleo è costruito in opera vittata mista; grandi blocchi di pietra lavica, con cui fu foderato l'esterno dopo l'edificazione, gli conferiscono un aspetto insieme imponente e inconsueto.
Lungo il perimetro corre un alto podio sporgente dalla base. Al centro della facciata interna la porta con stipiti e architrave in rilievo è sormontata da una breve tettoia, anch'essa in pietra. In corrispondenza degli angoli sono inseriti nel pavimento del cortile due blocchi quadrangolari con una sagomatura circolare concava all'interno e una canaletta, destinati a raccogliere le acque di scolo della copertura. La camera interna è di forma quadrangolare. Sulle pareti laterali sono due tombe ad arcosolio, sulla parete di fondo è una base rialzata dal livello pavimentale, inquadrata da due lesene d'angolo, dove forse era posta una sepoltura in sarcofago. Lungo le pareti corre una cornice aggettante in laterizio, sopra la quale sono collocate delle nicchie. Il pavimento originario è visibile solo in minima parte, poiché tutta la superficie interna è stata riutilizzata per aggiungere alcune tombe a inumazione che testimoniano la continuità d'uso del monumento.
La copertura doveva essere una volta a crociera nascosta all'esterno dalla fodera a blocchi.
Uscendo dal complesso e rientrandovi dal corridoio sul lato sud del cortile centrale, si può accedere all'aula. L'interno è di ampie proporzioni (m. 7,5x12). L'ingresso principale si apriva sul lato verso la strada con un portone a più battenti, di cui rimangono gli stipiti e due blocchi della soglia con i fori per cardini.
Sul lato di fondo è una nicchia, in posizione centrale, dove forse era collocata la statua di culto. Ai lati di questa erano due colonnine poste su mensole (è visibile quella di sinistra, in parte conservata) che dovevano far parte di una decorazione a edicola. L'aula aveva le pareti interne rivestite di lastre marmoree fino a un'altezza di circa quattro metri, di cui restano alcuni frammenti e gli strati della preparazione. Lungo il bordo superiore delle lastre correva una cornice aggettante in laterizio. Al di sopra il rivestimento continuava forse in intonaco dipinto.
Sul lato nord si aprivano tre porte; quelle più a est, successivamente richiuse, permettevano di accedere agli altri settori dell'edificio, o viceversa, senza passare dalla strada. La copertura dell'aula doveva essere costituita da un tetto a capriate.
Probabilmente in un'epoca di molto successiva alla costruzione originaria l'aula venne trasformata. Lungo le pareti laterali furono addossati banconi in muratura, alla base dei quali, sotto il livello pavimentale, si trovano arcosoli. Il pavimento a mosaico fu integralmente rifatto (se ne conservano alcuni tratti). Davanti alla parete di fondo venne costruito un alto podio e anche qui, negli spazi di risulta, vennero collocate altre tombe a inumazione. L'inserimento di queste tombe, che rispetta la geometria interna della sala, farebbe pensare a una continuità della funzione cultuale, mutata solo nel contenuto religioso. Si potrebbe ipotizzare, per analogia con altri casi simili (ad esempio il cosiddetto Tempio di Giove sull'Acropoli di Cuma), l'insediamento di una piccola chiesa cristiana là dove prima era un culto pagano.

-        Edificio 13 : E' un colombario in opera reticolata che si sviluppa parte a livello ipogeo, con la scala d'accesso e la camera sepolcrale, e parte al di sopra del livello stradale antico, dove nel tratto emergente dal suolo sono collocati l'ingresso e il finestrino per l'illuminazione dell'interno. Una botola consentiva di calarsi dall'alto nel piano ipogeo (l'accesso è possibile, ma a oltre un metro dal piano di calpestio attuale).
Dopo la costruzione originaria, l'edificio venne inserito in tre muri e nell'angolo sud-est fu aggiunto un piccolo vano coperto a volta sopra la botola d'ingresso all'ipogeo. La botola conserva ancora le lastre di bordo in pietra lavica con i fori di cardine e il battente per l'alloggiamento del coperchio. Essa immette in un minuscolo vestibolo, parzialmente occupato da due sostegni in muratura, simili a una scala cui mancasse la porzione centrale. Sopra di essi venivano forse poggiate assi di legno per creare una sorta di rampa facilmente asportabile e di minimo ingombro. Nel vestibolo sono quattro nicchie, due per ciascuna delle pareti laterali.
La zona ipogea conserva integro il volume originario e gran parte del rivestimento parietale in intonaco bianco. Attraverso una porta con stipiti e architrave in pietra lavica, si accede al vano delle scale; da qui due rampe a gomito conducono alla camera ipogea.
Scendendo, si possono osservare le nicchie poste lungo le pareti sud e ovest della prima rampa. La camera, di forma rettangolare, è coperta a volta e l'interno prende luce da un finestrino posto sul lato verso la strada. Le nicchie sono allineate in un'unica fila, sopra una lista a rilievo.

-        Edificio 14 : funzione di questo edificio è incerta. Potrebbe trattarsi di una fontana, posta sul limite dell'area urbana per chi percorreva la Via Campana in direzione nord.

La necropoli del fondo Fraja.

Un secondo significativo nucleo di tombe, seppure mal conservato si trova lungo la strada comunale che, dalla necropoli di via Celle, piegando a sinistra, conserva il tracciato della via consularis Campana e parte dell'originario basolato. Tra le strutture che ancora sopravvivono, particolare interesse rivestono quattro colombari situati in proprietà privata (fondo di Fraia), all'altezza del ponte della tangenziale, che preservano quasi integre le antiche decorazioni a stucco. Attualmente comunicanti tramite passaggi moderni fra le pareti divisorie, i colombari erano in origine indipendenti e accessibili solo dall'esterno, attraverso un corridoio (parzialmente murato) e una rampa di scale. Gli ipogei, caratterizzati da edicole funerarie ad avancorpo (mal conservate), presentano lungo le pareti diversi ordini di nicchie (da tre a cinque). Nell'arcosolio del terzo ambiente è visibile, ancora in sito, parte del consueto sedile per il pasto in onore del defunto. Nei primi due vani, la presenza di muretti a secco che delimitano cassoni per inumazione, testimonia di un riutilizzo tardoantico. L'attuale collegamento tra il primo e il secondo ipogeo è costituito da una piccola cisterna che conserva ancora parte del rivestimento in signino e il cordolo alla base delle pareti. Un pozzetto, visibile sulla sinistra, garantiva l'immissione dell'acqua.
Del gruppo di ipogei soltanto i due più grandi presentano una ricca decorazione in stucco bianco che interessa le pareti e la volta. In essa sono visibili i tagli operati nel corso del tempo dagli <<antiquari>> per asportare i rilievi figurati considerati più pregevoli (un gruppo di essi è stato individuato nelle collezioni del British Museum).
E' ancora possibile, però, notare la raffinatezza e l'ottima fattura degli elementi ornamentali che rivelano la perizia tecnica dei decoratori; essi hanno fatto uso sia dello stampo (per ottenere i fregi lineari che separano le file di loculi), che della stecca (necessaria alla realizzazione dei bassorilievi figurati). Mentre per le cornici ci si è serviti di una policromia basata sui toni dell'azzurro, del rosso e del verde (i cui resti brillanti sono ben visibili in alcuni punti), i rilievi sono stati lasciati nel bianco naturale dello stucco. Una decorazione acroma, infatti, meglio si adattava ad ambienti poco illuminati, dove gli effetti della policromia si sarebbero perduti. In base a questi elementi si può ipotizzare che le tombe, probabilmente di età flavia, appartenessero a famiglie di una notevole agiatezza economica. Lo schema decorativo, comune a entrambi gli ipogei rientra in quelli formati da elementi geometrici, spesso disposti concentricamente intorno a un pannello o a figure fluttuanti. Tutti i pannelli più grandi, delimitati da una sottile cornice a ovoli (kyma ionico) contengono un rilievo figurato, generalmente ispirato a temi dionisiaci. Vi si possono riconoscere Menadi danzanti tra padiglioni sostenuti da pseudostrutture architettoniche e altri soggetti di genere che riprendono tipi iconografici diffusi nella pittura romana, talvolta simili ad alcuni soggetti noti in quadri pompeiani del cosiddetto IV stile (seconda metà del I sec. d.C.).
Altri temi ricorrenti nella decorazione di entrambi gli ambienti sono le scene con eroti alati impegnati nella caccia o associati con delfini, mostri acquatici e altre creature marine; accessori ornamentali, quali le figurine di animali fluttuanti nel vuoto o complicati kantharoi con coperchio e anse a volute, sono disposti liberamente, pur rispettando una simmetria decorativa. Appaiono invece isolate alcune figure femminili semisdraiate; una di queste, di spalle, regge con la sinistra il tirso dionisiaco, mentre alla sua destra si riconosce un fauno danzante; un'altra, leggermente sollevata da terra, regge probabilmente uno specchio, mentre un amorino le regge i nastri pendenti della veste. Un rilievo molto interessante rappresenta Eracle giovane, appoggiato alla clava; tratta dalla mitologia greca, la figura di Eracle stante, per i suoi trionfi e l'apoteosi finale, fu motivo di grande fortuna nella simbologia funeraria antica. A parte questi soggetti comuni nel repertorio dell'arte funeraria romana, è di particolare interesse la presenza di motivi marini spiegabile forse con il rapporto tradizionale che legava gli abitanti di Pozzuoli al mare.
La parte esterna delle edicole funerarie, poste al centro dei muri liberi, doveva essere sorretta da colonne (di cui restano frammenti) anch'esse stuccate e decorate da motivi vegetali. Della parete interna attualmente restano rilievi figurati a soggetto dionisiaco inquadrati in un padiglione sorretto da pilastri con architrave decorato a volute e soffitto cassettonato, al centro del quale è una ghirlanda. Il soggetto decorativo è incentrato su figure femminili stanti, completamente vestite; tutte reggono nella sinistra un piatto colmo di frutta, come d'uso tra i membri del corteo bacchico. Oltre alla decorazione in stucco, a riprova del lungo utilizzo di questi ambienti ipogei, sono da segnalare i resti di una decorazione pittorica, eseguita in maniera sommaria e con schemi semplici, si tratta di interventi posteriori realizzati almeno a partire dal II sec. d.C. Oltre alle cosiddette <<bordure traforate>> sovradipinte sul fondo bianco, si ritrovano bande colorate in giallo, ocra e rosso poste a definire gli elementi strutturali degli ambienti (sottoscala, limite delle nicchie, ecc.), dettagli di candelabri vegetalizzanti, zoccoli dipinti e piante ornamentali dipinte sulla parete di un sedile rettangolare in muratura.

La necropoli di San Vito.

Procedendo lungo il percorso della via Campana,  in località San Vito,  superato il cavalcavia della linea ferroviaria Napoli-Roma, è un'altra area funeraria. Si tratta di una sequenza di strutture, in parte nascoste dalla vegetazione ed in parte sezionate dalla suddetta ferrovia, tipologicamente simili a quelle della necropoli di via Celle; tra tutte spicca il mausoleo situato all’incrocio della via Campana con una strada secondaria. L’edificio, in opera laterizia, è a due piani, con basamento a pianta quadrata che sostiene un tamburo cilindrico; la camera sepolcrale è situata nel corpo quadrangolare, parzialmente al di sotto della strada antica: la celletta, a pianta circolare, è coperta a cupola, mentre lungo la parete si alternano quattro edicole, con quattro nicchie per le urne cinerarie. Il corpo di base ed il tamburo superiore sono raccordati tramite una cornice a mattoni sagomati. Esternamente le pareti del basamento sono articolate architettonicamente: ogni lato è scompartito da quattro paraste che reggono una trabeazione terminante con un motivo a dentello; nei tre specchi risultanti si inseriscono edicolette su podio di cui quella centrale è sormontata da un frontone, mentre quelle laterali da un timpano spezzato. Sul lato dove si apriva l'ingresso la decorazione è costituita invece da nicchie a semplice riquadro[22]. La camera superiore, con pianta e dimensioni uguali a quella sottostante, presenta sulle pareti quindici nicchie disposte su due file. Le pareti del mausoleo erano decorate da stucchi, oggi perduti, che riprendevano l’iconografia tipica dei monumenti sepolcrali. Grazie ai disegni e alle descrizioni di  P.A. Paoli abbiamo un’idea del tipo di raffigurazione presente all’interno dell’edificio: Eracle e l’idra erano rappresentati nel catino di una nicchia, probabilmente insieme alle altre fatiche dell’eroe, mentre il resto era occupato da festoni, motivi architettonici ed eroti che libravano in volo. Per le sue caratteristiche architettoniche e decorative l’edificio è datato alla seconda metà del I d.C.

IL MONTE GAURO.

Il cratere del Gauro (dal greco gauros = alto,superbo) è  tra i più antichi vulcani spenti[23] e meglio conservati della regione flegrea  e ne costituisce l’estrema propaggine, prima della Pianura Campana. Sorge a circa 4 km a nord-ovest di Pozzuoli, sul lato sinistro della Via Campana andando verso Quarto.

L’altura (329 m. s.l.m.), è delimitata ad ovest dal percorso della via provinciale Campana, a nord dalla via provinciale Grotta del Sole e a sud – ovest dalla piana dell’attuale Rione Toiano.

A sud è il Monte Barbaro (240 m. s.l.m.), detto anche del Salvatore per la presenza della chiesa omonima, oggi diruta; a nord è il Monte Corvara (320 m.  s.l.m.), degradante verso la conca di Quarto; a ovest  è il Monte S. Angelo (308 m. s.l.m.), così detto per la presenza della chiesa omonima. Ad est un taglio naturale, detto Porta di Campiglione, mette in comunicazione il cratere con il Piano di Via Campana; a sud-ovest ,invece, è una sella – detta “Sella Toiano” -  creata dall’erosione causata dagli agenti atmosferici, che separa il Monte Barbaro dal S. Angelo.

CENNI STORICI.

Le più antiche tracce di frequentazione umana risalgono al Bronzo medio: sono stati individuati nell’ara di M. Sant’Angelo nove siti che hanno restituito frammenti di ceramica di impasto inquadrabile nella fase più matura della civiltà appenninica (XIV a.C.). Tali ritrovamenti attestano che tutta l’altura fu certamente abitata in epoca protostorica.

Le testimonianze archeologiche sono inesistenti per tutto il periodo che va dal periodo del Bronzo Medio fino all’età ellenistica e ciò è sicuramente dovuto all’intensa attività vulcanica che ha interessato l’area in questione in questo arco temporale.

In età greca l’altura dovette rientrare nella zona d’influenza cumana.

Ai piedi del versante settentrionale del monte, nei pressi della masseria Corvara, è presente un nucleo di tombe a cassa di tufo, che hanno restituito corredi in ceramica a vernice nera, datati al IV - III a.C.  In particolare, su tutta l’area del monte è stata registrata una diffusa presenza di frammenti ceramici a vernice nera del IV – III a.C. , apparentemente non legati  ad alcuna struttura muraria coeva.

 Potrebbe esserci un rapporto tra le suddette necropoli rurali, la via Cumis-Capuam (attuale via provinciale Grotta del Sole) e il più antico asse viario che costeggia il bordo esterno della caldera di Quarto. Queste strade erano senza dubbio gli assi di collegamento tra Cuma, Neapolis e Capua. È probabile quindi che tra il IV e il III a.C. piccoli insediamenti rurali a scopo agricolo fossero presenti sulle prime balze del Gauro.

All’epoca degli scontri tra Romani e Sanniti, il Gauro diventa teatro di guerra. Stando a Livio, ai piedi del monte avvenne la battaglia  vinta dal console M. Valerio Corvo nel 343 a.C.   . Secondo il Beloch in questa battaglia  i Romani si scontrarono contro i Sanniti di Cuma; si ritiene però che in questo periodo il Gauro facesse parte del territorio della città di Capua, che mirava ad uno sbocco sul golfo di Napoli. Infatti la funzione anticampana deve essere considerata la posizione filoromana di Cuma, desiderosa di sbarazzarsi dell’opprimente presenza di Capua, la quale controllava sia i territori a nord – foce del Volturno e Lago Patria – che ad ovest – il Gauro appunto – della città flegrea. Anche in questo senso va interpretato il rifiuto cumano di unirsi alla rivolta antiromana di Capua nel 216 a.C. , la seguente battaglia presso il santuario di Hamae, la creazione , mediante l’istituzione dei Praefecti Capuam-Cumas, dell’ager publicus nell’area del Gauro e la successiva deduzione delle colonie romane di Volturnum, Puteoli e Liternum nel 194

Cicerone attesta che nel 63 a.C. esisteva una vasta area di ager publicus, probabilmente creata dopo la riconquista di Capua nel 211 a.C., comprendente la via Herculanea, il futuro Portus Iulius e il Monte Barbaro, cui si riferiscono le fonti antiche quando parlano del Monte Gauro. È dunque verosimile che Cuma, in cambio della sua fedeltà durante la guerra annibalica, abbia ottenuto il possesso del versante settentrionale del monte Gauro e la piana di Quarto, possesso mantenuto almeno fino all’età augustea. Durante il principato di Augusto il Gauro entrò a far parte del territorio di Puteoli, quando quest’ultimo fu esteso, a danno di quello di Capua, in seguito ad una nuova deduzione coloniale.

LE TESTIMONIANZE ARCHELOGICHE.

Un diverticolo della Via Consularis Campana.

Forse già dalla fine del II a.C. era utilizzata la strada che , attraversando a mezza costa Monte S. Angelo, si staccava dalla via consolare Campana poco dopo il taglio della Montagna Spaccata. Le presenze archeologiche poste lungo l’attuale viottolo che giunge sulla sommità del colle ne individuano il tratto iniziale, ma gran parte del tracciato di questo diverticolo non è più individuabile a causa dei terrazzamenti agricoli e dei lavori di cava che hanno alterato l’orografia della zona. La strada sembra successivamente coincidere di nuovo con il viottolo che, in località Costa Capone, fiancheggia una grande villa annessa a un gruppo di mausolei, discendendo poi le ultime balze di Monte S. Angelo per riallacciarsi alla via Cumis-Capuam.

Le ville.

Numerosi personaggi dell’aristocrazia romana acquistarono o costruirono ville ai piedi del Gauro, nella zona oggi detta Rione Toiano[24]. Anche il lato settentrionale del monte divenne sede di lussuose ville, caratterizzate da ambienti utilizzati per lo sfruttamento agricolo del territorio: di tali strutture si conservano alcuni esempi sul Monte Gauro, lungo le diramazioni della via Campana.

Quasi tutte le ville di quest’area presentano strutture murarie in opera reticolata formata da piccole tessere di tufo giallo e giunture regolari (databili dalla seconda metà del I a.C. e il I d.C.).

I mausolei.

La presenza di mausolei in una zona essenzialmente rurale e lontana dalle grandi vie di comunicazione, è un fatto consueto nei Campi Flegrei. Si suppone quindi che i mausolei individuati sul Gauro appartenessero alle famiglie che possedevano proprietà nella zona.

LA PIANA DI QUARTO.

La piana di Quarto, pur periferica nei Campi Flegrei, ha rivestito un ruolo molto importante nell’antichità: tracce di insediamenti preistorici sono state riconosciute lungo le sue pendici e certamente ebbe un precipuo ruolo nelle relazioni con la vicina Cuma. Tuttavia, le testimonianze maggiori sono rapportabili all’età romana, quando l’area, grazie all’apertura della via Campana, vide accresciuto il proprio potere economico e commerciale.

Il modello insediativo e di utilizzo del territorio sembra riconducibile, più che a quello di un vero e proprio centro abitato, con un unico nucleo principale, a una serie di strutture abitative rurali - ville rustiche - disposte lungo i vari diverticoli della Via Campana e a mezza costa lungo le pendici della conca.

Nella zona le attività agricole principali, oltre alla cerealicoltura, erano praticate anche le coltivazioni specializzate – orti, vigneti, frutteti - , come si deduce dalla presenza sul territorio di numerose cisterne, di pozzi e anche di cunicoli scavati nel banco tufaceo per il drenaggio delle acque. Lo smercio dei prodotti agricoli era poi facilitato dal fitto reticolo viario e dalla vicinanza con i grandi mercati (Puteoli e Napoli).

Le costruzioni del territorio di Quarto vennero edificate, sulla base delle tecniche edilizie utilizzate, tra il I a.C. e il II d.C.  avendo, come fase di massimo addensamento,  il primo secolo dell’impero.  

Lungo la via Campana e le sue diramazioni, oltre alle ville, sono stati individuati ed esplorati, mediante recenti ricognizioni sul territorio ed in particolare in occasione dei lavori per la ferrovia circumflegrea, una serie di sepolcreti, di cui andremo ad esaminare i più interessanti dal punto di vista costruttivo ed archeologico.

 Situato ad est della masseria Crisci, lungo via S. Petrillo

Mausoleo in località la Conocchietta.

Lungo il primo tratto di via Grotta del Sole – strada che prosegue sino a Cuma, ricalcando un'antica percorrenza, addirittura anteriore all'apertura della via Consularis Campana – si nota la presenza di alcuni mausolei ben conservati. I due più facilmente raggiungibili si incontrano sulla sinistra dopo ca. 200 metri dal limite di confine tra Quarto e Pozzuoli (località Conocchietta).

Il primo di questi, sito in proprietà privata, è costituito da un basamento quadrangolare, in opera vittata, su cui si innesta un tamburo, anch'esso a pianta quadrangolare. La camera funeraria è ancora interrata sotto l'attuale piano di calpestio, mentre è visibile, all'interno del basamento, un secondo ambiente attualmente adibito a deposito di attrezzi agricoli. Il secondo mausoleo, posto a ca. 100 metri dal primo e visibile soltanto dalla strada, è invece quasi completamente interrato. Se ne può scorgere la cuspide conica, in opera cementizia rivestita dl cocciopesto.

Mausoleo in località Poggio Spinelli.

Situato sempre lungo il confine tra Pozzuoli e Quarto, lungo via Spinelli superato il cavalcavia della linea ferroviaria Roma-Napoli, è la masseria Poggio Spinelli: quest’ultima è un tipico esempio di architettura contadina che riutilizza come cantine elementi pertinenti a strutture romane. Sul lato opposto della strada odierna è invece il mausoleo, unica testimonianza visitabile della necropoli che certo doveva estendersi almeno fino alla linea ferroviaria Circumflegrea.

Si tratta di un mausoleo a due piani, in opera laterizia. In origine la pianta era circolare nella parte superiore, mentre era quadrata quella inferiore; nel vano superiore, con copertura ogivale si aprono 15 nicchiette disposte su due livelli. Il lato orientale, ai piedi della parete, presenta un’apertura rettangolare attraverso la quale si accede alla camera inferiore: originariamente era presente anche una scala, della quale restano solo pochi gradini, che consentiva la discesa. La camera ipogeica all’interno presenta decorazioni in stucco: su ogni parete si apre una piccola edicola circondata da nicchie incorniciate da ovoli e motivi floreali. 

La necropoli di via Brindisi ed il mausoleo a cuspide piramidale.

La necropoli di via Brindisi a Quarto nel corso degli anni ’60 e ’70 fu riportata parzialmente in luce; in precedenza era dunque visibile solo il livello superiore del mausoleo, impiegato come deposito per attrezzi agricoli.

La necropoli è delimitata da una bassa recinzione in opera reticolata ed è composta da tre mausolei funerari con basamento quadrangolare e vano ipogeo, un triclinio all’aperto ed alcuni ambienti di servizio, con due recinti minori.

La fescina.

 Si  tratta di un mausoleo[25] in opera reticolata, composto da un tamburo circolare sormontato da una guglia piramidale a 6 facce[26]. E' costituito da tre ambienti sovrapposti, uno ipogeo, uno al livello del piano di campagna attuale e uno superiore che ha funzione puramente statica, servendo allo scarico dei pesi murali e alla riduzione della massa del conglomerato cementizio usato per la costruzione. Dall'ambiente centrale un'apertura immette nell'ipogeo coperto da volta a botte e interamente rivestito da intonaco bianco. L'ambiente presenta una tipica disposizione a camera triclinare con i tre letti e i rispettivi pulvini per i i rituali banchetti funebri. Attraverso un ingresso arcuato (h m 1,60 largh. m 0,75, spessore m 0,85) rialzato di 0,40 m sul pavimento, si accede alla scalinata protetta da due alti muri di contenimento con gradini alti circa 0,23 m, che faceva superare il dislivello di circa m 0,04 dal piano di campagna. Per le deposizioni erano a disposizione 12 nicchie (h 50; largh. 45; prof. 50 cm.): tre per ognuno dei lati lunghi, tre per la faccia opposta all’ingresso, ma a livello inferiore, el pari delle due ai lati della porta, più un’altra ricavata al livello del pavimento nella banchina di sinistra accanto alla porta. Dall’esame della suppellettile ritrovata, si ritiene che l’ipogeo sia stato utilizzato tra l’età augustea e la fine del I d.C.

 



[1] Le tombe sono coperte da uno strato di pomici che farebbe ipotizzare ad un evento eruttivo precedente all’arrivo dei Greci.

[2] Quando, infatti, il tiranno Policrate impose il suo regime nell'isola, molti aristocratici furono costretti ad abbandonare la patria, dirigendosi in buona parte verso l'Italia meridionale. Non è affatto sorprendente che un gruppo di questi esuli possa essersi diretto verso Cuma, la cui madrepatria Calcide era legata a Samo da antichi vincoli di amicizia, e che in quel l'epoca era retta da un'oligarchia terriera, naturalmente ben disposta verso uomini del la stessa classe. La quasi totale assenza di testimonianze archeologiche databili al periodo precedente l'impianto della colonia romana, pur tenendo conto della profonda opera di risistemazione che il luogo allora dovette subire, pone tuttavia seri dubbi sulla consistenza e la durata dell'insediamento samio. In ogni caso esso deve essere stato di limitate dimensioni e non aver mai avuto statuto di città, come dimostra la mancanza di una propria monetazione. E' probabile perciò che non sia sopravvissuto alle convulse vicende che segnarono il tramonto dell'oligarchia cumana e il sorgere del regime tirannico di Aristodemo.

[3]I Romani, durante la seconda guerra punica, si interessarono della zona per impiantarvi un porto e poi vi dedussero una colonia.

[4] Nel II e nel I sec a.C. le ville, tuttavia, non dovevano ancora essere troppo numerose per via del pericolo della pirateria ma, dopo che Pompeo debellò completamente i pirati, inizia la cosiddetta “voluptas aedificandi” che diede origine a complessi come quello di Baia, non una vera e propria città ma un agglomerato di ville, alberghi e terme, senza edifici pubblici.

[5] Si tratta di cittadelle fortificate sorte su insediamenti romani a seguito delle invasioni barbariche; nei Campi Flegrei vi sono almeno tre importanti castra di questo genere.

Castrum Misenati: ubicato sul promontorio di Misero, nell’area della villa romana di Lucullo. Saccheggiato da Goti e Longobardi, fu definitivamente distrutto dai Saraceni.

Castrum Cumanum: ubicato sull’acropoli di Cuma. Teatro di guerra nel VI d.C. prima contro i Bizantini, poi contro i Longobardi; successivamente occupato dai Saraceni.

Castrum Puteolanum:  occupava il sito del Rione Terra di Pozzuoli.

Castrum Gipeum: situato sull’isola di Nisida.

Castrum San Martini: fondato dai superstiti del distrutto castrum Misenati, è localizzato nell’attuale centro di Monte di Procida

Castrum Tripergolarum: ubicato nel luogo del villaggio di Tripergole, distrutto dall’eruzione di Monte Nuovo.

[6] La menzione è del tutto congruente col racconto omerico : nell’Odissea (XI, 13-9) i Cimmeri vivono ai confini dell’Oceano, presso le case dell’Ade.

[7] Sono numerose infatti le testimonianze degli autori antichi: Pindaro, ad esempio,  nell’”Ode a Pitia” sosteneva che tutto il tratto di mare da Cuma alla Sicilia conteneva del fuoco sotterraneo  ed in profondità era costituito da cave sotterranee, collegate sia tra di loro che alla superficie. Per questo motivo tanto l’Etna, che le isole Lipari, il territorio di Dicearchia, Napoli, il golfo di Baia e l’isola di Pithecusa, avevano la stessa natura. 

 L’attività vulcanica dei Campi Flegrei viene trattata anche nell’opera di Strabone, “La Geografia”: secondo l’erudito all’origine delle modifiche del suolo terrestre, causate da terremoti scatenati da forze endogene, la Sicilia era stata sollevata dal fuoco dell’Etna, allo stesso modo di Pithecusa e delle isole Eolie; inoltre egli riferiva che, secondo le opinioni del suo tempo, la Sicilia e le altre isole erano frammenti strappati al continente, così come le isole di Procida e Pithecusa si erano staccate da Capo Miseno.

[8]  Nelle eruzioni esplosive di tipo “pliniano”, il magma prima di essere scagliato in superficie, viene frammentato ed eruttato sottoforma di scorie, pomici e lapilli. Sono varie le modalità di come il magma venga deposto in superficie: per caduta (i lapilli e le ceneri incandescenti dalla nube ricadono per gravità al suolo); di tipo “stromboliano” (esplosioni intermittenti con lancio di scorie e lapilli alternate a flussi di lava); freatomagmatiche (contatto tra l’acqua e il magma in risalita attraverso il condotto).

[9] Le eruzioni di tipo effusivo sono caratterizzate da una bassa esplosività, con il magma che cola lungo i fianchi dl vulcano; se la lava si raffredda senza riuscire a scorrere può originare cumuli di forma circolare, detti duomi lavici.

[10] La ricostruzione degli eventi vulcanici susseguitisi nell’area dei Campi Flegrei è stata effettuata prendendo come riferimento cronologico – marker stratigrafico -  lo strato della formazione del Tufo Giallo Napoletano, presente omogeneamente in tutto il territorio flegreo

[11] La formazione del Tufo Giallo Napoletano è dovuta ad un’enorme eruzione (50 Km³ di magma su un'area di 350 Km²) avvenuta al culmine di una intensa attività eruttiva precedente all’evento. Ci sono evidenze di uno sprofondamento della parte centrale dei Campi Flegrei lungo linee di frattura che poi costituiranno la via di facile risalita dei magmi che hanno caratterizzato gli ultimi intensi 10.000 anni di attività vulcanica.

[12] Gli studiosi hanno individuato anche una Fase 4 nel suddividere cronologicamente l’attività vulcanica dei Campi Flegrei: L'età assoluta delle formazioni appartenenti a quest'ultimo ciclo partono da 10.000 anni per giungere all'eruzione storica verificatasi nel 1538 del Monte Nuovo.

[13] Gli studiosi non sempre concordano sulla sua classificazione geologica e sulla sua datazione. Per lostudioso Giuseppe De Lorenzo (1904), il quale suddivise la storia geologica flegrea in tre periodi, il Piano di Quarto è un cratere originatosi nel terzo periodo (formazione più antica: 11 mila anni fa), caratterizzato da eruzioni ed esplosioni subaeree di materiale frammentario.Ipotesi completamente diversa quella avanzata da Alfredo Rittmann (1950); per questo studioso, ad una attività altamente esplosiva, verificatasi nel finire del ciclo (36 mila - 11 mila anni fa), seguirono degli sprofondamenti locali (es. Pianura, Piano di Quarto).

[14] Il taglio della Montagna Spaccata presenta una lunghezza di 290 m e per la sua realizzazione furono rimossi circa 220 mila metri cubi di terreno. Inoltre furono rinforzate le parti laterali, alte circa 50 m, mediante muri di cemento armato.

[15] Inerpicandosi tra i colli, settentrionali del piano, attraverso una rapida salita, di circa 800 m, incassata nel banco tufaceo e corrispondente all’odierna via Cupa Orlando.

[16] Naturalis Historia, XVIII, III.

[17] Talvolta eretti come tombe familiari erano più spesso proprietà di associazioni funerarie (collegia funeraticia) i cui membri si assicuravano con una spesa limitata la possibilità di un funerale ela disponibilità di un loculo decoroso.

[18] A causa dello spoglio cui i sepolcri sono andati soggetti sin dalla tarda antichità, ha provocato la scomparsa delle iscrizioni e delle urne cinerarie in terracotta: si ignora quindi chi fossero i committenti delle tombe.

[19] Il primo piano è costituito da una doppia sala con copertura a volta a botte, divisa al centro da due arcate.

[20] Dall'esterno sono visibili le due pareti laterali che definiscono i limiti del colombario: a sinistra il muro perimetrale nord che si appoggia a quello, preesistente, dell'edificio 4; a destra, invece, la facciata m opera laterizia dell'edificio 6, eretto successivamente. La facciata è priva del paramento originario.

[21] Probabilmente questa struttura era analoga a quella della necropoli di Quarto, che spiccava alta e isolata al di sopra del livello della strada,segnalando la tomba che si trovava al di sotto .

[22] Su questo stesso lato si notano alcuni resti riferibili a una scala esterna che conduceva al piano superiore aggiunta forse in una fase successiva.

[23] Il monte, formatosi tra i 10000 e gli 8000 anni fa nella caldera flegrea, è costituito da Tufo giallo del Gauro a più riprese coperto da strati di scorie e lapilli provenienti dalle esplosioni dei crateri vicini (Averno, Senga e Cigliano).

[24] Il toponimo prediale “Octavianus” indica un possedimento fondiario degli Octavii, un’importante gens puteolaana dell’età augustea-giulioclaudia, cui si deve anche la fondazione di un chalcidicum Octavianum nel foro di Puteoli.

[25] GAN 1980 p.

[26] la tipologia della cuspide non trova facili riscontri in ambito flegreo e campano, ma è diffusa invece in età ellenistica nel Mediterraneo orientale, particolarmente in ambito microasiatico e alessandrino. Il prototipo architettonico è rappresentato dal celebre mausoleo d'Alicarnasso del IV sec. a.C. (alto basamento rettangolare sormontato da una peristasi coronata da piramide a gradini), che influenzò numerosi monumenti minori in epoche successive; la ripresa di tale modello nel monumento di Quarto sembra rientrare in un attardamento di tale tradizione. Questo fenomeno ben si colloca nel quadro dei frequenti scambi di natura commerciale e culturale fra Puteoli - divenuta il grande porto di Roma nella prima età imperiale e nel cui ambito territoriale rientrava la piana di Quarto - e il mondo orientale.

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