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Elementi di narratologia cognitiva




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Elementi di narratologia cognitiva


















PREMESSA | DALLA PARTE DEL LETTORE



Prima di passare in rassegna quelli che, variando un recente titolo di David Herman1, ho chiamato elementi di narratologia cognitiva, credo sia necessaria una breve premessa per storicizzare schematicamente l’affiorare, nella teoria della narrazione, della figura del lettore. Cronologicamente parlando, come evidente dalla bibliografia, questo studio si colloca all’interno di una linea teorica di recente formazione. Inoltre, in quanto lavoro di profilo narratologico, il contesto culturale e gli ancoraggi storici dei testi non saranno una preoccupazione primaria, ma saranno convocati unicamente a supporto di ipotesi nate dalla teoria e dai testi. Anche la teoria, però, non nasce in astratto, anche se a volte nasconde i passi di chi l’ha preceduta. Mi è parso così giusto indicare, in pochi e non esaustivi passi e paradossi, il cammino che ha portato la narratologia a postulare quello che il lettore empirico, digiuno di teoria, non ha mai messo in dubbio, vale a dire la propria esistenza e importanza.

Il triangolo estetico tra autore, testo e lettore, è una figura geometrica che la teoria della letteratura ha più volte ridisegnato. Per diverse e progressive esigenze, a volte si è accorciato il lato dell’autore o del lettore, altre volte si è cercato di farne collassare i cateti sull’ipotenusa del testo. Com’è facilmente intuibile, ogni sbilanciamento eccessivo verso uno dei poli ha sollevato polemiche o resistenze tra i sostenitori di differenti prospettive. Se analisi troppo dirette a decifrare l’intenzionalità dell’autore o sostenute da elementi biografici hanno portato correnti a base formalista come il New Criticism americano a

rilevare una «intentional fallacy» (Wimsatt and Beardsley, 1946)2, d’altra parte c’è chi,

come Wayne Booth, ha reagito a queste accuse mettendo a punto una categoria narratologica come quella di un “autore implicito” (Booth, 1961), per difendere un approccio teorico che potesse resistere alla deriva testuale, che tenesse conto dell’autore come operatore tecnico di selezione dei materiali, senza relegare così la pratica interpretativa allo studio delle strutture, delle funzioni testuali e della forma. Con questa mossa Booth ha cercato di raggiungere il doppio obiettivo di conservare l’importanza dell’individualità dell’autore (70), espressa come principio di selezione e di unità del testo, e di costruire un interstizio ermeneutico che facesse da barriera a un’interpretazione

ingenua della narrazione come diretta trascrizione del pensiero dell’autore3.

Ci sarà modo di ritornare, nel terzo capitolo, sulla nozione di autore implicito, di discuterla e per certi versi indebolirla, almeno nelle narrazioni che sono oggetto di qiesto studio. Per ora mi preme mettere in luce come, nel formulare la sua ipotesi, Booth abbia vincolato il versante della produzione del testo, ossia l’immagine che l’autore costruisce di sé nelle operazioni retoriche che compie, all’attività di lettura, dove questa immagine è ricostruita e realizzata come inferenza dal lettore. «The 'implied author'», scrive Booth,

«chooses, consciously or unconsciously, what we read; we infer him as an ideal, literary, created version of the real man; he is the sum of his own choices» (74-75, mio il corsivo). A quest’altezza cronologica, una simile attenzione al coefficiente costruttivo e cooperativo del lettore è tutt’altro che scontata. Tuttavia, per quanto Booth continui ad indicare l’importanza del lettore per tutto il suo studio sulla retorica della finzione, la sua analisi non arriva a mettere a punto strumenti in grado di indagare una pragmatica del testo.

Lo stesso accade all’opposto versante della barricata teorica. Più o meno negli stessi anni, infatti, per quanto possa apparire paradossale, anche all’interno dello strutturalismo, nel pieno dei suoi ‘heydays’, la figura del lettore guadagna il palcoscenico teorico. Il paradosso nasce dal fatto che la sua comparsa è inversamente proporzionale alla cosiddetta “morte dell’autore”, dunque suscitata da un’operazione correttiva opposta alla tutela che di quest’ultimo stava tentando Booth, attraverso la mediazione testuale dell’autore implicito.

Nel noto saggio del 1968, Roland Barthes, mentre sanciva appunto la morte dell’autore con toni apocalittici e piuttosto irrazionali, tipici del clima di rivoluzione teorica che si respirava nella Francia degli anni sessanta –, a cui negava ogni valore individuale e ogni principio di forza unificante rispetto ai materiali dell’opera, scriveva che, al contrario, «il y a un lieu où cette multiplicité se rassemble, et ce lieu, ce n'est pas l'auteur, comme on l'a dit jusqu'à présent, c'est le lecteur : le lecteur est l'espace même où s'inscrivent, sans qu'aucune ne se perde, toutes les citations dont est faite une écriture; l'unité d'un texte n'est pas dans son origine, mais dans sa destination». (Barthes, [1968]1984: 66).



Come anticipato, però, a questo entusiasmo per il versante ricettivo di un testo letterario lo strutturalismo non ha saputo o voluto affiancare strumenti analitici in grado di spiegare concretamente come funzionasse quest’operazione unificante da parte del lettore5. Peggio ancora, per contrastare una critica biografica e, come con disprezzo ha scritto Barthes, un umanesimo ipocrita che condannava la scrittura sperimentale di quegli anni in nome dei presunti diritti del lettore, la mossa discorsiva con cui si annulla l’individualità autoriale trascina con sé verso una non precisata depersonificazione anche il lettore,

lasciando la teoria ancor più orfana di appoggi pragmatici e pericolosamente ricca di astrazioni. Così prosegue e chiude, infatti, il saggio-pamphlet di Roland Barthes: Nel corso di questo studio sarà sempre più chiaro come una simile ipotesi astratta di un lettore senza storia, biografia e psicologia sia pressoché agli antipodi della nostra ipotesi analitica e, più in generale, delle premesse teoriche della nuova narratologia cognitiva, su cui il presente lavoro si sostiene. Certo, il saggio di Barthes va storicizzato e contestualizzato, compreso nell’atteggiamento di attacco difensivo in risposta alle critiche che stava suscitando la nouvelle critique di cui lui era il massimo esponente, nell’ottica contingente di un botta e risposta che ha lasciato tracce editoriali più articolate come il saggio su Critique et Verité, che precede e prepara il pamphlet sulla morte dell’autore (Barthes 1966). E certamente il debito tanto della narratologia classica, quanto della narratologia contemporanea, cognitiva e non, nei confronti dello strutturalismo resta indiscusso e, come si vedrà, esplicitamente riconosciuto. Tuttavia, i numerosi attrezzi analitici che lo strutturalismo ha ricavato dall’analisi del testo hanno dovuto attendere alcuni decenni prima di essere rifunzionalizzati in senso pragmatico, in modo da liberare l’atto di lettura da un’entusiasta quanto impraticabile astrazione.

Nel 1968 la narratologia è sul punto di nascere, o meglio di essere così denominata da Tzvetan Todorov e successivamente riconosciuta come disciplina autonoma (Todorov

1969: 10).6 Potrebbe allora apparire un paradosso ulteriore il fatto che proprio Michail

Bachtin, di cui Todorov è stato un fondamentale traghettatore e traduttore proprio nella Francia degli anni sessanta, e a cui ha dedicato la prima e importante monografia critica (Todorov 1981), appaia oggi come uno dei primi ad aver individuato e criticato le astrazioni strutturaliste rispetto alla figura del lettore. Nel suo ultimo scritto, poco citato ma, rispetto all’obiettivo di questo studio, significativamente intitolato Per una metodologia delle scienze umane, Bachtin sintetizza così la sua visione riguardo alla postura eccessivamente testuale e astratta dello strutturalismo nei confronti tanto dell’autore quanto del lettore:


Gli attuali teorici della letteratura (nella loro maggioranza strutturalisti) di solito definiscono l’ascoltatore immanente all’opera come ascoltatore ideale e onnicomprendente; è proprio un tale ascoltatore a essere postulato nell’opera. Non è, naturalmente, l’ascoltatore empirico e neppure una rappresentazione psicologica, l’immagine dell’ascoltatore nell’anima dell’autore. È una formazione ideale astratta. E ad essa si contrappone un altrettanto astratto autore ideale. In questa prospettiva, in sostanza, l’ascoltatore ideale è il riflesso speculare dell’autore, il suo doppio. Egli non può immettere nulla di suo, nulla di nuovo nell’opera idealmente intesa e nel progetto idealmente completo dell’autore. […] Tra l’autore e tale ascoltatore non può esserci alcuna interazione, alcuna attivo rapporto drammatico, poiché essi non sono voci, ma concetti astratti uguali, a sé e l’uno all’altro. Qui sono possibili soltanto vuote astrazioni tautologiche meccanicistiche o matematizzate. Qui non c’è un grano di personificazione. […] Nello strutturalismo c’è un soggetto soltanto: il soggetto del ricercatore. (Bachtin [1974] 1988: 382-

387)



Ora, chi possiede familiarità con l’opera teorica di Bachtin non troverà in questa citazione nulla di stupefacente. Ogni suo scritto, maggiore o minore, è diretto a sostenere l’importanza di un’interazione dinamica nell’atto di scrittura e di lettura, della drammatizzazione multipla tra autore e personaggio, tra autore e lettore, tra lettore e



personaggio. È il concetto, tanto noto quanto oscuro, di “dialogismo”7. La mia idea, e ci

sarà modo di mostrarlo più avanti, è che Bachtin abbia anticipato con questo concetto, sebben in forma embrionale, alcune importanti problemi della futura pragmatica del testo, persino nei più recenti risultati della narratologia cognitiva. Tuttavia, per essere equi rispetto al giudizio che si è dato dello strutturalismo, e che con le parole di Bachtin è stato ribadito, occorre dire che lui stesso non supporta il discorso teorico sull’atto di lettura con

esemplificazioni o strumenti di alcun tipo. La sua è una metodologia più euristica che strumentale, per certi versi assimilabile a quella di Booth, in quanto volta a preservare l’importanza delle soggettività che costruiscono e fruiscono un testo letterario. Anche qui, chi conosce la sua opera sa quanto molti dei suoi scritti siano allo stesso tempo forti di un’efficacia discorsiva e deboli nella sistematizzazione. Il fascino delle sue riflessioni risiede in parte proprio nella loro incollocabilità disciplinare, così come sono nutrite di filosofia, religione, linguistica, psicologia e formalismo. Quest’ultimo, come si è visto, per quanto Bachtin stesso vi abbia contribuito attivamente nella sua fase liminale, viene poi fortemente problematizzato alla pari della sua evoluzione strutturalista.

Nel passo citato, però, vi è un’indicazione che prefigura un aspetto qui fondamentale rispetto all’atto di lettura, e che costituisce più che un elemento della contemporanea narratologia cognitiva, quasi la sua stessa premessa: il lettore porta qualcosa di sé nel testo. Come questo accada Bachtin non lo spiega, ma negli stessi anni Johnathan Culler, il maggior esponente dello strutturalismo americano, piega alcune rigidità dei suoi colleghi francesi per indebolire le barriere tra testo e lettore, e per la prima volta sbilanciarsi in un’indagine sul funzionamento pragmatico delle strutture narrative. Nel capitolo centrale del suo Structuralist Poetics (Culler 1975), citando Philippe Sollers, Culler riprende proprio l’assunto barthesiano del 1968 riguardo alla morte dell’autore e alla

corrispettiva crescita d’importanza teorica del lettore8. Questa volta però Culler porta

questa premessa verso domande e risposte più concrete sull’attività di lettura. La spinta di Culler non rimarrà isolata. Dalla metà degli anni settanta in poi, infatti, la teoria della narrazione mette a segno alcuni punti importanti per una una pragmatica del testo9, riconfigurando problemi classici come il realismo e lo stesso concetto di narratività in un’ottica costruttiva, vale a dire vincolando il testo alla sua fruizione e capendo che interrogando questo rapporto si avranno non solo risposte sul testo stesso, ma sulla natura profonda di ciò che ci permette tanto di raccontare quanto di partecipare differenti tipi di

storie. La teoria, insomma, per dirla con Proust, passa finalmente du côté du lecteur.


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