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AL SILENZIO - uno spazio necessario per ritrovare la nostra identità, per non perderci in sterminati campi incolti dove i sogni,come le piante, inaridiscono e muoiono - TESI DI MATURITA




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Liceo scientifico 'M.Vitruvio Pollione'





AL SILENZIO





uno spazio necessario per ritrovare la nostra identità, per non perderci in sterminati campi incolti dove i sogni,come le piante, inaridiscono e muoiono.








SOMMARIO

PREFAZIONE ……………………………………………….…


INTRODUZIONE: “shhh zitti tutti parla il silenzio” ……………


I.        FISICA:Il suono,le onde sonore e l’impossibilità di silenzio assoluto

II.     ITALIANO: La parola poetica incontra il silenzio : l’importanza dei silenzi nella poesia di Giuseppe Ungaretti.

III.          FILOSOFIA:Il silenzio dell’inconscio:Freud.

IV.          INGLESE: Il silenzio sulla scena teatrale Harold Pinter and Samuel Beckett. “Theatre of the        Absurd”:l’incomunicabilità e il disagio dell’uomo del Novecento.

V.     ITALIANO:L’assenza della parola nei “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”, romanzo di Luigi Pirandello..

VI.          STORIA:Il silenzio di Auschwitz:l’Olocausto.

VII.       Il silenzio di “Marianna Ucria”,film tratto dal romanzo di Dacia Maraini.

VIII.     STORIA DELL’ARTE : “L’urlo” di Munch, un urlo tumultuoso ma silenzioso dell’anima.

IX.          LATINO: Seneca con riferimento alla Lettera a Lucilio LVI(“Il silenzio non turba,anzi favorisce gli studi;invece le passioni turbano gli studi e anzitutto la quiete dell’animo”)

X.     GEOGRAFIA ASTRONOMICA: Il silenzio della notte:luna e stelle.

XI.          EDUCAZIONE FISICA: La mimica,il linguaggio del corpo

XII.       CINEMA: La pantomima di Charles Chaplin,ideatore del cinema muto.

























PREFAZIONE

“E’ AL BUIO ED IN SILENZIO CHE S’ODONO LE VOCI DA FUORI”


La nostra vita scorre in mezzo al chiasso,tra i fiumi di parole spesso inutili che servono solo a

coprire le nostre incertezze e il disagio interiore quando siamo a contatto con gli altri. Ho

sperimentato l’effetto del silenzio su di me, sulle mie sensazioni, sul mio animo nelle lunghe notti

estive, quando nella folla degli incontri pomeridiani lungo la spiaggia, e quando l’aria di

protagonismo degli ospiti e del pubblico si era dissolta lungo la riva verde e spumosa del mare,e le

voci, i discorsi, gli applausi si erano spenti. L’ ho trovato, il silenzio, nel mio giardino, sotto il cielo

stellato, dove in compagnia della luna , che si specchiava nei miei occhi, ho rievocato episodi vicini

e lontani. Ho rivisti i volti di tante persone , ho risentito le loro voci , ho riflettuto sulla vita, sugli

errori commessi per debolezza e sugli errori commessi pur sapendo di sbagliare, sulle paure , sui

sentimenti , sui dubbi che hanno frenato l’azione. Ho segnato su piccoli fogli, che poi si sono

mescolati, tutto ciò che mi è venuto in mente : rimpianti, paure,  riflessioni sulla vita di tutti i

giorni, su questa nostra età tanto progredita tecnologicamente e tanto umanamente regredita.

Queste lunghe notti mi hanno permesso di rivalutare in silenzio: esso solo ci consente

di ritagliare spazi di buonsenso per non essere travolti dal ritmo incalzante

dell’arroganza dilagante, per intrecciare un dialogo sereno con noi stessi e con gli altri.

Bisogna riscoprire, o per meglio dire scoprire, la gioia e il piacere di cercare nelle parole e

nel timbro del suono quell’armonia che da senso , ascoltare l’intervallo , non la nota ma il suo

silenzio;e scoprire cosi’ che è proprio in quel silenzio,in quell’intervallo che la vita assume un

senso.


Ogni suono,infatti,come ogni colore, ha bisogno di un vuoto, di un’ intervallo,di uno stacco per

essere percepito e cosi’ è anche la vita.

Quindi riscoprire il silenzio significa innanzitutto ricostruire un rapporto diverso con il tempo delle

proprie esperienze, con la propria vita.

Un viaggio interiore cullati dal silenzio ma allo stesso tempo dalla voglia di aprirsi con gli altri e

di rendere le attività quotidiane un pò più vuote di parole e un pò più ricche di senso.

Il silenzio ha diversi territori di applicazione dalla letteratura all’arte,dalla musica alla

psicanalisi,dalla geografia all’antropologia,dal cinema al teatro.

Il silenzio è allora quella dimensione che fa affiorare e realizza la comunicazione vera.



Il mistero si rivela a chi sa conservare il silenzio nel seno della parola”(Eschilo)



Il silenzio è una vita interiore,una profondità e una pienezza, un fluire calmo della vita segreta,

segreta forse prima di tutto perché è stata dimenticata. Un oblio dettato dalla rapidità indotta dai

modelli  del ‘bisogna fare e fare in fretta’, che spesso si traducono nella domanda “Che cosa fai di

bello nella vita?”, che ci porta in una corsa che è appunto solo fretta , “mancanza di tempo” ,

contro la qualità e la profondità dei rapporti. A meno che non si dia il tempo della riflessione e  del

silenzio. Solo allora , tra parola e silenzio, non c’è opposizione: il silenzio è ciò che consente di

immergerci nella visione del mondo di chi parla e di accoglierla, che aiuta a trovare un terreno

comune per incontrare l’altro.

Per questo ho voluto fare un piccolo excursus , aprire una piccola finestra tra le diverse concezioni

del silenzio, per cercare non certo un punto di incontro, ma un punto di partenza. Per me.






INTRODUZIONE



…SHHHH…

TUTTI  ZITTI PARLA IL SILENZIO




Parliamo tanto, e con tanti, che non ascoltiamo più.

E molti segnali dicono che uno dei principali bisogni di oggi è il silenzio.


“Cosa cerca chi fugge?”    - “il silenzio per ascoltare se stessi”.

Troppe urla, rumori : più si parla e meno si dice. C’è voglia di silenzio: lo si capisce da tanti

segnali, il più recente è il successo di film praticamente muti , come quello sulla marcia dei

pinguini, o l’altro, rivelazione a Berlino, sulla vita dei monaci Circestensi.

Non perché si parli poco, ma perché probabilmente si parla troppo, abbiamo finito col

chiacchierare a senso unico, abbiamo cioè detto troppo noi, come singoli e come civiltà , ma poco

spazio abbiamo lasciati agli  altri e alle loro civiltà, con il risultato che non conosciamo né noi

stessi e la nostra storia, perdendo la nostra stessa identità, né gli altri.

Oggi non si conversa, si grida per imporre le proprie parole su quelle altrui;ed è cosi’ in

televisione ma anche in politica, in tram e magari a casa.

La nostra vita ,come la radio , non sopporta più il silenzio ; se non c’è nulla da dire, pubblicità!

E, paradossalmente , mai si è parlato tanto di incomunicabilità.

Forse, nel gran rumore riusciamo ancora ad ascoltare gli altri; ma non a coglierne i silenzi.

Ci sono coniugi, genitori e figli, che si dicono tutto, ma che non si conoscono. Alle parole non

segue il tempo di misurarle, macerarle ,chiedersi: Perché lo dice a me? Perché ora? Perché con

quel tono? E cosa non mi dice? Neppure si riesce ad ascoltare se stessi: cosi’ impegnati nelle

nostre futilità quotidiane. Ma ogni tanto avvertiamo l’incompiutezza. Un’ombra negli occhi dei

genitori, una ruga ignorata sul volto di nostra madre, il sospiro represso di un amico ci inducono

ad interrogarci. E vuoi fermarti, far tacere il rumore , mettere ordini nei sentimenti. Scopri che

quando chiedesti : “Dicevi?”, e la risposta fu: “No,niente”, perdesti qualcosa di importante da

dare. O da avere.








Il silenzio
di Garcia Lorca



Odi, figlio mio, il silenzio.
E' un silenzio ondulato,
un silenzio,
dove scivolano valli ed echi
e che inchina le fronti
al suolo








UNA FINESTRA PER MIRARE GLI ORIZZONTI

DEL SILENZIO…




i sono tutte le varie forme possibili del silenzio. C’è un silenzio di chiusura, un silenzio di

riservatezza, un silenzio di mortificazione, un silenzio di minaccia, un silenzio di collera, un

silenzio di rancore. Ma c’è anche un silenzio dell’accettazione, un silenzio della promessa, un

silenzio della donazione, un silenzio del possesso, un silenzio mutilato della parola. C’è un silenzio

che porta il peso di tutti i ricordi senza evocarne nessuno, un silenzio che prende in esame tutte le

possibilità senza preferirne nessuna. C’è un silenzio pesante che mi opprime in tal modo che la più

piccola parola sarebbe per me una liberazione, c’è un silenzio fragile di cui temo la rottura, c’è un

silenzio in cui ringhia una ostilità irritata dal non trovare mezzi abbastanza forti per manifestarsi,

c’è un silenzio dell’amicizia piena, felice di aver superato tutte le parole e di averle rese inutili. C’è

il silenzio dell’ammirazione e quello del disprezzo. C’è un silenzio che si origina ora

nell’indifferenza ora dal partito preso. E’ un rifiuto a socializzare con un altro essere o, e ciò

è ancora più grave ,una certa incapacità di farlo.

C’è un silenzio “esteriore” e anche un silenzio “interiore”. Il silenzio può essere espressione di

uno “stato interiore”. Il silenzio delle labbra, aspetto esteriore, superficiale e formale, può

nascondere ,a volte, un frastuono, uno strepito, un rumore interno, perché :




“Non si ha sempre bisogno di parole d’amore per parlare d’amore”

Ed infine, quando il silenzio si scompone in parola, allora il valore della parola cresce sino a

raggiungere le vette più alte, poiché non è parola che si libri leggera e vana nel vento, ma è

roccia su cui costruire dialogo, è fame di vento, è quel suono che riesce a penetrare nel nostro

animo, lasciando un’orma indelebile del suo passaggio.





Un giorno i suoi discepoli chiesero insistentemente a Buddha un discorso: questi, si alzò in piedi, in silenzio, tenendo in mano un fiore, senza proferire verbo. Fu quello il famoso “sermone del fiore”, da cui originò il buddismo zen, quale grande scuola di silenziosa spiritualità.

Parola e silenzio vivono nella nostra società occidentale post-moderna uno scisma all’apparenza irreparabile. Nell’affermazione assoluta della parola, spesso urlata e prolissa, si perde nel rumore di fondo del nostro tempo frenetico, l’intima connessione con il significato profondo delle cose che sta in qualche zona anteriore alla pronuncia dei loro nomi; appunto, in un silenzio primigenio dove la parola non ha ancora brutalizzato, con la volontà di dominio che attraverso di essa le culture storiche hanno espresso, il senso ultimo delle cose. Nella foga e nel profluvio di parole, abbiamo perso la capacità di ascoltare - nella dimensione incorrotta del silenzio - i suoni del mondo. In una società in cui le parole sembrano confondersi in suoni indifferenziati,mi sembra che il silenzio sia la possibilità della nostra comunicazione, di mettersi in relazione con l’altro,di accoglienza. La parola infatti ha bisogno dell’interrogazione,del risuonare nel silenzio,perché solo nel silenzio può essere accolta come una semente e meditata,altrimenti si vanifica in brusio,rumore. Quindi ripartiamo dal silenzio, dall’essenzialità delle cose, dall’espressività di un gesto, la complicità di uno sguardo, la necessità di pensare e non dire; tentiamo le impervie strade per riportare la parola alla sua origine nel silenzio. Troveremo questa strada? Forse, una possibile risposta è racchiusa in quel sermone silenzioso del fiore, con il quale la società occidentale dovrà prima o poi confrontarsi.”




“ IL SILENZI0 COME COSCIENZA DEL SUONO ”

IL SUONO



Caratteristiche generali


Il suono è un’onda elastica (ha bisogno di un mezzo per propagarsi), longitudinale

(la perturbazione avviene parallelamente alla direzione di propagazione); per la sua

esistenza sono dunque necessari una sorgente (corpo vibrante) e un mezzo elastico

di propagazione (aria,acqua,ecc..).



Il suono è ,quindi, un modo di trasmissione di energia meccanica che, irradiandosi

dalla sorgente attraverso il mezzo di propagazione , arriva ai corpi riceventi.



La perturbazione che viaggia sul mezzo consiste , fisicamente, in un susseguirsi di

pressioni e depressioni e,quindi, in un’oscillazione ogni particella in vibrazione

attorno ad una sua posizione media fissa.




Grandezze fisiche





Periodo ( T )


E’ l’intervallo di tempo necessario per compiere una vibrazione completa.

Si misura in secondi ( s ).



Frequenza ( f )


E’ il numero di vibrazioni complete che avvengono in un secondo. Si misura in hertz ( Hz ).

Il “range” di udibilità dell’orecchio umano è compreso tra i 20 e i 20000 Hz.


Ciò significa che , pur esistendo onde sonore che si propagano a frequenze più basse (infrasuoni) o

più alte (ultrasuoni), noi non possiamo percepirle.


Lunghezza d’onda (l )

E’ la distanza percorsa dall’onda in un periodo.
Perciò, se 'v' è la velocità di propagazione ,
= v . T oppure  = v / f
Si misura in metri ( m ). 


Ampiezza

L’ ampiezza dell’onda rappresenta lo spostamento massimo delle molecole d’aria che oscillano intorno alla posizione di equilibrio al passaggio della perturbazione acustica.

All’aumentare di questo spostamento aumenta la forza con cui le molecole colpiscono la membrana timpanica e, quindi ,l’intensità del suono che percepiamo.



Velocità di propagazione 

E’ la velocità con cui il suono si propaga nel mezzo attraversato e dipende dalla densità dello stesso e dal modulo di compressione ( K = Costante ) ;il modulo di compressione, può descrivere a livello macroscopico ,la forza di legame tra le molecole di un materiale.

L’ unità di misura di ' K ' si ricava dalla formula :

V P

V          K

Dove il primo membro non ha dimensioni, essendo il rapporto di volumi ,e così deve succedere per il secondo.

Allora ' K ' ha la stessa unità della pressione, che nel S.I. è N / m2

La velocità di propagazione del suono dipende dalla radice quadrata del rapporto fra  K e la densità del mezzo

Nella tabella sono riportati i valori di 'v' per alcune sostanze.



Sostanza

V (m/s )

Aria


Anidride Carbonica


Alcool Etilico


Acqua


Rame


Ferro


Vetro









 Caratteristiche del suono


Altezza

L’altezza (o Acutezza) e’ la caratteristica che determina l’elevazione di un suono dovuta alla rapidità delle vibrazioni che lo producono e ci consente di distinguere i suoni acuti da quelli gravi.

Essa cambia a seconda della frequenza a cui l’ onda vibra.

Al crescere della frequenza corrisponde l’ aumento dell’ altezza.

Onde sonore aventi uguali ampiezza ma frequenza diversa generano suoni di diversa altezza.


Intensita’

L’ intensita’ (I) e’ definita come il flusso medio di energia che, nell’ unita’ di tempo, attraversa un superficie di area unitaria disposta perpendicolarmente alla direzione di propagazione.

E’ la grandezza che permette di distinguere i suoni deboli da quelli forti, un suono e’ tanto piu’ forte quanto maggiore e’ l’ ampiezza delle oscillazioni della sorgente che lo genera.

Tenendo presente il carattere tridimensionale delle onde sonore, l’ intensita’ (I), viene definita:

I = E tot / S · t = W / 4 · · r²

Dove W indica la potenza (W = E / t) ed E indica la quantita’ di energia emessa dalla sorgente e trasportata dall’ onda.

E = K · f ² · A² (joule)

L’ intensita’ si misura in Decibel (dB ).

dB =10 . log 10 ( I /IO )

Dove I0, è il valore d’intensità per cui la sensazione fisiologica è nulla:

I0 = 10-12 W/m2

La scala delle intensita’ è logaritmica, percio’ ogni incremento di 10 dB corrisponde ad un aumento in intensita’ di un fattore 10: Il fruscio delle foglie, infatti, e 10 volte piu’ intenso dei mormorii.


Timbro

Il timbro rappresenta la qualita’ del suono e dipende essenzialmente dalla forma d’onda dello stesso.

Permette di distinguere suoni emessi da sorgenti diverse, anche se essi hanno la stessa frequenza e la stessa intensita’.


Fenomeni connessi con la propagazione delle onde sonore


Riflessione

Fenomeno che si verifica quando un’onda(sonora, per esempio)incontra un ostacolo e torna indietro dalla parte da cui proviene.

Leggi della riflessione

-1) L’angolo di incidenza(i) e l’angolo di riflessione (r)sono uguali

- 2) L’angolo di incidenza(i) e l’angolo di riflessione (r )sono complanari

Un esempio di riflessione delle onde sonore e’ il fenomeno dell’ECO che si verifica quando un osservatore emette un suono trovandosi di fronte ad un ostacolo in grado di riflettere le onde incidenti, per cui percepisce lo stesso suono due volte (l’onda diretta e quella riflessa).

Il verificarsi dell’eco e’ comunque vincolato alla capacita’ dell’orecchio umano di separare due impulsi sonori in successione .Questa capacita’ si chiama 'potere separatore 'ed e’ dell’ordine di 1/10 di secondo.

Poiche’ la velocita’ del suono nell’aria e’ circa 340 m/s , in 1/10 di secondo il tratto percorso e’ 34 metri , per cui il fenomeno ha luogo solo quando la parete riflettente e’ posta ad una distanza minima di 17 m dall’osservatore, tenuto conto che il suono deve percorrere il cammino in andata e ritorno , prima di arrivare di nuovo all’orecchio.



Se questa condizione non e’ soddisfatta si ha il fenomeno del RIMBOMBO (sovrapposizione di suoni).

Rifrazione

Il fenomeno consiste in un cambiamento di direzione di propagazione dell’onda quando questa attraversa la superficie di separazione di mezzi di densita’ diversa .

Questo cambiamento dipende dal rapporto fra le diverse velocita’ di propagazione dell’onda nei due mezzi.

Leggi della rifrazione:

1) sen i/sen r = v1/v2 = K

2) L’angolo di incidenza ( i ) e l’angolo di rifrazione ( r )sono complanari.

Assorbimento

Il fenomeno consiste nel fatto che parte dell’energia trasportata dall’onda viene assorbita dall’ostacolo e si trasforma in calore .

Diffrazione

Il fenomeno della diffrazione delle onde sonore fa parte della nostra esperienza quotidiana .Stando in un una stanza siamo in grado di sentire una persona che parla nel corridoio vicino.

Questo avviene perche’ la lunghezza d’onda del suono emesso dalla voce umana e’ dello stesso ordine di grandezza degli ostacoli che incontra sul suo cammino .

Nel punto in cui l’onda incontra l’ostacolo si generano onde sferiche che si propagano in tutte le direzioni permettendo al suono di giungere in punti che si trovano dietro l’ostacolo.

Risonanza

Il fenomeno si verifica quando ad un sistema vengono trasmessi impulsi con frequenza uguale alla frequenza di vibrazione del sistema stesso , di conseguenza esso oscilla con oscillazioni di ampiezza massima.

Interferenza

Il fenomeno consiste nell’effetto prodotto dalla sovrapposizione di due o piu’ onde che si propagano simultaneamente nello stesso mezzo , per cui lo spostamento in un dato punto e in un certo istante e’ pari alla somma vettoriale degli spostamenti prodotti dalle onde componenti in quel punto e in quell’istante.

Si ha interferenza costruttiva quando gli spostamenti hanno lo stesso verso e si ottiene un’onda di ampiezza maggiore di quelle dovute separatamente a ciascuna onda , viceversa si ha interferenza distruttiva quando gli spostamenti hanno verso opposto e si ottiene un’onda di ampiezza minore di quelle delle onde componenti. 

Battimenti

Il fenomeno dei battimenti si ha quando interferiscono due onde di frequenza leggermente diversa. Se si tratta di onde sonore i battimenti consistono nella percezione di un suono di intensita’ variabile che raggiunge un massimo ad intervalli di tempo uguali.

Consideriamo,ad esempio, due onde della stessa ampiezza inizialmente in opposizione di fase , le cui frequenze differiscono di 2 Hz , che si sovrappongono nella stessa regione di spazio.

  Il risultato e’ il processo di battimenti caratterizzato da un suono di intensita’ variabile che raggiunge il massimo con frequenza pari alla differenza delle frequenze delle onde emesse dalle due sorgenti.








“Il suono fisico prelude un sussulto,uno strepito interiore;poiché ogni onda sonora pur se di intensità labile e irrilevante può fare vibrare la corda sottesa del nostro cuore proprio come la parola poetica. La parola di Ungaretti nasce dalla ricerca disperata del senso della vita, della Verità o per meglio dire di frammenti di Verità, è una parola nascosta che emerge dal silenzio,come un abisso.”




GIUSEPPE UNGARETTI

I Giorni e le Notti

suonano


in questi miei nervi d'arpa

Vivo


di questa gioia malata

d'universo


e soffro

per non saperla accendere       

nelle mie parole


(Poesie Disperse)
-G. Ungaretti-


Con questa poesia Ungaretti evidenziava la sofferenza del non riuscire a dire quello che avrebbe desiderato. Cerca di fissare i suoi pensieri con le parole e il non esserci riuscito gli provoca tensione e dolore. Il silenzio percepito quindi come un qualcosa di frustrante che provoca rabbia e amarezza. 'Gioia malata d'universo': è così che Ungaretti vuole chiamare la poesia, o meglio quella tensione spasmodica di ogni fibra che ne è alla genesi, che ne è la molla. E' malata perchè condannata da principio a non poter mai stringere il proprio oggetto. E' malata perchè nasce dalla privazione. La Poesia non stringe nulla, si protende fino allo spasimo e può solo sfiorare l'oggetto agognato, può solo sfiorare qualcosa che è inaccessibile. Tra uomo e natura, tra verità e parola pare qui sussistere una frattura, un abisso incolmabile.



Dichiarazione di poetica è la poesia Commiato all’interno della raccolta del 1931:


Gentile

Ettore Serra1

poesia

è il mondo l’umanità

la propria vita

fioriti dalla parola

la limpida meraviglia

di un delirante fermento


Quando trovo

in questo mio silenzio

una parola

scavata è nella mia vita

come un abisso


1. Ettore Serra: l’amico ufficiale, conosciuto al fronte, che patrocinò la pubblicazione nel 1916 del Porto Sepolto.


In questi versi, la poesia è sia un momento di verità generale ( «mondo l’umanità» ), sia una rivelazione per l’uomo singolo ( «propria vita»; «mia vita» ). È infine messa in risalto la valorizzazione della parola quale ritrovamento prezioso ed eccezionale di senso e di verità nel silenzio che caratterizza solitamente la vita.

Tra il testo, frantumi di un discorso non pronunciato e non pronunciabile, unità logicamente indipendenti ma interrelate fra loro analogicamente, e la pagina bianca su cui esso si proietta si istituisce dunque una relazione essenziale. Parola e bianco tipografico, parola e silenzio interagiscono fra loro arricchendosi reciprocamente di significato. Le parole acquistano una sonorità, un eco, una pregnanza di senso che la collocazione all’interno di un discorso logicamente formulato e articolato potrebbe far loro perdere. Ma anche gli spazi vuoti, e cioè i silenzi, che scandiscono parole isolate, si caricano di tensione e quindi di significato; anch’essi vanno “letti” e interpretati, perché stimolano più che mai in passato la cooperazione del lettore , chiamato a proiettarvi sensazioni, intuizioni, emozioni inespresse e pur necessarie perché il testo agisca come deve agire(nelle sue pubbliche letture Ungaretti medesimo era abilissimo nel caricare di senso la singola parola, il singolo fonema, i silenzi stessi). In questa interazione, consapevolmente ricercata e messa in atto, fra parola isolata e spazio bianco, fra parola pronunciata e silenzio sta il potenziale evocativo elevatissimo della lirica del primo Ungaretti.

Alla scarnificazione del discorso logico,sostituito da più labili ed essenziali legami analogici corrisponde dunque una concentrazione e un’intensificazione del senso, che è in assoluto l’ideale supremo della lirica. Infatti il primo fatto destinato a colpire noi lettori dell’Allegria sono i cosiddetti “versicoli”, e cioè la rarefazione delle parole sullo sfondo della pagina bianca e la frantumazione dei versi tradizionali, ridotti sovente a brevissimi sintagmi, a parole singole. Quello dell’Allegria è un vero e proprio linguaggio di straordinaria intensità ed essenzialità lirica, in cui le rare parole si stagliano sullo spazio bianco della pagina con intensità e forza evocativa analoga a quella con cui la parola originaria e “autentica” si stagliava nel silenzio. L’obiettivo , ma in gran parte anche il risultato, è dunque la riconquista di un significato autentico ed essenziale( più pagina bianca che pagina scritta) dopo l’orgia di retorica della poesia dei vari poeti-vati, ma anche dopo il profluvio verbale delle avanguardie. Ma la poesia di Ungaretti si nutre anche di una varietà di toni che va dal balbettio al grido, di un lessico ora realistico e crudo ora intimistico e sfumato, di sonorità ora dolci ora aspre e scabre, e di una sintesi tra potenza evocativa e nitidezza di contorni, che ne fanno cosa nuova.


Scriveva Ungaretti: «Se il carattere dell’800 era quello di stabilire legami a furia di rotaie e di ponti e di pali e di carbone e di fumo – il poeta d’oggi cercherà dunque di mettere a contatto immagini lontane, senza fili. Dalla memoria all’innocenza, quale lontananza da varcare; ma in un baleno». In queste parole troviamo alcuni termini essenziali per intendere la natura del suo linguaggio poetico: se la «memoria» è il carico dei ricordi personali e storici che l’uomo porta con sé, e che lo collegano alla dimensione contingente della vita, l’«innocenza» rappresenta la ricerca di una purezza edenica, la riconquista dell’identità perduta, che metta l’uomo a contatto con la dimensione originaria dell’essere. Ma la «lontananza da varcare» deve essere bruciata «in un baleno», proprio per liberarsi di ogni impurità portando il contingente nella sfera dell’assoluto. Di conseguenza, la poesia assume un valore religioso e metafisico, perché diventa il luogo di incontro tra storia e assoluto, individuale ed universale.

E per poter fare ciò, la poesia si colloca nella zona oscura di confine che sta a ridosso dell’inconoscibile e dell’inesprimibile. Fondamentale, in questo senso, è il culto della parola, che è caricata al massimo di tensione espressiva. La parola isolata nel bianco tipografico della pagina è la parola carica di senso che il poeta cerca di far uscire dal silenzio della vita per esprimere l’assoluto. Si esprime così la fiducia nel potere della poesia quale rivelazione della verità per mezzo della ricerca sulle parole. La parola assume il valore di un’improvvisa e folgorante illuminazione: essa si identifica con l’attimo in cui, attraverso l’immediatezza del rapporto analogico, la poesia sfiora la totalità e la pienezza dell’essere. La parola viene fatta risuonare nella sua autonomia e nella sua purezza o, se si vuole, nella sua innocenza, inserita in versi brevi o addirittura isolata fino a farla coincidere con la misura del verso stesso, quasi per collocarla nel vuoto e nel silenzio, oltre ogni rapporto contingente con la realtà.

La poetica ungarettiana dell’attimo si fonda sull’autobiografismo da cui trae i temi principali dell’esordio letterario: il deserto, il viaggio, il porto, il miraggio… Ma fu l’esperienza della I Guerra Mondiale a segnare il suo stile essenziale e a portare a maturazione questa prima ricerca poetica dell’attimo: la guerra costringe a vivere nel precario confine tra la vita e la morte, dove ogni cosa può rovesciarsi nel suo opposto e scomparire per sempre all’improvviso. Essa priva il soldato della sua identità, rendendolo anonimo e sradicandolo dalle sue origini. La poesia così diventa anche ricerca di una nuova identità, l’identità del soldato in trincea condiviso da molti uomini al fronte. Si può parlare allora di unanimismo ungarettiano, ovvero della realizzazione dell’uomo singolo, il poeta, attraverso una condizione comune a tanti.




SILENZIO
da L'ALLEGRIA - IL PORTO SEPOLTO

Conosco una città
che ogni giorno s'empie di sole
e tutto è rapito in quel momento
Me ne sono andato una sera
Nel cuore durava il limio
delle cicale
Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi
nell'aria torbida
sospesi


Mariano, il 27 giugno 1916



Silenzio è l'epifania improvvisa di un passato solare che nasce sullo sfondo buio del presente, un presente di pena e desolazione (siamo nel pieno della guerra, Veglia è di sei mesi prima). La città natale dove il sole rapisce e smemora era percorsa dal «limio delle cicale» che «durava» e dura «nel cuore» di chi si è allontanato. Forse questo suono che la memoria rievoca sorge dal silenzio (silenzio materiale? silenzio interiore?), come la luce dal buio. Ma la lirica, che si apre affermativamente e quasi ottimisticamente («conosco una città») nel segno del passato ritrovato, progressivamente, sovrapponendosi la memoria dolorosa del distacco dalla città solare, si viene accostando al presente: la città, nel ricordo, svanisce alla vista dell'emigrante («ho visto / la mia città sparire»), lasciando come ultimo segno di sé dei lumi sospesi nella foschia. E forse il movimento designa anche il processo presente dello svanire del ricordo (e quindi di nuovo, come allora, della città solare) e il «sospesi» con cui si chiude il componimento può caricarsi di significati nuovamente inquietanti.

“Come Ungaretti riesce a far brillare la sua parola scavando dentro se stesso,così Freud riesce a dar voce ai silenzi dell’inconscio mediante la psicanalisi, che permette il “riemergere” di contenuti in qualche modi rimossi,ignorati,repressi o sconosciuti che giacciono silenziosamente in noi,condizionando le nostre azioni quotidiane.”


I SEGRETI NASCOSTI NEL SILENZIO DELL’INCONSCIO

*FREUD E LA PSICANALISI*



La grande rivoluzione operata da Freud riguarda proprio la scoperta dell’inconscio,lo spazio più intimo della nostra realtà interiore;egli dimostra infatti che,accanto alla sfera della coscienza,c’è nell’uomo quella dell’inconscio,che rappresenta “il campo delle idee” che rimangono al di fuori di essa pur condizionandola. Esso è caratterizzato da tutti quegli elementi psichici presenti alla mente,ma in forma latente e silenziosa.

Secondo l’immagine dell’uomo e dell’Io tradizionale la sfera della psiche si identificava con quella della coscienza, in grado di esercitare un dominio sugli istinti e di svolgere le mansioni di motore delle azioni. A parere di Freud, invece, per spiegare i fenomeni psichici bisogna tener conto della distinzione tra un livello conscio e uno inconscio e attribuire a quest'ultimo un'azione causale sul primo; da questo deriva che i moventi del comportamento umano, sia normale sia patologico, hanno la loro ubicazione più che nella zona trasparente della coscienza, nel profondo dell'inconscio.

La sfera inconscia ha come un’anticamera che Freud definisce preconscio in quanto i suoi contenuti,pur se latenti,possono diventare coscienti;l’inconscio vero e proprio,invece,è costituito da tutti quei fatti psichici incapaci di tornare soli alla coscienza,ma che sono dinamicamente incoscienti,cioè attivi.

Freud si propone di lavorare su un piano psicologico e il concetto fondamentale che emerge da questo nuovo lavoro è quello di rimozione : esso implica che determinate situazioni conflittuali che, proprio perchè tali, sono pesanti per la coscienza, vengano 'rimosse', senza però esser fatte sparire del tutto; vengono cioè nascoste e collocate in quel vastissimo serbatoio della psiche che freud chiama ' l'inconscio '. Esistono dunque cose che la nostra psiche tende a considerare da evitarsi a livello conscio e per questo motivo le rimuove, ma questa rimozione crea disagi che si manifestano in estrinsecazioni psichiche e psicosomatiche che scaturiscono appunto da conflitti psicologici irrisolti che, per poter essere curati, devono in qualche misura essere fatti emergere e dal fatto stesso di prenderne coscienza, magari dolorosamente, nasce anche la cura.

Ma come é possibile forzare la barriera data dalla rimozione, arrivare all'inconscio, ricostruendo il passato rimosso, e curare la nevrosi? Per Freud questa via d'accesso é data dall' analisi dei derivati dell'inconscio,essa si effettua tramite la tecnica delle associazioni libere , la cui regola fondamentale consiste nell'incitare il paziente a dire tutto quel che gli viene in mente e che egli collega immediatamente a parole, immagini di sogni e rappresentazioni in generale, senza tralasciare nulla, nemmeno ciò che può sembrargli irrilevante, ridicolo o spiacevole. Il fine é principalmente quello di eliminare qualsiasi selezione volontaria di pensieri e, dunque, le resistenze messe in opera dal paziente; e Freud mette in evidenza anche l'importante ruolo svolto dalla relazione affettiva che si crea tra l'analizzato e l'analista, ossia dal transfert , nell'indurre il nevrotico a lasciare le sue resistenze, cioè tutto quel che nei suoi discorsi e nei suoi gesti gli impedisce di accedere a quei conflitti psichici, di cui non ha coscienza ma che generano la nevrosi.

La scoperta dell'inconscio è stata una grande rivoluzione culturale: essa ha avuto – secondo il parere dello stesso Freud – un'influenza pari a quella esercitata dalle scoperte di Copernico e di Darwin. Copernico,Darwin e Freud: sono queste le tre tappe fondamentali di un percorso che vede la progressiva crisi della centralità dell'uomo nell'universo. Innanzi tutto Copernico: egli, elaborando un sistema eliocentrico e sostituendolo all'antico sistema geocentrico, ha decentrato l'uomo, ponendolo su un pianeta che non è più il centro del cosmo. Abbiamo poi Darwin, che con la teoria evoluzionistica ha sollevato l'ipotesi che l'uomo sia il discendente di esseri diversi da lui (la scimmia): ammettendo tale teoria, viene meno la tradizionale scissione qualitativa interposta tra l'uomo ed il non-uomo. Poi vi è appunto Freud. Con Freud ci si rende conto che la facoltà più importante, più influente, non è l'intelletto, non è l'io cosciente – come si era da sempre ritenuto – : ci si rende conto che l'uomo non è padrone neppure di se stesso, perché in realtà è dominato dall'inconscio (unbewusst), ossia da quell’intreccio di pulsioni irrazionali di cui non siamo consapevoli. In conclusione Copernico, Darwin e Freud espropriano l'uomo delle sue caratteristiche tradizionali – centralità nel creato, differenza rispetto agli altri animali, primato della ragione.

La psicanalisi costituisce una svolta radicale nel campo delle scienze umane ed ha esercitato un ruolo determinante nella civiltà e nella cultura contemporanea;con essa infatti riaffiorano alla mente tutti quei segreti(immagini,ricordi,pensieri,esperienze) che sono nascosti silenziosamente nel nostro inconscio e che ritornano a galleggiare in balia della nostra psiche con delle parole, necessariamente autentiche,non mediate da sovrapposizioni,ma tali da rievocare inconsciamente le emozioni originali.









“C’è anche il silenzio dell’incomunicabilità, che riusciamo a cogliere nei personaggi messi in scena da Samuel Beckett e Harold Pinter,due drammaturghi del Teatro dell’Assurdo.”


THE THEATRE OF ABSURD

BECKETT AND PINTER: THE IMPOSSIBILITY OF COMMUNICATION







In Europe soon after the World War Two began to developed a theatre of protest and Paris became the meeting place for a group of playwrights of different places.

The literary critic Martin Esslin applied the term 'absurd' to the works of a group of dramatists who emerged in the 1950s: the Irish writer Samuel Beckett, the Roumenian Eugène Ionesco, the Frenchman Jean Janet, the Englishman Harold Pinter.

Although these writers formed neither a movement nor a school, they shared many ideas and attitudes in relation to life and to the theatre.

They had in common the experience of World War Two and the shock provoked by the revelation of the atrocities of the Nazi concentration camps,of the gas chambers and the atomic holocaust of Hiroshima. In fact the vision of life that they all usually proposed was that of a man trapped in a hostile universe,who has no change of happiness and who is destined to disgregation,both physical and spiritual,and to silence.

The theatre of Absurd expressed a sense of confusion and despair at the lack of meaning of the world and the emptiness which was caused by the disappearance of a well defined system of beliefs and values. A world illogical and absurd needs to be represented through a new dramatic syntax and the language can no longer secure communication.


“Every word is like an unnecessary stain upon silence and nothingness”

(Samuel Beckett)



In Beckett’s works the two antithetical elements:silence and words are particular stressed; for example in “Waiting for Godot” dialogue is only sketched and each character appears to be perfectly aware that the words, which he produces, are just a way to fill his endless waiting. Another device used to show the lack of communication of characters is the use of as pauses, silences, repetitions and gags.

About incommunicability Beckett himself wrote: “ There is no communication because there are no vehicles of communication. Even on the rare occasions when word and gesture happen to be valid expressions of personality, they lose their significance on their passage through the cataract of the personality that is opposed to them”

Beckett has said that silence flows between the words of his works like water into a sinking ship, so the words emanate from silence, return to it.

Besides in his works just as there is an intrinsic tension between silence and words, so there is an intrinsic tension between immobility and movement; in fact the play “Waiting for Godot” has no action, since the static situation of waiting is described and it has no dialogue in the conventional sense, since the characters are unable to provide each other with information either about their present situation, or about their recent experience and current events in the world outside.



“Waiting for Godot” represented the absurdity of the human condition and the only possible reality for the two tramps, Vladimir and Estragon,is endless waiting.


Also Harold Pinter in his plays recreated the everyday conversation with pauses, silences, evasiveness in the dialogue, repetitions, banalities, contradictions, colloquialisms and slang. Some critics labelled “Pinteresque” this language. Silence is an essential part, the climax of his use of language; his dialogues often consist of one character doing most of the talking while the other is largely silent. Pinter distinguishes between two kinds of silence:”One when no word is spoken. The other when perhaps a torrent of language is employed”. According to this view, speech becomes a sort of screen man uses to conceal his vulnerability.

Of all Pinter’s works “Silence” is the most lyrical, but also the most mysterious and difficult. In Silence, the characters are also- except in the flashback dialogues-physically separated. In fact in this play there are three characters, sitting in three different spots on the stage, that alternate present-day monologues and memories of the past.


         



Silences and pauses are employed by the playwright as a means of communication or to express a refusal to communicate, in fact in his works we find characters unable to communicate, who nevertheless seem to achieve the impossible by using Pinter’s language.

“Nel protagonista pirandelliano Serafino Gubbio oltre all’impossibilità di comunicare c’è una vera e propria rinuncia definitiva a farlo.Egli diventa così,muto e impassibile,

una mano che gira una manovella.”


*LUIGI PIRANDELLO*

I QUADERNI DI SERAFINO GUBBIO


L'impotenza di Serafino Gubbio operatore, nel filmare la vanità delle forme riprodotte dal cinema

Le tragedie del vivere e la rinuncia definitiva a comunicare


I 'Quaderni di Serafino Gubbio Operatore' è sicuramente uno dei romanzi più originali dell’intera produzione pirandelliana; con la prima edizione di questo romanzo siamo nel 1915, quando incombono minacciose sul nostro orizzonte le macchine belliche e sarà proprio questa l’intuizione–base del romanzo: il mutamento prospettico indotto nell’uomo moderno dalla macchina in particolare, la sostituzione della parola da parte della macchina cinematografica. Pirandello non condivide la mitologia tecnologica dei suoi contemporanei: un segnale del suo pensiero ci viene proprio in apertura di romanzo, dalle considerazioni d’esordio di Serafino: 'Mi domando se veramente tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in giorno sempre più si complica e si accelera, non abbia ridotto l’umanità in tale stato di follia, che presto proromperà frenetica a corrompere e a distruggere tutto.' Da queste parole emerge il presagio funebre di una terra devastata dalla follia distruttiva dell’uomo macchina.

Come in uno specchio, la storia di cui Serafino è testimone e confidente,si duplica in quella che Serafino riprende sul set cinematografico, e proprio nel soggetto cinematografico, è già in luce il drammatico finale della vicenda reale, prevedendo che uno dei corteggiatori della protagonista, spari a bruciapelo su un rivale che cadrà giù morto. Ci troviamo di fronte ad un romanzo allo specchio in cui l’effetto della drammaticità si ottiene per mezzo del cinematografo. La contiguità tra vicenda narrata e filmata esplode nel finale, dove la tigre destinata ad essere sacrificata , prenderà la sua rivincita entrando da 'protagonista

nella vita reale degli attori e partecipando ad ambedue i versanti:della vita narrata e di quella filmata '. In tutto ciò la

scrittura di Serafino funge da specchio del disordine esistenziale,partecipante del Caos, e si muove avanti e indietro nello spazio e nel tempo seguendo il corso dei pensieri dell’io che scrive.






Il filo conduttore che lega i vari quaderni di Serafino è quello meditativo delle riflessioni dell’io narrante che, infatti, può permettersi di interrompere la narrazione per inserire dei flashes apparentemente avulsi. In tutto questo contesto,l’occhio scrutatore di Serafino, cioè la sua macchina cinematografica, diventa il filtro muto, di questa 'buffa fantasmagoria della vita', filtro che però riesce a trasmettere messaggi molto significativi anche se comunicati in maniera diversa. I 'Quaderni' sono anche la testimonianza della possibile riduzione dell’uomo a oggetto, a contatto con il progresso tecnico. La perdita di coscienza e di personalità investe tutta la collettività. Secondo l’ottica pirandelliana, la distruttiva affermazione delle macchine finisce con il dominare la psiche dell’uomo, abbagliando con l’inganno di controllare la realtà, di andare incontro ad obbiettivi che si rivelano illusioni: è dunque questo mostro inarrestabile, la macchina ad impadronirsi del mondo e a farsi beffe della tragicità umana: Pirandello manifesta con questa drammatica parabola della disumanizzazione, la sua sfiducia nella razionalità utile solo a placare il passionale fluire delle nostre vite e la sua ostilità nei confronti delle 'imposizioni del progresso' della 'presunzione scientifica” .E’ attraverso la figura del protagonista, l’operatore Serafino Gubbio che rappresenta 'l’alter ego' di Pirandello, che si può cogliere la dura protesta contro 'l’alienante civiltà della macchine e contro i suoi esaltatori'; viene messa in risalto la spersonalizzazione dell’uomo, in questo caso dell’operatore cinematografico, che pian piano lascia con rammarico che le macchine svolgano delle funzioni che fino ad allora erano state proprie dell’uomo e solo dell’uomo. A comunicare questo disagio, il diario di Serafino, in cui figurano scontri e fusioni tra finzione scenica e realtà,divismo e dolore. Vittima della meccanizzazione è lo stesso Serafino, un po’ filosofo, in po’ artista, e pure anch’egli ridotto al ruolo meccanico di 'mano che gira la manovella'. La sua perdita della voce 4, altro non è che perdita di sensibilità nei confronti della realtà. Pirandello considera il cinema come una parodia della condizione umana, dove convivono confuse, illusione e realtà. La vita imitata dal cinema ne è allo stesso tempo uccisa. Nella civiltà delle macchine, l’uomo è alienato da se stesso, preso dal vertiginoso meccanismo di una vita di automatismi e follie. A questa realtà vacua e illusoria assiste Serafino, sentendosi contaminato dalla macchina da presa: l’abitudine ad assistere alla finzione scenica, finisce con l’escluderlo dalla vita reale. Allora subentra l’afasia e la scrittura resta l’unica testimonianza del frantumarsi delle coscienze, dei dubbi, del tragico quotidiano. Serafino, operatore cinematografico, si riconosce quale insignificante elemento di un mondo inautentico, insensibile nel suo alternarsi di realtà e finzione. Intrappolato entro i limiti di un lavoro monotono e alienante, è costretto a vivere un processo psicologico che lo conduce ad una sorta di accettazione 'filosofica' di questa vita ingannevole perchè vana. Accettazione che si traduce in un passivo distacco. Questa sorta di 'morte civile' di Serafino è riscattata dalla scrittura nella quale trova sfogo l’umano bisogno di libera espressione della propria individualità. Mentre ne 'Il fu Mattia Pascal' il protagonista rimane in possesso di un nome che lo contraddistingue, nei 'Quaderni di Serafino Gubbio operatore', Serafino finisce col perdere anche questo; per via di un’espressione frequentemente utilizzata, gli è stato affibbiato il soprannome di 'Si gira'. Tale nome rispecchia perfettamente lo stato di sottomissione dell’operatore alla macchina ed evidenzia il fatto che egli si identifichi in tutto e per tutto con questo oggetto mostruoso del quale non è altro che una parte.



*L’assenza della parola *





Inizialmente il silenzio non sembrerebbe connaturato con l’uomo che ha proprio nell’espressione verbale e quindi nella comunicazione una delle più elevate facoltà; tuttavia il ricorso a tale condizione risulta più frequente di quanto si possa immaginare. Accade spesso che, quasi senza accorgersene si tronchi ogni forma di dialogo con il mondo esterno; si finisce per perdere l’autocoscienza e divenire simili a mute macchine che quotidianamente svolgono il loro compito, ignari di ciò che sta attorno. Nell’opera pirandelliana l’assenza della parola diventa protagonista incontrastata dall’inizio alla fine, anche se nel corso del romanzo assume sfaccettature differenti. In primo luogo vi è il silenzio in cui sprofonda l’uomo con l’avvento dei macchinari, che lo regolano nella triste condizione di automa; il silenzio è anche la condizione cui perviene, in ultimo, Serafino; il silenzio è infine ancora presente nell’opera in quanto caratteristica peculiare del genere cinematografico. La impassibilità di Serafino, divenuta norma fondamentale da seguire immancabilmente in ogni situazione,sembra condurlo in uno stato di atarassia che ha nell’assenza della parola la sua più compiuta realizzazione. Se inizialmente Serafino riesce con maestria a domare il turbinìo di sentimenti del suo animo, successivamente si ritrova inconsapevolmente a non recitare più la parte dell’indifferente e a far affiorare una latente umanità fino ad allora sopita. Questa sua estrinsecazione finisce per nuocergli quando, traumatizzato dai terribili fatti che egli stesso ha filmato, perde l’uso della parola. Un destino amaro, il suo, condannato al silenzio e impossibilitato a venir fuori da questa condizione, costretto a pagare a duro prezzo un tentativo di coinvolgimento umano che non gli si addiceva. Il parallelismo tra le immagini finte, senza parola che la pellicola imprigiona e quelle vere,anch’esse vacue ed inespressive che scorrono silenziosamente davanti all’uomo, risulta efficace e ben congegnato. E’ qui che si inserisce il Serafino filosofo; il suo atteggiamento impassibile rivela lo scetticismo che lo pervade e che lo induce a ritenere impossibile qualsiasi mutamento. Questo graduale processo di corruzione è stato ormai avviato e ha raggiunto un livello tale da non consentire più il suo arresto. L’uomo, ancora una volta, ha innescato un processo del quale ha perso il controllo e che inevitabilmente gli si ritorce contro.









“C’è anche il silenzio terribile di Auschwitz, un silenzio agghiacciante più della neve:il silenzio degli uomini e della natura come unica risposta alla tragicità del reale; il silenzio dei morti, che bussa e rimbomba inesorabile nei nostri cuori.”


*AUSCHWITZ:LE URLA DEL SILENZIO

L’OLOCAUSTO:LA PERSECUZIONE DEGLI EBREI


In questo luogo della memoria, la mente, il cuore e l’anima provano un estremo bisogno di silenzio. Silenzio nel quale ricordare. Silenzio nel quale cercare di dare un senso ai ricordi che ritornano impetuosi. Silenzio perche’ non vi sono parole abbastanza forti per deplorare la terribile tragedia della Shoah.”


Oswiecim non sarebbe altro che un anonimo paesino della campagna polacca,a poco più di un’ora da Cracovia, se non fosse per quel nome con cui fu ribattezzato dai tedeschi nel ’39: Auschwitz..Appena ci si arriva ci si trova di fronte a quel cancello sormontato dalla scritta “arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi);la prima reazione,caratterizzata da totale confusione conduce al silenzio. Sì perché ad Auschwitz si perde la parola come una volta ci si perdeva la dignità,lo status di essere umano,la vita.



Ad Auschwitz c’è “un solo grande silenzio”. Un silenzio che riesce a raggiungere l’abisso dell’anima,che svuota la mente di pensieri e di sentimenti mentre si passa accanto alle torrette,al filo spinato,alle foto degli internati,alle montagne di scarpe, vestiti,valigie. Si respira un’aria pesante,nervosa; Auschwitz è appestato da un male silente, da un odore inestricabile di dolore, ingiustizia e orrore.


Son morto ch’ero bambino
son morto con altri cento
passato per il camino
e adesso sono nel vento.

Ad Auschwitz c’era la neve
il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’inverno
e adesso sono nel vento.

Ad Auschwitz tante persone
ma un solo grande silenzio
che strano non ho imparato
a sorridere qui nel vento.

Io chiedo come può l’uomo
uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni
in polvere qui nel vento.

Ancora tuona il cannone
ancora non è contenta
di sangue la bestia umana
e ancora ci porta il vento.

Io chiedo quando sarà
che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare
e il vento si poserà.


Auschwitz è indubbiamente una delle più celebri canzoni di Guccini, simbolo della sua partecipazione ai drammi umani e del suo intendere la musica non solo come diletto, ma come strumento di denuncia anche se non necessariamente apportatore di rivoluzioni .Egli prende in esame il tema dell’olocausto, ma la seconda parte della canzone trascende tale contesto per abbracciare una più estesa riflessione sulla ferocità umana.                                                                    

La prima strofa presenta la situazione in termini molto schematici: il narratore è un personaggio morto da bambino in una condizione strana, 'passato per il camino'. L’insistenza sul termine morto in apertura dei primi due versi crea l’atmosfera cupa e nostalgica che accompagna tutto il brano. Da notare è la durezza di quel 'con altri cento' che evidenzia l’impersonalità del massacro, sottolineandone allo stesso tempo la dimensione. La prima strofa si chiude poi con la presentazione della situazione attuale; il narratore si trova nel vento.

La seconda strofa, invece, tratteggia la scenografia del dramma ponendo subito in rilievo un nome terribile, evocatore di sofferenza e paura, Auschwitz: l’inverno, il freddo e la neve, che potrebbe essere la gioia di ogni bambino, ma non di colui che si trova lì a morire; c’è poi l’ambiguità del fumo e del camino, che ricordano scene di tranquillità domestica, ma sono qui ben altri segni. La terribile fine è solo accennata, con gusto per così dire classico, senza insistenza su macabri particolari, ma, semplicemente, con l’immagine di un fumo che sale e la presenza di persone che scompaiono, però, per ritrovarsi nel vento.

La terza strofa funge da collegamento tra le due parti del pezzo opponendo alla massa il suo silenzio. L’antitesi crea un efficace sensazione di vuoto, di freddo e morte: questi uomini, ma sono ancora uomini?, non osano più parlare, sono spogliati della propria dignità e individualità, sono tra quei cento o lo saranno presto. Il tempo non cancella quei ricordi nel bimbo morto, egli non riesce a sorridere e si chiede invece, ingenuamente e forse infantilmente, il perché di quelle stragi. E’ questo il momento il cui la prospettiva si amplia e si universalizza quell’esperienza di morte divenendo paradigmatica dell’umana crudeltà. Guccini sembra pessimista, non ha fiducia nell’uomo e nella sua perfettibilità, lo coglie solo nel suo atto crudele: fantastica intuizione quella di porre alla fine di due versi consecutivi i termini uomo e fratello legati dal crudo realismo del verbo uccidere. Al bimbo, e indubbiamente la scelta come narratore del simbolo dell’innocenza e della purezza non è casuale, sembra assurdo che tutto questo sia potuto accadere, ma è costretto a costatare l’evidenza del fatto: 'siamo a milioni/in polvere qui nel vento'. Ancora un numero enorme, come il cento iniziale, rende l’idea dell’ampiezza del fenomeno esasperandone la gratuità.

La penultima strofa sembra un grido, un grido di rabbia impotente e disperato, la cui forza è ottenuta con sapienti scelte lessicali: il cannone tuona, terribile segno di morte, e il sangue scorre ininterrotto, per culminare con lo stridente contrasto tra questo sangue, l’aggettivo contenta e la connotazione di bestia umana assegnata a tutta l’umanità. Del resto l’impersonalità del termine uomo, usato due volte, sottolinea già da sola come le accuse e le domande siano rivolte all’umanità intera, tutta ugualmente colpevole se non dell’olocausto, di altri innumerevoli assassinii. Terribile è l’epiteto bestia, e ricorda pagine del Principe di Machiavelli, perché presenta l’uomo come bruto, come animale regolato solo da impulsi irrazionali e incontrollabili. Il rilievo conferito in questa sede all’ancora acuisce la durezza delle accuse all’umanità che, nonostante si sia accorta delle proprie scelleratezze, continua a commetterne di nuove ogni giorno.

Tuttavia Guccini non se la sente di chiudere così, vuole lasciare un varco, una via di scampo all’uomo, sperare che si possa ancora redimere: ecco il significato dell’uso del futuro nell’ultima strofa che si apre ancora con un 'Io chiedo' che questa volta non è tanto una domanda o un’accusa quanto piuttosto un’accorata preghiera, una speranza che vuole a tutti i costi uscire e realizzarsi e che è tutta contenuta in quel verso 'a vivere senza ammazzare', così semplice eppure tanto intenso e diretto.

Il vento è il vero elemento costante nella chiusura di ciascuna strofa. Esso, che sembra leggero e spensierato, è in realtà carico del peso di tutti quei morti, è un vento irrequieto che sembra schiacciare l’uomo gettandogli addosso le sue colpe, accusandolo con l’innocente, ma per questo più dura, voce di un bambino. In tutte le strofe esso è accompagnato da qui, ancora, adesso, a sottolineare come si stia parlando di qualcosa di presente e attuale su cui è necessario riflettere. Pensare, però, non basta, bisogna, è questo il significato delle ultime strofe, agire e cambiare, solo così 'il vento si poserà' .


Il termine 'Olocausto' si riferisce al periodo dal 30 Gennaio 1933, quando Hitler divenne Cancelliere della Germania, all'8 Maggio 1945, la fine della guerra in Europa; in questo periodo furono milioni le persone soppresse dalla follia razziale nei confronti non solo degli ebrei.Tra i gruppi assassinati e perseguitati dai nazisti e dai loro collaboratori, vi erano: zingari, serbi, oppositori della resistenza di tutte le nazionalità, tedeschi oppositori del nazismo, omosessuali, testimoni di Geova, delinquenti abituali, o persone definite 'anti sociali', come, ad esempio, mendicanti, vagabondi e venditori ambulanti. La maggior parte delle persone soppresse passarono per i campi di sterminio, che erano campi di concentramento con attrezzature speciali progettate per uccidere in forma sistematica. Storicamente il partito nazista prese la decisone di dare avvio alla cosiddetta 'soluzione Finale' (Endl'sung), in realtà molti ebrei erano già morti a causa delle misure discriminatorie adottate contro di loro durante i primi anni del Terzo Reich, ma lo sterminio sistematico e scientifico degli ebrei non ebbe inizio fino all'invasione, da parte della Germania, dell'Unione Sovietica nel Giugno 1941. Per i nazisti ebreo era: chiunque, con tre o due nonni ebrei, appartenesse alla Comunità Ebraica al 15 Settembre 1935, o vi si fosse iscritto successivamente; chiunque fosse sposato con un ebreo o un'ebrea al 15 settembre 1935 o successivamente a questa data; chiunque discendesse da un matrimonio o da una relazione extraconiugale con un ebreo al o dopo il 15 settembre 1935. Vi erano poi coloro che non venivano classificati come ebrei, ma che avevano una parte di sangue ebreo e venivano classificati come Mischlinge (ibridi). I Mischlinge venivano ufficialmente esclusi dal Partito Nazista e da tutte le organizzazioni del Partito (per esempio SA, SS, etc.). Benché venissero arruolati nell'esercito tedesco, non potevano conseguire il grado di ufficiali. Era inoltre proibito loro di far parte dell'Amministrazione Pubblica e svolgere determinate professioni (alcuni Mischlinge erano, in ogni caso, esonerati in determinate circostanze). Gli ufficiali nazisti presero in considerazione la possibilità di sterilizzare i Mischlinge, ma ciò non fu sempre attuato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i Mischlinge di primo grado rinchiusi nei campi di concentramento, furono tradotti nei campi di sterminio. Ma il Terzo Reich considerava nemici non solo gli ebrei, ma anche, zingari, oppositori politici, oppositori del nazismo, Testimoni di Geova, criminali abituali, e 'anti-sociali' In sostanza ogni individuo che poteva essere considerato una minaccia per il nazismo correva il rischio di essere perseguitato, ma gli ebrei erano l'unico gruppo destinato ad un totale e sistematico annientamento. Per sottrarsi alla sentenza di morte imposta dai Nazisti, gli ebrei potevano solamente abbandonare l'Europa occupata dai tedeschi. Secondo il piano Nazista, ogni singolo ebreo doveva essere ucciso. Nel caso di altri 'criminali' o nemici del Terzo Reich, le loro famiglie non venivano coinvolte. Di conseguenza, se una persona veniva eliminata o inviata in un campo di concentramento, non necessariamente tutti i membri della sua famiglia subivano la stessa sorte. Gli ebrei, al contrario, venivano perseguitati in virtù della loro origine familiare indelebile. La spiegazione dell'odio implacabile dei nazisti contro gli ebrei nasceva dalla loro distorta visione del mondo che considerava la storia come una lotta razziale. Essi consideravano gli ebrei una razza che aveva lo scopo di dominare il mondo e, quindi, rappresentava un ostacolo per il dominio ariano. Secondo la loro opinione, la storia consisteva, quindi in uno scontro che sarebbe culminato con il trionfo della razza ariana, quella superiore: di conseguenza, essi consideravano un loro preciso obbligo morale eliminare gli ebrei, dai quali si sentivano minacciati. Inoltre, ai loro occhi, l'origine razziale degli ebrei li identificava come i delinquenti abituali, irrimediabilmente corrotti e considerati inferiori.
Non ci sono dubbi che ci furono altri fattori che contribuirono all'odio nazista contro gli ebrei e alla creazione di un'immagine distorta del popolo ebraico. Uno di questi fattori era la centenaria tradizione dell'antisemitismo cristiano, che propagandava uno stereotipo negativo degli ebrei ritenuti gli 'assassini di Cristo', inviati del diavolo e praticanti di arti magiche. Altri fattori furono l'antisemitismo politico e razziale della seconda metà del XIX secolo e la prima parte del XX secolo, che considerava gli ebrei come una minaccia per la stabilità sociale ed economica. La combinazione di questi fattori scatenò la persecuzione, l'invio ai campi di concentramento e lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti che progettarono la 'Soluzione finale'.



Elie Wiesel, scrittore ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, fa dire al protagonista de: 'La notte':


'Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo, mai dimenticherò quelle fiamme, che consumarono per sempre la mia fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno, che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima. Mai dimenticherò tutto ciò anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai!'.

Mai più un altro Olocausto

Il 27 Gennaio è il giorno in cui lo Sterminio apparve agli occhi del mondo: In quel giorno, nel 1945, le truppe dell'Armata Rossa entravano nel campo di Auschwitz, in Polonia, e vedevano. I reparti tedeschi sterminatori erano appena scappati precipitosamente. I barattoli di gas, i forni crematori, le forche, e tutto ciò che era stato depredato agli ultimi sterminati, i vestiti, i denti d'oro, i capelli rasati, tutto era ancora lì. E così sappiamo tutto Nella stanza del comando c'era un pannello pieno di disegni colorati: i simboli dei prigionieri. Gli ebrei portavano una stella gialla, gli slavi un rettangolo rosso, gli omosessuali un rettangolo rosa, e così via per i polacchi, gli zingari, i traditori tedeschi un quadro complesso difficile da memorizzare. Quello era il centro principale dell'impero dell'annientamento.


“AFFINCHE’ IL RICORDO DI QUESTA TRAGEDIA SIA UN TRENO PER LA VITA E CI AIUTI AD ABBATTERE IL MURO DELL’INDIFFERENZA”

IL SILENZIO DI MARIANNA UCRIA

La voce rapita dallo “scantu”


“La sordità di Marianna , il silenzio in cui vive la libera dall’apparato storico in cui è inserita, e le da un carattere metaforico forte e commovente.”


Quest’anno abbiamo avuto la possibilità di visionare il film tratto dal romanzo di Dacia Maraini “La lunga vita di Marianna Ucria”. Questo film di Faenza racconta la storia di una giovane donna di cui seguiamo la vicenda da quando,bambina di 12 anni, diviene precoce sposa e madre. Chiusa nel suo mondo di silenzio, Marianna conduce la sua lotta personale e individuale, come donna e come sordomuta contro la società stagnante e repressiva di una Sicilia agli inizi del ‘700.

Assunto come emblema di un problema atavico proprio della Sicilia, il silenzio rappresenta la mancanza di comunicazione che, sebbene tipica di quel tipo di società convenzionale e omertosa raffigurata nel film, è anche questione molto attuale nel nostro momento storico. L’incomunicabilità resta quindi il tema centrale del film, così come lo era nel romanzo,e profonda resta la consapevolezza da parte del regista, trasmessa a noi spettatori, che l’interiorità di Marianna è ricca di profonde emozioni, difficili da esprimere nel film,dove manca il mezzo del monologo interiore usato in letteratura, che in questo caso non poteva essere tradotto in voce fuori campo, ma trasmesse dal mezzo peculiare del cinema,l’immagine. Molte sono infatti le scene,rese con accurata delicatezza,il sui intento è quello di rendere tangibile il mondo di Marianna, che è appunto un mondo pieno di immaginazione, di sensibilità e intelligenza, e il suo silenzio risuona dolce e malinconico e trasmette umanità e comprensione;è quindi molto più comunicativo il suo silenzio di quanto non lo siano le poche parole istituzionalizzate e scontate di quasi tutti gli altri personaggi, e soprattutto quelli della sua famiglia, chiusi nel loro solipsismo fatto di colpe e paure, depositari di un segreto orrendo che la riguarda.

La bambina prova a spiccicare le labbra ma non ce la fa…». «Scantu la ‘nsurdiu e scanto l’avi a sanare» [«uno spavento l’ha assordata e uno spavento la deve guarire»], aveva trovato scritto un giorno in una lettera del signor padre alla signora madre. Ma di quale spavento parlava? C’era stato un intoppo, un inciampo, un arresto involontario del suo pensiero quando era bambina? E a cosa era dovuto?».

No, Marianna non ricorda perché a un certo punto della sua vita le orecchie si siano rifiutate di ascoltare e la bocca di parlare. Né assistere all’impiccagione di un ragazzo giustiziato dal macabro Tribunale della Inquisizione era servito a nulla. Ma la sua menomazione non si traduce in una sconfitta, che anzi la diversifica dalle altre donne e riempie il suo silenzio di pensieri. Pensieri che ruba dalla mente degli altri, dove riesce a penetrare senza sforzo, pensieri che costruisce con acume e acutezza di ingegno.


“Il silenzio si era impadronita di lei come una malattia o forse come una vocazione”


Solo l’amore non sa accettare, quell’amore che non conosce, perché lei ha conosciuto solo gli amplessi a cui era necessario sottostare per dovere, quelle continue violazioni fisiche e psicologiche del «signor marito zio» che la prendeva e penetrava nel suo ventre senza il dolce della tenerezza, senza il gusto della complicità, senza parole, muto come muta è la sua sposa, sordo ai richiami della sua anima, come sordo è il suo rapporto con la società, con la storia, con il progresso.

L’amore tuttavia la insegue e Marianna fugge, la cerca con gli occhi, con il corpo, con la mente, con ingenui tranelli, cavaliere dai capelli ricci e neri sul suo cavallo veloce e dispettoso, la spia e lei fugge, la implora e lei resiste, la cerca, la trova, la perde… si trovano, si amano. E nel suo ventre la sensazione dell’amore, quel ventre che aveva solo subito il travaglio dei parti e il martirio del sacrificio. Un amore impossibile per Marianna, nobile, duchessa, mutola, vedova, femmina, rappresentante della regale stirpe degli Ucrìa. Un amore da cui bisogna fuggire.

«La sera, alla tavola del capitano, nel saloncino dal tetto a botte, seggono strani visitatori che non si conoscono fra loro: una duchessa palermitana sordomuta chiusa in una elegante spolverina alla Watteau a rigoni bianchi e celesti…». E «brandelli di memorie disperse e quasi dissolte» risalgono dal fondo della coscienza… immagini di tutta una vita, una lunga vita, segnata da quello 'scantu' che l’ha resa sordomuta, una menomata che ha trasformato la sua menomazione in una proficua fonte di affinamento fisico e intellettivo, che vorrebbe ritornare indietro ma che ha troppa voglia di riprendere il cammino, di percorrere la strada del suo destino fino alla fine, interrogando i suoi silenzi… interrotti solo una notte, da un assurdo grido agghiacciante che traduce finalmente la memoria di ciò che fu.

“Il grido di Marianna Ucria mi ricorda il celebre Urlo di Munch, così silenzioso ma intriso di dolore e di intensità espressiva.”

Cos'è l'urlo se non lo sfogo esteriore di un malessere profondo? Se non il tumultuoso liberarsi di un disagio lamentoso che riecheggia prigioniero nei passaggi cavernosi di un'interiorità irrequieta? L'urlo è, ed è così da sempre, il punto culminante di un processo disperato d'esternazione. Processo che Munch, per indicare l'esempio più celebre, ha fotografato in modo esemplare usando pennelli e tempera; riuscendo ad esprimere con travolgente forza il tema del disagio esistenziale, di una disperazione quasi metafisica che coinvolgeva sì se stesso, ma anche l'intera categoria dell'uomo.




L’URLO DELLA SOLITUDINE


Edvard Munch dipinse la vita con i colori plumbei dell’angoscia esistenziale, i suoi capolavori ci parlano di irrisolti drammi interiori, di dolore insostenibile, di lucida follia nella quale si sarebbe profondamente specchiato il lacerato Novecento.

Quell’“Urlo”che, dando voce all’angoscia della solitudine squarciò il cielo dell’arte europea di fine Ottocento, riecheggia ancora oggi, forte e chiaro, consegnando al presente l’eredità di un sogno infranto, di una promessa non mantenuta, di una certezza costruita sulla sabbia. Edvard Munch (1863-1944) ha destinato alla storia quell’opera capace di siglare indelebilmente un momento di passaggio cruciale: quello dell’ineluttabile e definitivo tramonto di un’epoca dorata, di una società costretta alla resa di fronte al fallimento di ogni ingenua fiducia fondata sul Positivismo ottocentesco e destinata, da quel momento, ad accogliere in sé la consapevolezza che il destino dell’uomo è irrimediabilmente segnato da oscuri presagi, che sgorgano direttamente dalla sua natura più profonda e fragile. E così nella fredda Oslo, tanto distante dai salotti dei grandi centri dell’arte europea, Edvard Munch scopre il linguaggio dell’angoscia, del livore, della solitudine e lo riversa nella sua pittura, fondata sull’uso spregiudicato di linee avvolgenti e colori irreali.


Il quadro presenta,in primo piano,l’uomo che urla che rappresenta l’artista stesso. Sulla destra vi è invece un innaturale paesaggio,desolato e poco accogliente ed in alto il cielo è striato di un rosso molto drammatico. L’uomo è rappresentato in maniera molto visionaria, ha un aspetto sinuoso e molle, un viso deformato e gli occhi hanno uno sguardo terrorizzato; il naso è quasi assente, mentre la bocca di apre in uno spasmo innaturale. L’ovale della bocca è il vero centro compositivo del quadro; da esso le onde sonore del grido mettono in movimento tutto il quadro:agitano sia il corpo dell’uomo sia le onde che definiscono il paesaggio e il cielo. Restano diritti solo il ponte e le sagome dei due uomini sullo sfondo;che sono sordi ed impassibili all’urlo che proviene dall’anima dell’uomo:sono gli amici del pittore,incuranti della sua angoscia,a testimonianza della falsità dei rapporti umani.

L’urlo di questo quadro è una intensa esplosione di energia psichica. E’ tutta l’angoscia che si racchiude in uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. L’urlo rimane solo un grido sordo che non può essere avvertito dagli altri ma racchiude e rappresenta tutto il dolore che vorrebbe uscire da noi, senza mai riuscirci. E così l’urlo diviene solo un modo per guardare dentro di sé, ritrovandovi angoscia e disperazione.

Quindi,osservando il quadro,ho l’impressione che l’urlo dell’uomo che attraversa il ponte sia un urlo silenzioso;come se di fronte all’immensità del male la voce si strozzasse e non restasse che il silenzio e del parlare solo il gesto.










“Ritornando all’idea iniziale ossia che il silenzio assoluto non esiste, Seneca nella lettera a Lucilio LVI afferma che : “A nulla giova che tutta la contrada sia silenziosa se le passioni fremono in noi.”

SENECA: LETTERA IV A LUCILIO

IL SILENZIO NON TURBA, ANZI FAVORISCE GLI STUDI:

INVECE LE PASSIONI TURBANO GLI STUDI E LA QUIETE DELL’ANIMO






“Chi non sa tacere non sa parlare” -Seneca-



Peream si est tam necessarium quam videtur silentium in studia seposito. Ecce undique me varius clamor circumsonat: supra ipsum balneum habito. Propone nunc tibi omnia genera vocum quae in odium possunt aures adducere: cum fortiores exercentur et manus plumbo graves iactant, cum aut laborant aut laborantem imitantur, gemitus audio, quotiens retentum spiritum remiserunt, sibilos et acerbissimas respirationes; cum in aliquem inertem et hac plebeia unctione contentum incidi, audio crepitum illisae manus umeris, quae prout plana pervenit aut concava, ita sonum mutat. Si vero pilicrepus supervenit et numerare coepit pilas, actum est.Adice nunc scordalum et furem deprensum et illum cui vox sua in balineo placet, adice nunc eos qui in piscinam cum ingenti impulsae aquae sono saliunt. Praeter istos quorum, si nihil aliud, rectae voces sunt, alipilum cogita tenuem et stridulam vocem quo sit notabilior subinde exprimentem nec umquam tacentem nisi dum vellit alas et alium pro se clamare cogit; iam biberari varias exclamationes et botularium et crustularium et omnes popinaru'O te' inquis 'ferreum aut surdum, cui mens inter tot clamores tam varios, tam dissonos constat, cum Chrysippum nostrum assidua salutatio perducat ad mortem.' At mehercules ego istum fremitum non magis curo quam fluctum aut deiectum aquae, quamvis audiam cuidam genti hanc unam fuisse causam urbem suam transferendi, quod fragorem Nili cadentis ferre non potuit. Magis mihi videtur vox avocare quam crepitus; illa enim animum adducit, hic tantum aures implet ac verberat. In his quae me sine avocatione circumstrepunt essedas transcurrentes pono et fabrum inquilinum et serrarium vicinum, aut hunc qui ad Metam Sudantem tubulas experitur et tibias, nec cantat sed exclamat: [5] etiam nunc molestior est mihi sonus qui intermittitur subinde quam qui continuatur. Sed iam me sic ad omnia ista duravi ut audire vel pausarium possim voce acerbissima remigibus modos dantem. Animum enim cogo sibi intentum esse nec avocari ad externa; omnia licet foris resonent, dum intus nihil tumultus sit, dum inter se non rixentur cupiditas et timor, dum avaritia luxuriaque non dissideant nec altera alteram vexet. Nam quid prodest totius regionis silentium, si affectus fremunt?Omnia noctis erant placida composta quiete.

Falsum est: nulla placida est quies nisi quam ratio composuit; nox exhibet molestiam, non tollit, et sollicitudines muta. Nam dormientium quoque insomnia tam turbulenta sunt quam dies: illa tranquillitas vera est in quam bona mens explicatur. Aspice illum cui somnus laxae domus silentio quaeritur, cuius aures ne quis agitet sonus, omnis servorum turba conticuit et suspensum accedentium propius vestigium ponitur: huc nempe versatur atque illuc, somnum inter aegritudines levem captans; quae non audit audisse se queritur. [8] Quid in causa putas esse? Animus illi obstrepit. Hic placandus est, huius compescenda seditio est, quem non est quod existimes placidum, si iacet corpus: interdum quies inquieta est; et ideo ad rerum actus excitandi ac tractatione bonarum artium occupandi sumus, quotiens nos male habet inertia sui impatiens.Magni imperatores, cum male parere militem vident, aliquo labore compescunt et expeditionibus detinent: numquam vacat lascivire districtis, nihilque tam certum est quam otii vitia negotio discuti. Saepe videmur taedio rerum civilium et infelicis atque ingratae stationis paenitentia secessisse; tamen in illa latebra in quam nos timor ac lassitudo coniecit interdum recrudescit ambitio. Non enim excisa desit, sed fatigata aut etiam obirata rebus parum sibi cedentibus. Idem de luxuria dico, quae videtur aliquando cessisse, deinde frugalitatem professos sollicitat atque in media parsimonia voluptates non damnatas sed relictas petit, et quidem eo vehementius quo occultius. Omnia enim vitia in aperto leniora sunt; morbi quoque tunc ad sanitatem inclinant cum ex abdito erumpunt ac vim sui proferunt. Et avaritiam itaque et ambitionem et cetera mala mentis humanae tunc perniciosissima scias esse cum simulata sanitate subsidunt. Otiosi videmur, et non sumus. Nam si bona fide sumus, si receptui cecinimus, si speciosa contempsimus, ut paulo ante dicebam, nulla res nos avocabit, nullus hominum aviumque concentus interrumpet cogitationes bonas, solidasque iam et certas. Leve illud ingenium est nec sese adhuc reduxit introsus quod ad vocem et accidentia erigitur; habet intus aliquid sollicitudinis et habet aliquid concepti pavoris quod illum curiosum facit, ut ait Vergilius noster:

et me, quem dudum non ulla iniecta movebant
tela neque adverso glomerati e agmine Grai,
nunc omnes terrent aurae, sonus excitat omnis
suspensum et pariter comitique onerique timentem.

Prior ille sapiens est, quem non tela vibrantia, non arietata inter <se> arma agminis densi, non urbis impulsae fragor territat: hic alter imperitus est, rebus suis timet ad omnem crepitum expavescens, quem una quaelibet vox pro fremitu accepta deiecit, quem motus levissimi exanimant; timidum illum sarcinae faciunt. Quemcumque ex istis felicibus elegeris, multa trahentibus, multa portantibus, videbis illum 'comitique onerique timentem'. Tunc ergo te scito esse compositum cum ad te nullus clamor pertinebit, cum te nulla vox tibi excutiet, non si blandietur, non si minabitur, non si inani sono vana circumstrepet. 'Quid ergo? non aliquando commodius est et carere convicio?' Fateor; itaque ego ex hoc loco migrabo. Experiri et exercere me volui: quid necesse est diutius torqueri, cum tam facile remedium Ulixes sociis etiam adversus Sirenas invenerit Vale.





Che io possa morire se, quando uno se ne sta appartato a studiare, il silenzio è necessario come si pensa. Ecco, intorno a me risuonano da ogni parte schiamazzi di tutti i tipi: abito proprio sopra uno stabilimento balneare. Immagina ora ogni genere di baccano odioso agli orecchi: quando i più forti si allenano e fanno sollevamento pesi, quando faticano o fingono di faticare, odo gemiti, e, tutte le volte che trattengono il fiato ed espirano, sibili e ansiti; quando càpita qualcuno pigro che si contenta di un normale massaggio, sento lo scroscio delle mani che percuotono le spalle e che dànno un suono diverso se battono piatte o ricurve. Se poi arrivano quelli che giocano a palla e cominciano a contare i colpi, è fatta.Mettici ancora l'attaccabrighe, il ladro colto in flagrante, quello cui piace sentire la propria voce mentre fa il bagno, e poi le persone che si tuffano in piscina e smuovendo l'acqua fanno un fracasso indiavolato. Oltre a tutti questi che, se non altro, hanno voci normali, pensa al depilatore che spesso sfodera una vocetta sottile e stridula per farsi notare e tace solo quando depila le ascelle e costringe un altro a gridare al suo posto. Poi ci sono i vari richiami del venditore di bibite, il salsicciaio, il pasticcere e tutti gli esercenti delle taverne che vendono la loro merce con una particolare modulazione della voce.

'Sei di ferro', dici, 'oppure sordo, se rimani presente a te stesso fra tanti rumori diversi e discordi, mentre al nostro Crisippo sembra di morire per il continuo salutare.' Ma, perbacco, io di questo frastuono non mi curo più che dello scorrere o del cadere dell'acqua, sebbene senta che un popolo si è trasferito altrove per questo solo motivo: non poteva sopportare il fragore delle cascate del Nilo.Secondo me la voce distrae più del frastuono: quella attira l'attenzione, quest'ultimo riempie e colpisce solo le orecchie. Tra i rumori che mi risuonano intorno senza distrarmi metto le vetture che passano in corsa, l'artigiano, mio coinquilino, e il vicino fabbro, oppure quel tale che, presso la Meta Sudante, prova trombette e flauti, e non suona, ma strepita: un suono intermittente mi dà, però più fastidio di uno continuo. Ma ormai mi sono così corazzato contro tutti questi rumori, che potrei udire persino il comito dare il tempo ai rematori con voce stridula. Costringo la mente a rimanere assorta in se stessa senza farsi distrarre da fattori esterni; risuoni pure fuori di me ogni genere di fracasso, purché interiormente non ci sia scompiglio, purché non combattano tra loro cupidigia e paura, purché l'avarizia e l'intemperanza non siano in lotta e l'una non tormenti l'altra. A che serve il silenzio dell'intero quartiere, se le passioni si agitano in noi?Tutto era tranquillo nella placida quiete della notte. E’ falso: non esiste nessuna placida quiete se non quella regolata dalla ragione; la notte rivela l'inquietudine, non la elimina, cambia semplicemente gli affanni. Quando dormiamo, i nostri sogni sono tormentati come le nostre giornate: la vera tranquillità è quella in cui si dispiega la saggezza. Guarda quell'uomo cui si cerca di conciliare il sonno facendo silenzio nell'ampia dimora: tutta la schiera dei servi tace e quelli che si avvicinano alla sua stanza camminano in punta di piedi, perché nessun rumore disturbi le sue orecchie: ma lui si gira di qua e di là e cerca di prendere un po' di sonno tra le sue preoccupazioni; si lamenta di aver udito qualcosa, in realtà non ha sentito niente. Secondo te qual è il motivo? È l'anima che strepita dentro di lui. Questa bisogna placare, è la sua rivolta che deve essere sedata; non devi pensare che l'anima è tranquilla, se il corpo riposa: talvolta la quiete stessa è carica di inquietudine; perciò dobbiamo essere spronati ad agire e impegnarci a svolgere qualche nobile attività tutte le volte che l'inerzia, insofferente di se stessa, ci fa star male. I grandi generali, quando vedono che un soldato obbedisce controvoglia, lo tengono a freno con qualche occupazione e lo impiegano in spedizioni militari. Chi ha molto da fare non ha tempo di abbandonarsi alla dissolutezza. Senza dubbio il lavoro cancella i vizi generati dall'ozio. Spesso ci si ritira a vita privata apparentemente per disgusto dell'attività politica e malcontenti di una posizione sterile e sgradita; tuttavia in quel nascondiglio dove ci hanno gettato la paura e la stanchezza a volte si risveglia l'ambizione: non era stata estirpata; era come spossata o anche sdegnata per il fallimento delle proprie aspettative.Lo stesso vale per la dissolutezza: a volte sembra essere definitivamente scomparsa, ma poi tormenta coloro che hanno fatto professione di moderazione e nella parsimonia ricerca i piaceri: erano stati abbandonati, ma non condannati e li ricerca con più impeto quanto più è nascosta. Tutti i vizi, se manifesti, sono meno gravi; anche le malattie si avviano alla guarigione quando esplodono e mostrano la loro virulenza. Sappi che l'avarizia, l'ambizione e le altre infermità spirituali dell'uomo sono pericolosissime se si nascondono sotto un'apparente salute. Sembriamo quieti, ma in realtà non è così. Se siamo in buona fede, se abbiamo chiamato a raccolta le nostre forze, se, come dicevo poco prima, abbiamo disprezzato le belle apparenze, niente ci distoglierà: nessuna voce di uomini o canto di uccelli interromperà i nostri buoni propositi, ormai saldi e fermi. Chi presta attenzione alle voci e agli eventi fortuiti, ha un'indole incostante e incapace di raccoglimento interiore; ha in sé preoccupazioni e timori che lo rendono ansioso, come scrive il nostro Virgilio:

e io, che poco tempo fa non temevo i dardi scagliati, né i Greci raccolti in schiere contro di noi, ora sono spaventato da ogni soffio di vento, ogni suono mi scuote e mi tiene in sospeso e temo in egual misura sia per il compagno che per il peso che porto.

Il primo è il saggio che non teme i dardi scagliatigli contro, né l'urto degli eserciti in fila serrata, né il fragore di una città attaccata dai nemici: quest'altro non conosce la filosofia, teme per i suoi beni e trasale a ogni più piccolo rumore, si abbatte per una qualsiasi voce scambiandola per una minaccia, resta senza fiato al più lieve movimento ed è timoroso per i suoi bagagli. Scegli una qualunque tra queste persone fortunate che si tirano dietro o che portano su di sé molti beni, la vedrai 'temere per il compagno e per il peso'. Sappi che sarai veramente tranquillo solo quando non ti toccherà nessun clamore, quando nessuna voce ti scuoterà, né blanda, né minacciosa, né vana e menzognera.'E allora? Non è preferibile fare a meno una volta buona di questo schiamazzo?' Certo; perciò me ne andrò da questa casa. Ho voluto mettermi alla prova ed esercitarmi: che necessità c'è di farsi tormentare più a lungo, quando Ulisse trovò per i suoi compagni un rimedio tanto semplice anche contro le Sirene? Stammi bene.

Spiegazione

Non il silenzio esterno,ma il placarsi delle passioni dà la vera quiete. Infatti in questa lettera a Lucilio Seneca afferma che non c’è placida quiete se ad essa non presiede la ragione. Egli fa l’esempio di un uomo che si gira e si rigira nel letto cercando un po’ di sonno fra i suoi affanni,ma nonostante il silenzio non riesce a prendere sonno proprio a causa dell’animo che gli strepita dentro e delle passioni che fremono in lui;quindi non si è  in uno stato di quiete solo perché il corpo giace in riposo. Il messaggio che Seneca vuole trasmettere a Lucilio e a tutti gli uomini è quello che la vita sarà in ordine solo quando nessun clamore turberà il mondo interiore di ciascuno.

Le Epistole a Lucilio: la lettera filosofica come genere letterario

Seneca, nella produzione successiva al ritiro dalla scena politica (62), volse la sua attenzione alla coscienza individuale. L'opera principale della sua produzione più tarda, e la più celebre in assoluto, sono le Epistulae morales ad Lucilium, una raccolta di 124 lettere raccolte in 20 libri di differente estensione (fino alle dimensioni di un trattato) e di vario argomento indirizzate all'amico Lucilio (personaggio di origini modeste, proveniente dalla Campania, assurto al rango equestre e a varie cariche politico-amministrative, di buona cultura, poeta e scrittore).

Si tratta di un epistolario reale (varie lettere richiamano quelle di Lucilio in risposta), integrato da lettere fittizie (quelle più ampie e sistematiche), inserite nella raccolta al momento della pubblicazione. L'opera, che è giunta incompleta e risale al periodo del disimpegno politico (62-63), costituisce un unicum nel panorama letterario e filosofico antico. L'idea di comporre lettere di carattere filosofico indirizzate ad amici viene da Platone e da Epicuro, ma Seneca è perfettamente consapevole di introdurre un nuovo genere nella cultura letteraria latina. Il filosofo distingue le lettere filosofiche dalla comune pratica epistolare, anche da quella di tradizione più illustre, rappresentata da Cicerone. Seneca prende come esempio Epicuro, il quale, nelle lettere agli amici, ha saputo realizzare quel rapporto di formazione e di educazione spirituale che Seneca istituisce con Lucilio.

Le lettere di Seneca vogliono essere uno strumento di crescita morale. Riprendendo un topos dell'epistolografia antica, Seneca sostiene che lo scambio epistolare permette di istituire un colloquium con l'amico, fornendo un esempio di vita che, sul piano pedagogico, è più efficace dell'insegnamento dottrinale. Seneca, proponendo ogni volta un nuovo tema, semplice e di apprendimento immediato, alla meditazione dell'amico discepolo, lo guida al perfezionamento interiore (per lo stesso motivo, nei primi tre libri, Seneca conclude ogni lettera con una sentenza che offre uno spunto di meditazione).

Lo scrittore ritiene l'epistola lo strumento più adatto per la prima fase dell'educazione spirituale, fondata sull'acquisizione di alcuni principi basilari, più tardi, con l'accrescimento delle capacità analitiche del discente e del suo patrimonio dottrinale, sono necessari strumenti di conoscenza più impegnativi e complessi. La forma letteraria si adegua, quindi, ai diversi momenti del processo di formazione e le singole lettere, col procedere dell'epistolario, divengono sempre più simili al trattato filosofico.

Non meno importante dell'aspetto teorico è l'intento esortativo: Seneca vuole non solo dimostrare una verità, ma anche invitare al bene. Il genere epistolare si rivela appropriato ad accogliere un tipo di filosofia priva di sistematicità e incline alla trattazione di aspetti parziali o singoli temi etici. Gli argomenti delle lettere, suggeriti per lo più dall'esperienza quotidiana, sono svariati, e nella varietà, nell'occasionalità e nel collegamento fra vita vissuta e riflessione morale, sono evidenti le affinità con la satira, soprattutto oraziana. Seneca parla delle norme cui il saggio si deve attenere, della sua indipendenza e autosufficienza, della sua indifferenza alle seduzioni mondane e del suo disprezzo per le opinioni correnti e propone l'ideale di una vita indirizzata al raccoglimento e alla meditazione, al perfezionamento interiore mediante un'attenta riflessione sulle debolezze e i vizi propri e altrui.                 La considerazione della condizione umana che accomuna tutti i viventi lo porta ad esprimere una condanna del trattamento comunemente riservato agli schiavi, con accenti di intensa pietà che hanno fatto pensare al sentimento della carità cristiana: in realtà l'etica di Seneca resta profondamente aristocratica, e lo stoico che esprime pietà per gli schiavi maltrattati manifesta apertamente anche il suo irrevocabile disprezzo per le masse popolari abbrutite dagli spettacoli del circo. Nelle Epistole, l'otium è costante ricerca del bene, nella convinzione che le conquiste dello spirito possano giovare non solo agli amici impegnati nella ricerca della sapienza, ma anche agli altri, e che le Epistole possano esercitare il loro benefico influsso sulla posterità.

“Il silenzio è svuotarsi di sé per permettere a Dio di far affiorare la sua parola.” (Frase tratta dal film “Il Grande Silenzio”)


IL SILENZIO SACRO


Il silenzio del sacro,inteso come condizione interiore profondamente legata alla possibilità stessa della percezione del divino;fare silenzio per sentire la voce di Dio che riecheggia dentro di noi.

La meditazione, e il silenzio che ne è la condizione,è uno dei temi centrali di quasi tutti i sistemi religiosi,come dell’Induismo e del Buddismo.


Il Buddismo fu nel passato, per un certo periodo, la religione dominante in India. Siddharta Gautama nacque nel 563 avanti Cristo e attraverso una vita moderata e di meditazione divenne il Buddha, cioè 'l'illuminato'. Il buddismo si base su alcuni concetti chiave: il mondo è pieno di sofferenze causate dal desiderio del possesso e dall'invidia che consumano l'uomo. Chi riesce a vincere queste debolezze può raggiungere il 'nirvana', lo stato paradisiaco che conduce alla liberazione ed alla presenza del Buddha.




L'Induismo non ha un fondatore o un profeta come le altre religioni;è un modo di vivere o meglio ancora una filosofia di vita. Il fulcro del pensiero induista è basato sul concetto di 'karma' e 'dharma'.Il Karma indica il susseguirsi delle azioni in vita che, se saranno buone, incarnazione dopo incarnazione condurranno al congiungimento con l'Essere Supremo. Il Dharma indica il dovere, la virtù; le leggi che regolano la società, le caste, i rapporti di ogni individuo con gli altri. La religione induista possiede una iconografia religiosa molto vasta, rappresentata da una serie di dei adorati dai fedeli.



OM è il più noto ed il più usato simbolo dell'induismo
AUM (in Sanscrito O è una lettera composta dalla combinazione della A e della U) nell'induismo è una sillaba sacra, un simbolo mistico, ed è considerato il mantra più importante e potente. In un certo senso, può essere paragonato alla croce dei cristiani o alla luna crescente dei musulmani. Si pronuncia 'OM' e letteralmente significa 'Ciò che non ha inizio né fine'. All'om è attribuita un'efficacia psico-terapeutica illimitata. È considerato il seme (bija), o la base di ogni mantra. Om è il primo suono uscito dalla bocca del dio creatore Brahma. Il suo suono è la fonte di tutti i suoni. L'om rappresenta l'intera gamma dei suoni, rappresenta tutte le possibilità di tutti i suoni che possono essere prodotti. 'A' è il suono che può essere prodotto senza muovere o toccare lingua e palato, 'M' e prodotto con le labbra chiuse. Tra questi due suoni esistono tutti gli altri. È pronunciato all'inizio e alla fine delle preghiere, canti, è usato anche nei rituali Buddisti e Jaina. La sua recitazione alla fine dei rituali sana gli eventuali errori compiuti durante la celebrazione.
Rappresenta numerose importanti triadi:

· I tre mondi: la terra, l'atmosfera, il cielo.
· Trimurti: Brahma, Shiva, Vishnu.
· Tre veda: Rig, Yajur, Sama.

Nella calligrafia sanscrita Devanagari OM si scrive [ om ]oppure [ om ] Nella figura di Shiva danzante la posizione della testa, delle mani e del piede sollevato suggeriscono il disegno di questa sillaba, a indicare che nella danza del dio risuona il suono miracoloso dell'esistenza. OM è il suono seme, il suono dell'energia, e in tal senso viene analizzato dai veggenti delle Upanishad nella maniera seguente. In primo luogo, poiché la vocale O in sanscrito viene considerata una fusione di A e U, la sillaba OM può venire scritta anche AUM. In tale forma estesa, essa viene detta la sillaba composta di quattro elementi: A, U, M e il silenzio, che la precede, la segue e la circonda, dal quale il suono emerge e in cui esso ricade, così come l'universo emerge dal vuoto e nel vuoto torna a dissolversi.


“C’è anche il silenzio della notte che,in armonia con la luna e le lucciole di stelle, rende profonda la nostra meditazione e riesce a farci trovare un equilibrio con noi stessi ,permettendoci di spaziare nei meandri oscuri del sogno.”


IL SILENZIO DELLA NOTTE

LA LUNA E LE STELLE :L’ATMOSFERA SILENTE E ROMANTICA DELLA NOTTE


In passato la notte è stata usata per la meditazione;la notte concepita come una dimensione spirituale contrapposta al traffico, ai rumori  del giorno. L’atmosfera notturna è più pura e non ci sono note discordanti.

Spesso mi capita di ascoltare quel silenzio che toglie il fiato,che mi rapisce così violentemente da far paura:è il silenzio della notte scura, che entra nell’anima fino a gelarmi, sento che nessuno potrebbe ascoltarmi neanche se urlassi a perdifiato,mi sento solo spaventata ma se ascolto meglio odo che il silenzio mi sa anche parlare accarezzando il mio cuore e dandomi speranza mi ritrovo sicuro nella mia stanza tra le mie cose nel mio piccolo mondo;mentre la luna e le stelle tessono il silenzio magico del mondo.




Le stelle sono dei corpi celesti che brillano di luce propria e che vediamo brillare nel firmamento della notte. Una stella presenta due tipi di magnitudine:assoluta e relativa.

La magnitudine relativa è quella apparente ossia la luminosità che appare ai nostri occhi ,invece,per conoscere la luminosità intrinseca si ricorre alla magnitudine assoluta che è la luminosità che la stella può presentare posta a una distanza standard.

Più giovani sono le stelle più la temperatura è elevata nel nucleo della stella;il diagramma H-R indica la colorazione che presentano le stelle a seconda del loro status. In ordine abbiamo quelle blu che sono le più calde,le più giovani e con massa maggiore,poi le bianche,le gialle tra cui troviamo il Sole e infine le rosse che sono le più fredde e con massa minore.

Le stelle nascono dalle nebulose che sono un ammasso di materiale interstellare che implodono e aumentano di temperatura e questo fa sì da demandare nello spazio luminosità.

La luna è l’unico satellite naturale della Terra ed è anche il più interno fra tutti i satelliti del nostro sistema planetario, cioè il primo che si incontra procedendo dal Sole verso l’esterno.

E’ un astro privo di luce propria,costituito da materiale allo stato solido,la cui massa totale è pari a 1/81 di quella della Terra.

Non è perfettamente sferica,infatti ha la forma di un ellissoide a tre assi;non vi è presenza di acqua e l’assenza di un involucro gassoso come quello che costituisce l’atmosfera terrestre fa sì che sulla Luna non si abbiano fenomeni crepuscolari,quindi il passaggio dall’illuminazione all’oscurità è molto brusco.












Dopo questo excursus tra le varie forme di silenzio,sia esso un silenzio che crea o un silenzio sintomo di “malattia”,di chiusura nei confronti della società;vorrei sottolineare che non si comunica solo con le parole,che sicuramente sono il veicolo più importante per esprimere noi stessi e i nostri pensieri,ma si può anche comunicare con i silenzi, spesso così ricchi di valore e significato da non poter essere espressi con le parole.Si può esprimere ciò che è racchiuso nel fondo del nostro cuore o della nostra mente anche con i gesti,infatti il linguaggio del corpo,la mimica è fondamentale per interagire con gli altri.




MOVIMENTO E LINGUAGGIO:

DUE PAROLE IN UN UNICO SIGNIFICATO

LA MIMICA



“Se il silenzio è d’oro, allora i sordomuti sono gli orafi del silenzio,quando creano parole con i magici movimenti delle loro mani.”


Questa frase di uno scrittore ungherese esprime molto bene un concetto per il quale a volte si spendono anche troppe parole:il movimento è linguaggio, è un modo di comunicare naturale e immediato, sia a sostegno della parola che in sostituzione di essa. Gli elementi del linguaggio non verbale sono: il volto ( la mimica ), lo sguardo, la postura, l’orientamento spaziale, la distanza interpersonale, i movimenti del corpo, la gestualità, la voce e gli aspetti non verbali del parlato, l’aspetto esteriore.
Sia il gesticolare di istintivo,che quando si parla diventa quasi inconsapevole,sia l’effettuare con la massima attenzione un gesto sportivo o dei passi di danza,sono modi di dare forma a quanto abbiamo dentro. Infatti la mimica non è soltanto patrimonio espressivo degli artisti dello spettacolo, assoggettata al ritmo dei diversi momenti scenici, essa è lo strumento più importante della comunicazione muta di ogni persona.
Attraverso la mimica esprimiamo tutti i sentimenti: dai più intensi, come la paura, il dolore, l’emozione, la gioia, ai più delicati, come la tenerezza, il desiderio, l’amore. La mimica può essere facciale: sguardi, ammiccamenti, sorrisi, smorfie, oppure gestuale, secondo codici universalmente riconosciuti, può essere istintiva o studiata; in ogni modo, la mimica supporta, incrementa o sostituisce il potere della comunicazione verbale.
Ogni persona possiede un proprio repertorio di “maschere mimiche”, dal quale attinge, consapevolmente o inconsapevolmente, a seguito di un qualsiasi stimolo esterno.

Comunichiamo attraverso le parole,la mimica,i suoni e la grafica i nostri stati d’animo,le nostre sensazioni,i nostri bisogni, il nostro essere più profondo. Il linguaggio del corpo è la più antica forma di espressione dell’uomo;basti pensare alle animate discussioni dell’uomo primitivo che,privo di un linguaggio verbale codificato,era costretto a comunicare con suoni e gesti.

Ancor oggi quando le parole non bastano….il corpo diventa parola.  


SILENCE TEATRO

MIMI E STATUE VIVENTI


L'associazione per la ricerca teatrale SILENCE teatro effettua un lavoro di ricerca attraverso forme di espressione tendenti al connubio tra Teatro e Ambiente con l'intento di favorire una dialettica creativa tra gli spazi urbani e la proposta artistica.


Segni bianchi Segni bianchi è una performance d'improvvisazione sulla poesia del quotidiano. Una decina di attori/statue, ricoperti d'argilla dalla testa ai piedi, sono lasciati liberi di agire nelle strade, nelle piazze, al bar, nel parco, al supermercato, in ogni luogo dove sia possibile incontrare gente.
Le statue viventi non mancheranno di incuriosire, sorprendere, spaventare, divertire gli ignari passanti creando momenti fortemente comunicativi e di rara intensità.
Con questa performance il SILENCE teatro ha sperimentato che utilizzando l'universalità del gesto, il linguaggio del corpo e la fissità dell'immagine è possibile dare e ricevere incredibili emozioni, parlando a persone di ogni età e che vivono in luoghi dalle caratteristiche culturali ed ambientali estremamente diverse.

Suggestioni Barocche
Suggestioni Barocche, un viaggio nel tempo e nei sentimenti. Vestiti con eleganti abiti di foggia secentesca, il volto e il capo coperti di argilla bianca, una decina di attori attraversa la città con leggerezza, capaci di creare un'atmosfera di assorto silenzio, di stupito incantesimo.
In un procedere di contrappunti e fughe, gli attori vivono la città (con le sue vie, le fontane, i monumenti, gli edifici) ricreandola e trasformandola in una dimensione magica e atemporale, in un intarsio mitico e favoloso. L'azione scenica non è costruita solo attorno ai luoghi e alle cose, ma anche intorno alle emozioni e agli atti emotivi, come l'amore, la gelosia, il bacio, il riso che gli attori affrontano con ironia, ora lieve, ora marcata.
E il sentimento, enfaticamente simulato, è come gridato nella fissità delle figure in posa, nelle iperboli, nelle metafore. La parola lascia il posto alla pura immagine, capace di suscitare emozioni e di evocare atmosfere ora sensuali, ora giocose, ora tenui e malinconiche.


Come angeli del cielo

Sospinti da una brezza misteriosa, appaiono all'improvviso nella via, dotati di candide ali. Sono gli attori del SILENCE teatro che, sotto forma di angeli, attraversano la piazza sollevando mulinelli di emozioni e scaglie di ricordi.                      In silenzio prendono possesso della città e raggiungono postazioni elevate: un arco, una finestra, un terrazzo, una scala, un torrione La festa può iniziare. A proteggere la città ci sono ora queste mute presenze lievi e poetiche, forme di sogno che si elevano verso il cielo e al tempo stesso rivolgono i loro sguardi amorevoli verso la terra. Gli artisti, così sospesi tra cielo e terra, nella tensione dei corpi rivelano il desiderio struggente di volo e nella fissità delle posture un'energia incontenibile. Reale ed irreale respirano lo stesso respiro. La festa si consuma e gli ultimi suoni tacciono. Cerchi con gli sguardi gli angeli, ma loro non ci sono più, sono volati via, leggeri e discreti.




   

























“Attraverso la pantomima Charles Chaplin riusciva a rendere i suoi film internazionali”


IL CINEMA

*  DEL

SILENZIO




Chaplin non riusciva ad inserire nel suo modo di fare cinema il sonoro ed in particolare i dialoghi e le parole. Egli si dichiarò subito nemico del film parlato e non riuscì a concepirne uno con dei dialoghi che si dovevano sincronizzare alle immagini. Questa operazione avrebbe reso più difficile la comprensione del film perché il cervello esige del tempo per passare dall’espressione verbale alla assimilazione temporale, e avrebbe privato il cinematografo di una parte del suo pubblico, in particolare di quello infantile.

Inoltre Chaplin si dimostrò più lungimirante di molti altri cineasti,infatti capì subito quale altro problema avrebbe causato la parola sullo schermo:è vero che da un lato questa avrebbe reso le immagini più realistiche,ma dall’altro nasceva il problema della lingua,dei confini,non più un cinema internazionale capito da tutti i popoli, ma un cinema specifico capito a pieno solo da chi conosceva bene la lingua. I film americani sarebbero stati capiti solo dai popoli di lingua inglese,mentre Chaplin era consapevole che la sua pantomima a cui aveva tanto lavorato e nella quale si era così minuziosamente specializzato, era una forma di linguaggio capita da tutti,non solo da tutti i popoli,ma anche da ogni spettatore di ogni età; ogni gesto, ogni movimento era così preciso,ogni sguardo era così limpido che non poteva essere frainteso. La pantomima chapliniana costituita da gesti,mimica e atteggiamenti era utilizzata per esprimere stati d’animo e sensazioni, ma soprattutto per sostituire in ogni momento la parola. “Ogni singola parola sarebbe stata per questo una macchia nei film di Chaplin”


Charlot,uno suo personaggio, utilizzava una vasta gamma di gesti che sostituivano in tutto e per tutto il parlato, sia nei momenti di circostanza, in cui i gesti segno o gesti sociali traducevano convenzionalmente emozioni e stati d’animo, sia nei momenti di personale riflessione, in cui utilizzava i gesti espressivi al posto del monologo interiore.

Il gesto segno,ottenuto con la mimica del volto, poteva legarsi alla gesticolazione della mano per esprimere un sentimento diverso da quello espresso con il solo gesto. La “pantomima”,secondo Chaplin, “ha raggiunto nel cinema muto la più alta perfezione; la mimica costituisce la base di qualsivoglia forma di dramma,ma essa costituisce altresì l’essenza e il contenuto del film muto, e deve essere l’essenza anche del film parlato.”

Chaplin impiegò dieci anni per decidersi ad usare la parola, ma sapeva comunque che i suoni ed i rumori erano importanti e per questo decide di introdurne alcuni nel suo film. Infatti i tempi stavano cambiando, ed anche se Chaplin continuò sempre a ritenere che il cinema fosse l’arte del silenzio, da questo momento cominciò a rompere progressivamente il suo ostinato mutismo.




“In Modern Times Chaplin utilizza il dialogo organicamente affine al soggetto della materia trattata, nel senso che gioca con l’idea del suono inteso come uno sviluppo tecnologico'. Nel film le prime ad introdurre il sonoro sono le fabbriche, con il loro rumore assordante, seguite dalla voce del direttore che comunica con i suoi dipendenti tramite uno schermo e dai rappresentanti della macchina per mangiare che spiegano al direttore la loro invenzione non a voce, ma attraverso un disco pubblicitario con una voce registrata. Questo insolito uso del parlato si oppone alla storica scena dove, finalmente, anche il vagabondo pronuncia le sue prime parole dopo più di venti anni di silenzio, ma Chaplin si è rivelato originale anche in questo evento; infatti Charlot usa la sua voce per la prima volta sullo schermo non per parlare ma per cantare, e per di più in un linguaggio di sua invenzione; in tutto ciò Chaplin vuole mostrare il contrasto tra gli uomini tecnologici della prima parte del film, in grado di parlare solo attraverso dei mezzi elettronici, e la spontaneità del vagabondo che è il primo vero uomo a parlare da solo in tutto il film.





Bisogna apprezzare l’audacia che Chaplin ha dimostrato facendo parlare il suo omino con i baffi, soprattutto perché è riuscito a farlo rimanere un personaggio internazionale. Con Charlot, Chaplin, ha creato una maschera, una figura universale grazie alla quale ha reso l’arte della pantomima un linguaggio comprensibile ad ogni abitante del globo 'Charlot è tanto chiaro nel suo agire che non ha neppure bisogno della parola ha trovato un linguaggio sincero, immediato e questo gli basta'. Per questo il problema di fondo di Chaplin nell’era del sonoro era proprio di chiedersi come avrebbe dovuto parlare una maschera, quale sarebbe potuto essere il linguaggio giusto per un omino così buffo. Chaplin avrebbe dovuto coniarlo lui stesso, di sana pianta, solo ed esclusivamente per Charlot, ed infatti è pressappoco quello che fece: in Modern Times il vagabondo parla ma, per non discriminare nessuno di coloro che lo stanno ascoltando, si esprime un po’ in francese, un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, un po’ in italiano, riuscendo ad accontentare tutti proprio perché il suo linguaggio non è comprensibile a nessuno. Facendo ricorso alla pantomima, Chaplin ci suggerisce la storia di un seduttore e di una ragazza, dimostrando ancora una volta come le parole non servano nei suoi film, perché non aggiungono niente alla comprensione. Non a caso, prima che il vagabondo parli, Paulette Goddard, tramite la didascalia recita: -Lascia perdere le parole. Canta-.


Usando il sonoro ed il dialogo in questo modo Chaplin concede al vagabondo un altro periodo di tregua prima che si decida a farlo parlare definitivamente.

Infatti il 15 Ottobre del 1940 esce The Great Dictator, il primo film sonoro di Charlie Chaplin, in cui abbiamo di nuovo una situazione di contrasto sonoro: Chaplin interpreta Hynkel, che parla a voce alta, in modo arrogante, usando spesso dei microfoni, ed il barbiere ebreo, 'uno Charlot divenuto meno maschera e più uomo vivo', che al contrario parla poco, con calma e con educazione. Hynkel a volte si esprime in tomanico, un linguaggio incomprensibile, un po’ come il vagabondo di Modern Times, ma questa volta il motivo di quest’uso stravagante della lingua è diverso: 'la canzone del vagabondo è il suo modo per provare a sopravvivere senza essere soffocato dalle minacce sociali', Hynkel, invece, parla in questo modo per controllare, manipolare e terrorizzare milioni di persone.

Ma oltre ad usare il sonoro per creare un contrasto tra questi due personaggi, Chaplin lo utilizza anche per realizzare delle gag esilaranti, come nei precedenti film: quando Hynkel sta’ dettando una lunghissima lettera in tomanico alla sua segretaria che invece batte solo tre colpi sulla macchina da scrivere, o nella scena delle monete nei budini, che fanno un buffo suono nello stomaco del barbiere, episodio che si può comparare a quello del fischietto in City Lights e dell’indigestione in Modern Times; ciò che però differenzia The Great Dictator da questi ultimi due film non è solo l’uso dei dialoghi, ma anche l’impiego della musica che ha un ruolo meno importante.

The Great Dictator è un film che va ricordato anche per la morte di Charlot; Chaplin non farà rivivere mai più il suo eterno vagabondo, che da ormai venticinque anni era presente sugli schermi di tutto il mondo. E proprio per contrasto a tanti anni di silenzio Charlot esce di scena con un interminabile discorso sulla pace e sulla fraternità di ben sei minuti, un discorso che ha fatto discutere molto e che ha diviso la critica: 'il linguaggio di Chaplin suona male sulle labbra di Charlot: è troppo banalmente moralistico e filosofeggiante', 'era un errore che Charlot si mettesse a fare della propaganda', ma 'per due decenni Chaplin ha rappresentato i sogni di un povero vagabondo che puntualmente crollavano con la fredda luce del giorno. Qui le illusioni del vagabondo diventano le delusioni di grandezza di un dittatore', oppure Paul Goodman trovava potente l’invettiva contro Hynkel e a differenza di altri 'non trovava nemmeno incongruo il discorso finale ai soldati: -Se non è un discorso sincero che viene dal cuore, vuol dire che per venticinque anni siamo stati ingannati-'.








Abbiamo dunque analizzato come a poco a poco anche la genialità di Chaplin abbia dovuto cedere alla tirannia del sonoro, ma probabilmente è stato proprio in questo che si è vista la sua grandezza: è riuscito a stare al passo con i tempi senza perdere la sua identità, cosa che altri grandi artisti non sono stati in grado di fare; va anche detto che però Charles Chaplin restò sempre il grande maestro della pantomima', da cui completamente non si staccò mai. Appena gli fu possibile continuò ad introdurre sempre dei numeri di esilaranti pantomime; non dimentichiamo che nello stesso The Great Dictator due tra le scene più famose si basano solo ed esclusivamente sulla comicità della sua straordinaria abilità mimica: una è il notissimo balletto di Hynkel con il mappamondo, e l’altra è mentre il barbiere sta radendo la barba ad un cliente a tempo con la danza ungherese trasmessa alla radio; oppure basti ricordare che dopo ormai più di venti anni di cinema sonoro, Chaplin riuscì a portare con successo sugli schermi ancora uno straordinario numero pantomimico in Limelight (1952), dove esegue uno storico pezzo comico.

    
Il silenzio, questa grazia universale, quanti di noi ne sanno gioire?'

Charles Chaplin, I miei viaggi



Conclusione


Esiste qualcosa di più grande e più puro rispetto a ciò che la bocca pronuncia. Il silenzio illumina l'anima, sussurra ai cuori e li unisce. Il silenzio ci porta lontano da noi stessi, ci fa veleggiare nel firmamento dello spirito, ci avvicina la cielo; ci fa sentire che il corpo è nulla più che una prigione, e «questo mondo è un luogo d'esilio». C'è il silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c'è il silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato. Il silenzio della voce, il silenzio dei gesti. Il silenzio si tinge di caldi colori quando c'è quell'ascolto profondo fatto di sensazioni mai giudicate ma sempre accolte perchè fanno parte della nostra vita. il silenzio ci fa sentire la gioia e il dolore più intensi e sinceri, ci rivela tutti i segreti che la bocca cela, ma a volte si unisce all'orgoglio e alla superbia, e insieme costruiscono un muro difficile da abbattere che si pone tra noi e gli altri. Il silenzio è la voce delle nostre emozioni. Sembra un paradosso ma sa urlare a tal punto da sconvolgerci. Non credo che esista il silenzio assoluto, quando tace la bocca parla la mente, quando tace la mente parla il cuore.




Nel silenzio prendono forma i nostri pensieri i nostri sentimenti, le nostre emozioni. Ascolta il rumore dell'acqua che scorre tra le rocce. Sono i piccoli corsi a far più rumore, mentre le grandi acque fluiscono silenziose. Benchè l'onda delle parole ci sovrasti sempre, le nostre profondità sono sempre silenti. Ognuno presta fede a quel che sente dire. Ma si dovrebbe credere a quanto non viene detto: il silenzio dell'uomo si accosta alla verità più della sua parola. C'è chi cerca la compagnia delle persone loquaci per timore della solitudine. Il silenzio della solitudine svela ai loro occhi la loro nuda essenza, cosa dalla quale rifuggono. E vi sono quelli che parlano, e senza consapevolezza rivelano una verità che sono i primi a non capire. E vi sono coloro che hanno la verità dentro di sé, ma non la esprimono a parole. Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare, il silenzio dei boschi prima che sorga il vento di primavera. Il silenzio di un grande amore, il silenzio di una profonda pace dell'anima, Il silenzio tra padre e figlio e il silenzio dei vecchi carichi di saggezza. Ci sono silenzi che costruiscono enormi castelli nelle nostre anime scosse, e «noi raccogliamo in essi bauli di parole, di emozioni, di doni mai offerti, che finiscono o con l'incenerirsi al primo fuoco, o con l'ammuffire, e coinvolgere nel loro decadimento le mura intere.



“La parola è un'ala del silenzio”



Mi piaci quando taci

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.


Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell'anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.


Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla turbante.
E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.


Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.


Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.


Pablo Neruda



La realtà dell’altro

non è in ciò

che ti rivela,

ma in quel che

non può rivelarti.

Perciò, se vuoi capirlo,

non ascoltare le parole che dice,

ma quelle che non dice.




FINE



Grazie a quanti hanno compreso, percepito e captato i miei momenti più cupi, penetrando i miei silenzi senza forzature,a quanti hanno creduto in me dandomi man forte attraverso un cenno del capo, uno sguardo, un sorriso. Grazie «cento volte» a chi mi ha scrollato, sconvolto, turbato, emozionato; a chi mi ha indotto a guardare «fuori», «oltre», «più e più in là»; grazie a chi mi ha consigliato, incoraggiato e stimolato. Grazie a tutti quanti.















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Appunti su: lettera a lucilio sul silenzio,










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