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La psicoanalisi




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L’ipnosi


L’IPNOSI I.1 STORIA DELL’IPNOSI La storia dell’ipnosi



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LA PSICOANALISI

1 Le origini



Le origini della psicoanalisi risalgono ad un’osservazione di Breuer su una sua paziente (Anna O.) che egli, nel 1881-82, aveva in trattamento per sintomi isterici. Breuer scoprì allora che i singoli sintomi potevano essere eliminati se riusciva a condurre la paziente, posta in stato di ipnosi profonda, a rappresentarsi e rivivere quelle situazioni che avevano prodotto il sintomo.

3.2  La catarsi

L’osservazione di Breuer venne valorizzata per primo da S. Freud che pose queste osservazioni alla base delle sue ulteriori ricerche. In collaborazione con Breuer, Freud impiegò l’ipnosi non più soltanto per l’eliminazione in via suggestiva dei sintomi isterici, ma sfruttando l’ipermnesia ipnotica anche per ottenere un’anamnesi dettagliata e un’analisi dei sintomi. La veridicità della prima osservazione di Breuer fu ripetutamente dimostrata: la riproduzione di avvenimenti in parte o del tutto dimenticati e la abreazione delle relative emozioni represse (fatti tutti che si verificano appunto nell’ipnosi) avevano spesso come conseguenza un’eliminazione dei sintomi; ciò permetteva di concludere che i sintomi isterici erano stati prodotti da «traumi psichici». Questo procedimento venne chiamato catarsi.

3.3  La regola fondamentale

Ben presto Freud constatò che i suoi successi ottenuti con l’aiuto della catarsi non erano sempre durevoli e che non in tutti i pazienti era possibile ottenere un’azione profonda. Ciò lo indusse a procedere in un’altra maniera. Egli aveva appreso che l’amnesia post-ipnotica era completa solo apparentemente; infatti, mediante un’intensa sollecitazione, ed eventualmente anche ponendo le mani sulla fronte del paziente, l’amnesia poteva essere dissipata ed il paziente quindi era in grado di ricordarsi nuovamente di tutto quello che era accaduto durante il sonnambulismo ipnotico. Le amnesie di pazienti isterici potevano quindi comportarsi nel medesimo modo e forse nel medesimo modo potevano venire rievocati i fatti e i rapporti dimenticati. Pertanto Freud esigeva che i suoi pazienti, rilasciati quanto più possibile in posizione sdraiata e a occhi chiusi, si ponessero nella situazione di un autosservatore attento e spassionato che leggesse soltanto la superficie della sua coscienza e riferisse, senza eccezione, tutto quello che gli veniva in mente anche se ciò gli poteva apparire insignificante, assurdo e doloroso. Questo procedimento, designato più tardi come «regola fondamentale psicoanalitica», dette buoni risultati: tutto quello che veniva in mente, e soprattutto quello che sembrava più insignificante e banale si dimostrò invece importante.

4  Il conflitto

Però quasi regolarmente si stabiliva una resistenza quando il soggetto doveva associare qualcosa partendo da un sintomo. Freud considerò questa resistenza quale espressione di un «più o meno cosciente non voler sapere». Non appena tale resistenza veniva superata mediante sollecitazioni, o l’influenzamento soggettivo (imposizione della mani sulla fronte del paziente con il suggerimento che subito gli sarebbe venuto in mente qualcosa), in modo evidente ritornavano alla coscienza avvenimenti del passato, spesso della remota infanzia. In tal modo potevano riaffiorare tendenze istintive che una volta erano state rimosse, respinte, scacciate, in quanto incompatibile con la morale, ma che tuttavia avevano continuato fino ad allora ad agire nella profondità, nell’inconscio. Alla base dell’isteria deve quindi esserci n conflitto intrapsichico, un conflitto tra l’io (morale) e le rappresentazioni inconciliabili con questo io (desiderio, tendenza).

Secondo Freud il processo della rimozione consiste nel fatto l’evento penoso venga staccato dalla carica affettiva che gli appartiene, in modo che ne resta solo una pallida traccia di ricordo, evidentemente priva di significato, mentre la carica affettiva distaccata viene diretta ad altri impieghi: nelle isterie essa viene trasformata in fenomeni somatici (conversione). Le rappresentazioni e le tendenze incompatibili, che Freud osservò con tale procedimento, erano prevalentemente di contenuto sessuale e potevano venire seguite a ritroso fino alla prima infanzia. Il conflitto attuale apparve a lui, fin dai primi tempi, come espressione di una condotta sbagliata acquistata già dall’infanzia: il superamento della situazione attuale non avviene a causa delle fissazioni infantili; l’insuccesso porta per conseguenza ad una regressione, cioè un rivolgersi indietro, verso condotte infantili. Con ciò Freud riuscì a dimostrare che i sintomi nevrotici possono essere “un surrogato razionale di altri atti psichici che restano al di sotto”, ovvero un sostituto cosciente di altri atti psichici che restano al disotto della coscienza. La dottrina della rimozione e della resistenza segna la vera data di nascita della psicoanalisi.

5  I sogni

Una nuova via di accesso ai contenuti repressi nell’inconscio (avvenimenti vissuti, rappresentazioni, desideri) si aprì a Freud con l’osservazione dei sogni. Egli ritrattò lo stesso modo con cui prima aveva trattato i sintomi e sottomise i pazienti alla regola fondamentale psicoanalitica in modo che essi riferissero tutto ciò che veniva loro in mente sui singoli elementi onirici.

Il sogno è sempre espressione di un desiderio, di un bisogno, di qualcosa di inappagato che emerge dall’inconscio e che ha connessioni con le esperienze infantili.; il sogno si mostra a noi con un “contenuto manifesto” e nasconde il “contenuto latente”, quindi ciò che in realtà è motivo del sogno stesso. Il mascheramento del contenuto latente è opera dell'io inconscio, che, attraverso l'azione della censura, non permette al rimosso di tornare alla coscienza, se non in modo camuffato, così da apparire insignificante e, di fatto, innocuo.



Freud ha scoperto anche alcuni meccanismi che caratterizzano l’attività onirica. Anzitutto la condensazione, che provoca il fatto che nel contenuto manifesto le immagini siano meno numerose che nel contenuto latente: si pensi, come esempio, all’immagine onirica di un paesaggio, in cui i vari elementi che lo compongono sono prese da realtà più disparate, che il soggetto che sogna ha vissuto, magari in momenti diversi della sua vita.

C’è poi la drammatizzazione, secondo la quale tutto ciò che appare nel sogno viene evidenziato in base ad una modalità “teatrale”: se il bisogno, ad esempio, è di tipo aggressivo, si sogna di colpire qualcuno o di distruggere qualcosa.

Altro meccanismo ancora è lo spostamento d’accento, che consente, almeno in parte, di superare l’azione della censura; in base ad esso il soggetto si sofferma su contenuti marginali, che di fatto mascherano quelli più importanti.

Infine c’è l’elaborazione secondaria, attraverso la quale si tende inconsciamente a dare ordine, una volta risvegliati, a quanto di è sognato. Si tratta di una vera e propria azione di razionalizzazione, operata dall’io in conformità alle sue esigenze logiche.

Il lavoro di interpretazione dell’analista consiste nel rielaborare il lavoro onirico e nel ricavare i pensieri latenti del sogno, nascosti dietro il sogno manifesto; ciò presuppone da parte del paziente il superamento della resistenza. Freud designa il sogno come una “via regia” per arrivare all’inconscio.

Un’ulteriore conferma per quanto riguarda la ricomparsa del materiale rimosso fu trovata da Freud nell’analisi delle azioni mancate (dimenticanze, lapsus nel parlare, nel leggere o nello scrivere, smarrimento e spostamento di oggetti, ecc.) e nelle azioni casuali. All’indagine psicoanalitica tali azioni mancate e casuali si rivelano come azioni sintomatiche motivate da tendenze rimosse.

Queste ricerche si dimostrano particolarmente importanti, poiché, per la prima volta con esse fu dimostrata la possibilità di applicare la psicoanalisi anche alla psicologia del soggetto sano.

6  La sessualità

Nelle sue analisi psichiche Freud venne ad imbattersi in misura sempre maggiore in conflitti endopsichici di natura sessuale; e quando egli si pose alla ricerca delle situazioni patogene nelle quali si erano appunto verificate le rimozioni della sessualità si accorse di essere ricondotto regolarmente, mediante le spontanee associazioni dei pazienti, ai primi anni dell’infanzia. Ne risultò quindi che le impressioni della primissima infanzia esercitavano un’influenza veramente decisiva sullo sviluppo del carattere e sulla formazione della nevrosi. Freud allora si mise a scavare, a ricercare quasi esclusivamente avvenimenti vissuti dell’infanzia, che riguardavano eccitamenti sessuali e reazioni a questi. Ciò lo condusse ad ammettere una sessualità infantile. Freud era partito dai risultati dell’analisi di soggetti perversi ed omosessuali. Egli sottolineò, anzitutto, la distinzione tra l’oggetto sessuale (la persona desiderata) e lo scopo sessuale (azione verso la quale spinge l’impulso istintivo). Si potevano quindi verificare deviazioni riguardo l’oggetto sessuale (omosessualità, pedofilia) e riguardo allo scopo sessuale (perversioni in senso stretto). In queste ultime furono stabilite trasgressioni anatomiche (per esempio il cunnilinguo) o un persistere di tendenze impulsive parziali (piacere di vedere, piacere di essere guardato, piacere di tormentare, piacere di essere tormentato), i quali si manifestano nella prima infanzia normalmente ed isolatamente (il bambino venne designato da Freud come “perverso polimorfo”) e solo alla pubertà gli istinti parziali si manifestano isolatamente, allora insorgono le perversioni corrispondenti (voyeurismo, esibizionismo, sadismo, masochismo), in cui le due coppie di contrari sono della stessa categoria e si manifestano nel medesimo individuo. Deviazioni più lievi dello scopo sessuale negli adulti sono generali (in nessuna persona normale potrebbe mancare una qualsiasi perversione oltre allo scopo sessuale normale); il limite tra fenomeni normali e patologici è sfumato. Una deviazione dello scopo sessuale può essere considerata patologica solo se, per suo tramite, il normale scopo sessuale viene non preparato ma rimosso (esclusività e fissazione della perversione). Nello stesso modo le trasgressioni anatomiche possono venire ricondotte ad una fissazione della sessualità infantile: propriamente, le estrinsecazioni della sessualità infantile sono legate a determinate zone erogene. Nella prima fase dell’infanzia zona erogena è rappresentata dalla bocca (fase orale). Il bambino si procura autoeroticamente il piacere che ha provato succhiando il petto materno. L’autorotismo è un segno particolarmente importante della sessualità infantile. Successivamente il bambino prova sensazioni di piacere anche nella defecazione e nello svuotamento della vescica, ciò che conduce a conflitti quando viene il tempo di educarlo alla pulizia, poiché allora per la prima volta si esige una subordinazione del principio del piacere al principio della realtà (esigenze dell’ambiente). Freud chiama questa fase sadico-anale: la zona erogena è rappresentata dalla regione anale (per esempio il piacere nel trattenere le feci). Segue quindi la fase del primato fallico. A 5-6 anni il bambino entra nella fase di latenza: le tendenze sessuali dei livelli pregenitali di organizzazione vanno incontro a una rimozione, mentre cominciano a strutturarsi le limitazioni etiche come «formazioni di protezione». Se la via dello sviluppo non viene percorsa normalmente (ad esempio, per il prevalere di singoli istinti parziali o per precoci esperienze di soddisfazione), si giunge allora alle cosiddette fissazioni, che più tardi (nella pubertà o dopo) agiscono patogeneticamente quando si verifica una regressione.

Freud osservò che già nel bambino ha luogo una scelta dell’oggetto: già nei primi anni di vita (all’incirca tra i due ed i cinque anni), e propriamente nella fase del primato fallico (o genitale), si giunge ad una prima ricapitolazione delle tendenze sessuali il cui oggetto, per il bambino, è la propria madre. Il padre viene odiato come nemico-rivale. A questo complesso di Edipo Freud attribuisce un significato preminente per la dottrina delle nevrosi. Se nell’infanzia il complesso di Edipo non viene dominato e risolto, esso si ripete nella pubertà e pota alle diverse complicazioni. Poiché il complesso di Edipo urta contro la barriera dell’incesto, essa si presenta a Freud come la sorgente più importante del senso di colpa. Freud presume quindi che l’umanità abbia acquistato religione e morale dalla fonte di quel senso di colpa che è appunto legato al complesso di Edipo. Negli individui di sesso femminile i rapporti sono alquanto più complicati, poiché la bambina è in un primo momento legata alla madre proprio come il bambino (legame materno pre-edipico) e solo secondariamente si sviluppano l’amore per il padre e l’odio per la madre (chiamato in questo caso complesso di Elettra). Veramente Freud usa l’espressione complesso edipico anche per la femmina.




Secondo la concezione di Freud, al 6° anno di vita circa, la fase del complesso di Edipo termina a causa del complesso di castrazione. Nella fase del primato fallico, secondo Freud, non vi è alcuna differenza tra maschile e femminile, ma solo tra possessore di un pene e castrato. Il fanciullo si accorge che alla bambina manca il fallo (pene) e può quindi arrivare alla conclusione, effettivamente ricca di significato, che il fallo forse ci doveva essere stato in precedenza, ma che poi era stato portato via. La mancanza nel pene nella bambina viene considerato dal bambino come la conseguenza di una punizione per azioni sessuali o desideri incestuosi e si stabilisce allora il timore per la doppia castrazione. Se, sulla base del complesso di Edipo, la soddisfazione sessuale viene minacciata mediante la perdita del pene, ne risulta allora, per l’esperienza subbiettiva del bambino, la necessità di allontanarsi dal complesso di Edipo. Nelle bambine piccole le cose vanno diversamente; esse, confrontandosi coi bambini, provano un’invidia per il pene, il sentimento di un danno, di un’inferiorità. Anche qui però sussiste la possibilità che si sviluppi un complesso di castrazione.

7  Il transfert

Durante i trattamenti analitici effettuati da Freud si rivelò la grande importanza dell’impostazione affettiva del paziente verso il terapista e si dimostrò che i sentimenti (di amore e di odio) non sono diretti originariamente alla persona del terapista, né sono determinati da essa. Piuttosto, nella situazione analitica si ripete una precedente precoce impostazione affettiva riguardo determinate persone (coazione alla ripetizione o regressione). Ovvero, il terapista assume il ruolo della madre, del padre, del fratello, etc., e il paziente rivive in lui le situazioni problematiche e le fissazioni insolute.

3.8  La libido

Freud ha teorizzato la presenza di due grandi tipi di istinti: l’istinto di vita, e l’istinto di morte (o pulsione di vita e pulsione di morte). La pulsione è caratterizzata da uno scopo e da un oggetto. Il primo è dato dall’azione di scarica specifica della pulsione stessa, che risolve lo stato di eccitazione e provoca quindi la soddisfazione del bisogno; il secondo è lo strumento attraverso il quale la pulsione può raggiungere il suo scopo. Ad esempio il bambino che tanto desiderava l’automobile con il motore elettrico (oggetto), adesso, che l’ha ottenuta, può finalmente dar sfogo al desiderio di mostrare ai genitori e agli amici quanto sia bravo come pilota (scopo).

La pulsione di vita, denominata da Freud libido, esprime i bisogni affettivi e sessuali. Il termine “libido” viene di solito usato, oggi, unicamente per indicare il desiderio sessuale, mentre Freud intendeva dargli un valore molto più ampio di quello strettamente genitale.

Esiste anche, secondo la dottrina psicanalitica, una forza che opera in senso opposto a quello dell’impulso di vita, ed è l’impulso di morte. La pulsione di morte tende alla riduzione completa delle tensioni e può essere rivolta o verso l’interno di noi stessi, con la conseguenza dell’autodistruzione (masochismo), o verso l’esterno, ed allora prende la forma di odio, dell’aggressione, della distruttività in genere.

9  Le istanze

Dopo aver elaborato la teoria della libido, Freud prese in considerazione la dottrina delle istanze. Ciò si dimostrò necessario in base alla seguente considerazione: il concetto di inconscio, Freud lo aveva acquisito dalla teoria della rimozione; il materiale rimosso era inconscio e, senz’altro, incapace di giungere alla coscienza.

D’altro canto esistono anche contenuti latenti che sono capaci di giungere alla coscienza e Freud descrisse quindi, accanto al conscio ed all’inconscio, anche un’istanza intermedia, il preconscio. A un’esatta osservazione si mostrò che il materiale represso non era identico, né era esattamente sovrapponibile a quello inconscio, ma ne rappresentava soltanto una parte; inoltre si venne anche a dimostrare che l’io, da cui procedono le rimozioni e da cui dipende la coscienza, non è identico con questa, ma si estende anche nel campo dell’inconscio e del preconscio (la rimozione avviene in parte inconsciamente!). Quindi la nevrosi non poteva più intendersi come un conflitto tra l’io e l’inconscio (e rimosso). Freud chiamò d’allora in poi Es la parte dell’inconscio che è estranea all’io; termine in cui appunto voleva esprimere il carattere fondamentale di questa istanza psichica, ossia la sua estraneità all’io. L’Es esprime quindi la parte oscura della personalità, il lato difficilmente accessibile, quello delle passioni selvagge, che può venir descritto come solo come il contrario dell’io. L’es non conosce valori, non conosce né il bene né il male, non conosce morale; non possiede nessuna organizzazione, e per esso non sono valide le leggi logiche del pensiero, soprattutto non è valido il principio di contraddizione. Nell’Es spinte impulsive opposte esistono l’una accanto all’altra. Di contro all’Es c’è ancora un’altra istanza, chiamata da Freud, il super-io. Il super-io è un organo di controllo, possiede la funzione della coscienza morale e nello steso tempo è portatore di tutte le immagini ideali. Il super-io è la “difesa di tutte le limitazioni morali, l’avvocato difensore di tutto ciò che tende verso la completezza”. Esso, secondo Freud, viene a costituirsi mediante l’educazione o mediante l’identificazione con i genitori, mediante l’introiezione dell’immagine dei genitori (ossia del super-io dei genitori). Nelle psicosi schizofreniche il super-io viene vissuto anche come totalmente scisso e staccato dall’io (udire le voci che commentano le proprie azioni o che impartiscono ordini). Il super-io, come l’io, appartiene al piano preconscio, in parte a quello inconscio. Così considerato l’io si trova in una situazione difficile: deve servire a tre padroni obbligati, al mondo esterno con le sue esigenze, al super-io, e all’Es. quando l’io viene a scorgere la sua insufficienza cade nell’ansia, nell’angoscia reale di fronte al mondo esterno, nell’angoscia della coscienza davanti al super io, nell’angoscia nevrotica davanti alla forza delle passioni dell’Es.



10  Il lavoro psicoterapico

Il lavoro psicoterapico, secondo il modello freudiano, ha inizio con i colloqui preliminari, durante i quali lo psicanalista ha modo di verificare il funzionamento dell’io del paziente e la sua capacità di accettare e di vivere con giusta motivazione il rapporto con l’analista.

Si procede, quindi, con il lavoro analitico vero e proprio, mediante le sedute che, secondo la psicoanalisi classica, non dovrebbero essere meno di tre alla settimana. (Molti psicoanalisti, che pure adottano l’analisi classica freudiana, vedono il paziente due volte alla settimana se non addirittura una sola volta. Nella scelta del numero delle sedute influiscono molti fattori, non ultimo quello del costo della seduta stessa, spesso abbastanza alto, e perciò soltanto le persone con una certa capacità economica possono permetterselo. C’è da dire anche che le strutture pubbliche non sono un grado di fornire un servizio di questo tipo e che chi intende, quindi, entrare in analisi, deve farlo necessariamente nel privato.).

Esistono alcune regole che danno struttura alla situazione analitica. La prima è detta dallo stesso Freud fondamentale. Mediante essa l’analizzato è invitato a dire tutto ciò che pensa, che prova, che avverte, senza scegliere quanto gli sembra più giusto dire, senza omettere niente, anche se ciò che gli viene in mente può essere sgradevole da comunicare, o apparentemente privo di interesse o fuori proposito.

La regola fondamentale ha lo scopo di rendere più accessibile il determinismo inconscio, che, a livello cosciente, può manifestarsi proprio attraverso idee improvvise, disorganizzate e casuali.

Essa pone quindi alla base del trattamento psicoanalitico il metodi della libera associazione, mediante la quale Freud pensava di aver definitivamente superato le metodologie ipnotiche che venivano praticate prima della psicoanalisi, che non consentivano al paziente di prendere coscienza dei contenuti inconsci che via via emergono nel coro del lavoro psicoterapico.

Un’altra regola è detta dello specchio. È fondamentale che il paziente venga messo nella condizione di poter proiettare e trasferire sull’analista il proprio mondo, la propria realtà, i propri vissuti, vivendo l’analista stesso, appunto, come uno specchio, in cui non appaiono altre cose se non le proprie. È necessario soprattutto che il paziente non venga a conoscenza di particolari della vita dell’analista, che potrebbero disturbare questa operazione di trasferimento, il cosiddetto, appunto, transfert.

Il lavoro analitico, sempre secondo la psicanalisi classica, si sviluppa attraverso la libera associazione e attraverso l’analisi delle resistenze, dei sogni e del transfert. Con il termine resistenza si indica l’operazione mediante la quale l’analizzato, attraverso atti o parole, crea opposizione all’accesso al proprio mondo inconscio.

Succede normalmente che le resistenze si mostrino via via più forti con il procedere del lavoro analitico, per cui diventa indispensabile che l’analista le sappia smascherare in modo sempre più chiaro, consentendo così al paziente di riconoscerle e di superarle.

Anche i sogni costituiscono, nel lavoro analitico, un materiale prezioso per entrare nella sfera inconscia più profonda del paziente.

Essi presentano un secondo contenuto manifesto che nasconde sempre un contenuto latente, che il lavoro analitico deve saper scoprire, per mettere in evidenza il desiderio represso o rimosso che è presente nel contenuto latente.

Ciò che il paziente ha vissuto nel corso della sua infanzia, nel rapporto con le persone per lui più significative in quel periodo della vita, di solito i genitori, ciò che fa parte della sua realtà psichica più profonda, viene trasferito nell’analista.

Questa operazione può avere quindi caratteristiche positive o negative, di grande effetto nei confronti dell’analista o di aperta ostilità.

L’analisi del transfert del paziente dipende molto dal controtrasfert dell’analista, che implica il vissuto, questa volta  dell’analista stesso, delle caratteristiche del quale egli deve assolutamente essere cosciente, per poter comprendere a fondo, e quindi tarare convenientemente, il tipo di reazione e di comunicazione che egli attiva nei confronti di chi sta analizzando.

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