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L’Economia di comunione e l’orientamento alla carità




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l'economia di comunione e le sue origini   INTRODUZIONE l'Economia di



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Dal libro di FABIO CIARDI

KOINONIA Itinerario teologico - spirituale della comunità religiosa. Città Nuova, 1992.


L’esercizio dell’amore di carità

Come costruire la comunità. Pag. 299 - 315

In questo capitolo che intende concludere tutto il lavoro introduttivo del progetto dell’EdC, ci si avvia a mettere in risalto l’essenza del progetto. Per fare questo si parte dalla considerazione che la comunità è il luogo privilegiato per vivere in pienezza la vocazione cristiana. Questa affermazione forte scaturisce dalla constatazione che i prossimi sono il sacramento per l’incontro con Cristo, che l’amore è la via del cristiano e non ultimo dal fatto che nella reciprocità dell’amore vi è l’esperienza del Dio trinitario.

Ma come amare ? Qual è l’esercizio concreto che è richiesto ai membri di una comunità perché questa giunga ad essere ciò che è chiamata ad essere ? Piuttosto che affrontare in modo esauriente la pedagogia della carità, si vorrebbe indicare solo alcune piste che possono essere percorse cercando di guardare alla fonte stessa dell’agape. Se siamo figli di un Dio che è Amore, dovremmo necessariamente somigliare a lui anche e soprattutto nell’esercizio dell’amore.

Puntando lo sguardo su Dio Amore, ciascun membro della comunità si sente chiamato a quell’atteggiamento fondamentale che è l’uscita da sé verso l’altro[301]. Si tratta dell’esodo dall’egocentrismo alla donazione, del passaggio dall’essere per sé all’essere per l’altro. Nato per la comunione (e dalla comune - unione), l’uomo si trova talvolta bloccato nei rapporti a causa del peccato. Il maligno per definizione è infatti divisione e la sua opera è rottura di rapporti. La redenzione, invece, è l’opera che Cristo compie per liberare l’uomo dalle molteplici divisioni e rotture che l’uomo vive nei confronti di Dio, dei fratelli, della natura, di sé stesso, così da restituirgli la libertà nella piena comunione dell’amore.

Gli iniziatori delle differenti comunità religiose, per esempio, hanno sempre visto la resistenza della natura umana, segnata dal peccato, alla costruzione di rapporti autentici nell’amore e con estrema forza si sono scagliati contro gli operatori di divisioni all’interno della comunità. La rottura dell’unità è infatti il peccato più grande, quello che più rende simili al maligno, così come la costruzione dell’unità più avvicina al Dio dell’unità e dell’amore. I costruttori di pace saranno chiamati figli di Dio ! (Cfr. Mt 5, 9). I fondatori e le fondatrici, - e allora perché no, possono fare altrettanto, contestualizzando nella realtà aziendale anche i manager - quando desiderano mettere in guardia contro la disunità, attingono a piene mani dagli elenchi di peccati che si trovano negli scritti paolini. Sono liste che denunciano l’egoismo umano, il ripiegamento su sé stessi e tutti gli atteggiamenti negativi che impediscono l’edificazione della vita di completa comunione, e che analogamente - se non maggiorati a motivo della diversità di motivazioni personali - sono anche molti degli innumerevoli fattori di difficoltà che si possono riscontrare all’interno delle comunità aziendali. È stato raccolto l’elenco di questi peccati in ordine alfabetico, così come emergono nelle lettere di Paolo : ambizione egoistica, arroganza, assassinio, bestemmia, collera, contese, cupidigia, diffamazione, discordia, disubbidienza, dissolutezza, disamore, furto, frode, gelosia, gozzoviglie, idolatria, inclemenza, insubordinazione, libidine, magia, maldicenza, malignità, malvagità, omosessualità, oscenità, pederastia, perversione, settarismo, stoltezza, stupidità, superbia, ubriachezza, vanità.[302] E’ impressionante vedere come tutti i peccati elencati da Paolo abbiano a che fare con i rapporti all’interno della comunità : sono d’impedimento alla vera comunione nella diversità e quindi il frutto della disunità.


Come costruire la comunità


Entrando a far parte di una comunità allora, si dovrà essere coscienti della presenza in ciascuno di questa condizione di peccatori e che nel cuore di ognuno si annidano i mali che corrodono la totale comunione, altrimenti ci si abbatte ai primi segnali di difficoltà. Le comunità sono composte inevitabilmente da peccatori, così come la Chiesa è santa ma composta da peccatori. È chiaro allora che per arrivare alla koinonia occorre passare per la metanoia.

Non a caso nel monachesimo, per evidenziare un parallelismo fra comunità religiosa e comunità aziendale, spesso la conversione, il battesimo e l’entrata in comunità coincidevano con un unico atto. Da qui anche il tema ricorrente della professione monastica come secondo battesimo.[303] Ciò vuole significare - anche per la realtà aziendale - che non si può accedere alla vita in comune senza la conversione, senza aver purificato il cuore dall’egoismo che vi si annida nelle forme e manifestazioni più diverse, quali possono essere per esempio il perdurare di un atteggiamento di competizione anziché di collaborazione, di sfiducia e diffidenza reciproca anziché di fiducia, abbandono e via di seguito.

Queste parole, metanoia, conversione, vanno colte nel loro significato originario. Metanoia significa cambiamento di mentalità, di forma mentis ; ragionare con una logica nuova, superiore. Usando un espressione forte possiamo dire che si tratta di arrivare a pensare secondo Dio e non secondo gli uomini (cfr. Mc 8, 33). Dio pensa sempre pensieri di pace (cfr. Ger 29, 11). Si tratta di entrare nella logica evangelica dell’amore al nemico, del dare il mantello a chi chiede la tunica, di porgere l’altra guancia, di donare gratuitamente senza aspettare il ritorno, di assumere un atteggiamento di carità per poter aspirare ai carismi più alti seguendo << la via migliore di tutte >> quella della carità appunto che come ci ricorda S. Paolo << è paziente, è benigna la carità ; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adìra, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. >> (1 Cor 12, 31 - 13, 13)[304].

Conversione etimologicamente significa inversione di rotta : dalla direzione egocentrica a quella altruistica, dal vedere tutto in funzione propria al vivere per l’altro, dal perseguimento del solo interesse personale individuale al perseguimento dell’interesse personale comunitario, cooperativo,[305] dalla bramosia del possesso alla generosità verso tutti.

lo stesso Paolo ancora che, dopo aver elencato i frutti della carne, elenca i frutti dello Spirito, che nascono nell’uomo nuovo come conseguenza della conversione. Come quelli erano per la distruzione dei rapporti, questi sono tutti in funzione della comunione : << Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (). Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri >>. (Gal 5, 22 - 26). Dopo aver esposto un elenco di peccati contro l’unità, scrive ancora : << Siete stati lavati, siete stati santificati dal Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio ! >>(1 Cor 6, 11). << Ora - scrive sempre in un contesto di contrapposizione tra prima e dopo la conversione - deponete anche voi tutte queste cose (). Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo >>. Quindi Paolo descrive ancora una volta le caratteristiche che contraddistinguono l’uomo nuovo : << Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza ; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità (che è il vincolo di perfezione, perché la sola vera perfezione è quella dell’amore N d A). E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti ! La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente ; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di grazie a Dio Padre >> (Col 3, 12 - 17). Le caratteristiche dell’uomo nuovo si identificano con gli strumenti necessari per la costruzione della comunità : l’uomo nuovo è colui che è capace di creare la comunione.

Può essere pericoloso guardare alla comunità nel suo aspetto mistico senza tenere conto della tendenza egoistica presente in ognuno dei suoi membri e senza considerare la necessità di un continuo doveroso cammino di conversione. Il confronto diretto tra i modelli ideali di comunità e la concreta situazione della propria comunità particolare potrebbe ingenerare frustrazioni e delusioni.[306] Da una parte una visione di luce, dall’altra la constatazione di una realtà cruda, nella quale si possono sperimentare freddezza, incomprensioni, fallimenti, divisioni. Per questo non si sottolineerà mai abbastanza l’intrinseca unità del mistero pasquale nella duplice dimensione di morte e risurrezione. Non si può vivere il mistero di vita se non sul mistero di morte, così come una morte per amore non può non condurre alla pienezza della vita. Questo mistero di morte pare si possa dire sia lo stesso di cui in altri termini parlava Confucio << trattare gli altri come se si stesse celebrando un importante sacrificio >> oppure di << ripagare l’odio con la rettitudine >> (morendo così alla propria voglia umana di vendetta) e ancora anche Tagore affermava che << colui che non ha più attaccamento ad alcuna cosa () con l’anima raccolta, e col pensiero reso saldo dalla conoscenza, opera a scopo di sacrificio >>.

La metanoia, ossia l’intima e profonda conversione - operata in ciascuno da Cristo e dal suo Spirito nel battesimo, ratificata nella professione religiosa, per le comunità religiose - attuata per scelta morale nelle comunità di lavoro richiede di essere rinnovata costantemente, ogni giorno.

Assieme a questo atteggiamento di conversione permanente, la costruzione della comunità richiederebbe un particolare atteggiamento di fede, perché nelle persone che ci sono accanto occorre cogliere la presenza stessa di Cristo. È una delle espressioni della metanoia, intesa come cambiamento del modo di vivere e di pensare. È questa fede che fa andare al di là di una valutazione puramente umana dei membri della comunità, che è tentata di fermarsi agli aspetti negativi che inevitabilmente emergono. La prolungata convivenza e collaborazione porta a scoprire, oltre alle doti, anche i difetti dell’altro. Inoltre, poiché i membri della comunità non si scelgono, possono esserci antipatie, anche immotivate. Può subentrare allora, con il passare del tempo, una visione negativa dell’altro, che non tiene più conto del divino che vive in lui e della sua vocazione a figlio di Dio. Ecco allora sorgere la sfiducia, ossia la convinzione che l’altro non potrà mai cambiare. Non si ha più stima di lui, non si crede più nella possibilità di una sua “risurrezione”. Ecco perché si richiede un atteggiamento di fede, che sappia guardare sempre con occhi nuovi, che sappia credere sempre nell’altro, che dia costantemente fiducia. Più che sentirsi giudicata, ogni persona ha bisogno di sentirsi accolta così com’è ed amata. Ed è questo calore da cui è circondata che addolcirà una particolare angolosità, che darà luce per capire quanto c’è da cambiare nella propria vita, e così via.

Quando i nostri prossimi sono visti costantemente in questa luce soprannaturale e colti come sacramento dell’incontro con Dio, ne segue una modalità di rapporto che si esprime in un amore concreto. La metanoia si traduce in diakonia (servizio volontario per scelta personale d’amore), e si avvia così la costruzione della comunità dal basso, in una linea ascendente.

Le connotazioni di questo amore sono le più varie. L’amore infatti è come un diamante : ha mille sfaccettature. Proprio per essere tale, l’amore deve potersi manifestare nelle forme più svariate. L’inno alla carità, prima citato, (cfr. 1 Cor 13) ci mostra come l’amore debba rivestirsi, a seconda delle circostanze, di pazienza, benignità, benevolenza, nascondimento, umiltà, rispetto, disinteresse, mansuetudine, perdono, giustizia, verità, misericordia, fiducia, speranza, sopportazione. La carità è pienezza della legge, racchiude in sé tutte le altre virtù e si esprime attraverso di esse.

Queste molteplici espressioni dell’amore devono manifestarsi non tanto e non solo nei momenti o nelle occasioni solenni del lavoro (quale può essere l’impegno particolare per delle mansioni urgenti ed importanti), quanto nella ricerca e valorizzazione della semplicità, di una vita fraterna quotidiana, ricca di umanità e fatta di piccole cose. La via per una rapida e solida costruzione della comunità passa attraverso il vissuto di quelle parole del Vangelo che pongono immediatamente in un concreto atteggiamento di servizio verso il prossimo che il Signore ci ha posto accanto : << Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me >> (Mt 25, 40) ; << Ama il prossimo tuo come te stesso >> (Mt 22, 39) ; e così via. Si tratta di parole che mettono in un esercizio immediato e concreto di donazione, che spingono a uscire fuori di sé per porsi in costante servizio dell’altro, in un positivo atteggiamento di oblatività, impedendo il ripiegamento su di sé.




§ 3 Alcuni modi concreti d’agire


Seguendo la parola di Dio, vengono in rilievo alcune modalità concrete del dono di sé caratteristico dell’amore.

Servire, anzitutto. È questo il primo insegnamento sul modo di amare che Gesù stesso ha impartito. Lui è << venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti >> (Mt 20, 28), consumando sulla croce l’estremo suo amore. Poco prima di morire, aveva espresso inequivocabilmente la concretezza del modo di amare lavando i piedi ai discepoli e invitandoli a fare altrettanto : << Anche voi dovete lavare i piedi gli uni degli altri >> (Gv 13, 14).

Il servizio esige un atteggiamento di umiltà. << Siate umili >>, raccomanda la lettura di Pietro parlando di come vivere l’amore scambievole (cf 1 Pt 3, 8). Si tratta di mettersi all’ultimo posto, secondo l’insegnamento costante del Signore. Ai figli di Zebedeo che chiedevano i primi posti, il Maestro risponde : << I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra di voi ; ma colui che vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti >> (Lc 9, 35).

L’atteggiamento di umiltà e di concreto esercizio è il modo evangelico di porsi davanti all’altro. Una comunità può crescere nell’amore a condizione che “ognuno lavi i piedi all’altro”, nel duro lavoro della vita quotidiana, nella felicità dei piccoli gesti, nel silenzio nascosto che non aspetta riconoscimenti : << non sappia la tua sinistra ciò che fa tua destra >> (Mt 6, 3). Servire il fratello non servirsi del fratello ! Siamo nella linea del puro dono, che si sbriciola nei più semplici atti comunitari, in difesa di un attimo o uno spazio di relax, (per il caffè) in quelli più ordinari che vanno dal tenere pulito il posto di lavoro, al creare il clima di concentrazione in un momento di difficoltà, dall’essere creativi nel proporre soluzioni innovative, al comunicare per primi la propria disponibilità in un momento di necessità. Dire servizio è dire qualcosa di concreto, di fattivo, che costa.

Viene quasi alla memoria la figura della madre, come colei che non si risparmia, che si dona dalla mattina alla sera come fosse la cosa più normale del mondo. Anche ai figli, anche al marito sembra un atteggiamento normale, quasi fosse un servizio loro dovuto. È così che si ama, anche nella comunità, dove ognuno è chiamato “ad essere madre dell’altro” in un costante e reale servizio quotidiano e concreto. Il servizio non pretende, non è un do ut des ; è una gratuita sollecitudine per l’altro, per la comunità. Il servo, lo schiavo, svolgono il loro compito perché costretti dalla necessità o dalla sorte. Il cristiano (ma in generale ogni membro di una comunità, purché abbia vissuto la conversione, purché sia uomo nuovo) è diacono, serve, - sull’esempio di Cristo -, non perché costretto, ma perché spinto e motivato dall’amore.

Un secondo aspetto dell’amore è quello dell’accoglienza che porta ad accettare l’altro e ad immedesimarsi con lui, fino a far proprie le sue ansietà, i suoi dolori, le sue gioie, le sue preoccupazioni, i suoi successi. L’amore è dimentico di sé e tutto proteso verso l’altro. L’altro va accolto e amato così come è, non come vorremmo che fosse. Occorre rinunciare alla tentazione di volere l’altro a propria immagine e somiglianza o secondo i propri gusti. Si tratta piuttosto di saper gioire della diversità, della ricchezza della complementarità dei doni, così come ci hanno insegnato i fondatori delle comunità religiose richiamandosi all’immagine paolina dell’unico corpo e delle differenti membra. Per capire l’altro e accoglierlo nella sua individualità, come un dono, occorre entrare nel suo stesso mondo interiore e vedere con i suoi occhi, sentire con i suoi sentimenti, condividere la sua stessa vita, condividere tutto di lui. È l’invito di Paolo a farsi greco con i greci, giudeo con i giudei, debole con i deboli, l’invito a farsi tutto a tutti (cfr. 1 Cor 9, 19 - 23). È gioire con chi gioisce e piangere con chi piange e avere i medesimi sentimenti gli uni gli altri (cfr. Rm 12, 5). Si tratta, anche in questo, di una dimensione tipicamente pasquale. Sulla croce Gesù ha portato all’estremo il << farsi tutto a tutti >>, condividendo tutto di noi : lui che non conosceva peccato si è fatto peccato per noi (cfr. 2 Cor 5, 21), ha provato la nostra separazione dal Padre (cfr. Mc 15, 34), si è sottoposto alla nostra stessa morte (cfr. Fil 2, 6 -8). La nostra condivisione, sul modello di quella di Cristo, non è data da un semplice sentire - con, ma da un reale << portare i pesi gli uni degli altri >> (cfr. Gal 6, 2), da una vera comunione, nel senso di comune - unione.

Accogliere significa non pretendere, avere pazienza, << ricorrere al compromesso provvisorio pur di non rompere il cammino comune >>[307], convinti che è meglio il meno perfetto in unità che il più perfetto in disunità. Significa saper attendere l’altro quando ha un ritmo di maturazione più lento del nostro o quando non cresce con la speditezza che si vorrebbe imporre al cammino comunitario.

Accogliere significa anche saper amare col cuore. L’amore per il fratello non è infatti un amore platonico. Pietro invita ad amarci gli uni gli altri << sinceramente come fratelli >>, << intensamente, di vero cuore >> (1 Pt 1, 22). Un amore intero, capace di rendere << partecipi delle gioie e dei dolori degli altri >> e di essere animati << da affetto fraterno >> (1 Pt 3, 8 - 9). L’amore tra membri di una stessa comunità di lavoro non può esprimersi in un rapporto spersonalizzato di rarefatta cortesia. Il dono di sé e la sequela di Cristo non mortificano l’affettività, la fanno piuttosto sbocciare nella sua pienezza, purificata dalle ambiguità e dagli egoismi, avvalorando tutte le doti della persona.

Accogliere implica ancora capacità di ascolto, perché l’altro possa sentirsi capito fino in fondo. L’amore sa farsi silenzio e ascolto. Sapere ascoltare non è facile. Mentre l’altro parla verrebbe spesso la tentazione di interrompere perché si è già capito o lo si ritiene, oppure si pensa alla risposta da dare o a quello che dovremmo dire quando sarà il nostro turno di parlare. Sapere ascoltare è invece capacità di silenzio, di vuoto interiore, di ricettività che è tutta amore. Solo così l’altro potrà sentirsi accolto pienamente e potrà esprimere fino in fondo le proprie esigenze, esporre i dubbi le difficoltà o i progetti. La capacità di ascolto è la più elementare e alta forma di maieutica (il metodo di insegnamento socratico consistente nell’aiutare il discepolo, sapientemente interrogandolo, a mettere in luce la verità latente nel suo spirito). Ed è anche uno dei doni più belli che si possa fare all’altro. In una comunità occorre saper perdere tempo per ascoltare. Accogliere vuol dire anche lasciarsi accogliere, poiché amare significa anche saper lasciarsi amare.

Un terzo atteggiamento tipico dell’amore, che troviamo ancora una volta nel mistero pasquale quale luogo di spiegazione dell’amore, è quello della gratuità. Siamo infatti figli di un Padre che ha amato per primo (cfr. 1 Gv 4, 19). << Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. () Quando eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo >> (Rm 5, 8 - 10). L’amore prende sempre per primo l’iniziativa d’amare, sull’esempio dell’agape divina. In una comunità allora concretamente occorre che qualcuno si muova per primo, ami per primo, decida di ricominciare i rapporti quando si fossero incrinati, senza pretendere nulla dagli altri. Per amare non si può aspettare che sia l’altro ad amare. Il primo passo spetta sempre a ciascuno di noi ! Si potrebbe parafrasare 1 Gv 4, 10 e dire : in questo sta l’amore : non sono gli altri ad amare noi ma noi ad amare gli altri.

Questa è forse la forma d’amore più dura, perché la più disinteressata. è un amore che non cerca sé stesso, ma unicamente il bene dell’altro ; un amore che non pone condizioni previe : << ti amo se >> ma che ama perché tale è la natura dell’amore. E’ un amore che sa subire anche l’eventuale incomprensione all’interno della comunità, forse persino l’ingiuria e la derisione. Chi ha capito il valore della koinonia, tutto tenta per conseguirla e ha di mira solo l’edificazione comune con il proprio interesse  ; guarda all’altro, non a sé stesso. La tentazione, nella vita comunitaria, è infatti quella di esigere di essere amati, di aspettare che sia l’altro a risolvere le situazioni, di pretendere che sia l’altro a muovere il primo passo per ricostruire i rapporti quando fossero stati compromessi. L’amore invece ama gratuitamente, ama per primo, senza pretesa alcuna. Trova nell’amore stesso la motivazione del suo amare.

Un ulteriore tratto dell’amore indispensabile per la costruzione della comunità è l’universalità. L’amore ama tutti, senza esclusioni o preferenze. Tutti ! è una parola più volte ripetuta da Gesù proprio nel contesto dell’evento pasquale : << Io quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me >> (Gv 12, 32). << Padre che tutti siano una cosa sola >> (Gv 17, 21). Il membro della comunità dovrà esercitarsi nel servire, accogliere, amare gratuitamente ciascuno dei propri colleghi, a prescindere dalle inevitabili preferenze o antipatie.

L’amore, ancora, è pieno di sollecitudine, di attenzione per l’altro. È benevolo, ossia vuole il bene dell’altro, si interessa all’altro come a sé stesso in tutte le manifestazioni della sua vita : dalla salute fisica al suo sviluppo gerarchico armonico, alla sua “santificazione”. A Dio che chiederà conto degli altri membri della comunità, domandando : << dov’è tuo fratello ? >>, non si potrà rispondere : << Sono forse io il custode di mio fratello ? >> (Gn 4, 9). Sì siamo proprio noi i custodi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Proprio perché membri dello stesso Corpo, non possiamo prescindere dal fratello neppure per il cammino di santità.


§ 4 Gli strumenti pedagogici per la vita di unità


Questi e altri simili atteggiamenti dell’amore sono fondamentali per la nascita e lo sviluppo di ogni forma di comunione. La comunione esige infatti che ognuno sia capace di amare concretamente, sia pronto sempre a ricominciare a fatti, per primo. Esige che ognuno viva nell’amore, senza dipendenze. Se ci si appoggia l’uno all’altro, quando cade l’uno cade anche l’altro ! Occorre piuttosto, nella vita comunitaria, che quando uno cade l’altro sia pronto a sostenerlo e rialzarlo. La piena comunione presuppone l’identità e maturità di ciascuno così come, contemporaneamente, la vita di comunione consente a ciascuno di maturare nella propria personalità.

Tuttavia, questi aspetti, così come sono stati fin qui enunciati, a rigore non costituiscono ancora la vita di unità. La comunità nasce solo quando l’amore è reciproco, ossia quando l’amore che ognuno offre all’altro è corrisposto e l’amore risponde all’amore. La koinonia trinitaria è infatti reciprocità d’amore. Se l’amore di una delle divine Persone non fosse corrisposto dalle altre, non vi sarebbe l’Uni - Trinità. Similmente, Gesù ha espresso il comandamento nuovo, non con la regola aurea del non fare all’altro ciò che non si vuole fatto a noi, o con l’invito ad amare l’altro come se stessi. Il comandamento nuovo implica la reciprocità : amatevi l’un l’altro. Perché la comunità sia anche comunità cristiana, deve necessariamente vivere il comandamento nuovo : l’amore da cui è animata deve essere reciproco.

La reciprocità dell’amore, al pari dell’esercizio dell’amore di cui si è appena parlato, esige un suo camino e particolari strumenti.

Anzitutto occorre verificare serenamente l’un l’altro se esista veramente la comune volontà di camminare insieme alla sequela dell’unico ideale. Spesso lo si suppone per il fatto di trovarsi tutti nella stessa comunità. Tuttavia, a volte si rischia di affidarsi a delle semplici supposizioni, con la possibilità di illudersi. Una certa timidezza o pudore nei riguardi delle cose soprannaturali, il rispetto umano, l’educazione al riserbo per la vita interiore impediscono spesso di ricordarsi il perché del nostro vivere assieme.

Potrebbe essere utile ricordare che, quando si inizia una vita comune, ci si deve necessariamente accordare su un comune cammino. Altrettanto i membri di una comunità di lavoro, come già si ricerca anche in aziende che non conoscono il progetto (generalmente all’atto dell’assunzione di nuovi collaboratori), sono chiamati a manifestarsi l’un l’altro la comune volontà di intenti e obiettivi di fondo. Occorre dire e ridirsi il comune progetto così da approfondire insieme tale cammino, approfittando soprattutto di momenti particolari quali i momenti di crisi, gli incontri con nuovi fornitori o clienti, ma anche di determinati momenti di distensione vissuti assieme. Bisogna imparare a guardarsi e dirsi con semplicità : << Stiamo camminando assieme, condividiamo lo stesso ideale. Viviamo per la stessa causa >>. Insieme vogliamo attuare il comando di Gesù : non possiamo infatti viverlo da soli, perché per amarsi l’un l’altro è necessario e l’uno e l’altro, siamo necessari tutti e due, anzi indispensabili. Allora io ti amo come Cristo ti ha amato. Anch’io rispondo all’altro - ed ecco la reciprocità -, ti amo come Cristo ti ha amato.[309]



Quali sono, possiamo ora chiederci gli strumenti pedagogici per tenere sempre vivo questo amore reciproco e quindi l’unità, così da avere sempre viva e palpabile la presenza del Signore (che è unità come detto) nella comunità ?

In linea con quanto poco fa scritto, la comunione delle proprie esperienze è uno di questi elementi fondamentali. Si tratta di riuscire a donare quanto Dio va operando dentro e attorno a ciascuno di noi : i passi avanti fatti, i frutti dell’amore, come pure i dubbi, le difficoltà. Niente è nostro e tutto va comunicato perché tutto circoli. Siamo invitati dalla parola di Dio a mettere al servizio degli altri i doni, con generosità (cfr. 1 Pt 4, 10). << Poiché tra fratelli non ci si sceglie, ma ci si accetta, non c’è vera fraternità se non si accetta di entrare nella vita del nostro fratello e se non si consente a lui di entrare nella nostra. Senza questa comunione di vita, la fraternità rimarrà soltanto un’indicazione di appartenenza genealogica, senza interesse per nessuno >> .

Una persistente e comune tradizione spirituale, per avvalorare l’atteggiamento di riserbo riguardo alle realtà della vita interiore, continua a citare un testo del libro di Tobia in cui si dice che è bene tenere nascoste le cose del re. Tuttavia, queste parole, nello stile letterario ebraico, sono solo un rafforzativo della seconda parte del versetto, sistematicamente e inspiegabilmente passato sotto silenzio, che invita invece a comunicare i doni ricevuti : << è bene nascondere il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio >> (Tb 12, 7).

Vanno eliminate false concezioni che confondono comunione di esperienze con esibizionismo, sfogo, sterile parlare di sé. Per comprendere con esattezza e profondità il senso della comunione del proprio cammino spirituale e delle esperienze di vita evangelica (o secondo lo sviluppo gerarchico armonico), occorrerebbe guardare al Padre che dice il Verbo, a Maria che canta il Magnificat, a Paolo che si apre costantemente con i destinatari delle sue lettere. Maria sa narrare le grandi cose fatte in lei dall’Onnipotente, Paolo comunica tutto di sé : la conversione, il cammino di apostolo, perfino le esperienze più profonde come il rapimento al terzo cielo, il rapporto mistico con Cristo, oppure le proprie debolezze, le prove, la spina nella carne. Paolo invita poi i suoi fedeli a fare altrettanto, in vista dell’aiuto e dell’edificazione reciproca : << Tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti >> (2 Cor 13, 11) ; << ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza >> (Col 3, 16). La lettera agli ebrei non è meno esplicita : << Cerchiamo di stimarci a vicenda nella carità e nelle opere buone () esortandoci a vicenda >> (Eb 10, 24 -25).

La comunione favorisce il raggiungimento di quell’unità d’anima e di pensiero a cui Paolo invita le sue comunità. Dai suoi fedeli egli esige un solo pensiero, i medesimi sentimenti, l’accordo, la concordia, la comunanza di spirito (Cf Fil 1, 27 ; 2, 2 ; 4, 2 ; 2 Cor 13, 11 ; 12, 16 ; 15, 5). << Pensare la stessa cosa non significa che i cristiani debbano avere tutti le stesse idee, le stesse opinioni. Lo vediamo bene in Rm 15, 5 -6, dove Paolo non chiede ai “forti” e ai “deboli” di rinunciare ai loro modi di vedere, ma di fare in modo che tale legittima pluralità non nuoccia all’unità profonda degli spiriti, che risulta dal fatto di condividere una sola fede >>[311]. Sarà comunque importante riuscire a capire l’altro fino in fondo, rendendosi conto della sua logica interiore, delle motivazioni che lo spingono ad agire in un determinato modo. A ciò si può pervenire solo mediante una profonda e reciproca apertura.

Quando questo avviene, si può constatare un reciproco arricchimento di tutti i membri della comunità che godono della ricchezza della complementarità dei modi di vedere, come anche delle differenti sensibilità. La complementarità è avvertita anche nella molteplicità dei doni che ognuno apporta al modo comune di lavorare. Questo, fra l’altro, fa scomparire gelosie e invidie perché ognuno è portato a godere del bene dell’altro, nella convinzione che, proprio in forza della comunione, gli appartiene come proprio. L’altro non è più visto come antagonista, se il suo dono è partecipato. Ci si libera così dei piccoli compensi che ogni uomo porta con sé, verso un’apertura serena all’altro fino alla piena libertà interiore.

La comunione elimina il sospetto e il giudizio negativo. Il fatto di non sentirsi giudicati e valutati in base agli eventuali sbagli, favorisce la comunione. Ciò è possibile solo nella misura in cui vi è un clima di semplicità e sincerità. Occorre reciproca fiducia. Si rivela qui indispensabile un ulteriore elemento : il perdono reciproco. Occorre mettere in preventivo gli sbagli dell’altro e quindi essere pronti, secondo la norma data da Gesù alla sua comunità, a perdonare settanta volte sette (cf. Mt 10, 21). Il perdono implica anche la rinuncia a imbrigliare l’altro in propri schemi rigidi. L’amore crede nella possibilità di rinnovarsi dell’altro, spera nella sua resurrezione, perché l’amore << tutto copre, tutto crede, tutto spera >> (1 Cor 13, 7), ridona fiducia.

La capacità di vedere ogni giorno con occhi nuovi - di cui si diceva precedentemente - , con quello sguardo di fede che fa scorgere nella persona accanto un figlio di Dio, nasce sulle basi di questo reciproco perdono. << Non tramonti il sole sopra la vostra ira >> (Ef 4, 26) è un imperativo che tutta la comunità deve far suo. Ognuno deve poter contare sul perdono degli altri. Quando nella comunità circola la reciprocità del perdono, viene consentito ai singoli membri di esprimersi con naturalezza e spontaneità. L’amore non giudica. Il fatto spesso di ricominciare una giornata sapendo che non si è valutati in base allo sbaglio di ieri infonde in ognuno nuovo slancio e nuova speranza. La persona, non sentendosi giudicata, può muoversi liberamente, acquista maggiore fiducia in sé, perché sa che se anche sbaglia non verrà additata e ostracizzata. La comunità anzi incoraggia, apprezza e ognuno può fiorire pienamente, secondo la propria personalità : tutto il contrario dell’uniformità e dell’appiattimento.[312]

L’atteggiamento di mutua misericordia e carità, non va confuso con un irenismo in cerca del quieto vivere, frutto del tacito compromesso oppure originato dal timore di risvegliare la suscettibilità dell’altro e quindi dal timore della conflittualità. Nei comportamenti di cui si ha comune esperienza i collaboratori possono non confrontarsi a certe verità, e per risparmiarsi a vicenda si sceglie spesso la via del silenzio complice, del compromesso o di una “prudenza” e “mansuetudine” ambigue[313]. Comunione di esperienza e mutua accoglienza nella carità vanno allora integrate con un terzo strumento pedagogico, indispensabile stimolo al dinamismo di crescita : il confronto sia personale che comunitario.

Il confronto personale, sotto forma di colloquio, di guida continua a conservare un’estrema importanza perché vi si trova la dinamica di unità a cui prima si accennava, (con i frutti di luce tipici della presenza di Gesù tra persone unite nel suo nome). Nel colloquio personale, a differenza della comunione tra tutti membri della comunità, si possono condividere determinate prove e momenti particolari del cammino di sviluppo che non è

opportuno comunicare a tutti. A questo livello è più facile rimuovere difficoltà, verificare l’itinerario interiore, confrontarsi a fondo sullo stato della vita morale.

La tradizione - delle comunità religiose evidentemente, poiché il progetto di EdC non ha ancora dato origine a delle tradizioni - ci offre anche un confronto comunitario. Oggi c’è forse bisogno di una struttura più ampia e articolata. Tutta la comunità, ad esempio, sotto la guida sapiente del responsabile, in tempi stabiliti e con modalità adeguate, può compiere un’opera serena e positiva di verifica su ciascun membro per mettere in evidenza luci e ombre. Vengono così rilevati gli eventuali aspetti negativi delle persone e insieme si suggeriscono o si cercano le vie di soluzione. Ugualmente, si evidenziano gli aspetti positivi perché siano incrementati. Non invita forse Paolo ad ammaestrarci e ammonirci l’un l’altro con ogni sapienza ? (cf. Col 3, 16). Si tratta di reinventare gli strumenti della correzione fraterna e del sostegno reciproco. Siamo infatti chiamati a cercare ognuno il bene dell’altro, ad avere cura dell’altro come di sé. L’esercizio dell’amore vicendevole richiede la capacità di spronarci a una costante tensione alla “santità” senza acconsentire ad accomodamenti soste o rilassamenti. Quando nella comunità l’amore reciproco raggiunge questa concretezza, il cammino formativo è assicurato.

Allora la comunità, seguendo l’invito di Paolo << amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno >> (Rm 12, 10), si rivelerà una vera comunità di fratelli. La comunità aziendale deve giungere a rispecchiare la vita di una famiglia dove ci si ama << sinceramente come fratelli >>, << intensamente di vero cuore >>, gli uni gli altri. La cosa è la medesima che vale per la comunità religiosa vista come una famiglia tutta particolare, unita non da motivi umani, ma da legami soprannaturali, << essendo stati generati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna >> (1 Pt 1, 22 - 23)[314].

Possiamo così accogliere l’esortazione della lettera di Pietro : << E finalmente siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili ; non rispondete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario rispondete benedicendo >> (1 Pt 3, 8 - 9).


§ 5 La misura dell’amore


La reciprocità dell’amore, lo abbiamo già intravisto, richiede la radicalità dell’amore. L’amore nella comunità deve possedere la misura di quello di Cristo : implica il dono completo di sé che giunge fino a dare la vita. Se Gesù ci ha amato fino alla morte, << anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli >> (1 Gv 3, 16). La koinonia è un’utopia se non è formata da persone che sanno innalzarsi per essere uno.

Qui dobbiamo trarre tutte le conseguenze del concetto di persona, che è sé stessa (enstasi) nell’estasi verso l’altro. << La perfezione della persona - ha scritto Losskij - consiste nell’abbandono. () In quanto sé stessa, la persona si esprime nella rinunzia all’essere per sé stessa >> . Per comprendere a fondo la persona sappiamo che dobbiamo risalire fino alla Trinità e trarre le conseguenze della sua dinamica di vita, che è tutta nella capacità che le persone hanno di non - essere nel dono, come estasi d’amore.

Gesù, nel suo mistero di abbandono sulla croce e di morte, ha rivelato la dinamica trinitaria dell’amore mostrando la radicalità dell’amore.

Lì egli si espropria di tutto nella massima generosità. Il suo mistero di annientamento è mistero di donazione. Il suo è un amore ablativo, dono totale. Nel suo mistero di croce, anticipato nell’Eucarestia, si inabissa nel non - essere per donare interamente il suo essere. Continua così il gesto d’amore oblativo del Padre : << Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito >> (Gv 3, 16).

L’amore è quindi dono di sé. E’ uscire da sé per entrare nell’altro, per vivere sempre più nell’amato. L’amore, direbbe Giovanni, si riconosce proprio da questo offrire sé all’amato : << Abbiamo conosciuto l’amore >> per il fatto che il Figlio << ha dato la sua vita per noi >> (1 Gv 3, 16). Percorrendo questa via, Cristo ha creato il popolo nuovo. Egli diventa allora modello per quanti vogliano costruire l’unità con i prossimi con i colleghi di lavoro, con i fratelli della comunità religiosa.

Alla luce del mistero del suo abbandono e della sua morte in croce, gli stessi volti religiosi acquistano tutta la loro valenza comunitaria. La purificazione del cuore dalla bramosia di dominare sull’altro, di dominarlo, per una libertà dell’amore, a volte, potrà essere percepita come un autentico morire, una concreta attuazione dell’evangelico << odiare la propria vita >> (Gv 12, 25). Gesù sulla croce mostra bene tutta la radicalità di questo camino. Egli non si appoggia su alcun aiuto umano né spirituale, né divino. I discepoli lo hanno lasciato. Stacca da sé la madre donandola a Giovanni. Anche il Padre sembra abbandonarlo. Ecco il modello per chi deve purificare il cuore così da raggiungere un amore dall’abbraccio universale.




§ 6 Sintesi conclusiva


Il camino verso la koinonia, iniziato in una metanoia che si esprime nella diakonia, deve così passare attraverso la kenosis[316]. Seguendo il cammino percorso dal Maestro, la comunità non può sottrarsi alla elementare legge evangelica : << chi vorrà salvare la propria vita la perderà ; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà >> (Mt 16, 25). Nelle spiritualità prevalentemente individuali, questa legge evangelica ha dato origine a molte forme di ascesi, quali il silenzio, il ritiro nella solitudine, la penitenza, le veglie, i digiuni In una visione morale comunitaria, essa può offrire un’altra gamma di forme ascetiche che nascono dall’esercizio dell’amore reciproco. Nella reciprocità dell’amore, l’uno deve fare spazio all’altro, in un vuoto che è annullamento di sé perché tutto è stato donato in forma estrema e radicale. Si tratta di annullamento di sé per accogliere l’altro con i suoi desideri e i suoi pensieri, i suoi dolori e le sue gioie ; di svuotamento che è effetto del dono di sé al fratello ed è disponibilità ricettiva del fratello. Senza il morire l’uno per l’altro, senza il dare la vita l’uno per l’altro, non può esserci autentica comunione.

Se la struttura del comandamento nuovo ha in sé il sigillo della morte, essa ne possiede pure il frutto, che è appunto la vita nuova, l’unità, la presenza pneumatica del Signore risorto. Si muore a noi stessi per dare la vita al Risorto in mezzo alla comunità. Si muore alla molteplicità per dare vita all’unità, e così ritrovare la distinzione e la ricchezza della diversità.

Si può realizzare la realtà del come in cielo così in terra. Poiché Dio è uno ed è amore, è Trinità ; poiché nella comunità si è consumati in uno, ognuno ritrova la propria intima personalità. Perché si è perduta la propria personalità per rivestirsi, nell’unità, di quella di Cristo, Cristo si riveste della personalità delle singole persone, fa proprie le componenti delle loro persone ora purificate e si esprime con le loro sensibilità, le loro doti, la loro attenzione, la loro creatività, le loro ricchezze interiori.

La comunità si propone così come una “scuola di specializzazione per il perfezionamento della carità”, come il crogiolo in cui l’anima si purifica e l’uomo spirituale si affina “fino alla piena conformazione a Cristo crocifisso, nella sua massima espressione di amore”.

Bisogna in ogni caso non trascurare che << nella logica dell’apertura all’altro c’è un rischio: intendere la rapportualità dell’io come una volontà Hegeliana, dialettica, come una realtà duale assoluta. Mi ripeto: occorre ancorare la visione della persona alla metafisica e alla teologia trinitaria, in virtù delle quali essa assume carattere triadicotrinitario >> . Fra uomo e uomo non si tratta di diventare uno con l’altro nel senso immediato del termine (e sarebbe anche impossibile a causa della inalienabilità radicale dell’essere umano).

<< è necessario capire che il fratello incontra il fratello in un terzo, il Divino, come lo chiama Platone, o Dio in ciascun uomo, o Gesù presente in mezzo a noi, come sostiene la tradizione del pensiero occidentale e cristiano. Questa logica triadica, in senso fenomenologico, e non diadica, o, in senso teologico, trinitaria, è fondamentale. Il rapporto dell’io con l’altro è liberante e non pericoloso, non crea uniformità ma arricchisce nelle differenze, se è ancorato alla convergenza dei due in un terzo, il quale è Dio presente nella sua eccedenza che trascende l’umana esperienza.

Nella logica del Movimento, e cristiana in genere, comunione, farsi uno, non significa perdere senso, dissolversi nell’altro o diventare l’altro, ma piuttosto diventare un unico Cristo, diventare tutti la realtà più profonda, più intima e noi stessi della nostra intimità: il Risorto >>.[318]



Si legga in proposito la tesi Vivere l’altro : via privilegiata alla formazione del sé, al costituirsi delle relazioni interpersonali, al dialogo e alla cooperazione tra i popoli, di Ceradini Marcella, Università degli Studi di Verona, Facoltà di Magistero, A.A. 94/95.

Cf. Rm 1, 29 - 31 ; 13, 13 ; 1 Cor 5, 10 - 11 ; 6, 9 - 10 ; 2 Cor 12, 20 - 21 ; Gal 5, 19 - 21 ; Col 3, 5- 8. Cf. J. Navone, Dono di sé e comunione. La Trinità e l’umana realizzazione, Cittadella, Assisi 1990, pp. 64 - 68.

C. Palmés, Bautismo, in Diccionario Teológico de la Vida Consagrada, Publ. Claretianas, Madrid 1989, pp. 89 - 104.

Sacra Bibbia

Emblematico a riguardo è il caso del cosiddetto dilemma del prigioniero. Da tale situazione ampiamente discussa emerge come la scelta di un’azione fortemente dominante, che sembra la cosa più razionale da fare, da parte di ciascuno dei due prigionieri, determini per ciascuno di essi una situazione peggiore di quella che si sarebbe prodotta se ciascuno avesse scelto secondo un comportamento più cooperativo, capace di considerare anche l’interesse altrui. Si veda Robert Nozick, La natura della razionalità, 1995, pp 80 ss.

Si veda a riguardo anche l’esperienza personale presso i Bertagna

De Fiores, Spiritualità contemporanea, p. 1536.

Si ricordi quanto scritto a tale riguardo nella sezione precedente, in relazione alla coincidenza fra interesse individuale e moralità, alla conclusione del paragrafo 3.3.7.

Fabio Ciardi Koinonia, 1992, Città Nuova ed.

Dizionario francescano, 624 - 625.

Dupont, L’unione tra i primi cristiani, in “Nuovi studi sugli Atti degli Apostoli”, p. 285, citato da Ciardi 1992.

Si veda a riguardo Franco D’Egidio La fiducia apre il campo alla creatività, in “L’impresa Rivista Italiana di Management” 4/97, in particolare pp. 62 - 64 ;.

Si è riformulato qui un pensiero espresso relativamente alle comunità religiose da M. Van Tente, Nuove comunità, DIP, VI, 481.

Per la comunità come famiglia, cf. X. Pikaza, La vida religiosa como familia, << Nova et vetera >>, 11 (1986), pp. 209 - 225 ; F. Sbaffoni, La comunità religiosa come vera famiglia, << Rivista di Ascetica e Mistica >>, 54 (1985), pp. 108 - 126.

La teologia mistica, p. 136.

Cf. Novane, Dono di sé e comunione, pp. 62 -77.

Stralcio di un intervista a R. Zappalà tratto dalla tesi di laurea in Teologia all’Istituto di Scienze Religiose di Milano, di Antonella Martinelli, 1994.

Ibidem e si ricordi ancora S Paolo, << farsi tutto a tutti >>.

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