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GIOVANNI VERGA:– “un cronista di denuncia dello sfruttamento minorile”




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GIOVANNI VERGA:– “un cronista di denuncia dello sfruttamento minorile”

Giovanni Carmelo Verga nacque a Catania il 2 settembre 1840, dove morì il 27 gennaio 1922. La sua data di morte coincide con due tappe fondamentali per la storia d’Italia: l’anno della Marcia su Roma e dell’avvento al potere del Fascismo. Fu il maggior esponente della corrente letteraria del verismo. Si formò, in qualità di narratore, alla scuola del letterato patriota Antonino Abate; a soli 15 anni scrisse il suo primo romanzo “Amore e patria”. Non ultimò gli studi in Legge, ma preferì dedicarsi all’attività letteraria e al giornalismo politico. Nel corso del suo soggiorno a Firenze scrisse il suo primo romanzo autobiografico “Una peccatrice”. Dopo Firenze si trasferì a Milano dove si avvicinò al pensiero degli “scapigliati” e scrisse altri romanzi tra i quali ricordiamo  “Eros” e “Tigre reale”.



Nel 1878 scrisse una novella completamente  lontana dalla materia e dal linguaggio della  sua narrativa  precedente con il titolo “Rosso Malpelo”, tratta dall’opera “Vita dei campi”, prima autentica testimonianza verista forse ancora più che verista, perché portavoce di una realtà descritta quasi con troppa enfasi.

Con “Rosso Malpelo” Verga diventa un cronista di denuncia dello sfruttamento minorile.

E’ la storia di un bambino, operaio in una miniera, che vive in un ambiente ostico, difficile, privo di valori umani.

La novella “Rosso Malpelo” è espressione di una novità introdotta da Verga:  la fusione di elementi di cronaca ad altri più passionali, quasi come dei lamenti, individuando la profondità dell’animo, dove invece altri vedono soltanto dei corpi, la materia; ecco il profondo ed ecco l’emergere  dell’aspetto interiore della persona e non soltanto di quello materiale.

Lo scrittore siciliano scrisse altri romanzi tra i quali ricordiamo:

I Malavoglia, Mastro Don Gesualdo, Storia di una capinera. Rosso Malpelo è tratto dalla raccolta “Vita nei campi” che comprende, tra le altre novelle, anche “Cavalleria rusticana”. Il film diretto dal regista Luchino Visconti “La terra trema” del 1948 è ispirato al romanzo “I Malavoglia”.

1.1.  Poetica del verismo

La poetica del verismo, non era una mera narrazione della vita contadina, ma prevedeva anche una forma di narrazione impersonale, senza la presenza di un narratore, come è stato ne “I Promessi Sposi” di Manzoni; E’ il mondo stesso a parlare con tutte le sue debolezze, senza l’intervento diretto dello scrittore, dando proprio il senso al lettore di un racconto anticonvenzionale, ma che esplica la realtà quotidiana.

1.2.  Rosso Malpelo

“Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.”




Tipico esempio di come il mondo all’epoca era colmo di pregiudizi, soprattutto nei confronti dei minori che erano visti soltanto come degli utili veicoli da sfruttare fino all’osso per ricavarne un facile  profitto economico.

“…Sapendo che era malpelo, ei si acconciava ad esserlo il peggio che fosse possibile, e se accadeva una disgrazia, o che un operaio smarriva i ferri, o che un asino si rompeva una gamba, o che crollava un pezzo di galleria, si sapeva sempre che era stato lui; e infatti ei si pigliava le busse senza protestare, proprio come se li pigliano gli asini che curvano la schiena, ma seguitano a fare modo loro….- L'asino va picchiato, perché non può picchiar lui; e potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strapperebbe la carne a morsi…- …Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che puoi; così coloro su cui cadranno ti terranno per da più di loro, e ne avrai tanti di meno addosso…”

Ecco la filosofia di vita di Rosso Malpelo che ha una sua logica: picchiare per non essere picchiato; ma quando invece si è picchiati, rassegnarsi alle botte, come palestra di insegnamento per imparare a picchiare meglio! La novella produce nel lettore una sensazione identica, dall’inizio alla fine: una nenia leggera, dal ritmo narrativo lento, a volte tediante; il significato però è profondo perché Verga si appella alla società degli umili, in un mondo sempre più dominato da interessi economici a discapito di chi invece dovrebbe pensare a tutt’altro come, per l’appunto, i bambini. Malpelo, nonostante sia “cattivo”, a dire di chi gli sta vicino,  ha un animo buono e soffre per la scomparsa del padre, come sente amore per il suo amico “Ranocchio”, vittima anch’egli dello sfruttamento minorile, versando  fiumi di lacrime alla sua morte.

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