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Problemi e Mondi cognitivi




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Problemi e Mondi cognitivi Premessa | Perché una nuova



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Problemi e Mondi cognitivi

Premessa | Perché una nuova categoria?

Gli elementi che abbiamo visto nel precedente capitolo non riguardano eccezioni narrative, non  sono  appannaggio  di  un  genere  o  di  un  particolare  periodo  storico,  ma  sono riscontrabili  in  tutte  le  narrazioni  letterarie.  Sono,  infatti,  elementi  di  base  che  la narratologia ha individuato come fondamentali fattori cognitivi che agiscono nel momento interpretativo del lettore. La domanda, allora, è perché qualificare un particolare tipo di mondi finzionali, aggettivandoli come cognitivi? Non sono forse tutti i mondi finzionali anche mondi cognitivi, in quanto per processarli il lettore impiega dispositivi mentali, parte dei quali utilizzati anche in una più quotidiana pratica di umana cognizione?



Per rispondere a questo giusto interrogativo, è allora giunto il momento di tentare una schematizzazione della categoria che vorrei introdurre, elencando le caratteristiche comuni  cha  hanno  motivato  la  selezione  del  corpus  di  testi  della  seconda  parte.  La specificità dei mondi che intendo definire come cognitivi può essere riassunta su quattro punti, uno solo dei quali è condiviso con la totalità delle narrazioni letterarie.

I romanzi che prenderò in esame, infatti, possono essere definiti come cognitivi perché: (1) sono mondi che tematizzano problemi cognitivi (l’identità e la coscienza in Beckett, la cognizione sociale in Gadda, il rapporto tra identità e trauma nella Kristof); (2) sono mondi che giocano su una continua sovversione, stimolazione e violazione degli elementi cognitivi con cui normalmente il lettore processa un testo (sugli elementi, cioè, visti nel primo capitolo); (3) i problemi cognitivi su cui il testo si sviluppa sono sempre correlati all’attività del raccontare storie, al ruolo che la narrazione ha nella cognizione (su questo andremo tra poco); (4) alla luce di questi primi tre punti, della particolare saldatura tra tecnica formale e contenuto, e dell’insistenza, a differenti livelli, sul rapporto tra narrazione e cognizione, questi mondi credo possano essere letti più che come espressioni di un tema o di un significato pregresso alla costruzione narrativa, come scritture che utilizzano il mezzo narrativo come strumento di indagine e di pensiero, come un laboratorio in cui testare il potere della narrazione nel suo farsi, e che quindi esemplifichino perfettamente l’idea, recentemente formulata dal filosofo della mente Richard Menary, di una scrittura come «thought in action» (2007).

Di questi quattro punti – di cui si perdonerà per l’ennesima volta l’astrazione, ma che dovrebbero risultare più che ipotesi di lettura, vere e proprie evidenze una volta alla prova dei testi –, solo il secondo può essere visto come una forma particolare, estrema e sofisticata, di utilizzo di meccanismi generali legati alla costruzione e alla ricezione di un testo. In sintesi, quello che distingue questi mondi finzionali dal resto delle narrazioni romanzesche è, quindi, una sorta di ridondanza cognitiva, che si evince già dall’ossessiva, inevitabile e un po’ fastidiosa ripetizione dell’aggettivo, nel tentativo appena fatto di descriverne le qualità. Anziché, allora, tentare di attenuare questa ridondanza effettiva e terminologica, portiamola al suo limite estremo, distendendo in un'unica frase la qualifica di questi mondi romanzeschi: sono narrazioni in cui si tematizza il potere cognitivo della narrazione (1) (3), portando all’estremo i meccanismi cognitivi dietro la narrazione (2), per fare della narrazione uno strumento della cognizione (4).

Al lettore chiedo, inutile dirlo, la pazienza di attendere almeno la fine di questo capitolo prima di sollevare alcune obiezioni, certamente motivate, che immagino possano spaziare da un più generale smarrimento per l’abuso terminologico appena perpetrato, fino a questioni più letterarie come molti esempi romanzeschi che potrebbero ricadere in una simile definizione, ma che, come vedremo, a mio avviso non ricadono nella categoria che intendo descrivere. Nella conclusione a questo studio, infatti, alcuni esempi di narrazioni a tema  cognitivo  come  alcuni  testi  di  Faulkner,  Proust  o  Joyce,  che  potrebbero  essere prossime al concetto di appena illustrato, verranno usate in modo contrastivo o integrativo per una migliore messa a fuoco. Ora, però, è tempo di completare il quadro necessario a comprendere quanto appena detto: dopo aver, infatti, ampliamente argomentato gli elementi cognitivi che la nuova narratologia ha messo in rilievo nella costruzione di un testo e nella risposta estetica, e che corrispondono a uno solo dei punti della mia ipotesti (2), è tempo di vedere in un unico sorvolo il primo e il terzo punto – in realtà, come spiegano le scienze cognitive interrelati, per approdare al quarto, quello riguardante la pratica narrativa come pratica di pensiero.  È tempo, cioè, di vedere i problemi cognitivi al centro delle narrazioni che esamineremo, tutti correlati, come si è detto, con la stessa pratica narrativa.

Narrative Self | Narrazione, Coscienza e Centro di gravità narrativa

L’attenzione che la fenomenologia contemporanea, la filosofia della mente e la psicologia, cognitiva e non, hanno portato all’attività narrativa, come dispositivo fondamentale ad alcuni processi mentali, ha portato a parlare di un vero e proprio “narrative turn” nelle scienze cognitive. A un livello più generale, molto del merito lo si deve allo psicologo cognitivo americano Jerome Bruner, che ha dedicato gli ultimi vent’anni del suo lavoro a riflettere e indagare il rapporto tra vita e narrazione, tra storytelling e cognizione. Sua l’affermazione più forte e complessiva in merito a questo rapporto, lo “strong claim” che lo ha condotto ad affermare un circolo paritario tra vita e narrazione, tra realtà e finzione, nel suo noto articolo, uscito a metà degli anni ottanta e recentemente ristampato, dal significativo titolo di Life as Narrative (Bruner 2004). In questa sede, Bruner propone due tesi distinte e complementari, sul rapporto cognitivo tra narrazione ed esperienza:

The first thesis is this: We seem to have no other way of describing 'lived time' save in the form of a narrative. Which is not to say that there are not other temporal forms that can be imposed on the experience of time, but none of them succeeds in capturing the sense of lived time: not clock or calendrical time forms, not serial or cyclical orders, not any of these. […] My second thesis is that the mimesis between life so-called and narrative is a two-way affair: that is to  say,  just  as  art  imitates  life  in  Aristotle's  sense,  so,  in  Oscar  Wilde's,  life  imitates  art. Narrative  imitates  life,  life  imitates  narrative.  'Life'  in  this  sense  is  the  same  kind  of construction  of the human imagination  as 'a narrative' is. It is constructed  by human beings through  active  ratiocination,  by  the  same  kind  of  ratiocination  through  which  we  construct narratives. When somebody tells you his life—and that is principally what we shall be talking about—it is always a cognitive achievement rather than a through-the-clear-crystal recital of something univocally given. (691)

La prima tesi riguarda, quindi, il fatto che la forma narrativa, la sua natura sequenziale e causale, sia la modalità privilegiata per restituire, custodire  e riorganizzare l’esperienza nella sua forma più aderente alla percezione originale, come esperienza vissuta nel tempo. Questa prima tesi, insomma, è poco di più di un’attestazione di quanto la pratica narrativa sia per l’uomo la forma principale per veicolare l’esperienza in un racconto, sia esso interno allo stesso narratore o alla comunicazione esterna, nel vero e proprio storytelling. Questa tesi, isolata, indica solo come la realtà venga naturalmente restituita sotto forma di narrazione, e non implica ancora nessun aspetto costruttivo insito nel mezzo narrativo.

È la seconda tesi, al contrario, ad essere più rivoluzionaria, affermando come la realtà, l’esperienza, venga piuttosto acquisita attraverso la narrazione, da essa costruita più che riportata. In questo senso, tra i due termini non vi è un semplice transito, o una statica e lineare traduzione, ma piuttosto la “vita” viene a essere un «cognitive achievement» per il tramite della narrazione.

Al centro di questa vitale relazione vi è, come sottolineato dallo stesso Bruner, la condivisione tanto della vita quanto della narrativa dei meccanismi dell’immaginazione e del pensiero razionale, che abbiamo visto nel dettaglio nel primo capitolo. La narrazione, allora, non è ancillare e distanziata dall’esperienza, ma la costituisce nel momento in cui le dà forma narrativa, essendo, questa la tesi di Bruner, il principale dispositivo cognitivo con cui l’uomo crea, interagisce e comprende il proprio mondo; questo aspetto costituivo della narrazione è esattamente ciò che si intende per “costruttivismo”, ossia la negazione dell’oggetto in sé, prima che venga cognitivamente acquisito, in questo caso grazie all’immaginazione narrativa:

Philosophically speaking, the approach I shall take to narrative is a constructivist one—a view that takes as its central premise that 'world making' is the principal function of mind […] There is no such thing psychologically as 'life itself.' At very least, it is a selective achievement of memory  recall;  beyond  that,  recounting  one's  life  is  an  interpretive  feat.  Philosophically speaking, it is hard to imagine being a naive realist about 'life itself' (691-693)

Qui  Bruner  sta  naturalmente  dicendo  che  l’esperienza  contingente,  ogni  momento percettivo  di incontro col mondo, sia narrativamente mediato. Sta piuttosto dicendo che la continuità  tra  diverse  esperienze,  tra  differenti  momenti,  è  il  frutto  cognitive  della narrazione con cui diamo senso e coerenza alle nostre esistenze. Tuttavia, da qui il claim più forte, le esperienze senza mediazione narrative restano irrelate, non conosciute, e quindi inconsapevoli.

Quando, infatti, parliamo di “vita” o di “mondo”, è in questa concettualizzazione che avviciniamo il significato di queste parole, e la nostra idea di vita e di mondo non è qualcosa che ci è dato, ma che acquisiamo tramite il potere organizzativo e cognitivo della narrazione. Il racconto che facciamo della nostra vita, a cui correliamo la nostra idea di mondo,  è  allora  non  un  gesto  traduttivo,  ma  un  gesto  creativo  e  interpretativo,  un

«intrerpretative feat» con diamo forma e contenuto alle nostre esperienze. In quest’ottica, come scrive Bruner, non può esistere una posizione realista nei confronti della vita, una pretesa oggettività, né si devono cercare rispecchiamenti univoci tra narrazione ed esperienza, poiché è lo stesso atto narrativo a costituire entrambi i termini di questa stessa opposizione, almeno a livello di consapevolezza che ci permette di raccontare la nostra esperienza sotto la forma unitaria di una vita.

La narrazione è, così, più che una delle possibili modalità di espressione dell’esperienza, una forma di interpretazione attiva e costruttiva, vale a dire una forma di pensiero. In un’altra sede, infatti, alcuni anni prima, Bruner aveva già formulato questa ipotesi di una «narrative construction of reality» (1991), spiegando come fosse per lui difficile distinguere tra modalità di pensiero e forme di narrazione: «I shall have a great difficulty in distinguishing what may be called the narrative mode of thought from the forms of narrative discourse. As with all prosthetic devices, each enables and gives form to the other, just as the structure of language and the structure of thought eventually become inextricable» (1991: 5, corsivo mio). Pensiero e narrazione sono così due dispositivi protesici vincolati, schiena contro schiena e questo, cosa fondamentale per ciò che diremo, spiega come analizzare la narrazione, anche da un punto di vista narratologico, possa così illuminare il pensiero che con essa si sviluppa.

Approfondiremo tra poco questa prospettiva e le sue potenzialità interpretative per l’analisi dei romanzi che tenteremo, e dirò di più su come, a mio avviso, questa saldatura tra pensiero e narrazione, permetta di formulare un’ipotesi convincente rispetto al problema della una fallacia intenzionale sollevata da Wimsatt e Beardsley, a cui accennavo nell’introduzione. Andiamo però più a fondo nella prospettiva di Bruner, e vediamo come la sua idea più generale trovi riscontro e sostegno in un problema più particolare, ossia nel rapporto tra identità e narrazione.  Se, infatti, è nella narrazione che costruiamo la nostra idea di mondo, con cui poi interagire fisicamente per rigenerarla e riformularla continuamente, che cosa dobbiamo del protagonista principale di questa narrazione, ossia di noi stessi? Si deve concludere che anche quel particolare tipo di storia che è un’autobiografia non abbia niente di oggettivo, nemmeno la stessa identità del suo solitario eroe? Ecco come Bruner pone questo non facile interrogativo:

But the moment one applies a constructivist view of narrative to the self-narrative, to the autobiography,  one  is faced  with  dilemmas.  Take,  for example,  the constructivist  view  that 'stories' do not 'happen' in the real world but, rather, are constructed in people's heads. Or as Henry James once put it, stories happen to people who know how to tell them. Does that mean that our autobiographies are constructed, that they had better be viewed not as a record of what happened (which is in any case a nonexistent record) but rather as a continuing interpretation and  reinterpretation  of  our  experience?  […]  The  story  of  one's  own  life  is,  of  course,  a privileged  but troubled narrative in the sense that it is reflexive: the narrator and the central figure in the narrative are the same. This reflexivity creates dilemmas. (2004: 691-693)

Ed ecco come, coerentemente alla sua prospettiva costruttivista, poco dopo risponde:

The  heart  of  my  argument  is this:  eventually  the  culturally  shaped  cognitive  and  linguistic processes that guide the self-telling of life narratives achieve the power to structure perceptual experience, to organize memory, to segment and purpose-build the very 'events' of a life. In the

end, we become the autobiographical narratives by which we 'tell about' our lives. (694)

Nell’assemblaggio narrativo che compiamo delle nostre esperienze in forma sequenziale e causale, ci dice Bruner, nella concatenazione e nelle qualità che attribuiamo agli eventi di cui  siamo  protagonisti e  con  cui  popoliamo  la  nostra  storia,  noi  non  effettuiamo  un semplice trasporto di informazioni, ma ristrutturiamo le rappresentazioni concettuali che supportano la nostra esperienza percettiva, agiamo, cioè, concretamente su ciò che siamo e saremo, diventando la storia che raccontiamo.

Per  quanto  una  simile  conclusione  possa  sembrare  già  piuttosto  estrema,  e sufficiente a illustrare il potenziale cognitivo della narrazione rispetto al problema identitario, altri, nel dibattito interno alle scienze cognitive intorno alle possibili Sources of the Self, per dirla con il titolo del noto volume di Charles Taylor, si sono spinti oltre. Quando, infatti, Bruner conclude dicendo che, alla fine, «we become the autobiographical narratives by which we 'tell about' our lives», si potrebbe presuppore che ci sia un “noi” o, detta singolarmente, un “io” che successivamente viene modificato dalla narrazione che fa di se stesso. Tuttavia, tanto la filosofia della mente, quanto la fenomenologia e le neuroscienze suggeriscono che un simile punto partenza, un primo e autonomo self, da cui attivare una trasformazione narrativa, semplicemente non abbia alcuna reale esistenza1,  ma sia lo stesso atto narrativo a conferirgli un’apparente unità, non supportata da nessuna controparte concreta. La narrazione del sé, allora, più che una via di trasformazione è un momento di formazione, che segue il paradosso circolare in cui l’oggetto formato si crede il soggetto formante.

In realtà, le cose sono un poco più complesse, e il sé che costruiamo narrativamente non può dirsi una formazione ex nihilo, senza nessuna base biologica. Il quadro più funzionale lo fornisce il neuroscienziato Antonio Damasio, che distingue tra un livello minimo e un  livello più complesso di coscienza. Prima di tutto, Damasio equipara il termine self al termine coscienza in quanto «if   “self-consciousness”is taken to mean “consciousness with a sense of self”, then all human consciousness is necessarily covered by the term – there is just no other kind of consciousness» (1999: 19). Stabilita questa equivalenza, il neuroscienziato distingue tra un livello inferiore di coscienza, che chiama core consciousness e un livello esteso che definisce come extended consciousness. Con la prima si individua lo stato di coscienza che non implica alcun rapporto con la narrazione autobiografica, in quanto il suo rapporto col tempo è strettamente legato alla contingenza;

questa coscienza minimale, «provides the organism with a sense of self about one moment – now – and about one place – here. The scope of core consciousness is the here and now. Core consciousness does not illuminate the future, and the only past it vaguely lets us glimpse is that which occurred in the instant just before. There is no elsewhere, there is no before, there is no after» (1999: 16). Lontano dall’essere un livello specifico all’uomo, questo tipo di coscienza dota l’organismo di una capacità di differenziarsi dal contesto in cui vive, e di percepire le proprie esperienze come proprie, ma solo rispetto al momento stesso in cui la percezione è in atto, senza alcuna possibilità di ricordi e rappresentazioni di alcun tipo.

A  complemento  di  questo  funzionamento di  base,  a  dare  forma  a  quello  che normalmente  intendiamo  per  coscienza,  è  quella  che  Damasio  chiama  appunto  una extended  cosnciousness,  «“of  which  there  are  many  levels  and  grades,  provides  the organism with an elaborate sense of self – an identity and a person – and place the person at a point in individual historical time, richly aware of the lived past and of the anticipated future, and keenly cognizant of the world beside it” [1999: 16-17]. È a questo secondo livello che possiamo ricondurre quanto detto, con Bruner, sulla costruzione narrativa dell’identità, in quanto una delle sua funzione è proprio quella di dare una forma temporale all’esistenza e all’esperienza, cosa che al livello della core consciousness è impedito, in quanto impossibilitato a superare le barriere del qui e dell’ora. A questi due livelli di coscienza Damasio fa corrispondere due distinti tipi di soggettività:

Incidentally, the two kinds of consciousness correspond to two kinds of self. The sense of self which emerges in core consciousness is the core self, a transient entity, ceaselessly re-created for each and every object with which the brain interacts. Our traditional notion of self, however, is linked to the idea of identity and corresponds to a nontransient collection of unique facts and

ways of being which characterize a person. My term for that entity is the autobiographical self.

È lecito chiedersi perché, in uno studio sulla narrativa e su particolari narrative che dialogano in vario modo con la cognizione, si sia reso necessario restituire per intero questa distinzione. Tuttavia, vedremo che nel capitolo dedicato a Company di Samuel Beckett, ci sarà una sorprendente messa in finzione di entrambi i livelli, una particolare resa dell’oscillazione tra un core self, privo di memoria e coscienza estesa in un’identità, e un sé autobiografico, o meglio del suo allucinato tentativo, continuamente fallito, di prender forma  e  contenuto. Senza  anticipare oltre,  abbandoniamo per  ora  il  primo  dei  due  e concentriamoci sul secondo, su quello che comunemente e intuitivamente intendiamo per self o coscienza o, nell’unione dei due termini, come self-consciousness. È, infatti, su quest’ultimo, più visibile e comprensibile stadio, che costituisce niente di meno di quello che normalmente consideriamo la nostra individualità e identità, che si discute maggiormente. Normalmente, quando si pensa a una persona che racconta di sé, o quando siamo noi stessi a raccontarla ad altri o a noi stessi, si distingue la storia dallo storyteller, come se quest’ultimo avesse una propria identità anche nel silenzio che precede o segue la storia; come se, in poche parole, la storia fosse l’espressione di un’individualità e non il suo tratto costituente, il suo atto fondativo.

Al contrario, rispetto al concetto di self e, quindi di coscienza e d’identità, le scienze cognitive per lo più concordano che né una sede biologica unitaria, né una vera e propria consistenza possa essergli attribuita: «no such things as selves exist in the world: Nobody ever was or had a self» (Metzinger, 2003: 1). L’ipotesi che, invece, predomina su altre possibili alternative, rispetto alla provenienza e all’esistenza stessa di un fattore così caro all’essere umano, tanto esaltato nella nostra contemporaneità, è che non si possa definire una sede e un’autonomia per qualcosa di simile a un self, ma che piuttosto questo sia il

frutto stesso  della pratica narrativa, e  non  il  suo  soggetto e/o  oggetto2. È  quello che comunemente viene definito come un narrative self , ossia un self come costruzione narrativa, come spiega molto bene il fenomenologo Dan Zahavi:

According to this view […] the self is assumed to be a construction. It is the product of conceiving  and  organizing  one’s  life  in a certain  way.  When  confronted  with  this  question “Who am I?” we will tell a certain story and emphasize aspects that we deem to be of special significance […]. This narrative, however, is not merely a way of gaining insight into the nature of  an  already  existing  self.  On  the  contrary,  the  self  is first  constructed  in  and  trough  the narration. Who we are depends on the story we (and others) tell about ourselves. The story can be more or less coherent, and the same holds true for our self-identity. The narrative self is, consequently,   an  open-ended   construction   that  is  under  constant   revision.   […]  It  is  a construction of identity starting in early childhood and continuing for the rest of our life, which involves a complex social interaction. (2008: 105)

L’identità, allora, non corrisponde a ciò che siamo, ma all’operazione narrativa che compiamo per costruire una continuità tra esperienze tra loro altrimenti irrelate, puntuali e contingenti. Questo processo è continuo e in continua revisione, ed è proprio la continuità del processo a fornire l’illusione di una continuità del soggetto, e non il contrario. In un certo  senso,  il  tipo  di  esistenza  o  il  grado  di  realtà  di  un  soggetto,  non  può  essere paragonato a un’esistenza sostanziale e materiale: «in short, one is not a self in the same way one is a living organism» (Gallagher e Zahavi: 2008: 200).

In questa prospettiva, il potere cognitivo della narrazione è prima di tutto impiegato a dotare l’esperienza di una dimensione temporale: senza questa continuità, senza questa quarta  dimensione con  cui  costruire  un’illusione di  persistenza3,  niente  di  simile  alla nozione d’identità o, ancora più a fondo, di individuo, sarebbe possibile.

In ambito letterario, la più splendida esemplificazione, tanto dello sforzo narrativo a rendere coesa un’esistenza, quanto dello smarrimento legato alla circolarità cognitiva, in cui il soggetto di quest’operazione è allo stesso tempo l’oggetto cui si tenta di dare forma, è senza dubbio l’opera che, anche per estensione, può essere vista come il monumento letterario votato all’emersione di una quarta dimensione dell’esistenza; mi riferisco naturalmente alla Recherche di Marcel Proust, di cui questo noto passaggio può essere letto come  una  parafrasi,  migliore  di  qualunque  descrizione  scientifica,  della  problematica

gestazione di un narrative self, del suo carattere non traduttivo, ma creativo:

Je pose la tasse et me tourne vers mon esprit. C’est a lui de trouver la vérité. Mais comment? Grave  incertitude,  toutes  les  fois  que  l’esprit  se  sent  dépassé  par  lui-même  ; quand  lui,  le chercheur, est tout ensemble les pays obscur où il doit chercher et tout son bagage ne lui sera de rien. Chercher ? Pas seulement ; créer. Il est en face de quelque chose qui n’est pas encore et que seul il peut réaliser, puis faire entrer dans sa lumière. (Proust [1913] 1988: 45, corsivo mio)

Ecco, espresso nella metafora del viaggio sottesa a tutta l’opera di Proust, fin dal titolo complessivo del suo capolavoro, il  dilemma che formulava Bruner riguardo alla riflessività che riguarda quel particolare tipo di narrazione che è l’autobiografia, in cui «the narrator and the central figure in the narrative are the same». Questo problema, già di per sé di difficile soluzione, può essere però ulteriormente amplificato e, forse, meglio illustrato in termini narratologici. Non solo, nella storia che raccontiamo su di noi siamo sia narratori che personaggi, ma si deve supporre che ci sia un artefice, un autore implicito, che dà forma e sostanza al narratore che, a sua volta, forma il personaggio che egli stesso è. Dire che questo artefice è il processo stesso della narrazione non risolve il mistero di questo cortocircuito cognitivo, anche se, naturalmente, l’emersione di un narrative self come costrutto rappresentazionale non presuppone una consapevolezza distaccata di questo processo.

Perché l’illusione funzioni, al contrario, il percorso epistemico e cognitivo non può essere invertito, altrimenti si genera quella che in fenomenologia è definita come una regressione infinita (Zahavi 2008: 25-29). Presupporre, cioè, che ogni livello di coscienza presupponga un ulteriore livello che prende coscienza di questo primo, significa supporne per questo secondo un terzo e per questo terzo un quarto e così via. Lo stesso dovrebbe valere per quella forma complessa di coscienza che è la coscienza di sé. In breve, se un personaggio presentato a distanza, in terza persona, presuppone un narratore, e se questo è costruito implicitamente da un autore, chi costruisce l’autore? Come abbiamo detto, la fluidità costruttiva di una identità narrativa  ci risparmia la frustrazione di simili regressioni ontologiche.

Tuttavia, la filosofia della mente deve tentare simili risposte, magari dialogando con i  risultati della biologia. La risposta di Daniel Dennett è, tutt’ora, la più comprensibile e affascinante, soprattutto per la sua possibile applicazione in campo letterario. Dennett, esponente convinto e caustico di una «no-self doctrine» (Gallagher e Zahavi 2008: 198-

198), spiega come l’analogia più efficace a spiegare che cosa sia, o meglio, come si possa descrivere il funzionamento di un self, sia l’idea il vederlo come un centro di gravità narrativo. Quest’immagine rende perfettamente ragione della sua invisibilità, e del suo carattere negativo, ossia di come lo si possa definire solo in base alla sua attività, in questo caso narrativa. In quanto esseri umani, spiega Dennett, noi siamo immersi in un costante traffico di parole, e la nostra formazione identitaria dipende esclusivamente dal processo con cui la nostra mente le introietta, trasforma e restituisce. Questa costante attività ci dota della vitale e protettiva illusione che ci sia solo una sorgente, un agente narrativo là dove invece c’è solo un meccanismo cognitivo. Riporto per esteso la descrizione di Dennett, oltre che per la sua maestria divulgativa di nozioni complesse, perché ci permette di concludere, mettendo in luce due aspetti fondamentali per l’analisi di Beckett e non solo:

Homo sapiens. Each normal individual of this species makes a self. Out of its brain it spins a web of words and deeds, and, like other creatures, it doesn’t have to know what it’s doing; it just does it. […] Our human environment contains not just food and shelter, enemies to fight or flee, and conspecifics with whom to mate, but words, words, words. These words are potent elements of our environment that we readily incorporate, ingesting and extruding them, weaving them like spiderwebs into self-protective string of narrative. Indeed […] when we let in these words, these meme-vehicles,  they tend to take over, creating us out of the raw materials they find in our brain. Our fundamental tactic of self protection, self-control, and self-definition is not spinning webs or building dams, but telling stories, and more particularly concocting and controlling the story we tell others – and ourselves – about who we are. And just as spiders don’t have to think consciously and deliberately, about how to spin their webs, […] we (unlike professional storytellers) do not consciously and deliberately figure out what narratives to tell and how to tell them; they spin us. Our human consciousness,  and our narrative selfhood, is their product, not their source. These strings of narrative issue forth as if forma a single source – not just in the obvious physical sense of flowing from just one mouth, or one pencil, but in a more subtle sense: their effect on any audience is to encourage them to (try to) posit a unified agent  whose  words  they  are,  about  whom  they  are:  in  short,  to  posit  a center  of narrative

gravity. (1991: 416-418)

In questo lungo passaggio Dennett mette a fuoco, così, due aspetti fondamentali del potere cognitivo  della  narrazione:  in  primo  luogo  come  l’attività  narrativa  sia  connaturata all’uomo, come sia per lui impossibile astenersi dal raccontare storie, dal costruire finzioni mentali, prima fra tutte la sua stessa identità; in secondo luogo, e complementarmente a questo primo rilievo, l’abitudine a questo costante cantiere narrativo, l’inesausta attività produttiva e protettiva di grandi o minime storie, ci porta a percepire come una deduzione non discutibile l’esistenza e la consistenza del narratore, come dalla caduta dei gravi postuliamo un centro di gravità. In realtà, quest’ultima è una vuota astrazione, ma il fatto che sostanzialmente non esista non la rende per questo meno efficace: «that’s not the trouble with the centers of gravity, it’s their glory» (Dennett 1991: 429). In breve, gloria o mistero, non siamo noi a spingere le storie, a dargli forma e metterle in movimento, ma è il loro stesso movimento a costituirci e a darci forma. Come spiega Dennett, però, a noi, diversamente che a narratori professionisti, non è chiesta una consapevolezza di questa illusoria attività, ma siamo semplicemente catturati in questo processo.



In questo studio, però, noi dobbiamo occuparci appunto di narratori professionisti, ed eccoci così al senso dell’approfondimento appena fatto sul potere cognitivo della narrazione nella costruzione del mondo e, più nello specifico, dell’illusoria fabbricazione di un narrative self. In diversi modi, da diverse prospettive, tutti gli autori scelti pongono al centro dei loro romanzi il rapporto tra narrazione e identità, diversamente declinato. La relazione costruttiva e cognitiva tra storytelling e self-spinning, infatti, è più di un semplice tema in questi mondi, è un vero e proprio oggetto d’indagine – o almeno questa la mia ipotesi. Facciamo allora un veloce sorvolo preliminare di questo primo problema cognitivo.

Sorvolo I | L’opera narrativa di Beckett può essere vista come la più maestosa, ossessiva e determinata impresa contro una percezione ingenua del linguaggio, o meglio, per volgere il linguaggio contro sé stesso.  Lo stile e la grammatica di un testo, allora, non saranno più strumenti per glorificare un’illusione, perpetrata, appunto, dal sodalizio tra l’abitudine e la narrazione, ma i più acuminati arnesi per scardinarla. In una nota e fondamentale lettera ad Alex Kaun, del 1937, Beckett formulava così, con la consueta e mai dismessa ironia, la sua intenzione di ritorsione cognitiva contro il linguaggio stesso:

Grammar and style! To me they seem to have become as irrelevant as a Biedermeir bathing suit or the imperturbability  of a gentleman. A mask. It is to be hoped the time will come, thanks God, in some circles it already has, when language  is best used where it is most efficiently abused. Since we cannot dismiss it all at once, at least we do not want to leave anything undone that may contribute to its disrepute. To drill one hole after another into until that which lurks behind, be it something or nothing, starts seeping through – I cannot imagine a higher goal for a writer today. (Beckett [1937] 2009: 518).

Questo programma, a mio modo di vedere, è quanto di più lontano da un semplice progetto di poetica avanguardistica, modernista o post-modernista, o di manifesto letterario e rivoluzionario. Il suo obiettivo non è interno al dibattito sulla letteratura, ma prende la letteratura come banco di esposizione e indagine sulle radici della narrazione, poiché in essa si trova sia la manifestazione più complessa di un fenomeno che, a livello umano, è universalmente diffusa (il miracolo fenomenico che conferisce alla narrazione il potere illusorio di costruire un mondo, un soggetto, in breve, la stessa realtà); sia perché, grazie al potenziale di sofisticazione del mezzo («where it is most efficiently abused»), nella scrittura letteraria ci sono strumenti e risorse (gli elementi visti nel nostro primo capitolo) per bucare il tessuto del linguaggio, per fare esperienza di ciò che altrimenti sfugge, per cognitiva abitudine, alla consapevolezza (ossia di cosa ci sia dietro la narrazione, dietro le stringhe protettive del linguaggio, di ciò che striscia dietro il linguaggio, sia niente, o qualcosa, o la dimostrazione del niente, che è già qualcosa).

Da questo programma più generale, allora, è chiaro che, nel rapporto tra narrazione e cognizione, l’ultima maschera, l’errore originale, si celi nel cuore pensante e narrante, ossia nel soggetto stesso. Come vedremo, Beckett sembra così aderire perfettamente a quella che abbiamo detto essere una no-self doctrine, ma, poiché non è filosofo della mente4, bensì un narratore professionista, non si limita a una descrizione esterna di questa

fallacia  fenomenologica,  cercando  invece  di  risalire  lo  stories-spinning  dall’interno, invertendone il moto, per lacerare il tessuto protettivo e gettare uno sguardo verso il buio di questo centro di gravità narrativa.

In Carlo Emilio Gadda, invece, il problema della costruzione narrativa del soggetto è affrontato, come cercherò di mostrare, per sottrazione. Nella Cognizione del dolore, la coscienza e l’identità del protagonista viene ricavata, come in un basso rilievo, per la pressione  di  scavo  che  le  incessanti,  iperboliche  ed  esorbitanti  narrazioni  che,  nella comunità sociale, si producono intorno alla sua figura. Anche qui, il problema non è tematizzato, ma messo in funzione, come si capirà meglio, forzando gli elementi cognitivi della narrazione in una inedita direzione applicativa. Gadda, in più sedi, riflette con un’inusuale consapevolezza del potere cognitivo del linguaggio, e in particolare la sua capacità di alterare la realtà e guidare le azioni, in un certo senso suggerendo come la realtà stessa non sia che il frutto della circolazione e del conflitto tra diverse narrazioni; in particolare Gadda indaga che cosa accade quando il potenziale della narrazione viene deviato verso un uso autoritario, che tende ad escludere il dialogo con altre narrative individuali, sacrificate all’avanzata di «demoni divenuti parole» (Gadda: [1937] 2007: 453), come scrive nella sua Meditazione breve circa il dire e il fare, intorno al rapporto tra narrazione e azione, in Dostoevskij. A complemento di questa più generale consapevolezza intorno al linguaggio e alla pratica narrativa, in Gadda si trovano le più feroci, ironiche e irrisorie descrizioni della inconsistenza dell’io (definito, tra le altre dissacranti versioni, come «idolo io» dalla «coglionissima capa», Gadda [1949] 2007: 428) che vedremo e che, insieme a quanto appena detto, lo collocano, al pari di Beckett, in una linea contraria a qualsivoglia concessione di realtà al soggetto.

Se nella Cognizione vedremo così tanto il problema del soggetto come costrutto narrativo, che le derive di una narrativa, in questo caso orale e popolare, portata alle più pericolose deformazioni, ne L’Adalgisa, invece, cercherò di mostrare come Gadda faccia dei  tentativi  più  complessivi  per  comprendere  come  funzioni  cognitivamente  una narrazione letteraria (dall’idea di mondo, alla gestione delle menti finzionali); rispetto a quest’ultimo  punto,  naturalmente,  oramai  dovrebbe  essere  chiaro  come  ogni  risultato trovato nella pratica letteraria porta con sé analogie e isomorfismi sul ruolo e le modalità della narrazione nella realtà.

Rimandando alla seconda parte per tutto ciò che può qui non essere ancora chiaro, mi premeva però da subito, presentato il problema cognitivo riguardante il rapporto tra identità e narrazione e, più in generale, il rapporto costruttivo tra realtà e finzione, mostrare come questo argomento, al centro di un dibattito serrato nelle scienze cognitive, venga sorprendentemente rispecchiato, tematizzato e  indagato nei  mondi letterari, oggetto di questo studio. Per capire a pieno in che senso si devono intendere queste scritture più che come semplici tematizzazioni di problemi, come vere e proprie indagini, si dovrà attendere da un lato l’analisi narratologica e interpretativa, in cui si farà evidente come l’utilizzo formale, la violazione e combinazione dei parametri cognitivi legati alla narrazione (cioè alla creazione e alla ricezione del racconto) mirino a un’esperienza del tema e non alla sua esplicitazione; dall’altro, sul piano più filosofico e scientifico, bisognerà arrivare al terzo paragrafo di questo capitolo, e alle recenti riflessioni delle scienze cognitive intorno al rapporto cooperativo tra mente e scrittura, quest’ultima vista come una vera estensione della prima, come parte di un sistema cognitivo allargato oltre le barriere interne dei processi mentali.

Procedendo, arriviamo al secondo problema cognitivo tematizzato e indagato nei mondi presi in esame. Il potenziale cognitivo della narrazione, infatti, non agisce solo nella più prossima intimità del soggetto, nella sua costruzione interiore. Recentemente, infatti, le scienze cognitive hanno ipotizzato che la narrazione stessa abbia il compito di fare da ponte verso le altre menti, che sia il dispositivo principale che ci permette di interpretare le azioni altrui, di attribuirgli una coscienza, e di interagire con la nostra. Inoltre, restando sul problema identitario, a modellare il nostro narrative self non contribuiscono solo forze interne, ossia le storie che raccontiamo su di noi, ma anche e, in alcuni casi, soprattutto le storie che su di noi vengano dagli altri raccontate. L’insieme di queste due qualità sociali della narrativa ricade nel campo di quella che si definisce come social cognition, e che costituisce il secondo e ultimo argomento cognitivo dei mondi che analizzeremo.

Narrazione e Social Cognition | Multiple authoring e Mindreading

La nostra identità non è solo frutto di un processo d’individuazione, per dirla con Jung, o, con termini più familiari al nostro procedere, un’attività di coesione narrativa con cui ci costituiamo come soggetti, acquisendo una quarta dimensione temporale. La nostra attività mentale, compresa quella con cui diamo forma al nostro narrative self, è inserita nel mondo, in una rete di relazioni con altri esseri umani: «The human brain is the evolutionary adaptation of an organism whose survival is largely dependent on its relations with others, and thus it is not surprising that special functions should develop to parse, understand, and remember the social world» (Gilbert 1999: 778).

Due domande, allora, seguono questa semplice constatazione, su cui nessuno avrebbe, credo, nulla da obiettare. La prima è che ruolo hanno gli altri nella formazione della nostra individualità? La seconda riguarda, in senso inverso e complementare, quali canali e con quali risorse siamo in grado di interagire con altre menti; come possiamo cioè, per dirla con  una metafora diffusa nelle scienze cognitive e affine al nostro obiettivo letterario, leggere ciò che negli altri non possiamo vedere, ossia dare forma alla loro coscienza? Questi due problemi, distinti ma interrelati, riguardano entrambi la problematica spiegazione della permeabilità del soggetto, del superamento della barriera individuale e del transito cognitivo da mente a mente. Stando alle scienze cognitive, una risposta possibile a entrambi gli interrogativi si troverebbe ancora nel potenziale della pratica narrativa.

Rispetto al primo punto, ossia alla dimensione sociale e alla componente esterna nella  costruzione  di  un’identità  narrativa,  in  seguito  a  quanto  detto  nel  precedente paragrafo, non dovrebbe essere difficile comprendere come questa possa essere costruttivamente integrata. Semplicemente, come spiega Dan Zahavi, pur essendo gli autori di noi stessi, non siamo i soli ad esserlo, in quanto la nostra storia è un romanzo a molte mani:

When I interpret  myself in terms of a life story, I might be both the narrator  and the main character,  but I am not the sole author. Whereas I, as the author of literary text, am free to determine the beginning, middle, and the end of the story, the beginning of my own story has always already been made for me by others, and the way the story unfolds is determined only in part by my own choices and decisions. […] Who we are depends on the story told about us, both by ourselves  and by others.  Our narrative  self is multiple-authored  and under constant revision.  The  story  of  an  individual  life  is  not  only  interwoven  with  the  stories  of  others (parents,  siblings,  friends,  etc.),  it  is  also  embedded  in  a  larger  historical  and  communal

meaning-giving structure  (2008: 109)

L’atto interpretativo e cognitivo con cui diamo forma alla nostra identità narrativa, allora, è una   complessa   attività   editoriale   tra   differenti   bozze,   e   deve   negoziare   con   le incompatibilità di ogni singola scrittura che contribuisce al corpus finale dell’opera, per generare una sensazione unitaria tanto nello stile che nei contenuti. Questo multiple authoring, così, vede il soggetto essere più che un punto di relazione, uno spazio di mediazione tra diverse storie, e l’atto di scrittura, come spiega Bruner, è così un momento, di bilanciamento, continuamente rinnovato, tra interiorità ed esteriorità, tra un desiderio di autonomia dell’individuo e la sua necessità di vincolare la propria esistenza e consistenza negli altri:

A self-making is something a balancing act. It must, on the one hand, create a conviction of autonomy,  that  one  has  a  will  of  one’s  own,  a  certain  freedom  of  choices,  a  degree  of possibility.  But it must  also relate  the self to a world  of others  – to friends  and family,  to institutions,  to the pas, to reference groups. But the commitment  to others that is implicit in relating  oneself  to  others  of  course  limits  our  autonomy.  We seem  virtually  unable  to  live without both, autonomy and commitment, and our lives strive to balance the two. So do the self- narratives we tell ourselves (Bruner 2002: 78)

Il nostro potere sulla narrazione di cui siamo oggetto è così parziale, relativo, e il flusso di parole costruttive, emanate dal nostro centro di gravità narrativa, deve essere visto come una strada a corsie multiple o, in altro modo, come un’area di circolazione aperta ad altri veicoli  verbali,  provenienti  da  altri  centri  di  gravità  con  cui  entriamo  in  prossimità. Tuttavia, questa natura relazionale del soggetto, piuttosto che costringerci a dismettere la metafora gravitazionale suggerita da Dennett, ci aiuta ad ampliarla e a confermarla.

Almeno a partire da Galileo, infatti, parlare di centro di gravità di un pianeta significa allo stesso tempo insistere sulla sua natura relativa, sulla sua implicazione in un più esteso sistema di reciproche influenze. Sostenere che la coesione di un soggetto è il risultato del suo essere un centro di gravità narrativa, allora, significa assegnargli una stabilità relativa in un più complesso sistema di storie, in un sistema di pianeti narrativi, o di mondi se si preferisce, che reciprocamente si modellano e integrano, con quella particolare forza fisica che è una narrazione.

Lo stesso atto narrativo di bilanciamento di cui parla Bruner presuppone forze distinte, e distinti centri di gravità, in un equilibrio possibile tra narrazione interiore ed esteriore, propria e altrui. Non solo, quindi, non siamo il solo pianeta del nostro cosmo, ma persino il pianeta che siamo si sostiene e completa nell’orbita di altri pianeti, grazie ad essi prende forma e posizione. Il nostro mondo, ossia la storia che costruiamo dalla nostra prospettiva, ponendoci al centro di essa come protagonisti, è allo stesso tempo incorporato (embedded, nel senso citato da Zahavi) insieme ad altre narrazioni, ad altri mondi in un sistema più  ampio, e  la  sua morfologia è  da essi  condizionata. In  poche parole, non possiamo  dare  forma  al  personaggio  della  nostra  narrazione  unicamente  dalla  nostra ristretta prospettiva, poiché, come nell’esperienza percettiva, siamo ciò che manca alla nostra visione.

Non possiamo immaginarci, insomma, dall’esterno, e la nostra storia, se non si apre alle altrui narrazioni, resterà per sempre menomata. Come anticipato nella premessa a questo studio, alcune delle migliori descrizioni di particolari problemi cognitivi si trovano anticipate negli scritti di Michail Bachtin, un anomalo teorico della letteratura, che infatti riflette su questo nostro paradossale mancare a noi stessi, come limite allo stesso tempo percettivo e cognitivo:

è come se mi trovassi al confine del mondo a me visibile […]. Il mondo della mia fantasia attiva esercitata su me stesso si dispone davanti a me come l’orizzonte della mia effettiva visione e io entro in questo mondo come il suo protagonista principale che soggioga cuori, si copre di gloria, ecc., ma nel contempo non mi figuro affatto la mia immagine esteriore, mentre mi rappresento, con una chiarezza e pienezza a volte sorprendenti le immagini degli altri personaggi della mia fantasia,  persino  i  più  secondari,  fino  a  vedere  un’espressione   di  stupore,  ammirazione, spavento, paura, amore , dipinta sui loro volti; ma io non mi vedo affatto come colui al quale si riferiscono questa paura, ammirazione e amore, cioè me stesso, e mi vivo dall’intero; […] Dal punto di vista plastico-pittorico il mondo della fantasia   è perfettamente simile al mondo della percezione effettiva; il protagonista principale neanche qui è esteriormente espresso e si trova su un piano diverso da quello degli altri protagonisti: mentre questi sono esteriormente espressi, egli è vissuto dall’interno ([1979] 2000: 26).

Naturalmente, Bachtin prende ad esempio l’aspetto visuale, il limite percettivo che ci lega alla  nostra  prospettiva  individuale  e  che  da  essa  ci  esclude,  sottolineando  come  sia condiviso  dall’immaginazione autobiografica, per un discorso più generale sulle tangenze tra mondo reale e mondo romanzesco. Non credo, così, di forzare la sua riflessione riportando il passo citato come una perfetta illustrazione della nostra dipendenza identitaria dalle narrative altrui. Tanto come nella percezione, così nella costruzione della nostra storia individuale, non  possiamo  completare il  mondo  che  vogliamo descrivere e  osservare, poiché, rispetto a noi stessi, non abbiamo quella che Bachtin chiama un’«eccedenza di visione» (1979: 12), che agli altri è data rispetto a noi, e a noi rispetto agli altri.

Ed ecco emergere una differenza fondamentale tra vita e letteratura: mentre nella

prima a noi non è dato che sperimentare, narrativamente parlando, un racconto in prima persona e, percettivamente parlando, una sola prospettiva esperienziale, nel romanzo noi possiamo trascendere il nostro usuale limite cognitivo ed entrare in diverse coscienze, da cui alla fine ricomporre il mondo narrativo come integrazione di diversi, conflittuali, concordi o complementari mondi. E non è un caso che Bachtin scelga anch’egli una metafora  gravitazionale  per  descrivere  questa  grande  e  potente  qualità  del  romanzo, parlando di una «coscienza linguistica galileiana» (Bachtin 1979: 174),  indicando con questo sua capacità di restituire e dare forma a diverse coscienze finzionali, a diversi mondi, ciascuno con il proprio stile discorsivo, e di farli coesistere senza renderne nessuno dominante rispetto agli altri. È questo l’altrettanto noto concetto teorico di Bachtin, in relazione vitale a quello già citato di “dialogismo”, ossia l’idea di una “polifonia” romanzesca, dove la metafora acustica non deve essere limitata a un discorso di stilistica dei personaggi, ma esteso all’intera resa testuale di vere e proprie coscienze, caratterizzate cioè da una completezza e da un a complessità cognitiva analoga a quelle reali: il grande romanzo dialogico e polifonico, per Bachtin, è infatti quello che restituisce la «pluralità di voci e delle coscienze indipendenti e disgiunte, l’autentica polifonia delle voci autonome» (Bachtin 1968: 12).

Ed è in questo che risiede l’unicità della letteratura, e nello specifico del romanzo: da una parte, nel farci uscire dalla nostra singolarità, dalla nostra gabbia prospettica, per fare esperienza di un mondo finzionale dalle diverse angolature cognitive delle distinte coscienze, delle numerose, contrapposta e interrelate fictional minds che lo popolano; dall’altra, nel permetterci di comprendere quanto la stessa idea di mondo, e quindi di realtà, non sia che il risultato dell’integrazione e dello scontro dei mondi individuali. Come scrive Proust, in un passaggio che abbiamo già visto in epigrafe, tutti abbiamo provato l’emozione di passare, grazie alla lettura di un romanzo, pomeriggi «plus remplis d'événements dramatiques que ne l'est souvent toute une vie» (Proust 1913: corisivo mio). Ma se Proust, come lettore, fa principalmente riferimento alla quantità di azioni, la stessa e maggiore emozione deve dirsi della quantità di coscienze potenzialmente racchiuse in un romanzo.

Di queste, come è più volte emerso nel primo capitolo, il lettore non legge semplicemente una distaccata rappresentazione, esterna e neutrale, ma, grazie a particolari isomorfismi e a simili parametri cognitivi tra narrazione finzionale e esistenza reale (che, come abbiamo visto, è anche narrativamente strutturata), può farne esperienza, situarsi in esse e nel loro mondo in modo diretto, sperimentando la rottura del vincolo ontologico che nella vita reale lo lega alla propria, unica e limitata coscienza e prospettiva. Come scrive Davide Herman, infatti:

Stories, thanks to the way they are anchored in a particular vantage-point  on the storyworlds that they evoke, and thanks to their essentially durative or temporally extended profile, do not merely convey semantic content but furthermore encode in their very structure a way of experiencing events. To put the same point in other terms, narrative, unlike other modes of representation  such  as  deductive  arguments,  stress  equations,  or  the  periodic  table  of  the elements, is uniquely suited to capturing what the world is like from the situated perspective of an experiencing mind. […] But more than just representing minds, stories emulate through their temporal  and perspectival  configuration  the what-it’s-like  dimension  of conscious  awareness itself […] Hence stories point beyond what might be called the closure of consciousness […] Enacting and not just representing ways of experiencing – the what-it’s-like dimension of an encounter with a supernatural being, a difficult transition from adolescence to adulthood, or a painful  conversational   exchange   that  points  up  the  willful  obtuseness   of  a  selfish  and manipulative  romantic partner – stories capture and sustain our interest because of how their

structure maps on to the mind’s own engagement with the world. (2009: 157).

Per fare il punto e procedere, allora, proviamo a integrare i due aspetti affrontati finora in questo paragrafo. Prima di tutto, si è visto come l’ìdentità e la coscienza, il narrative self che ci costruiamo, sia il risultato di un integrazione e di bilanciamento tra la storia che raccontiamo di noi e le storie che su di noi altri raccontano. Tuttavia, nella realtà noi possiamo comprendere questo bilanciamento, quest’ oscillazione tra interno ed esterno, solamente dalla nostra unica e singolare prospettiva. La letteratura, invece, ci permette di situarci di volta in volta in una differente angolatura, in diversi e contrapposte menti finzionali che tra loro interagiscono e s’influenzano. L’unione di queste storie individuali, delle esperienze cognitive e dei relativi mondi a cui corrispondo le diverse coscienze del testo e che Palmer definisce come «embedded narratives» (2004: 183-193), descrivono e compongono, nel loro dinamico integrarsi e intrecciarsi, quello che in un ultima analisi può essere definito il mondo del romanzo a cui appartengono. Questo è, più del risultato di una semplice addizione di prospettive, il terreno del funzionamento dinamico della cognizione sociale, che normalmente non ci è dato vedere. Ritornando, poi, al problema del narrative self e del suo multiple authoring, grazie all’esperienza estetica possiamo fare esperienza anche di ciò che motiva le differenti storie intorno a un personaggio, mentre nella realtà non possiamo che ricevere le storie che ci riguardano e con esse mediare, per stabilizzarle in un’unica narrazione, in una sola identità, la nostra.

È per tutti questi benefici potenziali che, dopo avere già rilevato il potere cognitivo della narrazione nella costruzione del soggetto, tanto in prima persona che nelle narrative esteriori, le scienze cognitive stanno avanzando l’ipotesi che la pratica narrativa sia niente meno di ciò che ci permette di acquisire le competenze necessarie a interpretare, nel mondo reale, le altre menti, ossia di maturare le risorse di base per quel fondamentale processo cognitivo che prende il nome di mindreading. Dedichiamo un ultimo sforzo ancora ai margini dei testi, per capire cosa s’intenda con questo particolare atto di lettura.

L’onniscienza è un attributo che s’incontra, mi pare, solo in due campi semantici, quello religioso e quello letterario, e non a caso. Questi domini, infatti, condividono tanto una struttura su due livelli, quanto il loro avere nel livello inferiore l’umanità e in quello superiore uno sguardo conoscitivo che trascende i limiti del primo.  Questa qualità serve, allora, forse più che a indicare la positività e il potere conoscitivo di chi la possiede, a marcare una mancanza in chi di questa è umanamente privo. Solo in un mondo di finzione, che può permettere al lettore un’ampiezza di visione pari a quella del demiurgo o del supremo architetto, le menti degli uomini possono farsi trasparenti, per usare la fortunata formula di Dorrit Cohn (1978). Nel mondo reale queste sono costrette, reciprocamente, a una maggiore o minore opacità, resistendo in ogni caso a quel tipo di esperienza diretta data da una trasparenza, concessa solamente a un inattingibile god-level. Eppure, come giustificare la fluidità di ogni minima o complessa interazione sociale senza suppore che tra mente e mente ci possa essere una modalità di contatto, una possibile decodifica delle azioni e delle intenzioni senza la quale saremmo continuamente vittime dello spiazzamento, della paura o del fraintendimento rispetto a chi interagisce con noi? Come esseri umani, infatti, siamo lettori naturali delle menti altrui. Ecco come il filosofo e scienziato cognitivo Alvin Goldman descrive questo nostro misterioso privilegio nella cognizione sociale, che sembra distinguerci in modo netto da altre specie animali:

The animal kingdom abounds with social species. Insects species feature sharp divisions of economic labor and intricate mechanism of communication. Primate colonies have social hierarchies and spend a lot of time in mutual grooming and maintenance of alliances. But Homo sapiens is a particularly social species, and one of its social characteristics is especially striking: reading one another’s minds. People attribute to self and others a host of mental states, ranging from beliefs and aspirations to headaches, disappointments, and fits of anger. Other creatures undoubtedly have pains, expectations, and emotions. But having a mental state and representing another individual as having such a state are entirely different matters. The latter activity, mentalizing or mindreading, is a second-order activity. It is mind thinking about minds. It is the

activity of conceptualizing other creature (and one self) as loci of mental life. (2006: 3)

Probabilmente, dopo il problema intorno alla natura della coscienza individuale, questo processo di attribuzione mentale, di costruzione concettuale di altre menti da parte di un individuo, è l’argomento più dibattuto all’interno delle scienze cognitive. Su come questa capacità si sviluppi e si strutturi, le numerose ipotesi sono riconducibili a una principale opposizione, che vede da una parte chi sostiene che l’uomo abbia geneticamente in sé una sorta di teoria del funzionamento mentale, proprio e altrui, e dall’altra chi sostiene che questa venga acquisita e continuamente rinnovata tramite continue simulazioni: la prima corrente sostiene così quella che è definita come una Theory of Mind (ToM); la seconda prende il nome, intuitivamente riconducibile al tipo di attività che presuppone, di Simulation Theory (ST). Non è nostro compito qui restituire la complessità del dibattito, quanto approfondire un minimo la seconda delle due ipotesi,  in una sottoforma che include la pratica narrativa come supporto.  È utile sottolineare, tuttavia, come l’idea che l’uomo abbia una teoria della mente, pregressa e indipendente dalla sua esperienza del mondo, sia recentemente caduta in un certo discredito, in quanto sembra sottolineare un’eccessiva autonomia dell’individuo che non darebbe ragione della sua capacità di adattarsi a situazioni sociali inedite, né spiegherebbe come questa teoria possa essere aggiornata lungo il corso dell’esistenza.

La seconda linea insiste invece sulla natura dinamica del processo, e ha il merito di considerare tanto il punto di partenza soggettivo (la mente dell’uomo come lettore), tanto l’oggetto di quest’attività, (le menti altrui come testo da interpretare), come polarità di transito di uguale importanza. In quest’ipotesi, infatti, la comprensione delle altre menti avviene grazie al fatto che l’individuo attribuisce agli altri le medesime caratteristiche cognitive che egli possiede, gli stessi processi mentali, e per comprendere le loro azioni e le loro emozioni può così simulare mentalmente il loro comportamento e ricavarne per inferenza una serie di informazioni grazie alla propria esperienza:

A fundamental idea of ST is that mindreaders  capitalize on the fact that they themselves are decision makers, hence possessors of decision-making capacities. To read the minds of others, they need not consult a special chapter on human psychology,  containing a theory about the human decision-making  mechanism. Because they have one of those mechanisms themselves, they can simply  run their mechanism  on the pretend  input appropriate  to the target’s  initial position. When the mechanism spits out a decisional output, they can use the output to predict the target’s decision. In other words, mindreaders use their own minds to ‘‘mirror’’ or ‘‘mimic’’ the minds of others. This resembles what an aeronautical engineer might do to predict how a newly designed  airplane will behave under specified  aerodynamic  conditions.  He might first build a model of the plane and then let it fly in aerodynamically similar conditions, such as in a wind tunnel. The results of the simulation are taken as a predictor of what the real plane would do under the targeted conditions (Goldman 2003: 20)

L’attribuzione di processi mentali e, ancora prima, la sicurezza con cui interpretiamo le azioni degli altri come risultati di una mente, sono così il frutto di una sorta di duplicazione ipotetica e immaginaria, che l’individuo compie rispetto a ciò che vede. L’alterità, in questa ipotesi, è costruita così per analogia con ciò che sappiamo di noi, e che ci permette di simulare ciò che vediamo compiere dagli altri. Tuttavia, l’esempio di Goldman dell’ingegnere  aeronautico pone un problema non da poco. Se è vero che non è necessario all’uomo consultare un  manuale di  psicologia per  apprendere in  modo  nozionistico e astratto un’improbabile e universale teoria della mente, ma che la nostra interpretazione delle altre menti passa per un attivo processo di simulazione, si deve concludere che non possiamo  comprendere  azioni  motivate  da  intenzioni  estranee  a  qualunque  nostra esperienza precedente? E se così non è, con quali informazioni possiamo portare la nostra immaginazione a costruire il modello mentale, di cui parla Goldman, con cui simulare quanto vediamo compiere da altri individui? Certo, la nostra esperienza diretta del mondo può essere una base sufficiente ad alcune simulazioni, ma la nostra capacità d’interpretazione non si estende forse anche a ciò che non abbiamo sperimentato, a ciò che ci è estraneo e che non possiamo rispecchiare, ma che possiamo comunque immaginare e interpretare?

Come si sarà forse notato, è un problema simile a quello visto nel primo capitolo rispetto alle narrative innaturali, ma qui non si tratta dell’impossibilità di simulare l’esperienza di un animale parlante, o di un pronome di prima persona plurale, anche se, come vedremo, quanto stiamo dicendo per la simulazione potrà arricchire anche la nostra analisi di alcune innaturalità nella finzione. A fornire una possibile risposta, non in alternativa, ma a complemento dell’ipotesi simulativa, è stato il filosofo della mente Daniel Hutto, che in più sedi ha formulato e articolato quella che ha definito come una Narrative Practice Hypothesis (NPH). Nell’ipotesi di Hutto, il bagaglio informativo con cui possiamo interpretare le altre menti è in buona parte ricavato dalla nostra esperienza di ascolto e interpretazione delle narrazioni che hanno appunto come oggetto i comportamenti di altri esseri umani e le motivazioni mentali che li guidano, storie che Hutto chiama folk- psychological narratives. Alla domanda su come sviluppiamo una conoscenza tale da mettertici in grado di leggere e attribuire processi mentali alle azioni che vediamo compiere da altri, e quindi di poterne simulare il funzionamento, Hutto risponde così che «the NPH claims that the normal route is through direct encounters with stories about people who act for reasons» (2008: 28).




Questi particolari tipi di storie, che per l’infanzia possono andare dalla forma letteraria di una favola alla più comune spiegazione data, in forma narrativa, dai genitori al bambino che chiede le motivazioni di un’azione esteriore che non riesce a comprendere, non sono semplici spiegazioni di regole o esemplificazioni di principi generali, ma forniscono un alto numero d’informazioni sul contesto, sulla biografia della persona che compie l’azione, sulle sue qualità psicologiche, e sulle possibili influenze di altri individui, o se si preferisce agenti narrativi, nelle sue immediate prossimità. Il bambino – ma quest’ipotesi non si arresta alla genesi della competenza del mindreading, che include la pratica narrativa come fondamentale anche nell’adulto – dalla storia non deriva quindi delle informazioni astratte con cui costruire modelli mentali, ma vede tutta questa serie di fattori contestuali, psicologici e sociali in atto nella loro dinamica e costruttiva cooperazione: i principii che queste storie veicolano, scrive infatti Hutto, «are revealed to children not as a series of rules but by showing them in action, through narratives, in their normal contexts of operation» (2008: 29, corsivo mio).

Su  questa  capacità  della  narrativa  di  restituire  non  semplicemente  la rappresentazione di un evento, ma di codificarne l’esperienza con parametri complessi, che permettono all’individuo di parteciparne il funzionamento in azione, Hutto si avvicina a quanto abbiamo visto rilevare da Herman, sul versante narratologico. Entrambi, cioè, insistono sul potere cognitivo della narrativa poiché è in grado di restituire l’esperienza in forma non astratta, ma come l’intreccio di fattori mentali e contestuali in una particolare serie di eventi. Ecco, infatti, come Hutto spiega in modo esteso come queste folk- psychological narratives non siano meri elenchi di precetti e concetti, né schematiche concatenazioni di cause ed effetti:

our everyday skill involves much, much more than knowing in some thin, attenuated sense that a person has acted or might act thus and so because they have a certain belief/desire pairing and that they are not irrational. Alone, knowing all this would not be of much help in making a person’s actions intelligible. In those interesting cases in which we might need to make sense of McX’s [un individuo “X”, n.d.r] action we would need a much thicker description not just of his psychological set, but of his character, his history, and his circumstances. In effect, we need to know his particular story. Sustained experience with folk psychological narratives primes us for this richer practical understanding by giving us an initial sense of which kinds of background factors can matter, why they do so, and how they do so in particular cases. Stories can do this because they are not bare descriptions  of the current beliefs and desires of idealized rational agents. They are snapshots of the adventures of situated persons, presented in the kinds of set- tings in which all of the important factors needed for understanding reasons are described—that is, those that are relevant to making sense of what is done and why. (2008: 34)

In questo passaggio, Hutto non fa riferimento esclusivamente a narrazioni letterarie, ma queste ultime possono essere viste come la più completa realizzazione delle caratteristiche qui elencate, presenti già nelle storie raccontate oralmente, nelle folk-psychological narratives che circolano all’interno di una famiglia, di una comunità o in modo meno elaborato in qualunque forma di piccola narrativa interpersonale. Hutto individua il potere di questi racconti nel loro fornire ampie informazioni su diversi livelli: la storia del personaggio, i suoi tratti psicologici, il suo essere situato in un contesto. Questi fattori, come dovrebbe essere oramai chiaro, sono gli stessi parametri che abbiamo a lungo analizzato nel primo capitolo, sono quindi gli stessi elementi cognitivi su cui si struttura e da cui viene ricostruita una narrazione finzionale. Anche le folk-psycholgical narratives che analizza Hutto, si compongono, infatti, tanto di azioni, quanto di motivazioni e intenzioni interne alla coscienza dei protagonisti, seguendo quella doppia e complementare partizione che Bruner descrive con la suggestiva metafora dei due paesaggi distinti, presenti in qualunque storia:

One  is  the  landscape  of  action,  where  the  constituents  are  the  arguments  of  action:  agent, intention  or goal, situation,  instrument,  something  corresponding  to a 'story  grammar.'  The other landscape  is the landscape  of consciousness:  what those involved  in the action  know, think, or feel, or do not know, think, or feel. The two landscapes are essential and distinct: it is the  difference  between  Oedipus  sharing  Jocasta's  bed  before  and  after  he  learns  from  the messenger that she is his mother.

Come si è detto nel paragrafo sulle fictional minds, però, il paesaggio della coscienza dissemina tracce di sé anche nel paesaggio delle azioni, attraverso marche d’intenzionalità. Tuttavia, per quanto cognitivamente i processi mentali e intenzionali di un personaggio abbiano a volte la loro controparte visibile nei gesti che questo compie, la vera peculiarità del  racconto  letterario  è  quella,  sottolineata  da  Herman  e  da  Bachtin,  di  rompere l’ontologica «closure of consciousness», di portare l’«eccedenza di visione» a una profondità non sperimentabile in natura, collocandoci cioè, come lettori, direttamente nella mente  del  personaggio,  nel  vivo  dei  suoi  processi  cognitivi.  Come  ancora  sottolinea Herman, per quanto l’evocazione di coscienze finzionali possa essere vista come un elemento di base di qualunque narrativa lettereraria, il grado e le tecniche con cui questo è messo in rilievo variano di romanzo in romanzo, da genere a genere: «A key difference between narrative genres is the extent to which they foreground the factor of consciousness

– highlight the impact of events on an experiencing mind – in the storyworlds that they evoke» (2009: 139). Per chi, come la Fludernik, vincola lo stesso concetto di narratività al grado in cui il romanzo pone al centro l’esperienzialità filtrata da una coscienza, è naturale concludere che, anziché vedere nello sperimentalismo del romanzo modernista una forma di declino della narratività, con le sue elaborate tecniche di resa del flusso di coscienza, vi veda invece il punto più alto di una parabola ascendente:  Fludernik spiega, infatti, come

«In my view narrative thus properly comes into its own in the twentieth century when the rise of the consciousness novel starts to foreground fictional consciousnes» (1996: 20) .

Nel romanzo in generale, e ancor più nel romanzo contemporaneo, allora, le virtù cognitive della narrativa, segnalate da Hutto nella sua NPH, non possono che presentarsi potenziate. Nel fornire al lettore una ancor più dettagliata e interna descrizione del funzionamento mentale di una coscienza, della morfologia del suo paesaggio, la letteratura sembra configurarsi come una risorsa potenzialmente inesauribile di situazioni che possono aiutare il lettore a crescere nella sua competenza di mindreader. Tornando, poi, all’idea di una cognizione sociale per simulazione, l’immaginazione necessaria al rispecchiamento in altre menti, non può che venire espansa dalla letteratura verso un ventaglio maggiore di possibilità.  In  particolare,  Goldman  individua  un  particolare  tipo  di  immaginaizone preposta alla simulazione che descrive come un E- Imagination, ossia un enactement imagination (2006: 149-151), la cui particolarità sta nel fatto di poter visualizzare una situazione, che vede protagonista una terza persona, dall’interno, per consentire al mindreader di ripercorrere l’azione come se fosse lui stesso a compierla, e non semplicemente  ad  osservarla.  Inutile  dire  che  questo  tipo  di  prospettiva  interna  è esattamente ciò che la letteratura rende possibile, ed è quindi lecito ipotizzare che questo particolare tipo d’immaginazione simulativa possa essere enormemente arricchita dall’abituale frequentazione dei mondi letterari, e delle coscienze di cui ci permettono l’esperienza diretta, per quanto nell’obliqua mediazione del linguaggio. Parallelamente, si può supporre anche, come fa Goldman (286-290), una reciprocità funzionale: ossia che la risposta estetica utilizzi quest’immaginazione simulativa ogni volta che il lettore deve “mettersi nei panni” del protagonista. Lasciando la scienza discutere sulle eventuali criticità o i possibili ampliamenti di queste ipotesi, quello che a noi interessa è come, al momento attuale, sembra che anche per quel misterioso e affascinante transito da mente a mente, per quell’atto di lettura fondamentale alla cognizione sociale che è il mindreading, la narrativa possa essere se non il solo, uno dei principali strumenti da cui la nostra mente ricava le risorse per effettuare questo salto ontologico verso le vite degli altri.

È tempo, però di tirare le somme di quest’ultimo paragrafo e di passare a un’ultima definizione mutuata dalle scienze cognitive, e da cui questo lavoro prende il titolo, per approdare finalmente ai testi. Prima però, come per il primo problema affrontato, ossia il rapporto tra narrazione e identità, tentiamo un sorvolo negli autori, ancorando subito quanto detto sopra alla resa testuale che vedremo nella seconda parte.

I due problemi di cognizione sociale, ossia il problema dell’apporto esterno nella costruzione narrativa del soggetto e di che cosa rende capace un individuo di leggere le menti altrui, sono in realtà correlati, e il loro laccio funzionale è la stessa pratica narrativa. Se, infatti, la nostra identità è il frutto anche della narrazione che ci vede come oggetto nelle storie raccontate da altri, a sua volta noi non solo costruiamo le identità altrui con le storie che produciamo su di loro, ma anche leggiamo e interpretiamo le loro menti grazie a una competenza narrativa che ci permette di simularne le intenzioni. In un certo senso, si deve ipotizzare una priorità genetica tra questi due meccanismi: per costruire una storia su una persona dobbiamo prima assegnarli una mente, e interpretarne le azioni e le intenzioni; in seguito, e solo in seguito, potremo costruire con queste interpretazioni la nostra versione della sua identità, con cui lui/lei, volente o nolente, sarà costretto/a a negoziare. In realtà, poiché entrambi i meccanismi sono già in atto, a influenzare la nostra lettura saranno anche le storie che già circolano intorno a questo individuo, che si mescoleranno al bagaglio di narrazioni da cui raffiniamo la nostra capacità di simulare. Vediamo, dunque, come si inseriscono questi due ulteriori argomenti cognitivi nei romanzi che analizzeremo.

Sorvolo II | Nel suo voluminoso studio sulle radici della soggettività moderna, il filosofo americano Charles Taylor individua una costante, riguardo alla costruzione dell’identità in epoca contemporanea, che può aiutarci a distendere il problema su un asse orizzontale. Taylor spiega come, in linea con quanto appena detto con le scienze cognitive, sia divenuto diffuso, intuitivo e non problematico il fatto che l’identità abbia le sue sorgenti all’”interno” dell’individuo, in un’imprecisata sede che può coincidere con un altrettanto imprecisato luogo del pensiero. Nella linea interno-esterno, la contemporaneità sembra essere caratterizzata da una costante progressione, o regressione, verso un inwardness, considerata la sede autentica in cui, con Socrate, cercare e conoscere noi stessi. Questa linea di pensiero, filosoficamente parlando, pesca nel passato, da Platone ad Agostino, come Taylor ampliamente mette in luce, ed è alla base della quotidiane quanto letteraria estensione metaforica della concezione spaziale dell’identità come interiorità:

In our languages of self-understanding, the opposition ‘inside-outside’ plays an important role. We think of our thoughts, ideas, or feelings as being “within” us, while the object in the world which  these  mental  states  bear  on  are  “without”.  Or  else  we  think  of  our  capacities  or potentialities as “inner”, awaiting the development which will manifest them or realize the in the public world. The unconscious is for us within, and we think of the depths of fears which dispute with us the control of our lives, as inner. We are creatures with inner depths; with partly unexplored and dark interiors. We all feel the force of Conrad image in Heart of Darkness.

Questa recessione conoscitiva, continua il filosofo americano, è frutto però di un’illusione, di una tensione solipsista, che non tiene conto della natura situata del soggetto nel mondo. Il primo e ultimo esito di quest’orientamento orizzontale, in forma di opposizione e mutua esclusione delle due parti, è il fatto di assegnare alla soggettività un luogo scuro, sicuro e distinto dall’esterno, una geografia interiore già costituita, da visitare e non da costruire. Si tratta di una fallacia fenomenologica che abbiamo già affrontato, e i termini in cui Taylor la descrive sono davvero vicini a quelli utilizzati da Dennett o Gallagher, a proposito della costruzione narrativa del self:

So we naturally come to think that we have selves the way we have heads or arms, and inner depths the way we have hearts or livers, as a matter hard, interpretation-free fact. Distinction of locale, like inside and outside, seem to be discovered like facts about ourselves, and not to be relative to the particular way, among other possible ways, we construe ourselves. For a given age and civilization, a particular reading seems to impose itself; it seems to common sense the only  conceivable  one.  Who  among  us can understand  our thought  being  anywhere  else  but inside, ‘in the mind’? Something in the nature of our experience of ourselves seems to make the current localization almost irresistible, beyond challenge. (1992: 112)

Nei mondi che in cui stiamo per entrare, è precisamente questa certezza di una realtà indipendente, solida e localizzata del soggetto a essere contestata. Più che sostenere però che questi romanzi prendano una posizione statica rispetto al problema, proponendo una soluzione alternativa all’idea d’interiorità che Taylor rileva essere intuitivamente «beyond challenge», questi racconti sono vere «challenging fictions» (Mahaffey 2007) non solo per la fatica che costano al lettore nella complessa risposta estetica a cui lo costringono, ma perché affrontano il problema come una sfida interna allo stesso materiale dell’illusione narrativa del soggetto, ossia sfruttando gli stessi mezzi con cui questa si perpetra: il linguaggio e l’immaginazione. In questa scrittura di ricerca, l’asse interno-esterno non è annullato, ma diversamente sbilanciato di volta in volta verso uno dei due poli.

In Beckett, la linea interno-esterno è resa tramite quella che potremmo definire come una vera cromotopìa         di luce e oscurità. L’intera sua opera può essere letta come una regressione dalla luce dell’esterno (della socialità, del mondo), verso il buio dell’interiorità (della mente, alle sorgenti dell’identità e della narrazione). Quest’approdo all’interno della mente stessa non è però motivato dalla fiducia che in questa intimità cognitiva ci sia qualcosa di più vero di ciò che è all’esterno, quanto dal fatto che se tutto è un’illusione narrativa,  occorre  guadagnare  il  centro  di  gravità  per  smascherare  quella  che  ne L’Innomable è definita come la «stupide hantise de la profondeur» (Beckett [1953] 2004:

10).  Se  nelle  prime  prove  di  scrittura  Beckett  metteva  in  luce  l’esitazione  dei  suoi

protagonisti tra l’interno e l’esterno, dove Belacqua – il dantesco alterego irlandese di More Pricks than Kicks – rigettava entrambi in quanto falsi territori delle idee, trovando riparo nell’incoscienza di un movimento fine a se stesso, o Murphy a fatica cercava di recedere verso il piacere apparentemente più sicuro della propria mente, dalla Trilogia in poi il lettore si trova confinato nella prospettiva interna della mente di un narratore che indaga le ragioni stesse del suo narrare. Che questa figurazione narrativa corrisponda al problema cognitivo del rapporto tra narrazione e identità, di cui Beckett cerca di smagliare la tenuta e di rivelare il cortocircuito, dovrebbe poi apparire chiaro.  Quanto detto per Beckett nel paragrafo sul narrative self, così, può essere qui completato alla luce dei due relativi problemi di cognizione sociale. Se l’obiettivo è colpire il centro da cui le storie colano e si moltiplicano,  capire  questo  inesausto  bisogno  di  far  circolare  finzioni,  non  basta smascherare la narrazione come pratica sociale, occorre vedere cosa accade se l’esterno viene eliminato dal problema, e il centro di gravità narrativa viene isolato e lasciato solo con se stesso. Si sarebbe tentati di definire il mondo della Trilogia, almeno da Malone meurt in poi, come un «one-person world», secondo la definizione di Dolezel (1998), ma in realtà è proprio il concetto di “persona” la soglia che Beckett cerca qui di superare. In breve, risalire alla sorgente di tutte le narrazioni che possono scaturire o riguardare un individuo, per scoprire le qualità di questa sorgente, o la sua stessa inesistenza. Il secondo problema legato alla cognizione sociale, ossia il potere cognitivo delle storie per la comprensione delle altre menti, viene però reintegrato in questo isolamento.

Già a partire da Molloy, infatti, la retrocessione verso l’origine delle storie è accompagnata dal tentativo di capirne il potenziale cognitivo verso l’esterno. A  porte chiuse, però, in una inwardness sempre più patologica – ma, come vedremo, patologia e normalità convergono nel paradosso dell’identità narrativa –l’esterno diventa il mondo stesso dei racconti che si producono internamente alla narrazione, come in un laboratorio dove si fanno esperimenti in scala ridotta; in questo caso con personaggi costruiti e mossi dal narratore per animare modelli mentali e comprendere qualcosa sulla natura umana, in breve come esercizio di formazione per un futuro mindreading. Molloy, ad esempio, è narratore e personaggio di un mondo che lui stesso crea, e in cui cerca di avvicinare chi lo popola nel tentativo, sempre frustrato, di raccogliere informazioni sul funzionamento del mondo e degli uomini, quell’esteriorità luminosa negata e riprodotta in scala nella narrazione. Con l’amara comicità beckettiana, è respinto dalle sue stessa creature; in uno di questi delusi contatti, ecco come Molloy spiega la natura cognitiva del suo bisogno di storie:

Il a un peu peur, un peu pitié de moi. Je le dégoûte passablement. Je ne suis pas joli a voir, je ne sens pas bon. Ce que je veux ? Ah ce ton que je connais, fait de peur, de pitié, de dégoût. Je veux voir le chien, voir l’homme, de près, savoir ce qui fume, inspecter les chaussures, relever d’autres indices. Il est bon, il me dit ceci et cela, m’apprend des choses, d’où il vient, où il va. Je le crois, je sais que c’est ma seule chance de – ma seule chance, je crois tout ce qu’on me dit, je ne m’y suis que trop refusé dans ma longue vie, maintenant je gobe tout, avec avidité. Ce dont j’ai besoin c’est des histoires, j’ai mis longtemps à le savoir.   (Beckett [1951] 1982 : 15, moi il corsivo)

Ma è ne L’innomable e in Company che si trovano le radicalizzazioni di tutti e tre i problemi cognitivi visti fino ad ora, ed è per questo che ho scelto questi testi come casi di studio. Sono i punti supremi di arrivo di un percorso di rara coerenza, ed è per questo che saranno fatti opportuni rimandi alle opere precedenti, in particolare della trilogia degli anni cinquanta. In una frase, Beckett dedica la sua intera carriera di scrittore a indagare il potere cognitivo della narrazione, cercando di indebolirne dall’interno i presupposti, in una negazione che è anche e prima di tutto, però, mostrazione e indagine – e quest’indagine non distrugge, alla fine, ma conferma la resistenza del suo oggetto.

Per il Gadda della Cognizione, come già detto per il primo problema, la via non è negativa, ma sottrattiva. Per quanto riguarda il potere della narrativa nella cognizione sociale, però, questo è mostrato nella sua potenziale devianza e difformità. Se da un lato il personaggio di Gonzalo, la sua coscienza e il suo sé viene silenziato, l’affollato contesto sociale che lo circonda e accerchia è ricco, debordante di storie sul suo conto. Se, insomma, il suo narrative self viene dall’interno indebolito, con una mozione di sfiducia e uno sfondamento delle barriere del solipsismo di cui prima Gonzalo sembra fosse vittima, la parte esterna sembra non lesinare il suo compito costruttivo. Questo, però, è deviato verso dal fraintendimento del popolo che non è in grado di leggere le intenzioni del suo silenzio, che colma con storie favolose e iperboliche che sono quanto di più lontano dalla sua sofferenza. Gadda, insomma, mette in scena il potere della circolazione narrativa a livello sociale, ma ne mostra il pericolo della devianza verso il pregiudizio che genera, all’opposto di una corretta interpretazione narrativa delle intenzioni, un’incolmabile distanza tra l’identità del personaggio, che a mala pena emerge dalla sua interiorità e dalla sua  storia  personale,  e  le  altre  menti,  che  più  che  personaggi  e  coscienze  testuali diventano una sola mostruosa coscienza di massa, affamata di chiacchiere più che di storie. Tanto l’importanza, in negativo, della costruzione narrativa del soggetto nel suo versante  sociale,  quanto  la  minaccia  di  cattive  storie  che  generano  pericolosi  e fallimentari mindreaders, sono così oggetto di indagine in Gadda, tanto quanto la debole e porosa costruzione dell’identità individuale. Il tutto, ma questo vale per tutti gli autori scelti, non viene semplicemente discorsivizzato, ma il lettore fa esperienza del vuoto cognitivo lasciato dalla coscienza di Gonzalo, che non viene praticamente costruito come mente finzionale, e della conseguente costruzione di ricavarla per inferenza dalle narrazioni che su di lui vengono fatte, per poi dubitare, in uno stadio ulteriore, della loro veridicità.

Ne L’Adalgisa, invece, è Gadda stesso, come già detto, a sperimentare come si possa con le storie avvicinare un'altra mente, quale siano cioè le modalità narrative che ne permettono la costruzione e la decodifica. L’Adalgisa è, anche qui, un banco più generale di prove narrative, dove Gadda estende la sua ricerca a tutti gli aspetti cognitivi della pratica scrittoria: per progressivi spostamenti, scosse e avvicinamenti, infatti, sembra indagare i funzionamenti di base della costruzione di mondi e personaggi, per poi continuamente deluderne la stabilità, in un atto di sfiducia verso la veridicità cognitiva della narrazione, che è allo stesso tempo fascino e costrizione umana.

Con questo ultimo sorvolo, siamo finalmente arrivati quasi alla fine dell’esibizione teorica, sulla soglia della prassi testuale che, per quanto ristretta nella proporzioni di questo lavoro, dovrebbe soddisfare le ipotesi disseminate lungo il primo capitolo, quanto rendere più  veloce il  passo  sui  problemi cognitivi appena illustrati. L’ultima mossa teorica, allora, è quella con cui, in una prima chiusura circolare, si dà ragione del titolo scelto per questo studio, che come anticipato l’ulteriore, ultima e prima mutuazione, dalla filosofia della mente, in particolare da Richard Menary. Si tratta, cioè, di chiarificare il quarto punto sollevato nella definizione data di mondi cognitivi, quello riguardante la pratica non solo narrativa, ma scrittoria, vista come pensiero in azione.

Narrazione ed Extended Mind | Writing is thought in action

Nel suo oramai classico studio su Orality and Literacy, Walter J. Ong (2004), riprendendo le resistenze che Platone esprimeva nel Fedro sulla possibile pericolosità della scrittura, in quanto esterna all’interiorità dell’uomo e potenzialmente nociva per essa, spiegava come, invece, la scrittura non vada vista come un ostacolo al funzionamento della mente umana, ma come una sua integrata e metabolizzata tecnologia:

Plato was thinking of writing as an external, alien technology, as many people today think of the computer. Because we have by today so deeply interiorized writing, made is so much a part of ourselves […], we find difficult to consider writing to be a technology as we assume printing and computer to be. […] To say writing is artificial is not to condemn it but to praise it. Like other artificial creation and indeed more than other, it is utterly invaluable and indeed essential for the realization of fuller, interior, human potentials. Technologies are not mere exterior aids but also interior transformations  of consciousness,  and never more than when they affect the word. Such transformations can be uplifting. Writing heightens consciousness. Alienation from a natural milieu can be good for us and indeed is in many ways essential for full human life. To live  and  to  understand  fully,  we  need  not  only  proximity,  but  also  distance.  This  writing

provides for consciousness as nothing else does. (81-82).

Nella prospettiva di Ong, la scrittura come tecnologia non è un semplice aiuto per velocizzare o modificare quanto la mente umana poteva già fare interiormente, ma è nel processo stesso, nell’utilizzo del mezzo scrittorio che la mente umana viene potenziata nell’interazione con esso. La tecnologia della scrittura, insomma, non replica o traduce ma costruisce un’inedita e diversa consapevolezza dell’argomento di cui si scrive, accrescendone o modificandone il grado di coscienza.

Con     quasi   vent’anni         di         scarto, la         riflessione       di         Ong     sembra            anticipare sorprendentemente la tesi che due filosofi della mente, Andy Clark e David Chalmers, formuleranno sui confini allargati della mente, un’ipotesi, oggi al centro di un diffuso e produttivo dibattito interno alle scienze cognitive, che ha preso il significativo nome di extended mind (Clark e Chalmers 1998). La domanda, a cui quest’ipotesi cerca di dare una risposta innovativa, è sinteticamente riassunta nella prefazione che Richard Menary ha redatto, in un volume da lui curato e dove si raccolgono gli ultimi contributi dei sostenitori e dei critici di questa linea, all’interno delle contemporanee scienze cognitive: «The extended mind begins with the question “where does the mind stop and the rest of the world begin?”» (2010: 3). Intuitivamente, così come per la inwardness citata da Taylor, la risposta sembrerebbe scontata: la nostra mente inizia e finisce dentro di noi, corrisponde alla nostra interiorità, alle segrete dei nostri processi mentali. La tesi di Clark e Chalmers, come si può dedurre dalla sua esplicita etichetta, è niente meno che l’opposto di questa visione che, nell’arena scientifica, si definisce come “internalista”. Per i due filosofi la barriera  tra  interno  ed  esterno  è  una  ripartizione  concettuale  che  non  corrisponde all’effettivo funzionamento dei nostri processi mentali, e il perimetro della mente va ridisegnato, la sua chiusura cognitiva va, riprendendo il titolo di un volume di Menary – tra i più attivi sostenitori dell’ipotesi di una mente estesa – «unbounded» (2008), liberata dai lacci di un’eccessiva intimità.

Per comprendere meglio che cosa significhi questa estensione della mente, può essere utile recuperare ulteriormente la distinzione tra interno ed esterno, che nella filosofia della mente ha un suo corrispettivo in due visioni distinti sul funzionamento dei processi cognitivi: una visione internalista, appunto, e una esternalista. Con la prima, è anche qui anche qui intuitivo, la mente è vista come la sede geneticamente primaria dei processi mentali, la guida cognitiva che direziona dall’interno il nostro rapporto con il mondo, tramite rappresentazioni mentali, e altri processi concettuali, che possono divenire o meno visibili all’esterno. La mente, insomma, è la sola sede causale di quanto facciamo e pensiamo. Nell’opposta visione esternalista, va da sé, il rapporto causale è enfatizzato nella direzione opposta, ossia dando una priorità al contesto, a ciò che dall’esterno influenza e causa i nostri processi cognitivi, come pensieri, percezioni e azioni. Per entrambi questi due antitetici approcci alla cognizione, tuttavia, non è necessario ridefinire il territorio della mente, estendendolo: le due polarità rimangono intatte, ma ciò che si discute è la loro funzione genetica, una questione di priorità temporale e causale. L’ipotesi di Clark e Chalmers, invece, mira proprio ad indebolire l’opposizione tra interno ed esterno, e più di tutto  a  ridisegnare  i  confini  della  mente  stessa.  In  generale,  la  loro  idea  è  che nell’interazione tra interno ed esterno, tra mente e mondo, ci siano particolari casi in cui ciò che è all’esterno viene incorporato nel processo cognitivo, e  lo guida e coordina attraverso specifiche  caratteristiche: «when  those  features  play  the  right  sort  of  role  in  driving cognitive processes […] the mind extends into the world» (Clark e Chalmers 2010: 33).

Per comprendere meglio questa legge generale, è più facile scendere nel particolare e, nello specifico, verso quel singolare tipo d’interazione già indicata da Ong, tra uomo e tecnologie. Così come per Ong, nche nella definizione di extended mind, il più facile esempio di cooperazione tra mente ed entità esterne è l’utilizzo di un computer. Si pensi, come caso limite, al ruolo cognitivo che questo può giocare, in persone affettte da disturbi della memoria come l’Alzheimer, nel giungere in un luogo, a una data ora, per un dato motivo. L’esempio, portato da Menary, è il seguente (2010: 8-9). Due persone devono raggiungere il MoMa di New York per una mostra: la prima, priva di disturbi cognitivi, sfrutterà la propria memoria biologica per arrivare puntuale, al giusto indirizzo, e nella giusta sala; una seconda persona, affetta da Alzeihmer, invece, potrà sfruttare il proprio notebook come memoria esterna, da cui recuperare, ogni volta, le informazioni non trattenute dalla memoria biologica. In questo esempio, però, parlare di memoria “esterna” può essere fuorviante, in quanto, questa la tesi dell’extended mind, il notebook viene ad essere parte fondamentale del processo cognitivo che consente alla persona di compiere l’azione: come scrive Menary, l’individuo e la tecnologia, qui, «appropriately coupled, constitute a cognitive system» (2010: 17) Ecco, infatti, i due termini fondamentali nella definizione di una extended mind: da una parte l’idea di “collegamento”, di unione di interno ed esterno; dall’altra, il risultato di questa unione come un autentico “sistema cognitivo”. In breve, in quest’esempio si fa evidente come la tecnologia esterna non sia un semplice supporto ai processi mentali che avvengono all’interno dell’individuo, un aiuto per ciò che già è in corso, ma la sua stessa condizione di possibilità.

Come spiegano Clark e Chalmers, le barriere della mente e della cognizione si aprono a una doppia circolazione, e il sistema di accoppiamento funzionale che ne risulta assume un’autonomia non vicaria rispetto a ciò che avviene all’interno, ma la stessa sede del processo mentale si estende in questa unione, le corrisponde:  «In these cases, the human organism is linked with an external entity in a two-way interaction, creating a coupled system that can be seen as a cognitive system in its own right» (2010: 29). La differenza tra una semplice prospettiva esternalista e una visione della mente nelle sue estensioni è che, nella prima, il rapporto tra esterno ed interno sottolinea un asimmetria a favore di una priorità causale di ciò che sta al di fuori della mente, mentre nella seconda interno ed esterno vengono parficati in un quello che Clark e Chalmers definiscono come un parity principle, secondo cui, nel momento in cui l’individuo interagisce con un’entità nel mondo

«that part of the world is (so we claim) part of the cognitive process» (2010: 29).

Il modo più semplice per distinguere tra la linea esternalista, e questa più recente e, a mio modo di vedere, convincente e affascinante proposta, è affrontare il problema da un punto di vista causale. Mentre gli esternalisti mettono in rilievo il grado di influenza che il contesto e le entità con cui l’uomo interagisce hanno nei suoi processi mentali, l’idea di una mente estesa insiste su particolari tipi di accoppiamenti causali (o causal coupling, Menary

2010: 3), in cui è impossibile stabilire una priorità d’influenza, ma in cui le due polarità si fondono in un solo sistema cognitivo. È l’attività stessa a creare il processo e riterritorializzare la mente all’esterno, ed è per questo che questo tipo di prospettiva esternalista è aggettivata, per distinguersi, come un active externalism, in cui, come spiega Menary:



The coupled system constitutes a cognitive system. It is not simply that the external features, to which the organism is interactively linked, have a causal influence on the cognitive processing of the organism; rather, the interactive link is the cognitive processing. Therefore, active externalism is a constitutive thesis, not a merely causal one, as encapsulated by the slogan “cognitive processes ain’t (all) in the head” (2010: 2).

Il gesto cognitivo con cui la mente si estende, quindi, è quanto più lontano dall’idea di un transito, di un’esternalizzazione di contenuti interni, attraverso un mezzo che ne veicoli, supporti  o  velocizzi  l’elaborazione  o  l’espressione.  Non  ci  sono  collegamenti  che avvengono in funzione di o grazie a processi mentali, ma è il collegamento stesso ad essere un processo cognitivo, e la mente – poiché con questo termine non si individua che il suo stesso movimento; non c’è mente, insomma, che non sia processo mentale – viene a coincidere, nel momento dell’interazione, ad coincidere con l’unione di interno ed esterno, in un più ampio circolo e in una produttiva e costitutiva estensione.

In che modo, allora, questa idea di una extended mind può essere messa in rapporto con il linguaggio e, per quel che ci riguarda, con quel particolare tipo di linguaggio che è la scrittura? Anche qui, basta ritornare alla riflessione di Ong, per contrastare un approccio ingenuo al mezzo scrittorio, frutto di un’abitudine dovuta alla quotidianità dell’uso che di questo facciamo. Come abbiamo già detto, per quanto il concetto di tecnologia sia intuitivamente più riconducibile all’esempio di un calcolatore elettronico, e così la stessa idea di mente estesa è più facilmente comprensibile nell’interazione che l’uomo può compiere con un computer, non di meno il linguaggio, e la sua forma scritta, sono a tutti gli effetti tecnologie e, nei termini filosofici appena visti di un esternalismo attivo, entità esterne con cui la mente entra in contatto. Clark e Chalmers, infatti, spiegano come, tra gli esempi possibili di estensioni della mente:

Language may be an example. Language appears to be a central means by which cognitive processes are extended into the world. Think of a group of people brainstorming around a table, or a philosopher who thinks best by writing, developing her ideas as she goes. It may be that language evolved, in part, to enable such extensions of our cognitive resources within actively coupled systems (2010: 32)

Chiunque abbia dovuto lavorare con il linguaggio, che sia o meno un filosofo, conosce la differenza tra l’elaborazione di un pensiero fatta mentalmente o oralmente, e al contrario alla sua articolazione scritta. Il fatto che i due risultati non possano spesso essere comparati, a tal punto che si potrebbe sostenere che in un certo senso non siano nemmeno lo stesso pensiero, è quanto si cerca di mettere in luce nel passaggio appena citato: in effetti, nella prospettiva di una mente estesa, i due pensieri non coincidono, poiché non è la stessa mente a compierli. Il filosofo in realtà non pensa “meglio” scrivendo, ma sviluppa, collegandosi al mezzo scritto, un nuovo sistema cognitivo che gli permette di articolare pensieri grazie alle particolarità del mezzo tecnologico su cui la sua mente si estende. È l’azione stessa di scrivere che  costruisce il  pensiero  nel  suo  farsi  («as  she  goes»),  e  nel  suo  svolgersi temporale lo modifica in continuazione.

Il filosofo che più si è occupato di questa particolare declinazione della teoria di una extended mind applicata all’attività di scrittura è senza dubbio Richard Menary, che al rapporto tra scrittura e pensiero ha dedicato molti contributi. Riprendendo un articolo di Harris (1989) sul rapporto tra pensiero e linguaggio, Menary pone una semplice domanda, che però restringe subito il fuoco della sua idea: piuttosto che chiederci come la scrittura supporti il pensiero, occorre chiedersi come questa «make possible or foster forms of thought which were previously difficult or impossible» (Menary 2007: 622, mio il corsivo). La risposta, anticipata dalla tesi più generale sul funzionamento dei coupled systems di una extended mind che abbiamo visto, è che la scrittura sia allo stesso tempo veicolo del pensiero, inteso come materiale d’uso, e materiale formante di un processo mentale, e che per questa doppia e sincronica qualità può condurre a pensieri difficili o impossibili prima del suo  collegamento, come entità esterna, con la mente dell’individuo.   In  breve, la scrittura da mezzo esterno, nel processo mentale diventa parte della cognizione e la orienta con le sue particolari componenti (grammaticali, sintattiche, lessicali,  e fisiche – e queste ultime possono spaziare da carta e penna, a sistemi più elaborati).

Lontano da essere una forma di stoccaggio esterno d’informazioni già formulate, o un’espressione  esterna  dell’interiorità,  quindi,  la  scrittura  genera  un  funzionamento specifico del pensiero, attraverso le sue intrinseche componenti, che diventano parte attiva della struttura del pensiero stesso. Come scrive Menary, chiudendo con la formula che dà il titolo a questo studio, la manipolazione della scrittura permette di formare pensieri che senza la sua intergrazione in un sistema cognitivo non saremmo in grado di generare con un’interna sollecitazione neuronale: «The manipulations I can perform on external vehicles go beyond what I can achieve neurally. As such, there is a clear sense in which writing goes beyond simple external storage, writing is thought in action» (2007: 630). Tra pensiero e scrittura non c’è, quindi, una distanza che si colma in un transito causale unidirezionale, come tra un input e un output, ma la manipolazione della scrittura genera una cognitive integration (Menary 2007: 622; Menary 2008) con cui il processo mentale viene a coincidere con l’azione stessa di scrivere, e la scrittura a sua volta diventa pensiero in azione. Tutto questo, prosegue Menary, porta a due sensi complementari attraverso cui l’equivalenza tra pensiero e scrittura può essere descritta, che ruotano attorno al concetto fondamentale, anche per questo lavoro, di manipolazione:

Creating and manipulating written sentences are not merely outputs from neural processes but, just as crucially, they shape the cycle of processing that constitutes a mental act. Completing a complex cognitive, or mental, task is enabled by a co-ordinated interaction between neural processes, bodily processes and manipulating written sentences. Consequently, there are two complementary senses in which writing is thinking, firstly there is the sense in which the act of writing is itself a process of thinking. Secondly there are the enduring products of this process – the vehicles of thought – written sentences. These vehicles are manipulated in a variety of ways and these manipulations are further examples of thinking in action. (2007: 622)

Quello che Menary sottolinea qui è come quel particolare pensiero che è il pensiero scritto, utilizza però la stessa scrittura come materiale. In  questo senso possiamo dire che la scrittura è allo stesso tempo un pensiero in azione e un’azione, una manipolazione, della scrittura stessa. Il veicolo esterno della scrittura è, insomma, esso stesso modificato e manipolato, tanto quanto questo manipola e modifica la parte interna del processo mentale, secondo il parity principle visto poco fa. Questo principio di reciprocità è, sotto un altro nome, descritto in altra sede da Clark come un principio di causazione reciproca e continuata, che così recita: «Continuous reciprocal causation (CRC), occurs when some system S is both continuously affecting and simultaneously being affected by, activity in some other system O» (2008: 24). Il sistema della scrittura, nel nostro caso, e il sistema interno del processo mentale, che semplificando possiamo fare coincidere con le intenzioni del manipolatore, vengono entrambi esposti a modifica in un’alternanza costruttiva e continuata, che è lo stesso processo mentale di una scrittura come pensiero in azione. Arrivati finalmente a dare ragione del titolo di questo lavoro, è tempo di portare quanto detto verso la letteratura, e a supporto della qualifica cognitiva data ai mondi che tra poco si vedranno nella seconda parte, che sarà un’appendice applicativa per tutto quanto detto finora.

Per quanto Clark e Chalmers facciano l’esempio di un filosofo che pensa scrivendo, né loro né Menary intendono descrivere, con le loro riflessioni su linguaggio e scrittura nei termini di una mente estesa, un processo di creazione estetica. Tuttavia, partendo dai due sensi descritti da Menary, con cui si deve intendere la scrittura come pensiero in azione, mi pare che il portare la sua riflessione sul piano estetico, soprattutto alla luce di tutti gli elementi visti nel primo capitolo, non sia né difficile, né tantomento una forzatura, ma semmai una naturale espansione del discorso scientifico di base, che intende descrivere un fenomeno cognitivo più generale, verso la sua massima sofisticazione artistica. Vero è anche l’opposto, ossia che un’analisi della scrittura come pensiero in azione nel racconto letterario può rinforzare, per maggiore evidenza, anche il livello più quotidiano della cognizione scritta, di modo che la teoria della narrazione può restituire quanto prende in prestito dalle scienze, magari rinnovandone la prospettiva. Non è questo, in questa sede, il mio obiettivo, piuttosto una possibile apertura per future indagini, che riprenderò nella conclusione. Qui, invece, è il momento di chiarire come penso che il discorso sulla mente estesa e la sua declinazione sulla scrittura, come pensiero in azione e non come semplice mezzo espressivo, mi paia un apporto importante, non solo metaforico, per descrivere che cosa intendo per mondi cognitivi.

Se è lecito, come credo, portare le riflessioni di Clark, Chalmers e Menary in campo letterario, è altrettanto lecito chiedersi, come per la categoria stessa di mondi cognitivi, se non siano tutte le narrazioni romanzesche definibili come pensieri in azione. Si e no. La risposta affermativa riguarda il fatto che, certo, non è possibile né sensato pensare che ci siano autori che più di altri pensino con la scrittura, nemmeno i peggiori romanzieri, di cui lascio a voi immaginare gli esempi più disparati. D’altra parte, e questa è la mia ipotesi, ci sono autori le cui narrazioni mostrano tracce più evidenti di questo processo mentale esteso nella scrittura, di questa reciproca causalità tra la plasticità e la natura del materiale e la struttura del pensiero che lo modella, autori che sembrano più consapevoli di altri o più disposti o predisposti a utilizzare la forma come pensiero in azione. In particolare, per quella particolare ridondanza cognitiva che ho descritto in quattro punti, il fatto che gli autori che ho scelto facciano oggetto del loro pensiero la stessa narrazione, ne discutano o deformino il potenziale cognitivo (quindi, e prima di tutto, riconoscendolo) in rapporto all’identità o alla socialità, rende la vicinanza tra forma e contenuto ancora più stringente di quanto già, nell’ipotesi della mente estesa, non debba essere postulata.

La vecchia e quasi dismessa, dalla critica spesso più in apparenza che in sostanza, opposizione tra forma e contenuto, che ha generato interessanti battaglie nella teoria e nella filosofia della letteratura, può ancora, infatti, essere rigenerata, per poi essere nuovamente invalidata, con una certa utilità all’interno di quanto stiamo dicendo. L’idea di una scrittura come pensiero in azione porta con sé delle conseguenze rispetto al contenuto del pensiero stesso: vale a dire che quest’ultimo, in quanto risultato del processo mentale, viene fatto coincidere con l’azione stessa, e non pregresso ad essa o da essa derivato (si parla, infatti, di underived content, Menary 2010). Un’intuitiva trasposizione di questo rilievo nella teoria della narrazione potrebbe far supporre che un’analisi formale, una rinascita dell’approccio strutturale, sia l’unica possibilità legittimata di analisi, in quanto se il pensiero si forma nella forma, così come il suo contenuto, il testo sembra assumere quella centralità che abbiamo all’inizio di questo studio contestato. Al contrario, mi pare che l’idea che l’atto di scrittura sia un atto di cognizione integrata tra l’individuo e il mezzo, il materiale specifico della tecnologia scrittoria, sia la soluzione che permette di non dismettere il lascito strutturalista,  ma  di  riconvocarlo  per  illuminare  il  pensiero  nella  forma,  ossia  l’atto cognitivo che l’ha generata. D’altra parte, quest’ultimo spostamento potrebbe indurre a temere che si stia cadendo, ancora nuovamente, nell’errore opposto di una «intentional fallacy», cercando di risalire dalla forma all’intenzione autoriale. Anche qui, credo che il merito delle riflessioni sull’extended mind sia quello invece di restare più sull’azione che sull’intenzione, e in particolare sul rapporto tra azione, forma ed effetto. Questa nuova e ultima triade ci permette un ulteriore giro di vite, e poi potremo, con credo condivisa soddisfazione, passare ai testi.

Mondi cognitivi | La cognizione nella forma

Nel suo breve e fondamentale studio sul funzionamento della Literary Mind, ossia su alcuni processi cognitivi della mente nello specifico della pratica letteraria, Mark Turner (1996) si sofferma sulla metafora che vede il pensiero come un  movimento fisico, esteso nella diade THE  THINKER  IS A MOVER  AND  A MANIPULATOR  (43). La metafora del movimento e della manipolazione,  come  s’intuisce,  ha  un  primo  dominio  di  appartenenza  che  è  quello corporeo, del pensiero come movimento del corpo e può essere, dice Turner, declinata in due modi differenti. Vediamoli entrambi, sebbene sia solo il secondo a riguardarci:

For example, when we wish to tell the action-story of a mathematical or scientific discovery, we can say that the thinker began from a certain assumption, was headed for a certain conclusion, stumbled over difficulties, moved faster or slower at various times, had to backtrack to correct mistakes,  obtained  part of the solution  but was still missing  the most important  part, had a notion of where to look for it, began at last to see it, followed it  as  it eluded her, finally goto ne finger on it, felt it slip nearly away, but at last goti t. […] This is a case in which an actor in a nonspatial story of thinking is understood by projection from a spatial action-story of moving and manipulating. There is a second highly productive scenario of a thinker is a mover and a manipulator in which the body is not moving through space but rather manipulating objects as instruments, tools, or aids to fabrication. When we talk of cognitive “instruments” or conceptual “tools”  or  of  “piecing  together  a  story”,  we  are  understanding  the  action  of  thought  by projection form the body action of manipulation,  specifically  manipulation  of the purpose of manufacture. (44-45)

Se nel primo esempio la metafora serve a spazializzare un percorso del pensiero, nelle sue partenze, soste e retromarcia, nel secondo esempio il pensiero è concretizzato come gesto fisico di manipolazione, come azione su un materiale o di cooperazione con uno strumento. L’efficacia della metafora è evidente anche nelle scienze cognitive, come abbiamo visto; nel momento in cui Menary deve definire la scrittura come pensiero in azione, infatti, usa l’idea di una manipolazione del veicolo cognitivo della scrittura, ossia la modellazione, variazione e combinazione dei suoi specifici elementi. Dobbiamo, quindi, concludere che anche l’ipotesi di una scrittura come pensiero in azione, in cui la mente si estende oltre i suoi confini – altro concetto spaziale – altro non sia che l’applicazione di una metafora piuttosto comune, traslata in campo cognitivo? Non mi pare. Penso piuttosto che lo stesso senso  metaforico  indicato  da  Turner  possa  essere  portato,  grazie  a  quanto  detto sull’extended mind, oltre il semplice concetto, verso una direzione più cognitivamente pragmatica.

In altre parole, l’idea di una scrittura come manipolazione non serve a spiegare in senso metaforico un processo che avviene in altro modo, ma è esattamente ciò in cui il processo di scrittura consiste, è l’azione attraverso cui il pensiero scritto, l’atto mentale di pensare con la scrittura, viene costruito e costituito. Nella metafora di Tuner, ed è questo forse il motivo che la rende una buona partenza, ma un’immagine parziale del processo di scrittura, manca questo lato costruttivo della manipolazione, manca insomma il vettore di ritorno in cui il manipolatore è a sua volta manipolato in quel processo di causazione reciproca e continuata (CRC) che rende l’azione scrittoria un pensiero in azione. Ed è proprio questa doppia direzione che, a mio parere, è particolarmente evidente nei mondi narrativi che ho scelto. In essi, «the purpose of manufacture» mi pare non preceda, in senso teleologico, la scrittura, ma si costruisca con essa. Il “principio di parità” tra le due parti vincolate nel processo di creazione estetica, ossia l’autore e il mezzo scrittorio, così come il “principio di causazione reciproca”, mi pare portino a una conclusione che vede centrale, nella manipolazione della forma, una doppia dislocazione dell’effetto di quest’attività: se l’autore agisce sulla forma per generare su di essa un particolare effetto, a sua volta questa modificazione sortisce un effetto sul suo processo creativo; l’insieme di questi due effetti combinati e in continua alternanza genera quel circolo cognitivo che è definito come pensiero in azione. Riformulando la metafora di Turner, allora, nell’ipotesi guadagnata dal dibattito sull’extended mind, THE THINKER IS A MANIPULATOR  AND A MANIPULATED.

E non c’è dubbio che gli autori presi in esame siano dei grandi manipolatori della forma. Tuttavia, come già rilevato, questa doppia circolazione non può essere limitata a un certo periodo o genere narrativo, ma deve, per assumere validità, valere per ogni tipo di pratica narrativa, poiché anche la più semplice e non estetica scrittura è un pensiero in azione. Rifacendo nuovamente il punto sulla categoria di mondi cognitivi da questa particolare prospettiva – che corrisponde al quarto punto della definizione che ne ho dato all’inizio di questo capitolo, che cosa distingue questi da altre più o meno sofisticate narrazioni letterarie? Ora abbiamo tutti i punti necessari a una risposta più esaustiva.

Come si sarà ampliamente notato, il primo capitolo di questo studio, pur nel suo autonomo scopo di fornire anche un quadro teorico delle più recenti teorie narratologiche di stampo cognitivo, ha insistito quasi unicamente su una delle polarità del processo estetico, vale a dire il lettore. È tempo di spiegare perché ho creduto fondamentale questa direzione di percorso, per certi versi capovolta, per arrivare, con l’idea di una scrittura come pensiero in azione, al polo opposto, ossia nell’officina della creazione.

Per spiegare la particolarità di questi manipolari estetici, infatti, mi è parso giusto presentare gli elementi cognitivi sottesi alla ricezione di un romanzo, poiché, nei testi che vedremo, questi sono significativamente e sistematicamente violati, delusi o ricombinati. Questa deformazione, tuttavia, non credo possa essere ricondotta o limitata a finalità interne al discorso letterario, ma è generata dalla natura stessa di queste scritture come indagini sulla narrazione stessa, sul suo potere cognitivo che, per diverse ragioni, viene riconosciuto proprio mentre viene attaccato. Questo  dimostra, o  almeno così  vorrei sostenere, una doppia consapevolezza da parte di questi autori: da una parte essi sembrano, per certi versi sorprendetemente, anticipare il nesso tra narrazione e cognizione rispetto a problemi cognitivi quali la costruzione narrativa dell’identità, il suo potere sociale e controfattuale, di cui oggi discutono le scienze cognitive; dall’altra, sembrano giocare la narrazione su una consapevole violazione degli elementi cognitivi che sottendono alla risposta estetica, creando così racconti dove molto di ciò che accade, accade nella controparte della forma, ossia nel suo effetto. Quest’ultimo punto rende particolarmente evidente il circolo causale tra il pensiero che manipola la forma e quest’ultima come manipolazione del pensiero. I loro testi appiano come una tracciatura di questo pensiero in azione, e il lettore più che interpretare un tema orchestrato in un mondo di personaggi e azioni, è portato a ripercorre il pensiero e il problema cognitivo che con esso è pensato, attraverso le resistenze e gli spiazzamenti a cui la forma lo costringe, e che si possono supporre essere vicini all’effetto che hanno avuto sull’autore stesso, nel momento della manipolazione. In questo senso, autore e lettore non sono mai stati così vicini.

Per  prendere ad  esempio  uno  solo  degli  elementi che  abbiamo  visto  nel  primo capitolo, i personaggi di questi mondi non sono né eroi né figuranti (Testa 2009), né flat né round  characters (Forster 1974), ed è problematico definirli persino come più generici e finzionali existents (Chatman 1978), ma l’unica definizione che a mio parere può tentare di avvicinare il senso di queste anomali coscienze finzionali è quella, proposta da Deleuze in Qu’est que c’est la philosophie?, di «personnages conceptuelles» (1991: 60-81). In questa definizione, Deleuze cerca di dare ragione di particolari personaggi romanzeschi che funzionano, nella sua idea, come operatori di pensiero e non come semplici agenti di un intreccio, e per questo sono lo strumento privilegiato con cui la letteratura si avvicina alla filosofia nel farsi indagine in azione: «les personnages conceptuelles […] opèrent les mouvements qui décrivent le plane d’immanence de l’auteur, et interviennent dans la création même de ses concepts» (62). Quando qui Deleuze parla di un piano di immanenza dell’autore, si avvicina molto all’aspetto sincronico descritto da Menary tra il pensiero e l’azione scrittoria che  gli   forma, enfatizzando anche lui,  come Bruner e  lo  stesso Menary, l’aspetto costruttivo della narrazione, l’immanenza, ogni volta rinnovata, di pensiero e scrittura. Con Gadda vedremo più nello specifico anche la teoria di Deleuze sul personaggio concettuale, ma tutte le menti finzionali dei mondi che ho scelto possono ricadere in questa categoria. Con esse, e con tutti gli altri elementi visti nel primo capitolo, il pensiero si muove nella forma e nell’effeto cognitivo delle sue manipolazioni. Filosofia e letteratura, come suggerisce anche Deleuze, non sono mai state così vicine come in questi mondi.

Venendo a un altro elemento, normalmente centrale in un romanzo, come l’intreccio narrativo, nei mondi scelti può dirsi quasi inesistente. Ciò che accade, infatti, non può essere   sintetizzato   o   riassunto,   nemmeno   con   l’ampio   bagaglio   di   arnesi   dello strutturalismo, poiché ciò che accade è la forma stessa. Il lettore non trova temi cognitivi, come il rapporto tra identità e narrazione, trattati o espressi ma, potremmo dire, performati dall’interno stesso del problema, vale a dire, dall’interno stesso del linguaggio. Come abbiamo visto, alla narrativa vengono riconosciute numerose virtù cognitive, in diverse problematiche – a cominciare dalla comprensione delle altrui intenzioni e azioni, e dalla possibilità di suddividere e organizzare la nostra esistenza in sequenze narrative coerenti. È per tutte queste virtù che David Herman ha recentemente sostenuto che le storie siano prima di tutto uno strumento di pensiero («a tool for thinking», 2003: 162-192), poiché con esse possiamo costruire o fruire di modelli in scala per la comprensione cognitiva del mondo. Questo particolare vantaggio è dato da tutti gli elementi di isomorfismo tra mondo reale e mondo finzionale che abbiamo visto nel primo capitolo, dall’attivazione di simili dispositivi cognitivi nell’interpretazione di entrambi i mondi.

Di tutte le virtù che Herman elenca, però, i mondi che ho scelto sembrano non condividerne neanche una. È difficile sostenere, infatti, che dai mondi di Beckett, Gadda o la Kristof venga accresciuta la nostra capacità di comprensione degli altri, attraverso le storie e le diverse prospettive presentate; è anche difficile sostenere che questi mondi ci diano il privilegio di comprendere più a fondo le interazioni tra esseri umani, poiché come abbiamo detto a stento si può sostenere ci siano delle vere e proprie coscienze finzionali, in tutti i sensi visti nel primo capitolo. La loro forza cognitiva, allora, la loro utilità, se proprio si deve cercare un’economia della letteratura, deve essere riconosciuta altrove. A mio parere,  credo  che  la  migliore  definizione  di  queste  narrative  apparentemente antieconomiche sia quella data, molto di recente, da Porter Abbott – anche lui, come Deleuze, un attento lettore e studioso della prosa di Beckett.

Partendo proprio dai meriti cognitivi della narrativa nello sviluppo e nell’evoluzione della mente umana, da molte parti come abbiamo visto oramai riconosciuti, Abbott si chiede cosa fare delle finzioni che non sembrano in questa direzione affatto virtuose, interrogandosi così su «the tricky question of what such texts do for the evolutionary well- being of the common reader, which may well be nothing» (2010: 205). La riposta che Abbott dà coincide esattamente con l’idea da cui muove questo studio, e per questo mi permetto di riportarla per esteso; inoltre, data la perfetta coincidenza d’intenti tra questo studio e l’approccio ai testi di Abbott, al lettore chiedo di togliere mentalmente le parentesi dalla citazione e considerarla come una conclusione in prima persona di questa prima parte, e come un’introduzione finale alle applicazioni della seconda:

I focus on a species of textual derangement that yields a kind of experiential knowledge rarely, if ever,  available  to us in the  ordinary  course  of our  lives  and  that is worth  having.  What conveys is different from “how true” effect of mimetic fiction […] or the rich science that Wordsworth argued was what poetry delivered when it was at its best […]. Readers have always known  something  like  what  Wordsworth  claimed:  that  we  lose  ourselves  in fiction,  getting inside it, enjoying what Richard Gerrig [1993, n.d.r.] has called “the phenomenology of being transported” (238). In narrative text, especially, we feel and think with characters in a process variously called projection, identification, empathetic understanding, or, currently, the exercise of our capacity to real minds. This is a rightly acclaimed distinction of fiction: it provides representation of analytical discourse do not. […] However, I focus on […] ways of not doing what fiction is acclaimed for. My demonstration  texts each provide examples of a deliberate failure to meet common syntactical or narrative expectations […]. Moreover, in their egregious failure,   they  replace  an  art  of  representation  with  an  art  of  cognitive  states  that  are inaccessible  or understandably  avoided  in the  ordinary  course  of life.  As such  though  they would seem to serve no evolutionary purpose, indeed may even interfere with the evolutionary success,  they  generate  real  knowledge  of  who  we  are.  Wisdom  may  be  a  better  term  than knowledge, since what is often involved is knowing what it feels like not to know. (2010: 205-

206, mio anche il grassetto).

Ecco il senso di avere speso molte pagine di questo lavoro a comprendere la risposta estetica da una prospettiva cognitiva. I mondi che stiamo per vedere, infatti, agiscono proprio sulla frustrazione degli elementi che normalmente costituiscono una narrativa, tanto nella ricezione che nella creazione, ma dire questo è il contrario di affermare che questi elementi non siano rilevanti. Al contrario, è esattamente solo comprendendo cosa il lettore si aspetta da un racconto, come funziona il suo modo di processarlo e ricostruirlo, che possiamo capire come in questi mondi si cerchi una significativa disfunzione di questi meccanismi. Inoltre, quello che, una volta compresi gli elementi e il loro funzionamento cognitivo, può essere mostrato è l’elevato grado di consapevolezza, si sarebbe tentati di dire tanto narratologica che cognitiva, che questi autori dimostrano nelle loro manipolazioni. Dicendo consapevolezza, però, non intendo qualificare, come ad esempio ha fatto Patrica Waugh (1984), come self-conscious fiction queste narrative, né indicare i loro autori come sofisticati ed esperti architetti di mondi finzionali. Piuttosto, l’attenzione formale di questi narratori non è mirata alla pulizia e alla complessità del disegno – anche nelle declinazioni più  elaborate, concentriche o  meta-narrative –  ,  quanto  piuttosto  dimostra la consapevolezza di come un tema possa essere indagato nella forma come effetto, vale a dire non tramite la sua rappresentazione, ma suscitando dei «cognitive states».

Una consapevolezza dell’importanza dell’effetto suscitato dalla forma, inoltre, non significa che questi autori si pongano come obiettivo primario il lettore, e modifichino il materiale narrativo al solo scopo di modificare la sua risposta estetica. Piuttosto, nei termini che oramai ci sono familiari, queste scritture sono veri pensieri in azione, il che vuol dire che in primo luogo l’effetto delle manipolazioni ha agito e condizionato lo stesso processo creativo, in quanto indagine. Non di meno, proprio per questa qualità specifica, l’esperienza di questi mondi per il lettore è piena di resistenze, spostamenti, cedimenti e vuoti che sono la  tracciatura tanto  degli  input  dati  dal  manipolare alla  materia verbale, quanto  delle risposte che da questa gli sono state restituite. Se, come scrive Abbott, nella nostra esperienza estetica normalmente «we feel and think with characters», in questi mondi dove i personaggi e il narratore stesso sono frutto di una manipolazione che li rende opachi all’empatia e lontani da ogni trasparenza, noi pensiamo con l’autore, questa la mia ipotesi, ossia partecipiamo i «cognitivi states», stati di smarrimento o sospensione, generati dall’attrito tra la nostra aspettativa, tra ciò che cerchiamo nel testo e la sua programmatica delusione o fallimento; e in questo ripercorriamo il problema di cui la narrazione si occupa, il pensiero che nell’azione della scrittura si sviluppa.

Ancora  con  Abbott,  in  questi  testi  possiamo  fare  esperienze  che  altrimenti  ci sarebbero impedite con altre forme di conoscenza: come ad esempio tentare di avvicinare cosa ci sia oltre il tessuto narrativo, di cui la nostra cognizione si veste e da cui la nostra identità si costruisce (Beckett); o come le narrazioni degli altri possano essere pericolose e potenti nella componente sociale di un individuo (Gadda); o ancora come la nostra identità possa trovare un risarcimento controfattuale in una riscrittura (Kristof). Di tutto questo nei romanzi che vedremo, non si tratta, ma di tutto questo si fa esperienza; e l’esperienza è lo stesso fallimento di ciò che il lettore si aspetterebbe di volta in volta di trovare e di comprendere, ma questo è ricompensato da una forte stimolazione cognitiva di ciò che normalmente è sopito nell’abitudine, facendo di un apparente fallimento un «egregious failure». Quando la narrazione è allo stesso tempo strumento e oggetto di un pensiero, il tema  non  può  che  essere,  insomma,  iscritto  nella  forma.  Partire  da  questa,  come sottolineava Derrida, non significa fermarsi ad essa, ma superare il fascino strutturalista di una meccanica per risalire all’energetica del pensiero che l’ha generata (Derrida 1967), ossia sentire nella forma il pensiero in azione.

Terminata  questa  lunga  traversata,  non  resta  che  un  ultimo  avvertimento,  già anticipato nell’introduzione. Ciascuna delle applicazioni che vedremo analizza il rapporto tra la violazione degli elementi del primo capitolo e i problemi cognitivi legati alla narrazione presentati nel secondo. Ogni applicazione, perciò, ha una sua autonomia e, data la stretta relazione tra i problemi trattati, o meglio pensati, ci saranno tra capitolo e capitolo, così come internamente ad essi, alcune inevitabili ripetizioni e riprese di quanto già è stato detto. Sperando che questo svantaggio venga in minima parte risarcito da un più ampio spettro di prospettive, non mi reste che lasciare al lettore giudicare tanto la forma data a questo lavoro, quanto il pensiero che dietro di essa si è, a tratti con difficoltà, agitato.

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