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La differenziazione culturale nelle societa’ moderne




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LA DIFFERENZIAZIONE CULTURALE NELLE SOCIETA’ MODERNE



1 Il concetto di gruppo

Il termine gruppo indica generalmente un insieme di individui in rapporto di interazione sociale che hanno in comune gli scopi e un corpus di norme[1].

Vi sono vari tipi di gruppo, differenziati in base ad alcune proprietà, quali:

a.      il grado di impegno dei membri normativamente prescritto: i gruppi che impegnano e regolano il comportamento e i sentimenti dei membri in quasi tutti i loro ruoli e settori della personalità sono detti gruppi totalitari, e hanno maggiori probabilità di diventare il gruppo di riferimento[2]; quelli che ne regolano solo limitati settori sono detti segmentali;

b.     la durata dell’appartenenza al gruppo, la quale influenza il tipo ed il grado dell’impegno dei membri, la struttura interna dell’organizzazione, il suo potere, ed altre dimensioni;

c.      la dimensione, data dal numero delle persone che ne fanno parte o dal numero delle posizioni e parti che lo costituiscono;

d.     il carattere aperto o chiuso, il quale denota il grado di esclusività del gruppo[3];

e.      il grado di differenziazione sociale, proprietà che si riferisce al numero di status e ruoli che agiscono nell’associazione;

f.      il grado di coesione sociale e il tipo di interazione sociale entro il gruppo, anche tra status diversi, strumento utile anche per lo studio della gerarchia interna. In ogni gruppo vi sono infatti dei ruoli fissi, che hanno principalmente le funzioni di facilitare il raggiungimento dello scopo del gruppo – grazie alla divisione del lavoro tra i membri – , di rendere le relazioni più prevedibili e ordinate, di contribuire alla definizione della propria identità. R.F. Bales afferma che nei piccoli gruppi è possibile rintracciare diversi ruoli: quello del leader[4], innanzi tutto, che è quell’individuo in grado di influenzare gli altri membri del gruppo più di quanto ne sia influenzato, prende iniziative, ha delle conoscenze specifiche o accesso privilegiato a beni e/o servizi[5], ha il ruolo di risolvere conflitti e anche di impartire comandi, oltre che di portare avanti gli interessi del gruppo con i quali necessariamente si deve identificare. C’è poi il ruolo del nuovo arrivato – dal quale ci si aspetta, pena la non accettazione da parte degli altri membri, un atteggiamento passivo, dipendente, ansioso e conformista[6] – , del capro espiatorio – sul quale ognuno proietta le parti negative e inaccettabili di sé[7]– e del clown – il quale ha la funzione di allentare la tensione – ;

g.     il grado di conformismo alle norme del gruppo e relativa tolleranza del comportamento deviato; collegata a questa caratteristica vi è anche quella del sistema di controllo normativo, che può essere formulato espressamente, o può agire mediante aspettative di comportamento meno formalizzate ma sostenute dalla dottrina morale, oppure tramite aspettative consacrate dall’uso ma di carattere meno fortemente affettivo: leggi, costumi e usi correnti concorrono dunque, in diverso modo, al controllo sociale;

h.     il grado di visibilità delle norme e del funzionamento dei ruoli, il che è in relazione anche con i sistemi di controllo che servono a garantire la stabilità del gruppo, e con il passaggio delle informazioni verso l’interno e l’esterno di esso. Studi hanno evidenziato come l’autorità debba essere esercitata entro i limiti delle norme del gruppo, per essere legittimata. Ciò presuppone una migliore conoscenza delle norme da parte degli individui posti in posizione di autorità, ma implica anche che da una maggiore conoscenza delle norme derivi un potere maggiore;

i.       l’autonomia ed l’indipendenza del gruppo nello svolgimento delle proprie funzioni o nel perseguimento dei propri fini, rispetto ad altri gruppi ed istituzioni facenti parte della società in genere[8];



j.       il grado di stabilità del contesto strutturale del gruppo, del proprio carattere, e i relativi modi di mantenere la stabilità;

k.     l’importanza sociale e il potere del gruppo, base della possibilità di imposizione delle proprie decisioni sui suoi membri e sul suo ambiente sociale[9].

2 Le subculture e i gruppi di riferimento

Uno dei caratteri dominanti delle società moderne, come già intuito da Durkheim, è la differenziazione, presente in tutte le aree e in tutti i settori, la quale si manifesta anche nelle diverse forme culturali che emergono a seconda di gruppi.

Le società occidentali contemporanee sono disomogenee al proprio interno, per religione, lingua, classe sociale, generazioni, politica ed altri elementi. A questi si accompagna un pluralismo culturale, riflettente i valori di ognuno di questi segmenti: l’uomo, più che nelle epoche precedenti, è chiamato a far parte di diverse cerchie valoriali poste spesso in contraddizione tra di loro.

Gli individui sono membri contemporaneamente di più gruppi e comunità; Mead[10] ne identifica due tipi: i gruppi sociali astratti – come i debitori – che operano come gruppi sociali solo indirettamente, e le classi sociali o i gruppi concreti – come i partiti politici, i club, le aziende, i detenuti stessi – nelle quali i membri sono direttamente relazionati l’uno all’altro. Poiché i gradi di interazione sociale non sono ugualmente distribuiti tra i membri di un gruppo, tutto ciò che aumenta l’interazione tra alcuni e riduce l’interazione tra altri favorisce la formazione di sottogruppi: gli individui che li costituiscono intrecciano tra loro dei rapporti sociali non condivisi dal gruppo maggiore, e resistono alla sua influenza[11].

Uno dei concetti più usati dalla sociologia per rappresentare questo pluralismo è dunque quello di subcultura, termine coniato negli anni Quaranta dalla scuola di Chicago che per prima le studiò: il prefisso sub descrive la cultura di quel gruppo come sottordinata rispetto alla cultura della società più ampia, di cui essa è una parte e con la quale ha comunque dei contatti; le subculture possono rifiutare, sfidare o cercare di cambiare la cultura dominante. Ogni gruppo, benché piccolo, avrà la sua sottocultura, in quanto caratterizzato da una seppur minima disomogeneità.

All’interno della subcultura, tuttavia, funziona un potente insieme di simboli, significati e norme comportamentali – che sono spesso l’opposto di quelli in vigore nella cultura più ampia – vincolanti per i membri di essa: i gruppi definiti subculture sono definiti dagli altri e da sé stessi come devianti rispetto ai fini alle norme di quella società. Esempi di questi gruppi sono le subculture delinquenti – uno dei principali oggetti di studio dell’analisi subculturale – , definite criminali dalla legge e dalla loro auto-percezione, ma anche le subculture dei detenuti, delle bande giovanili, degli omosessuali, e così via.

Le subculture fanno riferimento a interi stili di vita, esse sono il prodotto dell’interazione degli individui, quindi sono molto studiate dai sociologi che si ispirano all’interazionismo simbolico. La subcultura può essere quindi considerata una comunità, in quanto presenta quegli aspetti di coesione e di densità dei legami, ma rispetto a questa i suoi legami sono meno stabili nel tempo e sono quasi sempre separati dalle relazioni familiari. Essa viene acquisita per interazione con quanti la condividono o già la incarnano[12], mentre l’uso di particolari oggetti, abitudini, linguaggio, reti di relazioni, mete e norme omogenei, ne caratterizza lo stile distintivo[13] dai confini abbastanza precisi che ne fanno un gruppo sociale distinto, quasi una subsocietà, marginale o subalterna nei confronti della cultura dominante.

Lo studio delle subculture mostra così come le società siano caratterizzate da un diverso grado di omogeneità culturale, e ciò è collegato alla loro diversa stratificazione sociale.

 

Dunque un gruppo sociale è caratterizzato anche da un determinato set culturale, e gli individui spinti da qualche motivo ad affiliarsi ad un gruppo, tenderanno ad adottare i valori di quel gruppo. L’emulazione può essere limitata a ristretti settori del comportamento e dei valori dei membri – il che può essere descritto come adozione di un modello di ruolo o identificazione parziale – o essere estesa a una serie più ampia di comportamenti di queste persone, le quali diventano individui di riferimento: in questo caso avviene la cosiddetta identificazione completa[14]. Poiché la struttura degli ambienti sociali varia nella stabilità e nella durata delle relazioni, a volte un’identificazione durevole può essere impossibile a causa della brevità del contatto, oppure può essere favorita l’attenzione verso figure più distanti con cui identificarsi.




Si possono verificare situazioni in cui è un gruppo, e non un singolo individuo, ad essere assunto da individui o categorie sociali come riferimento per il proprio comportamento: uno dei contributi che interessa in questo lavoro è quello fornito da Merton[15], il quale focalizzò l’attenzione sui processi che portano alla selezione dei gruppi di riferimento.

Gli uomini spesso si orientano e si identificano spesso verso gruppi dei quali non sono considerati convenzionalmente membri, e quando questo succede essi si estraniano dal proprio gruppo. I più importanti gruppi di riferimento per il comportamento degli individui orientati verso di essi, selezionati in base alle loro funzioni, sono di tipo normativo, nel caso in cui fissino dei valori, e di tipo comparativo, se fungono da contesto di paragone per valutare la propria posizione e quella degli altri: uno stesso gruppo di riferimento può svolgere entrambe le funzioni.

L’appartenenza e la non-appartenenza a un gruppo, non sono concetti autoevidenti. I non membri non costituiscono un’omogenea categoria sociale: alcuni possono aspirare a divenire membri del gruppo, altri possono avere dei motivi per volerne stare fuori.

La partecipazione ad un gruppo, con gli impliciti profondi attaccamenti e sentimenti, non può essere facilmente abbandonata senza residui psicologici: l’ex membro di un gruppo, per lui un tempo importante, non sarà mai indifferente nei suoi confronti, e conserverà verso di esso un atteggiamento ambivalente, nel senso che può anche trasformare la propria originaria dipendenza in senso sproporzionatamente ostile nei confronti del vecchio gruppo. Alla stessa maniera, l’atteggiamento dei componenti di un gruppo verso un ex affiliato è più duro e ostile che non verso un individuo che non abbia mai fatto parte del gruppo stesso: l’ex affiliato come l’infedele, ad esempio, sostituisce alla fede professata in precedenza un credo diverso e meno nobile dal punto di vista del gruppo, e diviene per questo oggetto di biasimo. Si veda a riguardo anche l’ex detenuto che sia riuscito a reinserirsi nella società libera: egli è frequente oggetto di scherno da parte dei detenuti, e più in generale, dei malviventi che non abbiano deciso di cambiare vita. Anche il pentito di mafia è guardato con disprezzo dagli ex colleghi, soprattutto perché non collabora per un convincimento morale bensì per la speranza di un guadagno.

Dunque da alcuni gruppi la fuoriuscita di un membro può essere assai sanzionata in quanto ciò porta con sé la totale rimessa in gioco dell’identità sociale e individuale del soggetto che si accinge, da quel momento, ad entrare in un altro gruppo. Secondo Tajfel[16] l’uscita da un gruppo è dettata dall’esito del confronto tra alcune variabili: interne, cioè le credenze e i valori del soggetto, ed esterne, come le minacce da parte di altro gruppo, l’insoddisfazione pubblica verso i valori di quel gruppo, l’insieme delle relazioni con altri gruppi. In tal senso, allora, il processo di distacco dalla cultura di appartenenza dei detenuti potrebbe essere stimolato agendo su più fronti.



[1] Se questa interazione manca, si parla di collettività, un cosiddetto gruppo in potenza, di cui ne sono esempi la Chiesa, la scuola e la burocrazia. Le categorie sociali – ad esempio gli insegnanti, gli adolescenti, gli impiegati, ecc. – sono invece degli aggregati di status sociali, i cui occupanti non sono in interazione sociale ma che, poiché aventi caratteristiche sociali simili, possono diventare collettività, nel caso in cui i membri siano orientati verso un comune corpus di norme, o gruppi, se oltre a ciò vi sia anche interazione sociale tra di essi. In questo senso allora i detenuti in generale sono delle categorie sociali, che spesso diventano collettività – si pensi ad esempio alle recenti manifestazioni di protesta diffuse su tutto il territorio nazionale per la richiesta dell’ampliamento delle concessioni della legge Gozzini – ma che diventano a maggior ragione gruppi sociali se si considerano i detenuti dei singoli istituti. Sono molte però le regole che diversi autori pongono a base della definizione di gruppo: per R.F. Bales è necessaria l’interazione faccia a faccia e la presenza di obiettivi comuni; per K. Lewin la base è l’interdipendenza tra i membri, che si può formare sulla percezione di un destino o di un compito comune; M. Sherif fonda invece la differenza tra gruppo e aggregato sulla presenza o meno di status, ruoli, norme e valori comuni. Per H. Tajfel, infine, un gruppo si ha quando gli individui se ne sentono parte. Cfr. G. SPELTINI, A. POLMONARI, I gruppi sociali, Bologna, 1999.

[2] Un gruppo di detenuti può essere in questo senso considerato gruppo totalitario, in quanto una volta che il soggetto ne fa parte, tutti gli aspetti cognitivi e comportamentali ne saranno condizionati in toto.

[3] Un gruppo sociale di detenuti, ad esempio – nella percezione degli stessi, ovviamente – , si può considerare un gruppo chiuso, in quanto per poterne far parte bisogna possedere determinati requisiti e a volte bisogna sottoporsi a vere e proprie prove di iniziazione. La semplice condizione della reclusione non è di per sé considerata sufficiente, in quanto per potersene considerare membro, bisogna possedere alcuni tratti, dei quali si parlerà nel capitolo 3, specifici della cultura di tale gruppo.

[4] Un leader decaduto sarà esiliato o declassato ad uno status intermedio, mai basso. Sull’analisi della leadership e sulle caratteristiche della figura del leader, contributi da G. SPELTINI, A. PALMONARI, op. cit., 1999.



[5] Solitamente gli oggetti del desiderio negli istituti penitenziari sono la droga e i telefoni cellulari.

[6] Non sempre però i newcomers manifestano tale conformismo reverenziale, ma anzi possono essere inconsapevoli creatori del cambiamento: i detenuti stranieri, ad esempio, raramente una volta entrati in carcere seguiranno pedissequamente le regole di gruppo dei detenuti comuni.

[7] Per quanto riguarda i detenuti, i tristemente noti capri espiatori sono i cosiddetti sex offenders, gli autori di reati a sfondo sessuale, per le ragioni che si illustreranno nel terzo capitolo.

[8] In questo senso il gruppo dei detenuti persegue fini solitamente opposti a quelli della società libera: la funzione risocializzativa della pena, come già visto nel primo capitolo e come si svilupperà nel quarto, dovrebbe in questo senso cercare di richiudere questa forbice.

[9] I boss della mala o comunque gli appartenenti alla criminalità organizzata, ad esempio, riescono spesso a far rispettare le proprie regole al gruppo dei detenuti comuni, e talvolta anche all’amministrazione penitenziaria.

[10] G.H. MEAD, Mente, sé e società, 1934, trad it. 1966

[11] Nel caso del gruppo sociale dei detenuti, ad esempio, vi è il sottogruppo dei detenuti magrebini, i quali, come già detto, difficilmente sottostanno alle norme dei detenuti comuni, che in questo caso rappresentano il gruppo maggiore. Si assiste però, in questi anni, ad un fenomeno in evoluzione: l’aumento esponenziale della detenzione straniera, che attualmente rappresenta un terzo della popolazione detenuta totale. Ciò fa presupporre un mutamento dello scenario e, conseguentemente, delle dinamiche di gruppo.

[12] Attraverso un sistema di interazioni a livello microsociale.

[13] Inteso come modo di comunicare agli altri la propria identità, strumento utile anche per mettere ordine nelle proprie idee sulla società e sul proprio ruolo in essa. Questo stile sarà uno degli argomenti del prossimo capitolo.

[14] L’emulazione è uno dei maggiori pericoli insiti nella detenzione minorile e dei c.d. giovani adulti, i quali possono eleggere a proprio modello i criminali professionisti. Non sono esenti da questa dinamica i membri delle famiglie dei detenuti, soprattutto i soggetti più suggestionabili, per i quali le carriere criminali dei congiunti possono a volte rappresentare gli unici termini di paragone.

[15] R.K. MERTON, op. cit., 2000.

[16] H. TAJFEL, Gruppi umani e categorie sociali, 1981, trad. it. Bologna, 1985.

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