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Cesare Lombroso - Eziologia del genio e del delitto




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Cesare Lombroso - Eziologia del genio e del delitto




1 Figura professionale e principali caratteristiche del suo metodo d’indagine

«Io scrivo e descrivo quello che vedo, senza preoccuparmi di ciò che potrà dirsene»[1]

Per rintracciare una matrice, certo non l’unica ma la più importante del percorso scientifico di Lombroso è indispensabile partire dalla sua figura di medico. È ciò che lo colloca con storica concretezza tra quella intellettualità scientifica italiana che intorno alla metà del xıx secolo si riconosceva a tutti gli effetti come “generazione ereditaria” di quel sapere teorico-pratico atto a leggere in maniera esauriente la realtà sanitaria della nazione (salute/malattia, rapporto dell’uomo con l’ambiente, normalità e differenze sociali) ed esprimere progetti per modificarla. Lombroso in particolare si pone come figura di primo piano delle vicende di questa nuova categoria di tecnici: osserva la realtà con sguardo accorto e prettamente clinico, la studia e la classifica con l’esercizio della diagnosi differenziale, propone terapie e prevenzione per tutti i diversi problemi che affronta. Seppur protagonista a tutti gli effetti di questa nuova figura sociale, in lui convergono numerosi aspetti acquisiti dalla tradizione positivista e numerose forme di novità ed originalità: in particolare intraprese parecchi studi di anatomia comparata con Charles Darwin. Sono numerose le lettere a tema scientifico tra il medico veronese ed il naturalista di Shrewsbury, incentrate in particolare sulle analogie tra evoluzione animale ed umana per quanto riguarda le teorie di Lamarck sull’ereditarietà dei caratteri acquisiti. In una lettera allo stesso Darwin, Lombroso, dopo una attenta ricerca condotta su 95 facchini di vario genere sull’ipertrofia delle vertebre e del tessuto connettivo adiposo sottocutaneo provocata dal peso delle merci trasportate, conclude che il motivo delle intumescenze è lo stesso che ha portato alla formazione delle gobbe dei cammelli, in quanto ambedue manifestazioni delle medesime pressioni dei carichi. Dopo aver apportato numerose prove a favore della sua teoria (in relazione anche alla struttura anatomica differente di dromedari e cavalli) conclude sostenendo che «nella natura tutto si viene a congiungere e ravvicinare dai punti più diversi, sicché un tumoretto professionale dell’uomo spiega un carattere anatomico degli animali»[2]. Altri segni ereditati dalla scuola positivista, la quale vedeva nella scienza l’unico modello di conoscenza possibile, riguardano il suo metodo di indagine di natura empirista che può essere accostato a quello baconiano. Il suo modello di studio si configura in 3 principali momenti:

1.      L’osservazione di anomalie fisio-patologiche  attraverso un numero consistente di esperimenti;

2.      Lo studio accurato di questi esperimenti attraverso la raccolta ordinata dei risultati ottenuti;

3.      La formulazione delle conclusioni.

Largo spazio viene dato alla statistica come metodo per riportare su carta il ritorno invariabile, periodico e necessario di questi sciagurati eventi, liberandoli dall’incertezza del fato. Secondo Lombroso il vero carattere che distingue la nostra dalle epoche antiche, sta nel trionfo della cifra sulle opinioni vaghe, ovvero sulle influenze metafisiche, sui pregiudizi e sulle superstizioni. L’uso della statistica, quindi, non si ferma alla pura catalogazione sistematica dei dati raccolti, ma offre importantissimi spunti e prove a favore delle teorie conclusive di un determinato studio. Vedremo più avanti che sarà proprio la statistica, nella quale Lombroso ha così grande stima, una prova determinante per l’articolazione delle sue dottrine. Essa inoltre pone le basi per una nuova scienza di fondazione lombrosiana: la geografia medica. Lombroso, arruolato come medico nell’esercito piemontese, sfrutta questa esperienza professionale esercitando la sua capacità di osservare, descrivere, catalogare, numerare. Attraverso lo studio dei feriti e dei cadaveri militari (provenienti da ogni parte della penisola), riesce a tracciare mappe significative delle principali patologie regionali: lo scopo che lo anima in questo minuzioso studio è quello di tracciare basi stabili, statistiche comparative per prevenire malattie locali o dipendenti da determinate condizioni climatiche. Questo studio risulterà molto utile nel campo delle cure di malattie derivanti da specifiche condizioni climatiche ed in particolare nella cura della malaria nelle zone paludose.

Dopo aver descritto in modo esauriente le peculiarità del metodo lombrosiano, possiamo passare all’esposizione dei sui studi, incentrati sull’indagine riguardante la figura del folle rapportata alla fisionomia di quest’ultimo atta a metodi di prevenzione e di riconoscimento dei soggetti maggiormente sensibili a patologie alienanti capaci di sfociare in atti criminali ed omicidi.

2 Eziologia del genio e del delitto

Prima di inoltrarsi negli studi fisiognomici, Lombroso ci offre una dettagliata serie di scritti in cui evidenzia i principali fattori di influenza della pazzia e, conseguentemente, del delitto. Questa serie di ricerche, riprese più volte nell’arco della sua vita, sono finalizzate a non ridurre le sue teorie a pura osservazione fisiologica: con l’eziologia del genio e del delitto egli ci vuole far comprendere che, sebbene statisticamente molti alienati presentino tratti somatici caratteristici, le cause principali della pazzia non sono da ricercare esclusivamente nel corpo, ma sono la concatenazione di più fattori, quali la civiltà, gli influssi naturali ed etici, gli influssi sociali ed in piccola parte, astronomici.

 

1 Eziologia del genio e del delitto: L’azione della civiltà

Nel delineare i fattori causanti la pazzia e derivanti dalla civiltà, Lombroso non traccia una teoria unilaterale, ma offre un’indagine critica che considera le due principali teorie dell’epoca: se la civiltà influisca o eviti la creazione di forme alienanti.

Lombroso sostiene, a favore della prima tesi (influenza della società) che, poiché i principali fattori che creano uno squilibrio sono gli eccessi e le passioni, nella civiltà, e particolarmente nella civiltà odierna (Europa di fine ‘800), nella quale il crescente e spregiudicato sviluppo ha eclissato i valori morali a favore di barbarie, la pazzia si possa diffondere in maniera molto più ampia di prima. Ne sono esempio le grandi città che, con i ritmi frenetici di lavoro, l’alcolismo, la prostituzione, aumentano la possibilità di forme alienanti. D’altra parte, a favore della seconda tesi (la società evita la pazzia) le prove a favore sono molto più articolate e convincenti. Lombroso, in questo passaggio, prima di trarre le conclusioni dovute, descrive il ruolo che la pazzia (e le persone affette da patologie riconducibili a forme alienanti) ha avuto nel corso della storia. Egli osserva che il pazzo delle popolazioni barbare non ha una importanza clinica, ma storica; è temuto, adorato dalle masse, e spesso ne tiene lo scettro[…]i Berberi accolgono i loro detti come rivelazioni, la setta Tao li consulta come oracoli, i Peruviani avevano profeti epilettici[3]. A questa osservazione ne seguono altre, relative al ruolo che la scienza ha avuto nel distogliere l’uomo dalle passioni precedentemente nominate come principale causa di pazzia; la tesi è che la scienza ed il progresso hanno dato risposta a paure e superstizioni, e così facendo hanno innalzato l’uomo ignorante ad un livello di conoscenza superiore, distraendolo e ponendolo al di sopra di ogni possibile tribolazione. Con questo Lombroso non vuole introdurre una teoria stoica dedita all’apatia, ma vuole far notare come il progresso della civiltà abbia reso l’uomo più capace, in grado di non vivere di effimere passioni o paure, ma di reagire, grazie alle risposte dategli dalla scienza. Usiamo le stesse parole di Lombroso per concludere questa analisi:

«Concludiamo.- La pazzia non solo si manifesta di frequente fra i popoli barbari – ma ella vi è circondata d’ammirazione, vi diviene un avvenimento storico – e spesso degenera in epidemia. La civiltà, indebolendo la forza di imitazione nelle masse ed il prestigio negli alienati, rende impossibile la follia epidemica»[4]

2 Eziologia del genio e del delitto: Influssi naturali ed etnici

La parte in cui Lombroso descrive gli influssi naturali ed etnici è molto particolare. Egli crede e supporta la tesi che la psiche degli alienati, così come quella degli uomini di genio, si modifichi in modo costante sotto influenze barometriche e termometriche. Le prove a favore di questa supposizione ci vengono offerte sottoforma di esempi (vengono citati grandi uomini che “creavano” in determinate condizioni ambientali e meteorologiche) e sottoforma di statistiche dettagliate di cui riportiamo una tabella per far comprendere al meglio il modo in cui Lombroso procedesse nei suoi studi:

Giugno

Pazzi

2701

-

calore

21°

Ottobre

Pazzi

1637

-

calore

12°

Maggio

2642

-

16°

Settembre

1604

-

19°

Luglio

2614

-

23°

Dicembre

1529

-

Agosto

2261

-



21°

Febbraio

1490

-

Aprile

2237

-

16°

Gennaio

1476

-

Marzo

1829

-

Novembre

1452

-

da ciò si può comprendere che la percentuale ed il numero di casi patologici alienanti varia da zona a zona in base all’altitudine, alla temperatura, al clima in generale. Concludendo, Lombroso nota, come conferma delle sue teorie, che la razza (per esempio da noi dove latina e la greca più abbonda di grandi uomini), che le condizioni politiche e scientifiche,come[…] abbiano una gran parte nella comparsa degli uomini di genio; ma è pure indubitato che la più grande spetta all’aria e al clima[5].

3 Eziologia del genio e del delitto: Influssi sociali

Parte assai delicata ma molto importante poiché calco della civiltà dell’epoca, è la trattazione che ci viene offerta negli scritti riguardanti gli influssi sociali sul sopraggiungere di patologie alienanti. In questo passaggio Lombroso diventa a tutti gli effetti sociologo: in perfetta sintonia con le idee comptiane, che fanno della sociologia la scienza alla quale tutte le restanti sono subordinate, egli evidenzia e schematizza ordinatamente le condizioni in cui si sviluppano gli uomini di genio, affermando che i presupposti di sviluppo sono molteplici. In particolare egli individua la miseria così come la ricchezza, il progresso urbano così come l’arretratezza delle campagne, come fattori di crescita delle menti umane, e, nel far questo, traccia un quadro generale della società italiana di fine ‘800, evidenziandone pregi e difetti.

In secondo luogo studia gli influssi sociali sul crimine, smentendo da subito il pregiudizio sintetizzato nella frase “più istruzione, meno delitti”. Lombroso infatti sostiene su base sperimentale che è noto purtroppo come il delitto nelle tre province più importanti d’Italia come Milano, Genova e Torino aumenti malgrado vi aumenti l’istruzione. Questa considerazione, tuttavia, è solo una di quelle relative all’influsso dell’istruzione sui delitti. Infatti viene sostenuta la tesi che l’istruzione non diminuisca i delitti, ma ne cambi la forma: in particolare, quando non è molto diffusa aumenta tutti i delitti salvo l’omicidio; quando invece è diffusissima fa calare tutti i reati più feroci, ma non, come poi vedremo, i reati minori, o quelli politici e commerciali, o di libidine, in quanto essi aumentano col naturale aumento degli attriti umani, e degli affari e dell’attività celebrale[6]. Nel presupporre questo Lombroso evidenzia in 4 punti le leggi che regolano i rapporti tra i reati (ed il loro genere) ed il grado di istruzione:

Negli analfabeti predominano gli infanticidi, la soppressione del parto, i furti, l’associazione di malfattori, saccheggi, incendi.

In quelli che san leggere e scrivere imperfettamente prevalgono l’estorsione di cambiali, minacce per iscritto, ricatti, saccheggi, guasti di proprietà, ferimenti.

Negli istruiti a leggere e scrivere prevalgono concussione, corruzione, falsi in scritto, minacce per iscritto.

Negli istruiti con cultura elevata falsi in scrittura di commercio, estorsione dei fondi di funzionari pubblici, falso in scrittura autentica, sottrazione d’atti, delitti politici.

«Insomma, vi è una criminalità specifica per gli illetterati, è la più feroce, ed una per i letterati, ed è la più astuta, ma la più mite»[7]

Altro importante influsso sociale causa di pazzia è la povertà. Lombroso sostiene che in carcere si vedano in prevalenza uomini di modesta condizione economica poiché: i ricchi riescono, attraverso pagamenti illeciti, ad allontanare la permanenza in cella; essi sono aiutati da potenti mezzi di difesa contro il reato, come le aderenze di famiglia, l’elevata cultura mentale, le ricchezze stesse. Alle considerazioni sulla povertà è legato infine l’ultimo influsso: quello dei mestieri. Lavorando sui dati raccolti nel biennio 1870-71, Lombroso nota che le professioni che si esercitano in città, che espongono maggiormente all’alcolismo (cuochi, calzolai, osti), che mettono il povero a contatto costantemente col ricco (camerieri e servitori), o che facilitano la proprietà di mezzi malefici (muratori, ferrai), danno una quota notevole alla delinquenza. Le professioni che espongono a minori contatti, come i barcaioli e i contadini, danno le quote minime della delinquenza, e le minime dei recidivi.

Text Box:

Lombroso individuava tra le cause del delitto l’influsso esercitato dalla forte espansione urbana di fine ‘800

 


3 Caratteristiche principali del delinquente: forme di atavismo

«L’uomo rozzo, privo di ogni morale istituzione e abbandonato alle prave inclinazioni della natura, è poco dissimile dall’uomo selvaggio che fa  i primi sforzi per rannodarsi in società»[8]

E’ negli scritti relativi alle caratteristiche principali dell’uomo delinquente che Lombroso inizia quel lungo processo di ricerche ed osservazioni fisico-fisiologiche che lo porteranno a delineare i tratti fisiognomici dei vari tipi di malviventi ed a creare una teoria criminologa sui tratti somatici degli alienati. Come prima caratteristica dei criminali (e forse unica, in quanto le successive sono riconducibili ad essa) viene individuata una netta tendenza all’atavismo, ovvero un’inclinazione a ricreare sulla propria persona e sulla propria personalità segni caratteristici di passate civiltà e gradi di sviluppo intellettivo arcaici. Prova che Lombroso indica come evidente esempio di fenomeno di atavismo è il tatuaggio, molto diffuso tra i detenuti. Nel catalogarlo come una prova anatomico-legale, il tatuaggio, così come ogni forma di deformazione fisica volontaria (piercing), viene inquadrato come indizio lontano di pregressa detenzione, maggiormente “sospettoso” se il soggetto non appartenga alla classe dei marinai, dei soldati e dei pescatori (classi in cui il tatuaggio era massimamente diffuso) e se il tatuaggio alluda a scene irriverenti e indecenti o, peggio ancora, alluda a volontà vendicative e di disperazione.

Text Box:

Studi anatomici sui vari tipi di tatuaggi e le parti del corpo predilette in una tavola de “L’uomo delinquente”

 


Altro importante carattere dell’uomo delinquente recidivo è l’uso di un linguaggio tutto suo particolare, in cui, mentre le assonanze generali, il modello grammaticale e sintattico dell’idioma si conservano, è mutato completamente il lessicale. Lombroso osserva i vari metodi e i vari tipi di “distorsioni grammaticali” presenti nei modi di comunicare dei malviventi fornendo svariati esempi, riguardanti l’Italia e non. Nel farlo ci informa che per esempio molte parole sono create per onomatopeia (come tuff pistola o tic orologio); in altre vengono invertite le sillabe (malas in piemontese, salame) o cambiate le vocali; altre ancora vengono espresse mediante l’uso dei loro attributi (salvatore capretto, magra, cruda o certa la morte). In altri casi vi è una contaminazione linguistica straniera o la ripresa di parole scomparse dal lessico vivo. Particolare interessante è l’omogeneità di questi linguaggio: mentre ogni regione italiana ha un proprio dialetto e un calabrese non potrebbe comprendere il dialetto di un lombardo, i ladri della Calabria usano lo stesso dialetto di quelli della Lombardia. Le ragioni della nascita dei dialetti furfanteschi viene esposta considerando due principali cause: Lombroso sostiene che la tendenza a formulare un gergo proprio si spiega con la necessità di sfuggire alle indagini poliziesche ed è particolarmente usata in individui appartenenti ad uno stesso mestiere. Oppure può darsi che l’invenzione di alcune storpiature siano, come le torture del tatuaggio, un effetto del desiderio di novità, un trastullo dell’ozio nelle lunghe detenzioni[9]. Sempre per  quanto riguarda l’idioma dei carcerati, Lombroso si concentra sul metodo espressivo poetico di questi ultimi e sull’arte. Osserva infatti che una gran parte della letteratura carceraria è in versi ed è fatta dai delinquenti medesimi, i quali prediligono la forma poetica, forse più adatta a rispecchiare il bollore delle loro passioni. Le produzioni artistiche hanno come principali temi la libertà, la morte, l’ingiustizia sociale e sono accompagnate da mescolanza di scritto e disegno, con largo uso di simboli e geroglifici allegorici, forse perché è il simbolo che riesce a dare un messaggio chiaro e conciso, o forse perché, data la mancanza di doti artistiche da parte dei detenuti, il simbolo si rivela come unico strumento comunicativo immediato.

4 Delinquenti ed alienati: tipi e modelli

Possiamo affermare che la parte in cui Lombroso riassume in soli quattro gruppi variegati e divisi a loro volta in molteplici sottoinsiemi tutti i modelli di criminali,nella sua opera più famosa “L’uomo delinquente”, sia il cuore della speculazione lombrosiana e la prefazione alla parte riguardante la fisiognomica, vero centro d’originalità di tutti i suoi studi. Tralasciando per mancanza di strumenti e capacità le singolari caratteristiche di ognuno di questi quattro tipi di criminale, ci limitiamo ad osservarne le caratteristiche principali:




Ø     Delinquente nato: La descrizione di questo tipo di malvivente è ricca di elementi originali (particolarmente per quanto concerne il metodo usato per descriverne le caratteristiche) che precedono perfino le teorie freudiane della seconda metà dell’800. Lombroso studia questo raro caso di delinquenza incentrando i suoi studi su soggetti giovani come per esempio Maria Per… di Us…, ragazza di 15 anni arrestata due volte per furto. La particolarità di questo caso sta nel fatto che l’accusata, subito dopo i furti (di norma oggetti di poco valore e mai denaro), amava sfoggiare la merce rubata, incurante dell’arresto immediato delle forze dell’ordine. Lombroso prende come esempio principale il caso di Maria per elaborare la sua tesi suoi casi di delinquenza innata: egli sostiene che, malgrado gli influssi sulla personalità (vedi 2 Eziologia del genio e del delitto ), la delinquenza può anche essere un fattore intrinseco connaturato al momento della nascita. Inoltre, questa “devianza” si sviluppa particolarmente nei primi anni di vita, in cui il soggetto (il fanciullo) non ha ancora insito un rigore morale ed in cui la distinzione tra giusto e sbagliato, bene e male, ricade inevitabilmente nell’ambito della soggettività. L’educazione in questi primi anni incide particolarmente, ostacolando l’inclinazione al furto (per quanto possibile) e ritardandone le manifestazioni. Attraverso queste conclusioni possiamo affermare che viene per la prima volta menzionata una devianza chiamata cleptomania, divenuta oggetto di studi nel corso di tutto il xx secolo. Infine il tipo di delinquente nato sarà essenziale per la costruzione della teoria fisiognomica lombrosiana (vedi 5 Fisiognomica criminale)

 

Ø     Delinquente alcolista ed isterico: «E peggio fa il vino; e ancor peggio l’alcool, che si può dire vino concentrato, quanto all’attività venefica, e peggio ancora quei liquori d’assenzio, di vermouth, che, oltre all’alcool puro, contengono droghe intossicanti i centri nervosi»[10]. L’importanza che Lombroso associa all’alcool non è casuale. Essa era una piaga nell’Italia post-unitaria, tanto che lo stesso governo della destra storica (1861-1876) si adoperò per ridurre i casi di malattia causati dall’assunzione di sostanze alcoliche attraverso programmi di recupero ed informazione. Quello che il criminologo veronese vuole sottolineare con tono drammatico è l’incontrollabilità degli istinti umani durante la sbronza. Viene sostenuto infatti che l’alcool, dopo avere eccitato, indirizza il soggetto nella via del delitto con atti istantanei ed automatici, particolarmente quando il bevitore diventa abituale e quindi assuefatto costantemente dagli obnubilamenti della bevanda graduata. L’alcool inoltre produce delinquenza poiché i bevitori danno luogo a figli delinquenti, perché molti delinquono per ubriacarsi o addirittura i più vigliacchi trovano nella sbronza il coraggio necessario per commettere omicidi. Infine, lo stato di annebbiamento da ubriacatura è tipico nei criminali recidivi, in quanto, dopo molteplici permanenze in carcere il detenuto liberato, avendo perso legami famigliari ed affettivi, rigetta nel bicchiere la sua amarezza.

 

Ø     Delinquente d’impeto: I delinquenti d’impeto sono coloro i quali uccidono animati da passioni improvvise. C’è da notare tuttavia che nei delinquenti le passioni causa di delitto non sono da ricercare in quelle generose e spesso sublimi ma tra quelle più ignobili e più feroci, come la vendetta, l’amore carnale e gli alcolici. In questo caso la gravità del movente non segue necessariamente in modo proporzionale la scelleratezza del gesto: Lombroso fa notare che un adulterio colto sul fatto può avere in alcuni individui gli stessi effetti di un insulto o di una sciocchezza. Per esporre in modo concreto queste osservazioni vengono elencati una serie di esempi di cui ve ne offriamo uno dall’edizione del 1889 de “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia”:

Text Box: Lo scrivano Rossi Giovanni, d’anni 45, di Roma, viveva in una catapecchia, dove la Panelli dava letti in affitto per pochi soldi, che egli puntualmente pagava; negli ultimi giorni era rimasto debitore di 70 centesimi, che promise di pagare più tardi. La vecchia cominciò a rimproverarlo, ad indugiarlo, chiamandolo truffatore; ed egli, preso da subita collera, afferrata una accetta, che avea alla mano, la colpiva nel capo. Alla vista del sangue, rientrato in se stesso andò a costituirsi.

 

 

 

 

 

 

 

           

Ø     Delinquente d’occasione: Talvolta il primo approccio col delitto, in particolare col furto, è del tutto casuale, ovvero dettato dal caso e dalle coincidenze. Vengono in questo passaggio descritte le principali influenze che possono rendere rea una persona sempre stata onesta, come la fanciullezza, poiché quando uno è bambino è attratto fortemente da ciò che corrisponde ai suoi desideri, così come il vecchio che, tornato bambino, analogamente al fanciullo ruba ciò da cui è affascinato. Altri rubano nel momento in cui acquistano fiducia da datori di lavoro, soci e compagni, poiché data la paradossalità dell’avvenimento, tenderanno ad essere i meno sospettabili. La permanenza in carcere o in condizioni di miseria aggrava la capacità di “trarre vantaggi dalle situazioni” (caso terribilmente eclatante ci verrà fornito negli ambienti dei campi di concentramento europei del xx secolo). Infine, quasi banalmente, vi è l’accidente puro: Uno trova una borsa per via […] l’occasione fa l’uomo ladro.[11]


5 Fisiognomica criminale


                                               

La parte sulla fisiognomica criminale è considerata il cuore degli studi lombrosiani: proprio in questo passaggio possiamo cogliere l’originalità dei suoi studi e l’applicazione alla lettera delle teorie positiviste del xıx secolo. Lombroso è convinto che la costituzione fisica sia la più potente causa di criminalità e, nella sua analisi, egli attribuisce particolare importanza al cranio: infatti il punto di partenza della dottrina lombrosiana fu proprio una considerevole quantità di investigazioni craniometriche sulle scatole craniche dei criminali. Studiando quello del brigante Vilella, per esempio, rilevò che nell’occipite, anziché una piccola cresta, c’è una fossa, alla quale dà il nome di occipitale mediana. La cresta occipitale interna del cranio, prima di raggiungere il grande foro occipitale, si divide talvolta in due rami laterali che circoscrivono una fossetta cerebellare media o vormiense, che dà ricetto al verme del cervelletto. Questa caratteristica anatomica del cranio è oggi chiamata fossetta di Lombroso: egli riteneva si trattasse di un carattere degenerativo più frequente negli alienati e nei delinquenti. Ma Lombroso non limita la propria indagine al cranio: considerando anche le altre parti del corpo umano, egli arriva a sostenere che il delinquente nato ha generalmente la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, il naso torto, il viso pallido o giallo, la barba rada: tali caratteristiche renderebbero difficile o addirittura impossibile il suo adattamento alla società moderna e lo spingerebbero sempre di nuovo a compiere reati. Vi proponiamo altri sintomi di propensione all’atto criminale di matrice fisiognomica:

- Cranio: piccola capacità cranica, prematura saldatura delle suture mediane;
- Ossa facciali: fronte bassa, sfuggente, faccia sporgente, mandibole fortemente sviluppate, ossa zigomatiche sporgenti, seni frontali anormalmente sviluppati, anomalie delle orbite;

- Cervello: deviazioni dal peso normale, in particolare deficienza; forma del cervello: atipica delle circonvoluzioni;
- Anomalie dell’orecchio: in particolare grandi orecchie sporgenti;

- Occhi: strabismo, sguardo cattivo;

- Anomalie delle labbra: in particolare labbro superiore sottile;

- Capelli: lanosi e ricciuti; capelli fitti e barba scarsa o mancante;

- Pelle: eccessiva pigmentazione della pelle, anormalmente rugosa;

- Anomalie dei denti: anormale posizione e sviluppo dei denti;

- Mancinismo, balbuzie ed altre anomalie funzionali del linguaggio;

 
Text Box:


 

Esempi di criminali che seguono le teorie fisionomiche lombrosiane dal repertorio fotografico del “Museo C. Lombroso” a Torino

 

Principali ossa craniche (da notare la posizione dell’occipitale)

 


- Per quanto riguarda le segni degenerative in campo psichico, si dà la maggiore importanza all’insensibilità al dolore, specialmente in caso di ferite, a deficienze nel campo emotivo, compresa la mancanza di rimorso, l’eccessiva pigrizia, l’impulsività, la vanità, la tendenza al tatuaggio, ecc… i criminali, in media, sono distintamente inferiori in peso (anche dopo la correzione per le differenze d’età);

- Essi sono più piccoli di statura; la larghezza delle spalle, la larghezza e lo spessore del torace, come pure la circonferenza della testa sono in essi minori: la loro altezza facciale è significativamente più piccola come pure l’altezza del naso; i loro orecchi sono più corti, la larghezza del naso maggiore, le orecchie sono più larghe in confronto della lunghezza e la faccia più bassa in confronto della larghezza.

- Per quanto riguarda i peli, le investigazioni dimostrano che il gruppo dei criminali ha probabilmente meno barba, meno peli sul corpo e più capelli. I capelli rosso-bruni, sono più frequenti nei criminale che non nei non-criminali, e così pure il colore degli occhi o molto chiari o molto scuri.

                                                                                                            

La conclusione generale dell’investigazione, la quale include anche un certo numero di caratteristiche sociologiche, è che i criminali, considerati in blocco, sono un gruppo di individui inferiori sociologicamente e biologicamente la quale inferiorità fisica è soprattutto di natura ereditaria.

6 La forma della criminalità femminile: la donna prostituta e delinquente

Lombroso riserva una parte dei suoi studi, particolarmente ne “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, al senso criminale nella donna, e, più nel dettaglio, alle cause che provocano la netta inferiorità del numero di delinquenti femmine rispetto al numero di delinquenti maschi. In questo passaggio osserva che la causa principale del modesto numero di reati femminili sia la maggior sensibilità della donna. Questa sua caratteristica, tuttavia, fa sì che il gentil sesso sia maggiormente soggetto a nevrosi, che provocherebbero, il più delle volte, atti criminosi. Il divario tra l’aggressività maschile e femminile è aggravato anche dal fatto che, nel corso della storia, la donna ha sempre avuto bisogno di soddisfare due principali desideri: l’istinto materno e il bisogno di protezione. Per soddisfarli a pieno ha sempre esposto il maschio ai pericoli ed alle vicissitudini della vita che richiedevano maggiore virilità e forza fisica e mentale, restando sempre ai margini del burrascoso mondo sociale. Muovendosi in quest’ottica Lombroso non può fare a meno di notare che, anche nel variegato mondo femminile esistono soggetti predisposti al reato. E’ il caso delle prostitute, per le quali viene intrapreso un procedimento di indagine analogo a quello di divisione dei tipi di delinquenti (vedi 4 Delinquenti ed alienati: tipi e modelli ), individuando un tipo di prostituta nata, la quale, a causa della mancanza di affetti famigliari, di esperienze di felicità e della mancanza di rapporti autentici, avrebbe in sé, o contrarrebbe nei primi anni di vita, patologie vicine alla devianza.

 7 Il manicomio criminale

Altri importanti studi (più pratici che teorici) riguardano i metodi punitivi per i rei e i delinquenti. Dagli scritti di Lombroso si deduce che il medico veronese abbia le idee molto chiare:

«Si può discutere a lungo da un lato e dall’altro sulla teoria della pena, ma in un punto ormai tutti convengono: che fra i delinquenti e quelli creduti tali, ve n’ha molti che, o sono, o furono sempre alienati, per cui la prigione è un’ingiustizia, la libertà un pericolo.»[12]

Lombroso considera il carcere, per i cosiddetti delinquenti nati, una punizione inutile quanto poco costruttiva. Egli ritiene, infatti, che dato un individuo che ha in sé, nella propria fisicità, sintomi di alienazione criminale, la detenzione è inutile poiché, per quanto si possa punire, il soggetto non recepirà mai i canoni della convivenza pacifica e civile (questione di DNA!). Il manicomio criminale, così come il carcere, si configurano quindi come istituti di isolamento e fermo: il loro compito sarà quello di tenere lontani dalla società gli alienati recidivi e fisicamente portati al reato. Per quanto riguarda la pena capitale Lombroso non interviene in modo chiaro e limpido, anche se, da alcuni suoi scritti, primo fra tutti “Polemica in difesa della scuola militare positiva” (con E. Ferri, R. Garofano e G. Fioretti, Zanichelli, Bologna, 1886), si deduce l’orientamento verso l’introduzione alla pena capitale. E’ ignoto se l’applicazione avvenga sistematicamente per tutti i delinquenti nati o solo in casi di effettivo reato punibile con la morte…Lombroso in questo caso sospende il giudizio.

 

8 Gaetano Bresci regicida

La sera del 29 luglio 1900, a Monza, il re d'Italia Umberto I si allontanava, a bordo di una carrozza scoperta, dalla palestra della società ginnica 'Forti e liberi', dove aveva premiato alcuni atleti. Ad un tratto, gli si avvicinò un giovane il quale, armato di una rivoltella Hamilton and Booth Co., colpì a morte il sovrano. Il giovane attentatore fu subito arrestato e identificato. Il suo nome era Gaetano Bresci, 31 anni, anarchico toscano, di professione tessitore. Lombroso coordinò le indagini e studiò, secondo i suoi parametri, la figura di Bresci, costatandone in modo imprevedibile la sua sanità, sia a livello fisico-fisiognomico, sia a livello psichico. Le parole di Lombroso ci faranno comprendere meglio lo svolgimento delle indagini e la conclusione alla quale arriva:

«Non si nota in lui alcun carattere che lo designi per pazzo, degenerato o criminale. La statura è media, la pelle pallida, la muscolatura è forte, i baffi neri, gli occhi neri, piccoli e infossati, lo sguardo freddo; […] Anche psicologicamente predominano in lui i caratteri dell’uomo medio»[13]

E concludendo…

 «Per l’assenza di tutti i caratteri anomali fisici o psichici si esclude in lui in reo-pazzo, il reo per passione e il reo-nato. Resta un delinquente d’occasione, che una specie intermedia fra il criminale, il passionale e l’uomo medio;[…] E’ probabile che le conferenze anarchiche, udite nell’epoca dello sviluppo della pubertà, in cui si fissano le oscillanti e incerte tendenze dell’uomo, abbiano avuta una esagerata influenza sul suo contenuto mentale.»[14]

 


Gaetano Bresci in una foto dell’epoca

 


9 “Il soffio dell’antisemitismo”

«In questi ultimi anni, mentre d’ogni parte si inneggia araldicamente all’amore dell’uomo, alla fraternità dei popoli, un soffio gelido, d’odio selvaggio, percorre i popoli anche più civili d’Europa, dando vita a quelle scene che mai si sarebbero credute possibili nel Medio Evo: è il soffio dell’antisemitismo…»[15]

Malgrado gli studi che scandirono la vita di Cesare Lombroso, egli fu sempre ostile alle pratiche ed agli atti antisemiti (ricordiamo che lui stesso era di origine ebraica). Benché fosse un “razzista” (l’uso di questo termine non porta con sé connotazioni dispregiative ma è difficile non notare la propensione dello studioso veronese a dividere la società in razze diverse per grado di civiltà le une dalle altre), egli condusse i suoi studi sempre in veste di sociologo e sempre attraverso il filtro dell’oggettivismo positivista. Nei suoi studi riguardanti questi fenomeni, che stavano diventando sempre più frequenti nei primi anni del ‘900, egli, definendosi per la prima volta sociologo, ricerca le cause di questa involuzione razzista della civilissima Europa, arrivando, aiutato da altri studiosi, a sostenere che la scelta di un nemico comune, «uccisore di Cristo», aveva unito i popoli (eclatante il caso della Germania). Gli ebrei, quindi, riassumevano in sé tutte le caratteristiche di un ottimo nemico comunitario contro il quale abbattere la lunga ascia del razzismo.



 


10 Appendice: il “museo di antropologia criminale C. Lombroso” a Torino

«Il primo nucleo della collezione fu formato dall’esercito; avendovi vissuto parecchi anni come medico militare, prima nel ’59 e nel ’66 ebbi campo di misurare craniologicamente migliaia di soldati italiani e raccoglierne inoltre crani e cervelli. Questa collezione venne man mano crescendo […]. Medico da venti anni del carcere cellulare di Torino potei raccogliere una grande quantità di vasi, di orci […], la serie dei lavori dei pazzi […]. Ripasso qui in rivista […] quei poveri trofei raccolti […] prima in una camera da studente, spauracchio continuo delle padrone di casa, poi in una specie di granaio che fungeva da laboratorio nella via Po di Torino, finalmente nel ’99 nelle ampie sale del Museo Psichiatrico criminale, nei nuovi laboratori biologici nella Università di Torino»[16]

La fase di maggiore importanza del museo fu tra l’epoca del trasferimento nei nuovi edifici al Valentino e l’estromissione dall’insegnamento universitario di Mario Carrara (per non aver giurato fedeltà al fascismo nel 1931), genero di Lombroso e continuatore delle sue ricerche. All’epoca il museo era allestito in cinque sale al pianterreno, come parte integrante, insieme a diversi laboratori, alla biblioteca, alle aule per le lezioni, dell’Istituto di Medicina legale. Nel 1947 il Museo e l’Istituto furono trasferiti nell’edificio di Corso Galileo Galilei, da poco costruito. Attualmente il museo è situato in parte da locali che gli erano stati assegnati in seguito al trasferimento in corso Galileo Galilei. Le diverse collezioni, pressoché integralmente conservate, sono state oggetto di una completa catalogazione e schedatura tra il 1991 e il 1995. E’ in corso un’operazione di restauro, in vista del trasferimento e riallestimento del museo nell’edificio del Valentino che lo aveva precedentemente ospitato, nel quadro della realizzazione del Museo dell’Uomo.

Text Box:

Il Palazzo degli Istituti Anatomici, in cui ebbero sede inizialmente gli Istituti di Anatomia Umana, Anatomia Patologica e Medicina Legale, fu inaugurato nel 1898 e fa parte della cosiddetta “Città della Scienza” edificata al Valentino. Nell’ambito del Progetto Museo dell’Uomo, avviato in convenzione tra l’Università di Torino e la Regione Piemonte, è previsto il trasferimento del Museo Lombroso in questo palazzo, in cui già è ospitato il Museo di Anatomia Umana.

 


10.1 Le collezioni

Il Museo Lombroso è costituito da un insieme di reperti apparentemente eterogenei, ma in realtà strettamente collegati fra loro in quanto espressioni del poliedrico interesse della scienza positivista per lo studio dell'uomo. Sono così presenti crani e altre parti anatomiche provenienti da diverse aree geografiche ed in parte tratti da cadaveri di criminali, calchi in gesso e maschere di cera di volti di delinquenti, manufatti, disegni e dipinti di alienati e di carcerati, apparecchi di contenzione, album fotografici, ritratti, schede segnaletiche, interessanti apparecchi scientifici.

Primeggiano la raccolta degli orci per bere (sulle cui superfici ricurve figura, graffita nella ceramica per mano del carcerato, tanta cronaca nera torinese), le crete modellate (rievocanti episodi criminali, processi, scontri a fuoco tra briganti e carabinieri, ecc.), i mobili (art brut) costruiti da un paziente psichiatrico, la collezione unitaria dei corpi di reato, una raccolta di modelli di celle e istituti penitenziari, le fotografie o i reperti attinenti ad anarchici e briganti che danno un contributo non marginale allo studio di un preciso periodo storico.

Text Box:

www.museounito.it - museo di antropologia criminale C. Lombroso - Una sala del Museo Lombroso nel Palazzo degli Istituti Anatomici al Valentino

 


3. Bibliografia

·  Da una lettera di Lombroso in risposta a Emile Zola apparsa alla “Tribuna” nel 1889.

·   “Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle ottentotte, camelli e zebù pel prof. C. Lombroso e Dott. Cougnet” Torino 1879

·  “Gazzetta medica italiana – Lombardia. Appendice psichiatrica”, 1857

·  “Influenza della civiltà su la pazzia e della pazzia sulla civiltà”, 1857

·  “Genio e Follia” 2° edizione, 1872

·  “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia vol. 3”, 1895, Bocca, Torino

·  “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia”, 1876, Hoepli, Torino

·  “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia”

·  “Archivio di psichiatria, antropologia e scienze penali per servire allo studio dell’uomo alienato e    delinquente” (titolo variato più volte)

·  “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”

·  “Rendiconti del Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere”

·  “Delitti vecchi e delitti nuovi”, Bocca, Torino, 1902

·  “L’antisemitismo e le scienze moderne”, Roux & C., Torino

·  “Il mio museo criminale”, L’Illustrazione Italiana,1906



[1] Da una lettera di Lombroso in risposta a Emile Zola apparsa alla “Tribuna” nel 1889.

[2] Da “Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle ottentotte, camelli e zebù pel prof. C. Lombroso e Dott. Cougnet” Torino 1879.

[3] Da“Gazzetta medica italiana – Lombardia. Appendice psichiatrica”, 1857

[4] Da “Influenza della civiltà su la pazzia e della pazzia sulla civiltà”, 1857

[5] Da “Genio e Follia” 2° edizione, 1872

[6] Da “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia vol. 3”, 1895, Bocca, Torino

[7] Da [vd. nota 8]

[8] Da “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia”, 1876, Hoepli, Torino

[9] Da [vd. nota 10]

[10] Da “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia”, ed. 1889, Hoepli, Torino

[11] Da “Archivio di psichiatria, antropologia e scienze penali per servire allo studio dell’uomo alienato e delinquente” (titolo variato più volte)

[12] Da “Rendiconti del Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere”

[13] Da “Delitti vecchi e delitti nuovi”, Bocca, Torino, 1902

[14] Da “Delitti vecchi e delitti nuovi”, Bocca, Torino, 1902

[15] Da “L’antisemitismo e le scienze moderne”, Roux & C., Torino

[16] Da “Il mio museo criminale”, L’Illustrazione Italiana,1906

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