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Modelli Economici e Propaganda Politica nell’età dei Totalitarismi




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Presentazione Lavoro di Ricerca


Nell’era della globalizzazione, della mondializzazione, dell’omologazione sociale, culturale, economica, è evidente che l’intera specie umana rischia di trasformarsi in una massa omogenea, con le stesse caratteristiche, le stesse abitudini, le stesse idee. Il rischio di tale trasformazione è l’atomizzazione dell’uomo: milioni di persone identiche non possono che divenire massa a discapito della soggettività, dell’io.




Se è vero che condizione basilare per la nascita e la crescita di un totalitarismo è la presenza di una società massificata, risulta chiaro quale sia il rischio che corriamo nel XX secolo: la nascita di un nuovo totalitarismo globale. Data la ciclicità della storia, ritengo indispensabile che una diffusa conoscenza di ciò che furono i totalitarismi possa evitarne di futuri.

In questo senso va il lavoro di ricerca che propongo, studio analitico delle caratteristiche dei totalitarismi del XX secolo, con particolare attenzione alla propaganda e ai modelli economici degli stati totalitari.
















Retorica e Oratoria alle origini della Propaganda

Uno degli strumenti più importanti dei regimi totalitari fu la propaganda politica, mezzo di informazione e persuasione collettiva. Attraverso l’arte, i giornali i cine-giornali i regimi autoritari riuscirono a raggiungere milioni di persone, intaccando fortemente la loro psiche. Grazie alla propaganda l’ideologia del partito diveniva verità assoluta, incontestabile profezia da accettare senza riserva. Alla base della propaganda totalitaria (ma della propaganda in genere) vi sono gli studi di retorica e oratoria ai quali fin dall’antichità veniva attribuita notevole importanza.

Le origini della retorica e dell’oratoria vanno ricercate nella Grecia antica del VII secolo a.C. Fin dai tempi più remoti, infatti, la civiltà classica ha attribuito una notevole importanza all’abilità di saper comunicare in modo corretto e allo stesso tempo persuasivo. La parola era un mezzo per comunicare messaggi, formare la pubblica opinione, influire sui processi decisionali. Già nei poemi Omerici ritroviamo esempi di eloquenza. Per arrivare ad una più compiuta presa di coscienza dobbiamo analizzare gli studi della Grecia Attica che per prima nel V secolo delineò i 3 generi fondamentali: politico, epidittico, giudiziario. Il genere giudiziario era utilizzato da esperti logografi che scrivevano arringhe di difesa e accusa (tali orazioni erano poi pronunciate dagli stessi clienti) Il primato nel genere giudiziario va a Lisia che meglio di tutti gli altri seppe adeguare il tessuto argomentativo e formale dell’orazione alla personalità del cliente. Il genere epidittico era utilizzato in occasioni ben precise ed era di carattere celebrativo. Uno dei più grandi scrittori di questo genere fu Isocrate. In fine il genere politico o deliberativo, consisteva nel pronunciare orazioni atte ad influenzare deliberazioni nelle assemblee.













Tacito e le critiche all’impero di Domiziano


Se negli antichi studi di retorica greca, possiamo trovare un preludio della propaganda totalitaria, non possiamo non notare una chiara corrispondenza tra i regimi totalitari e l’impero che a Roma si venne a formare con la nomina ad imperatore a vita di Ottaviano. Ancora maggiori sono le analogie che ritroviamo durante l’età di Domiziano il quale svuotò completamente di ogni facoltà decisionale e politica il senato. Nel secondo capitolo dell’Agricola di Tacito, troviamo alcune narrazioni che potrebbero perfettamente adattarsi ai regimi del ‘900. L’uccisione di Aruleno Rustico ed Erennio Senecione, l’incendio dei libri nel foro, richiamano i metodi usati da Hitler, da Mussolini, da Stalin per eliminare gli oppositori e cancellare una scomoda cultura, non pertinente all’ideologia. Il 10 maggio 1933 a Berlino ebbe luogo un rogo di libri, il primo di una lunga serie. Sotto l'occhio benedicente del ministro della Propaganda Joseph Goebbels vennero accesi enormi falò in cui furono bruciate le opere di autori di fama mondiale.

Mentre i libri bruciavano Goebbels dichiarava: «L'anima del popolo germanico potrà tornare ad esprimersi. Questi roghi non soltanto illuminano la fine di un'era: annunciano quella nuova».

« Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur; si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit; soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. »











La Propaganda

Totalmente distorto fu l’utilizzo dell’eloquenza durante i regimi totalitari del XX secolo. Infatti, mai come in questo periodo, l’eloquenza fu utilizzata come arma di livellamento e persuasione del genere umano.. Ma cos’è la propaganda? Prendiamo in considerazione il significato negativo del termine che ben rappresenta i regimi totalitari.

<<Nel senso comune, propaganda è distorsione della verità, manipolazione o cancellazione.(…)Dai suoi esordi, dunque, scopo della propaganda è creare e diffondere consenso intorno a una visione del mondo e a un insieme di credenze funzionali a un potere forte o a un gruppo di interessi. La finalità precipua della propaganda non è descrivere il mondo, ma giudicarlo, edificando un sistema del bene da contrapporre ad un sistema del male, (…) Non c’è propaganda senza censura. La censura riguarda ogni dato di fatto difforme dall’immagine di mondo che deve essere propaganda. La propaganda rendendo inaccessibile una porzione di mondo, agisce sul reale .>>*

Queste descrizioni di propaganda si addicono perfettamente al suo ruolo durante i regimi totalitari, la propaganda aveva, infatti, il ruolo di trasmettere “il messaggio”, verità univoca e incontestabile del partito. Per perseguire tale scopo è obbligatorio l’uso della censura che evita informazioni e opinioni discordi.

Proprio tramite la propaganda, che effettuò un controllo politico su tutti i mezzi di comunicazione, avvenne la fascistizzazione dell’Italia, con lo scopo di orientare l’opinione pubblica, comunicando l’esaltazione della missione nazionale. I messaggi furono rivolti a tutte le categorie della società italiana e vennero diffusi incessantemente attraverso la radio la stampa e il cinema. In seguito alla nascita dell’impero, l’Italia fascista venne celebrata sulla stampa con tutta l’enfasi comunicativa possibile; le popolazioni furono investite da una emissione continua di messaggi in cui era prevalente il tema dello scontro ideologico. Si cercò di dare una giustificazione alle iniziative di guerra e di conquista dell’impero, evidente è l’uso politico che si fece della storia riscritta sulla base dei miti della romanità e delle imprese coloniali riviste in chiave eroica, per la costruzione del consenso al fascismo. Molteplici furono le iniziative di propaganda del fascismo, dal dopolavoro alle organizzazioni giovanili (come la G.I.L.) Di grande importanza fu l’uso dei mass media come la radio e la stampa che vennero quasi del tutto assoggettate al potere fascista (alcuni giornali di opposizioni rimasero in vita come il Corriere della Sera e La Stampa). Anche lo Sport divenne un mezzo di propaganda, sport che ben rappresentava le doti di un perfetto fascista.

Propaganda di Regime e informazione indipendente, Elisabetta Beussi)


Propaganda e Terrore alla base del Totalitarismo

Uno dei filosofi che più si interessò al ruolo della propaganda nei totalitarismi fu Hannah Arendt. Secondo la Arendt la propaganda aveva due fini:quello di persuadere gli strati di società non totalitarizzati (la classe media) e soprattutto quello della comunicazione al di fuori del contesto nazionale.

“Perché agiscono in un Mondo che non è totalitario, i movimenti totalitari sono costretti a servirsi di quella che è comunemente considerata propaganda. Ma tale propaganda si rivolge sempre ad una sfera esterna, gli strati non totalitari della popolazione in patria o i paesi stranieri”

Secondo l’accezione della Arendt, poi, possiamo definire totalitari il Nazismo e lo Stalinismo ma non il Fascismo il quale non attuò mai una vera e propria politica del terrore. In Italia, infatti, vi era sicuramente una sfrenata propaganda (attraverso l’arte, i giornali, i cine-gionali). Non mancavano arresti, confini e condanne per i ribelli, ma mai ci fu un clima di terrore come in Germania e in Russia. Possiamo dire che il Fascismo fu un regime autoritario, un totalitarismo imperfetto ma non un totalitarismo vero e proprio (certo non va per questo sottovalutato o revisionato).


Leggendo i primi capitoli del Libro “Arcipelago Gulag” si ha una netta idea di quello che fosse il clima di terrore presente durante lo Stalinismo. Decine di arresti senza una precisa colpa, istruttorie durissime che finivano sempre e comunque con confessioni. Molteplici sono i metodi descritti da Soljenycin che permettevano, attraverso il terrore e la violenza psicologica, di ottenere una confessione. Eccone un esempio:

<< Umiliazione Preventiva. Nei famosi sotterranei della GPU di Rostov sotto gli spessi vetro del marciapiede, i detenuti in attesa di interrogatorio erano costretti a sdraiarsi bocconi nel corridoio comune per diverse ore col divieto di sollevare la testa o emettere qualsiasi suono. Se ne stavano così, come maomettani in preghiera, fino a quando il secondino gli toccava una spalla e li portava all’interrogatorio.(…) Lo scopo era unico:indurre uno stato d’animo depresso >>






Il totalitarismo e gli intellettuali del tempo


Un importantissimo ruolo di propaganda e legittimazione del potere fascista lo ebbero gli intellettuali. Su tutti spicca la figura di D’Annunzio, la sua visione dell’estetismo, i suoi scritti sul superomismo, l’impresa di Fiume, risultano un manifesto programmatico del fascismo al quale D’Annunzio aderirà in pieno (visto come la materializzazione dei suoi ideali).

Molti furono gli intellettuali che aderirono al fascismo, oltre a D’Annunzio non possiamo non menzionare Marinetti (il cui manifesto è in perfetta sintonia con il fascismo). Dopo l’omicidio Matteotti, Pirandello si iscrisse al partito fascista. Altri poeti, che ricordiamo come antifascisti militanti, inizialmente appoggiarono il partito fascista (Vittorini, Pavese). Tuttavia se D’Annunzio e Marinetti furono coerenti con la loro adesione, lo stesso non possiamo dire di Pirandello, di Pavese, Vittorini, i quali appoggiarono il partito più per necessità che per loro volontà. Gli intellettuali che si opposero al partito vennero arrestati o uccisi (Gramsci morì in prigione, Gobetti fu ucciso dagli squadristi, i fratelli Rosselli uccisi in Francia). Tra gli intellettuali, due figure divennero sinonimo di fascismo e antifascismo Giovanni Gentile e Benedetto Croce (Da notare è la tolleranza del fascismo di intellettuali antifascisti, il che sarebbe stato impossibile nel nazismo e nello stalinismo).

Complicato fu il rapporto che Carlo Levi ebbe con il fascismo. Nel 1931 si unisce al movimento antifascista di “Giustizia e libertà”, fondato tre anni prima da Carlo Rosselli. Per sospetta attività antifascista, nel marzo Levi si procurerà il primo arresto, e l'anno successivo, dopo un secondo arresto, fu condannato al confino nel piccolo centro lucano di Aliano Gagliano). Proprio dall’esperienza del confino nasce l’opera “Cristo si è fermato ad Eboli” un’opera in cui si denuncia la difficile situazione dei popoli del sud, in cui il progresso, le scoperte scientifiche, la stessa medicina sembrano non essere mai arrivate

<<a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte. - Noi non siamo cristiani, - essi dicono, - Cristo si è fermato a Eboli - >>

Nel libro di Carlo Levi è chiara l’idea che così come lo sviluppo non è mai arrivato nel sud, allo stesso modo non è arrivato il fascismo, il quale non è riuscito ad entrare nelle mentalità dei poveri contadini Lucani, nella mentalità del sud. Il fascismo si è fermato al centro, non è arrivato nelle periferie. (La stessa tesi che avrà Pasolini nel suo Acculturazione, acculturazione)

<<Oggi erano tutti fascisti, si sa. Ma questo non voleva dir nulla. Prima erano nittiani o salandrini, e risalendo nel tempo, giolittiani o antigiolittia-ni, della Destra o della Sinistra, per i briganti o contro i briganti, borbonici o liberali, e prima ancora, chissà. Ma questa era la vera origine: c’erano i galantuomini e c’erano i briganti, i figli dei galantuomini e i figli dei briganti. Il fascismo non aveva cambiato le cose.>>

Nel rapporto con i totalitarismi, più problematico fu il rapporto che ebbe Primo Levi con il nazismo. Nei lager tedeschi, Levi conobbe il nazismo più spietato, quel nazismo che guidava i prigionieri verso il viaggio dell’annullamento; le persone nei lager perdevano ogni sembianza umana, perdevano la loro identità.

<<Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile.>>


Anche Montale fu formalmente avverso al fascismo e al totalitarismo. L’autore genovese, denuncia il loro sostanziale rifiuto della cultura, la loro ideologia paragonando, nella sua celebre poesia “Primavera Hitleriana”, il fuhrer ad un messo infernale.

<< Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso e pavesato di croci a uncino l'ha preso e inghiottito>>

Non meno violenta fu la critica ai partiti che dopo la caduta dei totalitarismi, non crearono le condizioni per dare vita a quel nuovo Umanesimo da Montale tanto auspicato, ma favorirono l’avvento di una nuova e più completa società di massa.












Orwell e l’antiutopia dei regimi Totalitari

Possiamo cogliere in filigrana nel libro 1984 di Orwell una sintesi di cosa furono i regimi totalitari, di dove arrivava la loro spietata logica. Winston Smith, il protagonista del romanzo, unico scampato alle violenze psicologiche del partito (che aveva assoggettato attraverso la propaganda e il terrore l’intera umanità) attraverso l’isolamento e terribili torture viene completamente svuotato di ogni sentimento, di ogni facoltà umana. Smith arriverà ad accettare in pieno la volontà del partito, confessando di essere colpevole di un non ben precisato crimine. La brillante rappresentazione di Orwell descrive esattamente quanto accaduto in Germania e Russia prima e durante la II guerra mondiale; persone senza colpa, vittime di uno scellerato progetto di annullamento e livellamento umano, venivano condannate a torture atroci se non alla morte senza un reale capo d’accusa. Ciò che maggiormente stupisce è che molti di loro ammetteranno, prima della condanna, di aver commesso fatti a loro completamente estranei.

<<«Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l'uno dall'altro e non vivono soli a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto.
Dall'età del livellamento, dall'età della solitudine, dall'età del Grande Fratello, dall'età del Bispensiero tanti saluti!>>

(G. Orwell)














Le scienze nell’età dei totalitarismi


Distorto fu l’uso che i regimi totalitari fecero delle scienze e in particolare della matematica, durante il periodo fascista grande importanza si dette alla matematica applicata, a discapito di quella più puramente teorica. Questo fu un grave danno per gli anni che seguirono, il fascismo non comprese l’importanza di una matematica pura che sola poteva far compiere un salto di qualità al progresso e alla ricerca. Se in Italia la matematica era assoggettata e limitata dal potere fascista, la situazione non migliorava nell’URSS e in Germania. In Russia la Matematica moderna, veniva vista con molto sospetto; Il regime Nazista non perse l’occasione di fare un discorso di razza anche sulla matematica, un gruppo di importanti matematici raccolti attorno a Ludwig Bieberbach teorizzarono una Matematica ariana superiore a quella ebrea.


La corrente elettrica: l’indispensabile risorsa del XX Secolo


Se il XIX secolo ha visto la realizzazione di molte scoperte sull’elettricità, il XX secolo può essere definito come il secolo dell'elettricità e, a partire dagli anni 1960 anche dell'elettronica

All'inizio del Novecento l'illuminazione stradale e domestica, i mezzi di trasporto basati su motori elettrici (tram treni metropolitane filobus) cambiarono radicalmente la vita quotidiana. In particolar modo, l’illuminazione elettrica fece delle città luoghi vivibili anche di notte. Il titolo di 'città della luce' (in francese: Ville Lumière) fu assegnato a Parigi, ma per estensione potrebbe essere attribuito a tutte le grandi città che si erano dotate in quegli anni di una rete di illuminazione stradale, prime fra tutte Londra e New York. Con il passare degli anni, le applicazioni dell’elettricità si sono moltiplicate esponenzialmente. Oltre alle illuminazioni, oggi l’utilizzo della corrente è diffuso in ogni campo, dall’industria alla quotidianità domestica. Un black-out può paralizzare totalmente un intera nazione (come d’altronde è successo nel black-out del 2003).






Comunismo e Capitalismo: due economie a confronto

L’unione sovietica comunista e l’economia capitalista del fascismo e del nazismo delineano una netta differenza tra le economie degli stai autoritari del XX secolo. Pur con metodi molto simili di autocrazia e gestione centralizzata, i regimi ebbero due economie molto differenti alla loro base. Da un lato vi era il fronte russo con una collaudata economia collettivista che uscita indenne dalla crisi del ’29 non fece che avanzare e in alcuni casi superare quella liberista. Dall’altro Germania e Italia continuavano ad essere degli stati capitalisti, in cui venivano favoriti gli investimenti privati della borghesia (seppur con un deciso controllo da parte dello stato).

Dopo la crisi del ’29, simbolo della disfatta del liberismo, tutti gli stati europei modificarono le loro economie, verso un impostazione fortemente keynesiana di intervento statale. La svolta verso la dottrina di Keynes, è un momento cruciale per l’economia del XX secolo, proprio questo cambio di vedute permise infatti al capitalismo di restare in vita e di imporsi all’economia comunista, che pure andava diffondendosi negli stati europei.

Un altro momento cruciale per l’economia è l’alleanza che Usa e Unione Sovietica attuarono per sconfiggere i regimi fascisti: fu l’unico momento in cui Capitalismo e Comunismo si allearono per combattere il nemico comune e salvare, di fatto, la democrazia:

<<Solo la temporanea e insolita alleanza del capitalismo e del comunismo, che si coalizzarono per autodifesa contro la sfida del fascismo, salvò la democrazia; infatti la vittoria sulla Germania Hitleriana fu ottenuta, e poteva soltanto essere ottenuta dall’Armata Rossa. Sotto molti riguardi il periodo dell’alleanza antifascista tra capitalismo e comunismo, costituisce il cardine della storia del nostro secolo, il suo momento decisivo>>*

Battuti i regimi fascisti, fu la guerra fredda a sancire la vittoria del capitalismo, della proprietà privata, degli interessi privati, della società del consumo. E fu proprio la vittoria del capitalismo a contribuire alla nascita dell’attuale globalizzazione economica. Le multinazionali, alla base della globalizzazione economica, sono un naturale prodotto dell’economia capitalista.









*E. Hobsbawm, Il secolo: Uno sguardo a volo d’uccello;Bur;



IL DIRITTO DURANTE E DOPO IL FASCISMO


Fondamentali, in un regime autoritario, sono le modifiche all’apparato legislativo. Durante il fascismo vennero applicate le famose “Leggi Fascistissime” le quali, di fatto, sancivano che:

  • il Partito Fascista era l'unico partito ammesso;

il capo del governo doveva rispondere del proprio operato solo al re d'Italia e non più al parlamento, la cui funzione era così ridotta a semplice luogo di rappresentanza;



  • il Gran Consiglio del fascismo, presieduto da Mussolini e composto da vari notabili del regime, era l'organo supremo del partito fascista e quindi dello Stato
  • tutte le associazioni di cittadini dovevano essere sottoposte al controllo della polizia;
  • gli unici sindacati riconosciuti erano quelli fascisti; proibivano, inoltre, scioperi e serrate;
  • le autorità di nomina governativa sostituivano le amministrazioni comunali e provinciali elettive, abolite per legge;
  • tutta la stampa doveva essere sottoposta a censura;

In garanzia di una ritrovata democrazia, andrà la costituzione italiana entrata in vigore il 1 Gennaio del 1948 la quale sancì come unico divieto la riorganizzazione del partito fascista, nonché elezioni democratiche per la futura repubblica.


Disposizioni transitorie e finali XII

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all'articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall'entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

Titolo IV: rapporti politici

Art. 48

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile e nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.




CONCLUSIONI


Le condizioni basilari per la nascita di un nuovo totalitarismo sono attualmente presenti e rispetto al passato sono anche maggiori. Se confrontiamo, infatti, la nostra società con quella di 50 anni fa (investita dai totalitarismi) possiamo facilmente accorgerci che vi è una sostanziale differenza: la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa (tv, radio, internet).

Questi, pur permettendo una continua circolazione di informazioni, se monopolizzati potrebbero costituire un mezzo di sistematica propaganda mediatica. Pier Paolo Pasolini commentava in chiave fortemente negativa la diffusione della televisione che, rispondendo ai diktat dell’economia consumista, permise una completa trasformazione della società italiana (cosa che mai il fascismo riuscì a compiere)

<< Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre… >> *

Le constatazioni di Pasolini sono attualissime, chiara è l’influenza che ancora oggi i media hanno sulle nostre coscienze ed ‘è chiaro che una delle principali cause dell’omologazione sono proprio i moderni mezzi di comunicazione. Attraverso i mass-media, è stato possibile diffondere capillarmente l’ideologia del consumo, oramai caratteristica peculiare della società occidentale. Se poi si aggiunge che attraverso la globalizzazione siamo oramai governati a livello mondiale, ci accorgiamo che un possibile totalitarismo non è poi così lontano (se non già silenziosamente presente).

L’unica nostra forma di difesa resta la cultura, unico metodo per sconfiggere qualsiasi imposizione, qualsiasi limitazione del nostro diritto di libertà. In questo senso vanno le parole di Leo Valiani:

<<Il nostro secolo prova, dunque, che la vittoria degli ideali di giustizia e uguaglianza è sempre effimera, ma, se si riesce a salvaguardare la libertà, si può, tuttavia, ricominciare da capo. (…) non bisogna disperare, neppure nelle situazioni più disperate>>


*P. Pasolini, Acculturazione, acculturazione, Corriere della Sera;

MATERIA: ITALIANO

Gabriele D’Annunzio e L’estetica Fascista


Tematiche Trattate

Gabriele D’Annunzio e il contesto storico;


La vita come opera d’arte;


Il Panismo;


L’Estetismo;


Il Superuomo;


Il Superomismo tra panismo ed estetismo;


D’Annunzio, Fiume e l’avvento del fascismo;


D’Annunzio e la visione del viaggio di Ulisse;


Collegamenti

La letteratura del ‘900 fra Decadentismo, Modernità e Realismo;

L. Pirandello e il decadentismo;

Marinetti e il futurismo;

Montale e la poesia Ermetica;

Primo Levi e il viaggio verso l’annientamento;


Testi Proposti

G. D’Annunzio; Il verso è tutto, da il Piacere, II, 1;

G. D’Annunzio; Meriggio, da Alcyone;

G. D’annunzio; L’incontro di Ulisse;

E. Montale; Primavera Hitleriana

Primo Levi; Prefazione, da Se Questo è un uomo;

Carlo Levi; Testo tratto da “Cristo si è fermato ad Eboli”

Pier Paolo Pasolini; 'Acculturazione e acculturazione'

TESTI


GABRIELE D’ANNUNZIO

Il verso è tutto, da il Piacere, II, 1;



La magia del verso gli soggiogò di nuovo lo spirito; e l'emistichio sentenziale d'un poeta contemporaneo gli sorrideva singolarmente. - «Il Verso è tutto.»

Il verso è tutto. Nella imitazioni della Natura nessun istrumento d'arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d'un fluido, più vibrante d’una corda, più luminoso d'una gemma, più fragrante d'un fiore, più tagliente d'una spada, più flessibile d'un virgulto, più carezzevole d'un murmure, più terribile d'un tuono, il verso è tutto e può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire l'indefinibile e dire l'ineffabile; può abbracciare l'illimitato e penetrare l'abisso; può avere dimensioni d'eternità; può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l'oltramirabile; può inebriare come un vino, rapire come un'estasi; può nel tempo medesimo possedere il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può infine, raggiungere l'Assoluto. Un verso perfetto è assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la coerenza d'un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere; diviene indipendente da ogni legame e da ogni dominio; non appartiene più all'artefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua. Estratto dal poeta, seguita ad esistere nella coscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa discoprire, disviluppare, estrarre un maggior numero di codeste preformazioni ideali. Quando il poeta è prossimo alla scoperta d'uno di tali versi eterni, è avvertito da un divino torrente di gioia che gli invade d'improvviso tutto l'essere.»


Parton leggieri e pronti

Dal petto i miei pensieri…


Quasi sempre , per cominciare a comporre, egli aveva bisogno di un’intonazione musicale datagli da un altro poeta; ed egli usava prenderla quasi sempre dai verseggiatori antichi di Toscana. Un emistichio di Lapo Gianni, del Cavalcanti di Cino, del Petrarca, di Lorendo dè Medici, il ricordo d’un gruppo di rime, la congiunzione di due epiteti, una qualunque concordanza di parole belle e bene sonanti, una qualunque frase numerosa basta ad aprirgli la vena, a dargli, per così dire, il la, una nota che gli servisse di fondamento all’armonia della prima strofa.



Meriggio, da Alcyone;

A mezzo il giorno

sul Mare etrusco
pallido verdicante
come il dissepolto
bronzo dagli ipogei, grava
la bonaccia. Non bava
di vento intorno
alita. Non trema canna
su la solitaria
spiaggia aspra di rusco,
di ginepri arsi. Non suona
voce, se acolto.
Riga di vele in panna
verso Livorno
biancica. Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l'isola del Faro
scorgo; e più lontane,
forme d'aria nell'aria,
l'isole del tuo sdegno,
o padre Dante,
la Capraia e la Gorgona.
Marmorea corona
di minaccevoli punte,
le grandi Alpi Apuane
regnano il regno amaro,
dal loro orgoglio assunte.

La foce è come salso
stagno. Del marin colore,
per mezzo alle capanne,
per entro alle reti
che pendono dalla croce
degli staggi, si tace.
Come il bronzo sepolcrale
pallida verdica in pace
quella che sorridea.
Quasi letèa,
obliviosa, eguale,
segno non mostra
di corrente, non ruga
d'aura.La fuga
delle due rive
si chiude come in un cerchio
di canne, che circonscrive
l'oblío silente; e le canne
non han susurri. Più foschi
i boschi di San Rossore
fan di sé cupa chiostra;
ma i più lontani,
verso il Gombo, verso il Serchio,
son quasi azzurri.
Dormono i Monti Pisani
coperti da inerti
cumuli di vapore.

Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L'Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta è ogni traccia
dell'uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m'abbandona.
Non ho più nome.
E sento che il mio vólto
s'indora dell'oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con sì delicato
lavoro dell'onda
e dal vento è come
il mio palato, è come
il cavo della mia mano
ove il tatto s'affina.

E la mia forza supina
si stampa nell'arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume è la mia vena,
il monte è la mia fronte,
la selva è la mia pube,
la nube è il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca,
del ginepro: io son nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho più nome.
E l'alpi e l'isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch'io nomai
non han più l'usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho più nome nè sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
è Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.

E la mia vita è divina

L’incontro di Ulisse;


Incontrammo colui
che i Latini chiamano Ulisse,
nelle acque di Leucade, sotto
le rogge bianche rupi
che incombono al gorgo vorace,
presso l’isola macra
come corpo di rudi
ossa incrollabili estrutto
e sol d’ argentea cintura
precinto. Lui vedemmo
su la nave incavata. E reggeva
ei nel pugno la scotta
spiando i volubili venti,
silenzioso;e il pileo
èstile dei marinai
coprivagli il capo canuto,
la tunica breve il ginocchio
ferreo, la palpebra alquanto
l’occhio aguzzo; e vigile in ogni
muscolo era l’ infaticata
possa del magnanimo cuore.


E non i tripodi massicci,
non i lebeti rotondi
sotto i banchi del legno
luceano, i bei doni
d’ Alcinoo re dei Feaci,
né la veste né il manto
distesi ove colcarsi
e dormir potesse l’Eroe;
ma solo ei tolto s’avea l’arco
dall’allegra vendetta, l’arco
di vaste corna e di nervo
duro che teso stridette
come la rondine nunzia
del di, quando ei scelse il quadrello
a fieder la strozza del proco.

Sol con quell’arco e con la nera
sua nave, lungi dalla casa
d’alto colmigno sonora
d’industri telai, proseguiva
il suo necessario travaglio
contra l’implacabile Mare.


- O Laertiade- gridammo,
e il cuor ci balzava nel petto
come ai Coribanti dell’Ida
per una virtù furibonda
e il fegato acerrimo ardeva
- O Re degli Uomini, eversore
di mura, piloto di tutte
le sirti, ove navighi? A quali
meravigliosi perigli
conduci il legno tuo nero?
Liberi uomini siamo
e come tu la tua scotta
noi la vita nostra nel pugno
tegnamo, pronti a lasciarla
in bando o a tenderla ancora.
Ma, se un re volessimo avere,
te solo vorremmo
per re, te che sai mille vie.
Prendici nella tua nave
tuoi fedeli insino alla morte!-
Non pur degnò volgere il capo.


Come a schiamazzo di vani
fanciulli, non volse egli il capo
canuto; e l’aletta vermiglia
el pileo gli palpitava
al vento su l’arida gota
che il tempo e il dolore
solcato avean di solchi
venerandi. –Odimi- io gridai
sul clamor dei cari compagni
-odimi, o Re di tempeste!
Tra costoro io sono il più forte.
Mettimi a prova. E, se tendo
l’arco tuo grande,
qual tuo pari prendimi teco
ma, s’io nol tendo, ignudo
tu configgimi alla tua prua-.
Si volse egli men disdegnoso
a quel giovine orgoglio
chiarosonante nel vento;
e il folgore degli occhi suoi
mi ferì per mezzo alla fronte.


Poi tese la scotta allo sforzo
del vento; e la vela regale
lontanar pel Ionio raggiante
guardammo in silenzio adunati.
Ma il cuor mio dai cari compagni
partito era per sempre;
ed eglino ergevano il capo
quasi dubitando che un giogo
fosse per scender su loro
intollerabile. Io tacqui
in disparte, e fui solo;
per sempre fui solo sul mare.
E in me solo credetti.
Uomo, io non credetti ad altra
virtù se non a quella
inesorabile d’un cuore
possente. E ame solo fedele
io fui, al mio solo disegno.
O pensieri, scintille
dell’Atto, faville del ferro
percosso, beltà dell’incude!


Primavera Hitleriana, La bufera

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l'estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l'ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch'esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s'è tramutata in un sozzo trescone d'ali schiantate,
di larve sulle golene, e l'acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.

Tutto per nulla, dunque? - e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l'orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell'orda (ma una gemma rigò l'aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell'avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani - tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio.
              Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell'Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince -
col respiro di un'alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz'ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud


PRIMO LEVI

Prefazione, da Se questo è un uomo


Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.

Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci2, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano3. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico»4. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero5. Ma quando questo avvie ne, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.

Mi rendo conto e chiedo venia dei difetti strutturali del libro. Se non di fatto, come intenzione e come concezione esso è nato già fin dai giorni di Lager. Il bisogno di raccontare agli «altri», di fare gli «altri» partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore6. Di qui il suo

carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza. Il lavoro di raccordo e di fusione è stato svolto su piano ed è posteriore. Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato7.


Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 9 dicembre 1973 - Garzanti 1975 'Acculturazione e acculturazione' (già sul 'Corriere della Sera' con il titolo 'Sfida ai dirigenti della televisione')

Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro 'cattivo' nelle periferie 'buone' (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la 'tolleranza' della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.

Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un 'uomo che consuma', ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che 'omologava' gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale 'omologatore' che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i 'figli di papà', i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di 'studente'. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piecolo-borghese, nell’adeguarsi al modello 'televisivo' che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio 'uomo' che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto 'mezzo tecnico', ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. U giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata bruttata per sempre…











CARLO LEVI

Tratto dal libro “Cristo si è fermato ad Eboli”

La vita a Grassano era impossibile, e non c’era rimedio. Tutti ambiziosi, ladri, disonesti, violenti. Egli doveva assolutamente togliersi di qui: si moriva. Perciò aveva fatto domanda di andare volontario in Africa; e pazienza se tutto andrà in rovina. C’è poco da rimpiangere. - Giochiamo il tutto per il tutto, - mi disse, guardando lontano di fianco a me. - Questa è la fine, mi capisce? La fine. Se vincessimo, forse si potrà cam-biare qualcosa, chissà? Ma l’Inghilterra non lo permetterà. Ci spaccheremo la testa. Questa è la nostra ultima carta. E se ci va male - E qui un gesto, come a dire: è la fine del mondo. - Andrà male, vedrà. Ma non impor-ta. Cosí non si può piú continuare. Lei resterà qui qualche tempo. Lei è straniero alle nostre questioni, e potrà giudicare. Quando avrà visto che cos’è la vita in questo paese, mi dirà che avevo ragione -. Io tacevo, perché diffidavo. Ma dovevo poi riconoscere, nei giorni seguenti, che il tenente Decunto, anche se forse mi sorvegliava, era tuttavia sincero, e il suo pessimismo non era una finzione. Mi aveva preso in simpatia perché ero forestiero, e con me poteva sfogare i suoi risentimenti. Ogni volta che io salivo alla chiesa, in cima al paese, e mi fermavo, nel vento, a contemplare il paesaggio desolato, me lo vedevo comparire vicino, biondo e grigiastro come uno spettro, e senza guardarmi, mi parlava. Egli non era che l’ultimo anello di una catena di odi che risalivano per le generazioni: cent’anni, di piú, duecento, chissà, forse sempre. Egli partecipava di questa passione ereditaria. Non c’era nulla da fare, e se ne rodeva. Si erano odiati per secoli qui, e sempre si odieranno, fra queste stesse case, davanti agli stessi sassi bianchi del Basento e alle stesse grotte di Irsina. Oggi erano tutti fascisti, si sa. Ma questo non voleva dir nulla. Prima erano nittiani o salandrini, e risalendo nel tempo, giolittiani o antigiolittia-ni, della Destra o della Sinistra, per i briganti o contro i briganti, borbonici o liberali, e prima ancora, chissà. Ma questa era la vera origine: c’erano i galantuomini e c’erano i briganti, i figli dei galantuomini e i figli dei briganti. Il fascismo non aveva cambiato le cose. Anzi, prima, con i partiti, la gente per bene poteva state tutta da una parte, sotto una bandiera particolare, e distinguersi dagli altri e lottare sotto una veste politica. Ora non ci resta che le lettere anonime, e le pressioni e le corruzioni in Prefettura. Perché nel fascismo ci stanno tutti. - Io, vede, sono di una famiglia di liberali. I miei bisnonni sono stati in prigione, sotto i Borboni. Ma il segretario del fascio, sa chi è? È il figlio di un brigante. Proprio il figlio di un brigante. E tutti gli altri che gli tengono bordone, e che adesso comandano il paese, sono tutti della stessa risma.




MATERIA: LATINO

TACITO E L’IMPERO DI DOMIZIANO


Tematiche Trattate


Tacito e il contesto storico;


Vita e opere di Tacito;


Il concetto di storiografia in Tacito;


Tacito e il rapporto con l’impero;


Agricola (De vita et moribus Iulii Agricolae)




Collegamenti

Sallustio e la rappresentazione della crisi nelle Historiae;


Livio e il modello annalistico;




Testi Proposti

Proemio Agricola 1-3 (La fine dell’impero di Domiziano).

Agricola 30; (Discorso di Calgaco ai britanni).



*I testi sono presenti nel libro di testo.

Tesina: Modelli Economici e Propaganda Politica nell'età dei totalitarismi


MATERIA: GRECO

LISIA COME ESEMPIO DI RETORICA GIUDIZIARIA



Retorica e Oratoria;


Lisia e il genere giudiziario;


Per Eufileto, Lisia;




Testi Proposti

Prologo 1-8, “Per Eufileto”, Lisia




MATERIA: STORIA

L’ETA’ DEI TOTALITARISMI


Temi Trattati


La rivoluzione Russa del 1917;


L’avvento del Fascismo;


Hitler e il Nazismo;


L’URSS nell’era dello Stalinismo;


La seconda Guerra Mondiale;



Collegamenti


Hannah Arendt e Le Origini del Totalitarismo



MATERIA: FILOSOFIA

Hannah Arendt: Le Origini del Totalitarismo


Tematiche Trattate


Hannah Arendt e il contesto storico;


Filosofia come difesa della libertà;


Le origini del totalitarismo;


Cause del totalitarismo;


La nascita delle masse;


L’alleanza tra plebe ed élite;


La propaganda totalitaria;




Collegamenti

Il positivismo;


L’esistenzialismo;




Testi Proposti

Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo” (riduzione dal Capitolo XI)





Le Origini del Totalitarismo

Capitolo X: Il tramonto dell'età Classista

Le masse


“Nulla è caratteristico dei movimenti totalitari in genere, e della qualità della fama dei loro capi in specie, come la sorprendente rapidità con cui questi sono dimenticati e la sorprendente disinvoltura con cui sono sostitutiti.”


“Dopo la prima guerra mondiale un'ondata totalitaria e semitotalitaria travolse il continente; movimenti fascisti si diffusero dall'Italia a quasi tutti i paesi dell'Europa () Eppure Mussolini, che tanto amava il termine << stato totalitario >>, non tentò di instaurare un regime totalitario in piena regola, accontentandosi della dittatura del partito unico.”


“I movimenti totalitari trovano un terreno fertile per il loro sviluppo dovunque ci sono delle masse che per una ragione o per l'altra si sentono spinte all'organizzazione politica, pur non essendo tenute unite da un interesse comune e mancando di una specifica coscienza classista, incline a proporsi obiettivi ben definiti, limitati e conseguibili. Il termine << massa >> si riferisce soltanto a gruppi che, per l'entità numerica o per indifferenza verso gli affari pubblici o per entrambe le ragioni, non possono inserirsi in un'organizzazione basata sulla comunanza d'interessi, in un partito politico, in un'amministrazione locale, in un'associazione professionale o in un sindacato”


“Il livellamento delle condizioni dei sudditi è sempre stato una delle principali preoccupazioni dei despoti e dei tiranni fin dai tempi più antichi; ma un simile livellamento non è sufficiente per il regime totalitario, perchè lascia più o meno intatti certi legami non politici, come i vincoli familiari e gli interessi culturali comuni.”



“L'atomizzazione della società sovietica venne ottenuta con l'abile uso di ripetute epurazioni, che invariabilmente precedevano l'effettiva liquidazione di un gruppo. Per distruggere tutti i legami sociali e familiari , le epurazioni venivano condotte in modo da minacciare della stessa sorte l'accusato e tutta la sua cerchia dai semplici conoscenti agli amici e ai parenti più stretti. La conseguenza dell'ingegnoso criterio della << colpa per associazione >> era che, appena un uomo veniva accusato, i suoi vecchi amici si trasformavano di colpo nei suoi nemici più accaniti;”



“I movimenti totalitari sono organizzazioni di massa di individui atomizzati e isolati, da cui, in confronto degli altri partiti e movimenti, esigono una dedizione e << fedeltà >>

incondizionata e illimitatata;”




“La << fedeltà >> totale è possibile soltanto quando è svuotata di ogni contenuto concreto, da cui potrebbero naturalmente derivare mutamenti d'opinione. I movimenti totalitari, ciascuno a modo suo, hanno fatto del loro meglio per sbarazzarsi dei programmi che specificavano punti concreti

e che essi avavno ereditato dalle fasi di sviluppo precedenti, non totalitarie.”



La temporanea alleanza fra plebe ed élite


“Più che dall'incondizionata fedeltà dei militanti dei movimenti totalitari e dall'appoggio popolare goduto dai loro regimi, si rimane turbati dall'indiscussa attrazione che tali movimenti esercitano sull'élite.”


“All'avversione dell'élite per la storiografia ufficiale, alla sua convinzione che la storia fosse il campo d'azione di ciarlatani si aggiungeva l'idea seducente e corruttrice della possibilità che falsità e menzogne. Purchè abbastanza grandi e ardite, venissero affermate come fatti indiscussi, che l'uomo fosse libero di cambiare a piacimento il proprio passato, che la differenza fra vero e falso, cessando di essere oggettiva, diventasse semplicemente una questione di potenza e astuzia, di pressione e ripetizione all'infinito. Non era affascinante la maestria si Stalin e Hitler nell'arte di mentire, ma la loro capacità di organizzare le masse in modo da tradurre le loro menzogne in realtà. Quel che dal punto di vista degli studiosi era semplicemente falso sembrava ricevere la sanzione della storia quando il movimento << avanzante nel futuro >> l'appoggiava, pretendendo di trarne ispirazione per le sue azioni << storiche >>.





La propaganda totalitaria


“Soltanto la plebe e l'élite possono essere attratte dall'impeto del movimento totalitario; le masse devono essere conquistate con la propaganda. Quando la lotta politica si svolge in condizioni normali, nel rispetto della costituzione e nella libertà d'opinioni, i movimenti totalitari possono usare solo in misura limitata il terrore e condividono con gli altri partiti la necessità di guadagnare aderenti e di apparire plausibili a un pubblico che non è ancora rigorosamente isolato dalle altre fonti d'informazione”


“Perchè agiscono in un Mondo che non è totalitario, i movimenti totalitari sono costretti a servirsi di quella che è comunemente considerata propaganda. Ma tale propaganda si rivolge sempre ad una sfera esterna, gli strati non totalitari della popolazione in patria o i paesi stranieri”


“In altre parole la propaganda è soltanto uno strumento, anche se forse il più importante, nei rapporti col mondo esterno; il terrore è invece la vera essenza del regime totalitario. Esso prescinde dall'esistenza di avversari o da fattori psicologici nella stessa misura in cui in un paese retto costituzionalmente le leggi non dipendono dalle persone che le violano.”


“()Fu una preziosa << propaganda di forza >>, come ebbe a definirla un pubblicista nazista; fece vedere alla popolazione in genere che il potere dei nazisti era maggiore di quello delle autorità e che era più sicuro essere memebro di un organizzazione paramilitare nazista che essere un leale repubblicano. Tale impressione fu enormemente rafforzata dall'uso specifico che i nazisti facevano dei loro delitti politici. Essi li ammettevano pubblicamente()”


“ L'insistenza della propaganda totalitaria sulla natura << scientifica >> delle sue affermazioni è stata paragonata a certe tecniche pubblicitarie che pure si rivolgono alle masse () Ma le analogie spesso sopravvalutate fra pubblicità e propaganda di massa si fermano qui.() La scientificità della propaganda totalitaria è caratterizzata dalla sua insistenza pressochè esclusiva sulla profezia,

mentre le vecchie forme di propaganda si richiamavano al passato.”


“La scientificità della propaganda di massa ha invero svolto un ruolo così importante della politica moderna da essere interpretata come un sintomo di quell'ossessione per la scienza che ha caratterizzato il mondo occidentale a partire dall'ascesa della matematica e della fisica nel XVI secolo; così il totalitarismo appare soltanto come l'ultimo stadio di un processo durante il quale <<la scienza diventa un idolo capace di eliminare magicamente tutti i mali dell'esistenza e persino di trasformare la natura dell'uomo>>”


“La convinzione dei positivisti, ad esempio di Comte, che il futuro sia alla fine scientificamente prevedibile è basata sulla valutazione dell'interesse come forza onnipresente nella storia e sul presupposto che le leggi oggettive del potere possano essere scoperte. () Ma nessuna di tali concezioni (positivismo e socialismo) presume, come il totalitarismo, che sia possibile <<trasformare la natura dell'uomo>>. Al contrario, esse suppongono implicitamente o esplicitamente che la natura umana sia sempre la stessa, che la storia sia la vicenda delle mutevoli condizioni oggettive e delle reazioni umane a queste, e che l'interesse, giustamente inteso, possa condurre a un mutamento di condizioni, ma non a un mutamento di reazioni umane in quanto tali.

Lo << scientismo>> in politica presuppone ancora come un suo obiettivo il benessere umano, un concetto che è assolutamente estraneo al totalitarsimo.”


“L'effetto propagandistico dell'infallibilità, lo straordinario successo conseguito atteggiandosi a semplici agenti-interpreti di forse prevedibili, ha incoraggiato nei dittatori totalitari l'abitudine di annunciare le loro intenzioni poetiche sotto forma di profezia. () La liquidazione (degli ebrei e delle purghe) veniva inquadrata in un processo storico in cui si faceva o subiva quel che, secondo leggi immutabili, doveva assolutamente verificarsi. Appena l'esecuzione delle vittime era compiuta, la <<profezia>> diventava un alibi retrospettivo: era semplicemente avvenuto quanto era già stato predetto.”











MATERIA: DIRITTO ED ECONOMIA

Modelli Economici dei Sistemi Totalitari; Il diritto nell’era Fascista e Post-Fascista


Temi Trattati


Economia Politica;


Capitalismo e Comunismo;


La crisi del ’29 e l’intervento dello Stato nell’Economia;


La Globalizzazione;


Il diritto nel Fascismo;


La Costituzione Italiana;


MATERIA: INGLESE

GEORGE ORWELL


«Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l'uno dall'altro e non vivono soli
a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto.
Dall'età del livellamento, dall'età della solitudine, dall'età del Grande Fratello, dall'età del Bispensiero tanti saluti!»


Tematiche Trattate

George Orwell;


George Orwell’s Works;




1984 (Big Brother is wathcing you);


Utopia e Anti-utopia;




Testi Proposti


Chapter 1 from “1984” by George Orwell





Biography


Eric Blair was born in 1903 in Motihari, Bengal, in the then British colony of India, where his father, Richard, worked for the Opium Department of the Civil Service. His mother, Ida, brought him to England at the age of one. He did not see his father again until 1907, when Richard visited England for three months before leaving again until 1912. Eric had an older sister named Marjorie and a younger sister named Avril. With his characteristic humour, he would later describe his family's background as 'lower-upper-middle class.'

Spanish Civil War


Soon after the outbreak of the Spanish Civil War, Orwell volunteered to fight for the Republicans against Franco's Nationalist uprising. As a sympathiser of the Independent Labour Party (of which he became a member in 1938), he joined the militia of its sister party in Spain, the non-Stalinist far-left POUM (Workers' Party of Marxist Unification), in which he fought as an infantryman. In Homage to Catalonia he described his admiration for the apparent absence of a class structure in the revolutionary areas of Spain he visited. He also depicted what he saw as the betrayal of that workers' revolution in Spain by the Spanish Communist Party, abetted by the Soviet Union and its secret police, after its militia attacked the anarchists and the POUM in Barcelona in May 1937. Orwell was shot in the neck (near Huesca) on May 20, 1937, an experience he described in his short essay 'Wounded by a Fascist Sniper', as well as in Homage to Catalonia. He and his wife Eileen left Spain after narrowly missing being arrested as 'Trotskyites' when the communists moved to suppress the POUM in June 1937.

World war and after


Orwell began supporting himself by writing book reviews for the New English Weekly until 1940. During World War II he was a member of the Home Guard and in 1941 began work for the BBC Eastern Service, mostly working on programmes to gain Indian and East Asian support for Britain's war efforts. He was well aware that he was shaping propaganda, and wrote that he felt like 'an orange that's been trodden on by a very dirty boot.' Despite the good pay, he resigned in 1943 to become literary editor of Tribune, the left-wing weekly then edited by Aneurin Bevan and Jon Kimche. Orwell contributed a regular column entitled 'As I Please.'

In 1944 Orwell finished his anti-Stalinist allegory Animal Farm, which was published the following year with great critical and popular success. The royalties from Animal Farm provided Orwell with a comfortable income for the first time in his adult life. From 1945 Orwell was the Observer's war correspondent and later contributed regularly to the Manchester Evening News. He was a close friend of the Observer's editor/owner, David Astor and his ideas had a strong influence on Astor's editorial policies. In 1949 his best-known work, the dystopian Nineteen Eighty-Four, was published. He wrote the novel during his stay on the island of Jura, off the coast of Scotland.


Orwell died at the age of 46 from tuberculosis which he had probably contracted during the period described in Down and Out in Paris and London. He was in and out of hospitals for the last three years of his life. Having requested burial in accordance with the Anglican rite, he was interred in All Saints' Churchyard, Sutton Courtenay, Oxfordshire with the simple epitaph: Here lies Eric Arthur Blair, born June 25th 1903, died January 21st 1950.

Orwell's work


During most of his career Orwell was best known for his journalism, both in the British press and in books of reportage such as Homage to Catalonia (describing his experiences during the Spanish Civil War), Down and Out in Paris and London (describing a period of poverty in these cities), and The Road to Wigan Pier (which described the living conditions of poor miners in northern England). According to Newsweek, Orwell 'was the finest journalist of his day and the foremost architect of the English essay since Hazlitt.'

Contemporary readers are more often introduced to Orwell as a novelist, particularly through his enormously successful titles Animal Farm and Nineteen Eighty-Four. The former is considered an allegory of the corruption of the socialist ideals of the Russian Revolution by Stalinism, and the latter is Orwell's prophetic vision of the results of totalitarianism. Orwell denied that Animal Farm was a reference to Stalinism. Orwell had returned from Catalonia a staunch anti-Stalinist and anti-Communist, but he remained to the end a man of the left and, in his own words, a 'democratic socialist'.

Orwell is also known for his insights about the political implications of the use of language. In the essay 'Politics and the English Language', he decries the effects of cliche, bureaucratic euphemism, and academic jargon on literary styles, and ultimately on thought itself. Orwell's concern over the power of language to shape reality is also reflected in his invention of Newspeak, the official language of the imaginary country of Oceania in his novel Nineteen Eighty-Four. Newspeak is a variant of English in which vocabulary is strictly limited by government fiat. The goal is to make it increasingly difficult to express ideas that contradict the official line - with the final aim of making it impossible even to conceive such ideas. (cf. Sapir-Whorf Hypothesis). A number of words and phrases that Orwell coined in Nineteen Eighty-Four have entered the standard vocabularly, such as 'memory hole,' 'Big Brother,' 'Room 101,' 'doublethink,' 'thought police,' and 'newspeak.'









BIG BROTHER IS WATCHING YOU



Chapter 1


It was a bright cold day in April, and the clocks were striking thirteen.

Winston Smith, his chin nuzzled into his breast in an effort to escape the

vile wind, slipped quickly through the glass doors of Victory Mansions,

though not quickly enough to prevent a swirl of gritty dust from entering

along with him.


The hallway smelt of boiled cabbage and old rag mats. At one end of it a

coloured poster, too large for indoor display, had been tacked to the wall.

It depicted simply an enormous face, more than a metre wide: the face of a

man of about forty-five, with a heavy black moustache and ruggedly handsome

features. Winston made for the stairs. It was no use trying the lift. Even

at the best of times it was seldom working, and at present the electric

current was cut off during daylight hours. It was part of the economy drive

in preparation for Hate Week. The flat was seven flights up, and Winston,

who was thirty-nine and had a varicose ulcer above his right ankle, went

slowly, resting several times on the way. On each landing, opposite the

lift-shaft, the poster with the enormous face gazed from the wall. It was

one of those pictures which are so contrived that the eyes follow you about

when you move. BIG BROTHER IS WATCHING YOU, the caption beneath it ran.


Inside the flat a fruity voice was reading out a list of figures which had

something to do with the production of pig-iron. The voice came from an

oblong metal plaque like a dulled mirror which formed part of the surface

of the right-hand wall. Winston turned a switch and the voice sank

somewhat, though the words were still distinguishable. The instrument

(the telescreen, it was called) could be dimmed, but there was no way of

shutting it off completely. He moved over to the window: a smallish, frail

figure, the meagreness of his body merely emphasized by the blue overalls

which were the uniform of the party. His hair was very fair, his face

naturally sanguine, his skin roughened by coarse soap and blunt razor

blades and the cold of the winter that had just ended(…)



The telescreen received and transmitted simultaneously. Any sound that Winston

made, above the level of a very low whisper, would be picked up by it,

moreover, so long as he remained within the field of vision which the metal

plaque commanded, he could be seen as well as heard. There was of course

no way of knowing whether you were being watched at any given moment. How

often, or on what system, the Thought Police plugged in on any individual

wire was guesswork. It was even conceivable that they watched everybody all

the time. But at any rate they could plug in your wire whenever they wanted

to. You had to live--did live, from habit that became instinct--in the

assumption that every sound you made was overheard, and, except in

darkness, every movement scrutinized.


Winston kept his back turned to the telescreen. It was safer; though, as he

well knew, even a back can be revealing. A kilometre away the Ministry of

Truth, his place of work, towered vast and white above the grimy landscape.

This, he thought with a sort of vague distaste--this was London, chief

city of Airstrip One, itself the third most populous of the provinces of

Oceania. He tried to squeeze out some childhood memory that should tell him

whether London had always been quite like this. Were there always these

vistas of rotting nineteenth-century houses, their sides shored up with

baulks of timber, their windows patched with cardboard and their roofs

with corrugated iron, their crazy garden walls sagging in all directions?

And the bombed sites where the plaster dust swirled in the air and the

willow-herb straggled over the heaps of rubble; and the places where the

bombs had cleared a larger patch and there had sprung up sordid colonies

of wooden dwellings like chicken-houses? But it was no use, he could not

remember: nothing remained of his childhood except a series of bright-lit

tableaux occurring against no background and mostly unintelligible.









MATERIA: FISICA

L’ ELETTRICITA’


Temi Trattati


Elettricità;


Fenomeni di Elettrizzazione;


Conduttori, Isolanti;


La legge di Coulomb;


Elettricità e materia;




Collegamenti

Matematica e Democrazia di Angelo Guerraggio*




















Matematica e Democrazia
Angelo Guerraggio



'La Matematica e le forme politiche degli Stati
La 'pianta' della Matematica si sviluppa meglio in un clima democratico oppure 'regge' ugualmente bene sotto regimi totalitari/illiberali/repressivi/dittatoriali e magari si avvantaggia di queste particolari perturbazioni? La domanda sembra facile. La risposta scontata. Poi, si pensa ad esempio alla storia dell'URSS e a quella più recente della Russia. Sotto Stalin, Breznev, ecc. , che non erano proprio campioni di democrazia, la Matematica sovietica ha raggiunto livelli incontestabili nel corso del Novecento. Oggi,  tornata la 'democrazia', quello sviluppo appare quanto mai lontano. Oggi, dissolto l'impero sovietico, la Matematica di molti Paesi 'satelliti' rischia quasi di scomparire.
Si scopre allora – diciamo così – che la Matematica (come ogni altra disciplina ed espressione culturale) si avvantaggia ovviamente di un clima liberale che permette lo scambio di idee, il confronto, la comunicazione di esperienze, la collaborazione internazionale, la conoscenza delle situazioni e dei progetti di ricerca in corso in altri Paesi. Ha però anche bisogno di fondi. E questi in Matematica, per la ricerca di base, non possono venire che dallo Stato. Richiedono allora una decisione politica. L'esempio degli USA e del coinvolgimento del grande capitale privato nel sostegno alla ricerca, anche di base, sembra difficilmente esportabile.
La domanda facile dell'inizio ci porta quindi ad affrontare una questione più complessa: fin dove può e deve arrivare l'intervento dello Stato, nei confronti della ricerca scientifica? Deve favorirla o comunque renderla possibile, limitandosi a finanziarla? Oppure, in cambio di consistenti fondi, ha il diritto/dovere di controllare come i soldi della collettività vengono spesi arrivando a 'mettere il naso' nelle grandi direttive lungo le quali si avventura la ricerca e quindi, prima o poi, nei suoi contenuti?
Sono domande complesse. In realtà, abbiamo scritto il libro sulla Matematica italiana sotto il fascismo – Pietro Nastasi e io - proprio per cercare di capire la situazione attuale e rispondere a domande come quelle precedenti, attraverso il confronto con un caso storico sufficientemente vicino nel tempo e diverso dalla 'normalità' di oggi.
Vediamo allora quale atteggiamento ha avuto il fascismo nei confronti della scienza. Noi ci occupiamo esclusivamente di Matematica e, dal caso storico, non chiuderemo il 'loop' tornando alle problematiche attuali. Più modestamente, ci accontentiamo di fornire documentazione per una riflessione su queste problematiche. Piuttosto, è materiale che può essere arricchito dalla considerazione – sempre in prospettiva storica – di quanto stava accadendo contemporaneamente in Germania e in URSS. Nazismo e fascismo, da una parte, e comunismo dall'altra. Continuiamo a pensare che siano state esperienze ideali e politiche diverse. Ciò non toglie che possano essere messe a confronto, per sottolinearne analogie e diversità.


I matematici italiani e il regime fascista
Le reazioni dei matematici italiani alla presenza del regime fascista non sono state particolarmente originali, nel senso che il fronte dei loro atteggiamenti è risultato quanto mai ampio. Si va da quelli che al fascismo aderiscono esplicitamente (Mauro Picone, Corrado Gini e, successivamente, Francesco Severi), a quelli che vi aderiscono 'da sinistra' (Bruno de Finetti), a quelli più tiepidi ma sostanzialmente favorevoli (Salvatore Pincherle e Gaetano Scorza, ad esempio), a quelli tiepidamente o privatamente contrari o che, ancora, modificheranno il loro atteggiamento nel corso del ventennio (Leonida Tonelli, Guido Castelnuovo), a quelli che decisamente scelgono le fila dell'antifascismo (Vito Volterra, Tullio Levi-Civita, Renato Caccioppoli). Senza contare quelli che non si pronunceranno mai, nemmeno indirettamente: Federigo Enriques è forse il caso più imbarazzante.
Come sempre, il nuovo regime favorisce in ogni modo un ricambio generazionale. È la generazione dei quarantenni, dei 'colonnelli', che approfittano dello 'scossonÈ che investe tutto il Paese per scrollarsi di dosso il peso ingombrante della generazione precedente. Nel caso della Matematica, stiamo parlando del gruppo che gestisce all'inizio degli anni Trenta il 'Comitato Matematico' del CNR. Costituito da Berzolari, Bompiani, Picone e Scorza, comincia presto a parlare un'altra lingua e ad esprimere sensibilità e valutazioni differenti rispetti all'UMI.
Sono loro gli interlocutori privilegiati del regime in ambito matematico. Naturalmente, bisogna aggiungere il nome di Francesco Severi che qualche anno prima, in occasione dell'istituzione dell'Accademia d'Italia, aveva fatto il grande salto ed era salito sul carro dei vincitori. È a questi matematici che il fascismo rivolge le sue attenzioni, chiedendo una ricerca 'utilÈ che tenda a risolvere i problemi del Paese. Come ogni regime totalitario, il fascismo ha fretta. Sente di avere poco tempo per poter esibire i propri risultati e chiede aiuto anche alla scienza. Crea nuove istituzioni ma, in cambio, … che i ricercatori non si perdano nelle loro elucubrazioni sterili e diano una mano effettiva per affrontare le vere questioni nazionali. Per la Matematica, questo significa la scelta a favore della Matematica applicata.
Il fascismo non va oltre. La sua intesa con i 'colonnelli' (e con Severi) produce attivismo istituzionale; chiede fedeltà e collaborazione in cambio di una nuova attenzione (rispetto al precedente quadro politico liberal-borghese) ma non va oltre. Non tocca i contenuti, con l'unica eccezione della Matematica più 'esposta' alle questioni sociali (Demografia, Statistica, Economia matematica; soprattutto la prima) dove la presenza del regime arriva a condizionare e a orientare gli stessi contenuti della ricerca.



La Matematica nell'URSS e nella Germania hitleriana
Siamo lontani dall'URSS dove la Matematica 'moderna', veniva vista con molto sospetto; dove Hilbert era accusato di aver trasformato la Matematica in un semplice gioco; dove analoga ostilità si riversava sull'Economia e la programmazione matematica. Non a caso i Manoscritti Matematici di Marx, dopo alcune presentazioni dell'inizio degli anni Trenta, rimangono in letargo per alcuni decenni e sono pubblicati solo alla fine degli anni '60. Siamo anche molto lontani dalla Germania hitleriana; dal gruppo di influenti matematici raccolti attorno a Ludwig Bieberbach; dalla sua teorizzazione di una Matematica ariana che si distinguerebbe da quella ebrea per la sua 'materialità', la sua vitalità, la sua utilità, il rifiuto a perdersi in pure elaborazioni mentali di simboli. Il fascismo non sollecita mai l'adozione di simili schemi. Né i matematici italiani si dimostrano particolarmente sensibili verso queste teorizzazioni. Anzi, le guardano con un certo sospetto. Severi prende le distanze da Bieberbach, abbastanza esplicitamente, e scrive che 'ogni scienziato è influenzato nel suo lavoro, più fortemente e più rapidamente che in passato, dal pensiero di scienziati di altri Paesi e ciò tende a neutralizzare gli effetti dello spirito nazionale'.



Matematica, scienza e potere politico
Non esiste una Matematica fascista (improponibile). L'operazione tentata dal regime è qualcosa di più normale e, come tale, più utile alle nostre riflessioni sui rapporti oggi tra Matematica, scienza e potere politico.
Anzitutto, il fascismo scopre  … l'importanza della comunicazione. Le dichiarazioni di principio in favore della scienza, per rivitalizzare istituzioni che rimangono al di sotto delle nuove necessità, e in particolare in favore di una Matematica utile e applicata, non si contano. La retorica delle roboanti dichiarazioni di principio è senza limiti. Fatti, però, pochi. Soldi non ce ne sono. E, soprattutto, una politica della ricerca non si improvvisa. A maggior ragione, da parte di una classe dirigente rozza e poco avvezza a trattare con questioni così delicate. Torniamo alla Matematica, in particolare: il fascismo non capisce l'importanza di quella 'pura', l'importanza di una ricerca che, nell'immediato, non ha applicazioni pratiche ma che, unica, può portare ad un salto di qualità e ad un cambio di marcia. Oltretutto, è 'sfortunato'. Predica la Matematica applicata proprio mentre oggi sappiamo che quella 'teorica' stava vivendo uno dei suoi momenti più alti.
Perdiamo uno dei 'treni' più produttivi, nella storia della scienza del Novecento. E anche questa sarà un'eredità con cui l'Italia della ricostruzione si dovrà confrontare e fare i conti. Ci dovrebbe pensare chi oggi riduce il rifiuto di un'anarchia incontrollata, spesso motore di ingiustificati privilegi accademici, ad un atteggiamento punitivo nei confronti della dimensione teorica e alla richiesta di immediate applicazioni concrete.






Bibliografia

Libri di Testo

G. B. Squarotti – G. Genghini, Letteratura, Dal Decadentismo al Novecento, Einaudi Scuola;

G. Reale – D. Antiseri, Storia della filosofia. Dal romanticismo ai giorni nostri, Einaudi Scuola;

A. Roncoroni, La biblioteca dei classici, C.Sigonrelli ed.;

A.Giardina – G.Sabbatucci – V. Vidotto, Profili storici 3,Edizioni Laterza;

K. Brodey – F. Malgaretti, Focus on English and American Literature, Modern Languages;

M.Fazio – M. Montano, Corso di fisica, Mondadori;

L.E. Rossi, Storia e testi della letteratura greca,Le Monnier;

Lisia, Per Eufileto, Carlo Sigonrelli ed.;

V. Falletti- M. Maggi – A. Drezza, Manuale di Economia politica, Elemond;

P. Levi, Se questo è un uomo, Mondadori

Testi Proposti

H.Arendt, Le origini del totalitarismo, cap. XI, Einaudi;

E. Hobsbawm, Il secolo: Uno sguardo a volo d’uccello;Bur;

Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, cap.4;Mondadori;

Solzenicyn; Arcipelago Gulag,L’istruttoria; Mondadori;

Saggistica

Elisabetta Beussi, Propaganda di regime e informazione indipendente;

Angelo Guerraggio; Matematica e Democrazia;

P. Pasolini, Acculturazione, acculturazione;


Sitografia



https://www.italialibri.net/

https://www.valsesiascuole.it/crosior/1_intertestualita/verlaine_poesia.htm

https://www.la-poesia.it/italiani/fine-1900/dannunzio/alcyone_23_meriggio.htm

https://www.valsesiascuole.it/crosior/1_intertestualita/d-annunzio_viaggio.htm

https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Goebbels

www.lager.it/propaganda.html

www.pennadoca.net/racconti/Billeri_storico_SedurreMasse.html

https://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/hitler2.htm

https://it.geocities.com/claupalm/Room1/meriggiare.html

https://balbruno.altervista.org/index-191.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Publio_Cornelio_Tacito

https://www.homolaicus.com/storia/antica/roma/impero.htm



Ricerche ed Immagini


https://google.it

Scarica gratis Modelli Economici e Propaganda Politica nell’età dei Totalitarismi
Appunti su: tenente decunto, tacito la storiografia collegamento regimi totalitari, Il termine massa si riferisce soltanto a gruppi che per entitC3A0 numerica o per indifferenza verso, modelli economici e propaganda politica nell27etC3A0 dei totalitarismi, l27importanza della propaganda per i totalitaristi: simboli -cinegiornali - manifesti,










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