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LA STATUA E LA FONTANA - Simbolo del fascio o fantoccio di pietra




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LA STATUA E LA FONTANA

Simbolo del fascio o fantoccio di pietra



La fontana e il Bigio

Inizialmente, il Piacentini aveva deciso di progettare la fontana della Vittoia in posizione centrale. Forse le critiche ricevute, come quelle citate da Antonio Nezzi nel suo articolo su “Emporium” e ricordate nel gennaio del 1931 dalla rivista “Brescia”, consigliarono al progettista di utilizzare anche questo elemento per accentuare la dichiarata varietà volumetrica della piazza. La fontana venne quindi spostata progettualmente nella risega che ,in pianta, il torrione fa con l’adiacente palazzo delle Assicurazioni generali. La vasca veniva così a dialogare con gli altri elementi planimetrici posti in posizioni eccentriche, dalla scalinata del Palazzo delle poste, parziale sul lato nord e quello est, all’arengario, che vi sorge in un angolo concavo, ai pennoni innalzati sull’area meridionale. Questi elementi sorgevano inoltre con moli e colori diversi, ripetendo, in scala minore, l’irregolarità che, in maggiore rapporto, era costituita dagli edifici, diversi per cromatismo, volume, altezza e forma, nonché della planimetria della piazza stessa.

Le prime osservazioni su una statua da collocare nella piazza parlavano di “una statua colossale”, parrebbe indipendente dalla fontana, mentre poco dopo già si parlava di un “monumento dedicato alla Vittoria”, cui doveva essere particolarmente congeniale una riproduzione, ingrandita, della Vittoria alata romana di Brescia. Già nel gennaio del 1931 si parlava della statua che, sulla fontana, “sorgendo da una grossa colonna di marmo, attingerà i dieci metri d’altezza e adombrerà forse in una bella e fiera immagine di adolescenza il simbolo della Rinascita”.

Nel 1931 il Dazzi avanzava al comune di Brescia un’offerta per la creazione della statua, accolta formalmente con una delibera podestarile del settembre successivo. L’accordo prevedeva una scultura dell’altezza di sette metri e mezzo, dei quali cinquanta centimetri pertinenti allo zoccolo. La statua, la cui base e le cui misure dovevano proporzionarsi a un disegno che Piacentini aveva fornito della fontana sottostante, avrebbe dovuto rappresentare “la Giovinezza d’Italia, mirando, oltre che consacrare il ricordo della grande Vittoria, ad esprimere gli ideali rinnovatori del Regime Fascista”. Secondo gli accordi, entro il mese di settembre del 1931 il bozzetto della statua, nel rapporto di uno a dieci, doveva essere presentato dal Dazzi a Piacentini, mentre, entro l’anno, sarebbe dovuto essere approntato un modello della statua in creta di grandezza maggiore. La consegna della scultura doveva avvenire entro il 15 settembre del 1932, alla stazione ferroviaria di Seravezza, in provincia di Lucca, presso Forte dei Marmi, dove il Dazzi lavorava e venne concordato un compenso di trecentomila lire.




I tempi di lavorazione rimasero inevitabilmente allungati e solo all’inizio dell’aprile del 1932 Piacentini poteva scrivere ad Augusto turati di avere veduto l’opera compiuta a metà dell’opera. La statua infine completa venne ingabbiata in una selva di travi e puntelli costituendo una mole di duecentottanta quintali, che iniziò il suo lungo viaggio su un rimorchio trainato da un trattore. Il blocco, nel tragitto degno di una statua faraonica nella valle del Nilo, guidato e curato dal responsabile del viaggio, Angelo Dell’Amico, scese a Fornovo e quindi transitò per Fidenza e Cremona, giungendo a Brescia il ventidue settembre. Ad accogliere il Bigio c’erano il Dazzi, il podestà Calzoni, Marcello Piacentini e altri notabili. Il giorno successivo, la Sabic, l’impresa che costruiva gli edifici di piazza della Vittoria mise a disposizione le sue attrezzature e sotto la guida dei fratelli Lombardi il gigante di pietra venne issato sullo zoccolo della fontana, dal quale sgorgava l’acqua che cadeva a fiotti nella vasca sottostante.

La fortuna della statua durò davvero poco: dalle ovazioni di Mussolini, il quale acclamava la statua come il simbolo dell’era fascista, si passò alle critiche del vescovo Gaggia, che in una lettera diffusa ai parroci raccomandava di evitare di gironzolare per la cosiddetta piazza per evitare la vista del giovanotto nudo che esibiva le toniche forme maschili, anche se coperte con una foglia fico in alluminio. Nel 1934 poi, il presidente del “Gruppo amici dei monumenti”, Arnaldo Gnaga, avanzava, fra varie altre istanze inerenti a elementi artistici e architettonici su cui intervenire, una richiesta drastica, la rimozione del Colosso dalla piazza, abolendo o diversamente e più decorosamente sistemando la fontana.

Naturalmente, dopo la caduta del fascismo , la statua, intesa come simbolo della dittatura, in modo del tutto peregrino, come riconosceva il Giarratana nel 1970, fu oggetto di ripetuti atti di sfregio. Il comune cercò in tutti i modi di sbarazzarsi dell’opera, la comprò e face lo sforzo di sollevare quelle tonnellate di marmo a ornamento della fontana vicina; ne venne proposta la vendita a qualche ditta che volesse recuperare il materiale, ma il prelievo sarebbe costato mezzo milione di lire. La statua però ebbe una fine crudele,alcuni solerti posero ,per due notti consecutive, cariche di dinamite sul basamento dell’opera, sfidando la sorveglianza della “Military police” alleata che la sorvegliava. L’esplosione le tranciò una gamba, una braccio e la foglia di fico; la sorte della scultura era segnata e da allora essa giace sotto la tettoia di un magazzino comunale, in un grottesco oblio.

Le varie proposte di riutilizzo della statua in una ricollocazione della piazza, avanzate dall’amministrazione comunale, non hanno sinora potuto superare il veto ideologico che ancora su di essa grava.

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Il Bigio in piazza della Vittoria.

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La copia ridotta del Bigio nello studio del Dazzi.

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