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La ricostruzione industriale del dopoguerra




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La ricostruzione industriale del dopoguerra


Premessa

Tutti i paesi europei, vincitori e vinti, nell’immediato dopoguerra si trovarono di fronte un’economia e soprattutto un’industria da ricostruire dalle macerie sociali, infrastrutturali e finanziarie lasciate in eredità dal conflitto.



La conferenza di Jalta(febbraio 1945), definì la spartizione dell’Europa in zone di influenza, o per meglio dire divise il mondo in due blocchi: il blocco occidentale democratico nel quale Austria e Italia restavano sotto la tutela anglo-americana e quello orientale comunista sotto cui rientravano Romania e Bulgaria nonché Ungheria, Polonia e Jugoslavia. La Germania finì invece per essere divisa a sua volta in quattro zone. Questi storici accordi influenzarono profondamente, oltre ai regimi politici, anche lo sviluppo industriale dei paesi coinvolti.

Gli Stati Uniti d’America, furono il paese che più di tutti influì sulla ricostruzione economica dei paesi occidentali a regime democratico, tra cui l’Italia e la Germania stessa, con il piano Marshall(1947). L’obiettivo era quello di riavviare la ripresa economica del vecchio continente e allo stesso tempo quella mondiale, esportando anche il tipico modello di sviluppo industriale statunitense basato sulla grande industria nazionale e multinazionale. Tuttavia la strategia di questo progetto verteva anche nell’ottica di creare stabilità economica in paesi martoriati da anni di guerra, come baluardo contro il comunismo, che al contrario degli USA prevedeva un’economia chiusa e controllata dallo stato.

Per alcuni paesi come la Germania e il Giappone la ricostruzione industriale venne considerata prioritaria, poiché ritenuta determinante per la loro rinascita sociale ed economica, nonché per ribadire una supremazia industriale già manifestata prima del conflitto.

Il piano Marshall favorì l’inizio di una produttiva collaborazione economica tra gli stati europei, destinata alla rinascita delle industrie di vincitori e vinti. Un esempio è rappresentato dalla Ceca(comunità europea del carbone e dell’acciaio) che sancì la fine della rivalità franco-tedesca e diede l’avvio a successivi patti stabiliti con il trattato di Roma(1957) per la creazione del mercato comune europeo(MEC).






L’industria europea e americana

La Germania ricostruì rapidamente l’industria siderurgica, l’industria meccanica, l’industria chimica, la cantieristica e l’elettrotecnica, a tal punto da richiedere grandi apporti di manodopera già a partire dagli anni cinquanta, dando luogo a un grande afflusso migratorio da altri stati del continente europeo.  

Così come altri paesi più sviluppati, come Stati Uniti e Regno Unito, in un secondo tempo, anche la Germania stessa non adottò processi produttivi innovativi, ma continuò, migliorando, a produrre secondo i principi consolidati di Taylor e Ford.

Il mercato richiedeva d’altronde prodotti la cui funzione doveva semplicemente soddisfare i bisogni di una popolazione che, reduce da anni di privazioni e sofferenze, aveva bisogno di migliorare il proprio tenore di vita.

La domanda di nuovi prodotti era di gran lunga superiore all’offerta. Automobili, elettrodomestici, abbigliamento e macchine agricole erano offerti in quantitativi limitati, ed inoltre la scarsa concorrenza tra produttori non agevolava né la varietà né il prezzo finale.

L’industria occidentale produceva infatti ancora secondo principi tradizionali:

Produzione in grandi lotti.

Prodotti standardizzati.

Varianti sul prodotto limitate.

Qualità non sempre all’altezza delle aspettative.

Ciclo di vita dei prodotti molto lungo.

Bassa frequenza nel rinnovamento dei prodotti.  

Tempi di consegna lunghi e spesso inaffidabili.

Gli elevati investimenti necessari per una produzione industriale di massa richiedevano processi produttivi altamente standardizzati che mal si conciliavano con frequenti cambiamenti del prodotto (Il solo cambiamento di uno stampo in una pressa per costruire la scocca di un’automobile richiedeva alcuni giorni, il che poteva significare l’interruzione della produzione di quel modello di auto). Inoltre la qualità stessa della manodopera avrebbe richiesto lunghi periodi di formazione nel caso di produzioni non standardizzate. 

In sintesi quella del dopoguerra era un’industria che produceva volumi di prodotto determinati dai tempi dettati dal processo produttivo, estremamente rigida, tuttavia  profittevole grazie all’alta domanda e alla bassa concorrenza.





L’industria giapponese

Il Giappone, ancor più della Germania, prostrato e umiliato da una devastante sconfitta,  si trovò a ricostruire un tessuto industriale completamente annientato dalla guerra.

Con pochi mezzi a disposizione e la necessità di riconvertire la potentissima industria pesante degli armamenti, il Giappone dovette soprattutto contare sulle proprie risorse sfruttando al meglio le sue caratteristiche: la cultura, l’utilizzo e la disponibilità della forza lavoro, l’efficienza delle istituzioni pubbliche e del sistema scolastico.



Con questi presupposti che si sviluppò un nuovo modo di produrre, basato su:

Attenta pianificazione della produzione: produrre solo quello che serve.

Controllo maniacale dei costi: eliminazione degli sprechi e degli scarti.

Massimizzazione della produttività: standardizzazione rigorosa dei processi produttivi.

Miglioramento continuo del processo produttivo: esasperazione nella ricerca della perfezione.

Perfetta intercambiabilità dei componenti: riduzione dei tempi di montaggio e ripetitività delle caratteristiche e delle prestazioni.

Rispetto e valorizzazione di tutte le idee e proposte di miglioramento.

Rapidità nell’industrializzazione di nuovi prodotti: nuovi sistemi di approntamento delle macchine e delle linee di montaggio.

Prodotti standardizzati ma di facile personalizzazione.

Concetto della qualità totale dalla produzione alla vendita, fino all’assistenza tecnica, per una duratura soddisfazione del cliente.

Tempi certi di consegna.

Diverso rapporto con la clientela: il cliente è una risorsa che non si deve esaurire al momento della vendita.  

Articolata sulla flessibilità, sull’agilità delle strutture e sull’apporto creativo dei singoli che partecipano al processo produttivo, questo modello è noto come lean production (produzione snella).

Eiji Toyoda, fondatore della Toyota Motor Company, fu colui che introdusse il concetto di produzione snella. L’ascesa economica del Giappone fino alla sua attuale supremazia fu rapida e altre società e industrie nipponiche si ispirarono a questo straordinario sistema.

A Toyota veniva riconosciuta la grande disponibilità a sperimentare e a cambiare le sue pratiche radicalmente, anche se consolidate da anni, inseguendo la logica del

miglioramento continuo. 

Richiamando l’esempio riportato in precedenza basti pensare che a fronte del numero ridotto di presse di cui disponeva Toyoda, che imponeva frequenti cambi di stampi (una scocca d’auto ne richiede mediamente 300) si escogitarono tecniche innovative di cambio stampo (SMED) che permisero di effettuare l’operazione in poche ore, ed oggi in appena 100 sec.






Eiji Toyoda

 
    


Una antica pagoda e il centro di Tokyo. La cultura tradizionale e lo sviluppo del dopoguerra.








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