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Incontro tra moda italiana e cinema. le sorelle fontana




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INCONTRO  TRA  MODA  ITALIANA  E  CINEMA. LE  SORELLE  FONTANA



 1    Storia  della  Moda  Italiana

            Il Novecento nel suo secondo decennio è stato attraversato da una serie di tensioni tra alcune potenze europee che in poco tempo si sono tradotte nello scoppio della prima guerra mondiale. Guerra che, una volta conclusasi, ha dato luogo alla nascita ed al successivo rafforzamento del fascismo e del nazismo. In questo clima burrascoso dobbiamo fissare la data di nascita dell’Alta Moda Italiana1.

            Siamo negli anni Trenta e il discorso sulla moda in Italia si fa prettamente politico ed economico proprio a causa del fascismo, che ne chiude le frontiere tanto con la Francia - per la moda femminile - quanto con l’Inghilterra - per la moda maschile. La stampa fascista riteneva essenziale dare risalto ad una silhouette femminile più morbida e meno mascolina rispetto a quella tipica della donna italiana, perché quest’ultima doveva diventare il simbolo della donna anticrisi e doveva avere l’attitudine alla procreazione di una prole sana per la patria.

            Da un punto di vista stilistico il mondo femminile, quello romano soprattutto, dovette affrontare direttamente il problema della chiusura con l’estero. Mentre la borghesia rimase tranquillamente legata al mondo dell’Ottocento e alla cultura rinascimentale, l’aristocrazia invece, abituata a servirsi a Parigi, si vide costretta a rivolgersi alle sartorie del paese, chiedendo loro la copiatura dei modelli d’oltralpe. Ma le stoffe e i materiali, salvo che per pochi privilegiati, erano molto difficili da trovare e costrinsero spesso i sarti italiani a ricorrere allo scambio, al baratto di beni alimentari di prima necessità in cambio di un pezzo di stoffa2.

            Ben presto, così, nell’ambiente italiano e in quello romano soprattutto, vengono a contrapporsi due tendenze: quella della ripresa della moda e dei modelli francesi da un lato; dall’altro quella di una differente cultura, quella nascente italiana, nella quale si inserisce come protagonista la griffe “Sorelle Fontana”. Ecco perché ripercorrere la storia di quell’Atelier significa scorrere la storia dell’Alta Moda a Roma, proprio a partire dagli anni Trenta.

            Nel 1932 i sentimenti nazionalistici portati dalla dittatura danno origine all’Ente Nazionale della Moda con sede a Torino, che pochi anni dopo si sposterà a Milano3.

            Da questo momento in poi le case di moda sono obbligate ad inserire sugli abiti delle loro collezioni il marchio di Creazione e Produzione Italiana rilasciato proprio dall’Ente Nazionale della Moda. Non è altro che il tentativo di Mussolini di allontanare il più possibile la donna italiana dalla dipendenza psicologica di Parigi e di incrementare la produzione tessile e sartoriale italiana.

            Nel 1935 l’Italia risponde alle costrizioni del fascismo con l’autarchia. Ecco allora riemergere il cinema ed ecco sorgere a Roma, nel 1937, Cinecittà, che diviene la meta e la palestra di tanti attori,  attrici e registi, italiani e non… Tra i primi abbiamo Alida Valli, Clara Calamai, Isa Miranda e Valentina Cortese; oppure Blasetti e Camerini; o ancora Amedeo Nazzari, Fosco Giachetti, Rossano Brazzi e l’indimenticabile Vittorio De Sica. A Venezia si istituzionalizza anche il Festival del Cinema4.

            Arriviamo così agli anni Quaranta. Le sorti dell’Europa e quindi anche dell’Italia sembravano essersi risollevate, ma dal 1936, invece, dopo l’alleanza tra Hitler e Mussolini, le cose erano peggiorate a tal punto che, solo dopo pochi anni di distanza dalla prima guerra mondiale, se ne verificò un’altra, molto più gravosa, nel 1939, a seguito della quale poi, si cercò di esasperare il lato “razionale” o “realista”  di ogni settore della vita. Moda compresa.       È il 1945 e la Grande Guerra è finita. L’Europa subisce gravissimi danni e l’Italia, in particolare, cade in ginocchio. E il desiderio di recuperare i valori della vita perduti con la guerra trova tutti uniti nello slancio della ricostruzione. Di qui un dopoguerra, il secondo, che affronta un periodo di grande fermento e vitalità. Le arti, liberate dall’oppressione fascista, cercano in ogni modo di incidere nel reale per denunciare e testimoniare alle generazioni future ciò che era veramente accaduto. E tra tutte le arti è il cinema quello che in questo senso si fa portavoce, con la corrente realista, anzi, dovremmo dire neo-realista, della volontà di rivincita e progresso. E non solo. Il cinema comincia ad influenzare anche la moda, la quale si pone come momento di affermazione del lusso e della bellezza, in alternativa alla miseria e alle brutture della guerra. Giovani nobil-donne infatti, scampate al massacro e desiderose di dare una mano ad un’Italia Repubblicana tutta da ricostruire, divengono le indossatrici della nuova moda nascente.

In proposito la giornalista Irene Brin, ricordando quei tempi, scrive:

“…l’altra moda nasce povera, ma nasce bene, sono particolari segni della fortuna. Subito dopo l’armistizio un gruppo di giovani donne coraggiose utilizzò lo straccio e la sabbia, il rigatino e il ricamo, l’ingegno e l’ingegnosità per trarre fuori dalle rovine d’Italia l’eleganza italiana… Alcune cominciarono con due stanze in subaffitto a Via Veneto, altre in un mezzanino a Via Sistina, in un magazzino in Via Gregoriana. Salutiamo subito Donna Aurora dei Principi Giovannelli e Donna Simonetta Colonna dei Duchi di Cesarò, Donna Giovanna dei Principi Caracciolo-Ginetti, la Contessa Desalles e la Baronessa De Reutera. Si poteva con rigore considerarle dilettanti, esperte solo nel loro guardaroba personale. Accanto a loro eccellenti professionisti stavano staccandosi da Parigi, non dimentichiamo che a Milano Germana Mauricelli parte, lancia in resta, per questa crociata di italianità e la sostiene con ammirevole stile; a Roma le Sorelle Fontana ed Emilio Federico Schubert, Maria Antonelli e Mingolini Gugenheim, ne seguono l’esempio!”5.

            La riorganizzazione del campo industriale e i liberi scambi commerciali, soprattutto con l’America, portano ad un sempre crescente benessere economico. L’America vincitrice esporta i suoi ideali di celluloide e nasce la pin-up: una donna - la più celebre fu Betty Grable - vestita con golfini attillatissimi che mettono in risalto il busto, esasperato da una sapiente corsetteria. Il seno diviene l’elemento catalizzatore dell’aspetto femminile.

            Intanto a Parigi - è il 1947 - Christian Dior, con la sua linea new look, propone una nuova donna: spalle piene, busto attillato, vita sottilissima, gonne a ruota diciotto centimetri da terra su scarpe con tacco da dodici centimetri…6

            Con la fine della guerra si riaprono le frontiere e i nostri creatori di stile possono ritornare a Parigi ad acquistare i modelli dei grandi stilisti  francesi.  Molti  aderiscono  all’invito,  ma  alcuni

solo per poco, perché preferiscono creare una moda tutta italiana. Ed è ciò che fanno le Sorelle Fontana, intuendo una grande possibilità: usare le dive del momento - non solo quelle connazionali, ma soprattutto quelle statunitensi - quali mandatarie della moda. Di qui il matrimonio del secolo…

            È il 1949 e le Sorelle Fontana confezionano l’abito da sposa per le  nozze dell’ambiziosa attricetta Linda Christian con Tyron Power, uno tra gli attori più belli del momento e della storia del cinema americano. E con quell’abito la moda italiana riceve il suo battesimo in una delle più belle chiese di Roma, la basilica di Santa Francesca Romana.

            Sono gli anni Cinquanta e la moda non è più solo un fatto puramente creativo e legato ad una piccola élite, ma diventa un vero e proprio business, uno scambio di merci che si inserisce nell’economia del Paese. Ed in questa ripresa l’America scopre l’Italia e «Hollywood si bagna sul Tevere». Cinque bellissime dive maggiorate sbarcano a Roma da Hollywood e restano impigliate nel fascino della città e nel fasto della sua alta moda: Lana Turner perde la testa per gli abiti di Gattinoni, Barbara Stanwich e Debora Kerr proprio per le Fontana, Gina Lollobrigida e Sofia Loren per Schubert. Intanto Roma fa sfilare in passerella le più belle ragazze della sua aristocrazia, da Marella Caracciolo a Mimosa Pignatori a Viviana Montezemolo7.

            Tra l’Italia e gli Stati Uniti c’è «l’importazione esportazione del sogno»: da una parte importiamo il sogno di un’America intesa come modello di vita, e quindi come ideologia, dall’altra, sottobanco, esportiamo manodopera  e un’immagine dell’Italia intesa come paesaggio, come meta per un turismo elitario e, a livello “alto”, esportiamo moda. Infatti l’abito è l’unico prodotto in grado di varcare i confini, sia per il fatto che le industrie tessili sono le sole ad essere state risparmiate dalla guerra e ad avere i magazzini pieni di merce, sia perché l’abito è tra le poche cose esportabili a livello d’immagine8.

 1. 1   1951:   il  Marchese  Giovan   Battista  Giorgini

            Il vero momento magico per la moda italiana arriva nel 1951. Grazie all’idea del Marchese Giovan Battista Giorgini, di organizzare, anticipando le sfilate parigine, una collettiva di Alta Moda, la moda italiana conquista un carattere internazionale che le permette definitivamente di competere con la grande tradizione francese ed inglese.

            È il 12 febbraio 1951 quando il Marchese Giorgini fa sfilare in casa sua, a Villa Torrigiani a Firenze, centosessanta modelli prodotti da sei boutique e dieci sartorie d’Alta Moda, tra cui Carosa, Fontana, Fabiani, Schubert, Simonetta9.

            Giorgini non era un mecenate, ma un buyer; sin dal 1923 era entrato in contatto con il mondo nordamericano ed era stato rappresentante in Italia di molte case che importavano nostri prodotti d’arte e d’artigianato, in particolare accessori di moda come borse, guanti, sciarpe, gioielli. Egli aveva intuito che l’America sarebbe stata il grande mercato del futuro e, consapevole

delle grandi potenzialità del manufatto nazionale, aveva capito che era indispensabile sviluppare e consolidare quel rapporto. L’America, però, nel 1950 gli rifiutò l’organizzazione di una sfilata italiana a New York. La sua contromossa fu di annunciare che quella stessa sfilata si sarebbe tenuta a casa sua a Firenze, nei giorni precedenti i defilé parigini. Ed invitò i maggiori buyer americani: Bergdorf, Goodman, Magnin di San Francisco, Henry Morgan di Montreal. Ma Giorgini giocò un bluff. Quando, infatti, rivolse l’invito al pubblico americano, egli non aveva ancora ricevuto l’adesione delle sartorie italiane10. Il primo consenso fu quello di Simonetta. Poi anche Micol, Zoe e Giovanna Fontana gli sembrarono ben disposte. Micol Fontana ricorda così l’incontro con Giorgini:

“Era venuto a trovarci. Ci aveva detto: «Voi lavorate bene,  molto  bene.   Lo    testimonia    l’interesse    che

suscitate.    Io   invito   a   mie   spese   gli   acquirenti

americani dei department store. Voi presenterete la collezione, impegnandovi a non seguire i modelli francesi:

Vediamo che succede».      Noi un po’ di moda italiana la facevamo già. Solo un po’ perché era d’obbligo che, nelle collezioni, il grosso fosse francese o ispirato ai grandi di Parigi. Ma cominciammo ad accorgerci che quei pochi abiti totalmente nostri andavano, piacevano. Le attrici, che erano il patrimonio di Casa Fontana, sceglievano i nostri modelli. Dunque eravamo vaccinate contro la paura dell’autonomia da Parigi. Eppure, non fu facile decidere. Voltare le spalle a Parigi significava rinunciare a un ingranaggio che funzionava. Di certo, sull’onda del clamore suscitato dal vestito nuziale per Linda Christian, eravamo sbarcate a Hollywood.

Sulla passerella del Beverly Hills Hotel e davanti a una platea da leggenda del cinema con Frank Sinatra, Rita Hayworth, Katherine Hepburn, Spencer Tracy, Clark Gable, i nostri abiti erano stati subissati di applausi e di ordinazioni. Avevamo anche quel successo a darci coraggio. Eppure, ce n’è voluto di coraggio per dare retta a Giorgini. Voleva dire non poter più tenere il piede in due scarpe: la scarpa francese e quella di qualche proposta italiana. Ricordo grosse discussioni in famiglia.  «State bene così. Cosa andate a cercare?», dicevano i parenti.

Alla fine, Zoe ed io, le più grandi, abbiamo vinto. Nella vita non si può restare fermi. Occorre buttarsi avanti.11

            Fu in quella data, in quell’occasione e in quel luogo che fu consacrata l’Alta Moda Italiana, poiché si tenne la prima sfilata ufficiale che si propose in grande stile al mondo internazionale della critica e degli acquirenti. Essa fu realizzata in modo semplice dal punto di vista spettacolare. Tutte le case di moda, sfilando l’una dopo l’altra, presentarono i loro modelli su indossatrici di calibro internazionale,   cosa   fino   ad   allora  accaduta  molto  raramente,

perché solitamente le mannequins erano ragazze non professioniste.

Esse sfilarono su una lunga passerella rialzata e piuttosto larga sulla quale potevano fermarsi, voltarsi, mettere in scena dei piccoli quadri con pose studiate per l’occasione per cercare di coinvolgere il pubblico dei compratori, i quali rimasero affascinati da un così grande numero di abiti e di donne.

            Lo spettacolo fu creato soprattutto dai febbrili preparativi che ebbero luogo dietro “le quinte” della sala, che interessarono la stampa, incredula di avere davanti tante case di moda che comunque volevano primeggiare l’una sull’altra. Centinaia di  abiti, di addetti al trucco, ai capelli, estrosi creatori tra cui spiccava Emilio Federico Schubert con le sue stravaganze, crearono le aspettative, le attese per un grande spettacolo di moda, che fu presto paragonato ad un grande spettacolo teatrale. Quella sfilata di moda riuscì magnificamente12.

            L’intuizione di Giorgini non fu solo quella di organizzare la sfilata. Appena due giorni dopo pensò di invitare donne aristocratiche, pittori, scrittori e stranieri d’élite, ad una festa nella sua villa.  E sul biglietto fece scrivere:

Lo scopo della sfilata è di valorizzare la nostra Moda. Le Signore sono perciò vivamente pregate di indossare abiti di pura ispirazione italiana”13.

“[…] per una settimana, Firenze non ha parlato che del ballo da Giorgini e dei sensazionali abiti, che un gruppo di case italiane d’alta moda presentavano agli industriali americani.

Aria di mistero, ma c’era di che parlare, un’iniziativa privata era riuscita a riunire sartorie di Roma e Milano ai più famosi nomi dell’industria americana; e poi giornalisti e corrispondenti radio. Negli eleganti camerini di tela color cenere le più belle indossatrici italiane e americane infilarono e sfilarono un centinaio di modelli. Il pubblico intanto faceva un defilè per conto suo, applausi crepitavano da una sala all’altra…Ma quale fu l’esito della manifestazione in sé?

Voleva far conoscere invece si è anche venduto…14

 1. 2    1952:  La  Sala Bianca.  Nascita  ufficiale 

                della  moda  italiana

            Solo cinque mesi dopo Giorgini ripeté l’esperimento, ma questa volta, dato il numero dei modelli da presentare, quattrocento, sceglie il Grand Hotel di Firenze. L’avvenimento sigla l’inaugurazione delle sfilate collettive italiane che daranno,  solo un anno dopo, luogo al cosiddetto “italian look”.

            È il 22 luglio 1952 e Giorgini questa volta ha ottenuto il permesso di allestire la passerella nella Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze15!

            L’occasione cambia il modo di pensare la sfilata. Gli ateliers non sono più capaci di contenere un pubblico ormai così numeroso. Dunque si ricorre a spazi più grandi nei quali si allestisce una lunga passerella a “T” di quasi trenta metri su cui far sfilare i modelli. Sembra un vero e proprio palcoscenico, ai cui piedi sono fissate delle poltroncine di tela e ferro in cui possono  comodamente

sedere gli invitati per  assistere  allo  spettacolo.  Così come a teatro

inoltre, i posti vennero orchestrati  secondo  una  precisa  gerarchia,

per cui vicino alla pedana sedevano i fashion  editors di tutto il mondo, a seguire i nomi più prestigiosi dell’Alta Moda e dietro tutti gli altri. Dai soffitti di Palazzo Pitti pendevano lampadari scintillanti e una serie di faretti puntati direttamente sulla passerella davano risalto ai tessuti degli abiti e illuminavano il vasto pubblico16.

            Di quell’evento un inviato del Corriere della Sera, Raffaele Calzini, così scrisse: “Stavano i compratori americani, i rappresentanti della stampa internazionale, i sarti, le sarte, gli invitati come la signora Churchill, tutto un curioso mondo elegante e competente, critico e raffinato, bottegaio e aristocratico, disposti su tre file per i quattro lati della stupenda sala rettangolare, tutta cincischiata di stucchi come una bomboniera di bisquit, illuminata da undici lampadari di cristallo di rocca tra i  più  belli  del  mondo,

raddoppiata   nelle   sue   dimensioni   dalla  prospettiva  dei  grandi specchi alle pareti laterali e a quella di fondo. Da due piccole porte, come in un teatro di salotto, entravano con il loro passo svelto e guardingo una alla volta le indossatrici”17.

            Quella sfilata fu una risposta all’atelier parigino: fu la ricerca di   uno   spazio   quale   luogo   simbolo   di   cortesia,   eleganza   e familiarità. Fuori dalla Sala Bianca, nella Galleria delle Statue, furono allineati i box con specchi, bauli, ferri da stiro, dai quali uscivano, vestite e truccate, le indossatrici con circa settanta modelli per ogni casa di moda. Finita la sfilata, i sarti italiani ricevettero i compratori a Palazzo Strozzi in appartamenti principeschi per dare un tono importante alla manifestazione18.

            La cornice della meravigliosa reggia di Palazzo Pitti, con il suo fasto e la sua grandiosità millenaria, l’incanto dei giardini di Boboli e la maestosità di Palazzo Strozzi riflessero e moltiplicarono le immagini delle nuove donne e della nuova moda italiana che ebbe come sua culla Firenze.

            A seguito delle grandi  stagioni della moda a Firenze ad opera del Marchese Giorgini, grandi tributi e innovazioni scossero la moda italiana che cominciò a ricevere approvazione e consensi anche all’estero. I sarti italiani furono molto richiesti in America e si misero a viaggiare per portare le loro collezioni al di fuori del territorio nazionale, dove il folto pubblico si raccoglieva attorno ad una bianca ed alta passerella a forma di “U”, decorata con vistose ghirlande di fiori.

            Basta pensare - ad esempio - che nel ’53 Soraya, imperatrice di Persia, commissiona a Emilio Schubert ben trenta vestiti per il proprio guardaroba e, verso la metà degli anni Cinquanta intere collezioni di Schubert, Carosa e Simonetta vengono comprate a scatola chiusa dagli americani19.

            O pensiamo alle Sorelle Fontana, le quali viaggiarono da un luogo all’altro degli USA, presentando i loro modelli ad un pubblico internazionale che ne decretò il grande successo, tanto da eleggerle a stiliste ufficiali delle grandi star del cinema internazionale. Esse, a seguito delle loro sfilate, furono celebrate per le loro eleganti creazioni dai fashion editors di tutti i giornali.

            Le sfilate di moda divennero in breve tempo, sempre più simbolo di spettacolo ed intrattenimento e furono introdotte in rassegne specifiche, come il Festival Cinematografico di Venezia, in cui riscossero una notevole attenzione, acquistando spazio vicino alle grandi star del cinema, del teatro e della musica. Le manifestazioni dedicate alla moda si svolgevano al Lido e a Palazzo  Grassi, entrambe organizzate dal Centro Italiano della moda.     

Solitamente i defilé seguivano un iter: un gala all’Excelsior, al Lido dalle 23.00 alle 24.00, un tè il giorno successivo alla sfilata, al fine di raccogliere opinioni e pareri sulle varie creazioni. I luoghi delle sfilate venivano scelti appositamente: la fastosità di quei palazzi, le vaste pareti bianche, i grandiosi archi delle sale erano elementi studiati per dare risalto agli abiti. Infatti i luoghi deputati allo svolgimento delle sfilate, negli anni 50, erano quasi sempre eleganti o storici, spazi simbolici che volevano principalmente colpire l’attenzione dei buyers o suscitare interesse nei confronti degli addetti ai lavori del settore20.

            In questo modo si confermarono il successo della moda italiana e la sua relativa affermazione anche all’estero. Soprattutto in America, la richiesta della nostra moda fu così elevata che, nel 1955, a seguito del successo delle sfilate tenute a Palazzo Pitti, la Broadcasting Corporation, invitò a New York il signor Giorgini con quattro indossatrici italiane per presentare alla TV americana alcuni modelli21.

            Sul finire degli anni Cinquanta comincia, piano piano, a delinearsi quella che poi diventerà la caratteristica principale, il segno distintivo della moda italiana: una specie di istintiva sintesi tra glamour e praticità, tra spettacolo e modernità che, in un continuo crescendo, differenzierà in maniera sempre più netta lo stile italiano da quello francese. Infatti, anche se la parte che più si vende  agli americani è sempre quella dedicata agli abiti da sera, si cominciano però anche ad esportare i prodotti di boutique, tra i quali spiccano i coloratissimi capi di Emilio Pucci22.

            Debutta in questi anni anche la pellicceria, espressione di un settore del nostro artigianato fino ad ora poco sviluppato.

            Contemporaneamente, a Milano, città ancora tutta raccolta attorno a modelli di ispirazione francese, nasce la Tv che diviene sia mezzo ispiratore sia cassa di risonanza  della moda. Nasce infatti la trasmissione «Vetrine», dedicata alla presentazione delle novità della moda23.

            Arrivano gli anni Sessanta e la storia della moda continua. A Parigi muore Christian Dior e subito nasce un nuovo grande creatore, forse ancora più temibile e straordinario, Ives Saint Laurent. Presto il prêt-à-porter si sostituisce all’haute couture, che lascia quindi il passo all’abito confezionato.

            Anche in Italia le grandi firme della moda sono in continua ascesa. Nascono nuove leve che  si  presentano  al  pubblico  e  alla

stampa attraverso le manifestazioni di Firenze, ufficializzando così la loro venuta nel mondo dell’alta moda. È allora la volta di Capucci e Pino Lancetti; Valentino che sfila per la prima volta nel 1959 nella Sala Bianca di Palazzo Pitti; Barocco o Mila Schön nel 196524.

            L’Alta Moda, dunque, si è ormai affermata, ma proprio per questo non può arrivare alla grande massa. Adesso non c’è più la donna aristocratica di un tempo, ma è proprio la massa il pubblico al quale va indirizzata la moda. Il consumismo ha insegnato a tutti che si può acquistare ed anche la moda si deve adeguare a questa nuova tipologia di cliente. Quest’ultimo, infatti, adesso vuole acquistare il «pronto» perché i nuovi ritmi di vita non permettono più di avere tanto tempo da dedicare alla propria bellezza. Ed ecco, così sorgere le boutiques anche in Italia (tra le quali anche quella delle Sorelle Fontana) i cui prodotti - dall’abito al foulard, dalle scarpe alla borsa - sono rivolti ad una donna veloce e non più ad una dama da gran gala.

            Il femminismo nascente ed i movimenti studenteschi ribaltano i valori tradizionali. Si fa sempre più forte il bisogno di essere a tutti i costi diversi e ciò fa sì che l’uomo imiti la donna nella scelta dei colori, nei materiali e nelle acconciature che divengono lunghe; a sua volta la donna imita l’uomo accorciandosi i capelli. Il modo di vestire simile per i due sessi induce molte case di moda a produrre indumenti unisex.

            Gli anni Sessanta presentano una donna nuova, una donna longilinea, sofisticata, con abiti di splendida fattura, di linea geometrica, di alta audacia sartoriale. La gonna si accorcia (fino a divenire minigonna), le spalle si rimpiccioliscono, il seno si schiaccia; la donna androgina si sostituisce alla florida e prosperosa degli anni Cinquanta. Adesso non è più il busto ad essere messo in risalto, ma le gambe. Nel 1965, infatti, arrivano i collants, con ricami, disegni, colori e spessori diversi. Nel campo della biancheria si aboliscono le sottovesti, le giarrettiere ed i reggiseni, è il momento del nude-look25.

            La moda continua e negli anni Settanta si “industrializza”. I mass-media poi, la portano in ogni casa, a scapito di un impoverimento dei materiali e della fattura che non può più essere pregiata, ma media. Piano piano l’Italia passa dal boom  economico ad una nuova crisi e ne viene ovviamente subito investito anche il settore della moda. Alcune fabbriche, fra cui quella delle Fontana, a Cecchina, si vedono costrette a chiudere; il settore tessile è in crisi e la distribuzione dei capi diventa molto difficile.



            Roma intanto è diventata una città di massa e la moda è ormai per tutti e di tutti; non a caso le sfilate dell’alta moda si concludono a Piazza di Spagna, sulla scalinata di Trinità dei Monti, tra luci e suoni, con un pubblico non più d’elite ma eterogeneo, compiaciuto di partecipare finalmente come spettatore a questi riti26.

            Il “Made in Italy”, l’Italian look, il successo della moda italiana nel mondo deve molto al lavoro di chi, come le Sorelle Fontana, ha saputo credere in una linea tutta italiana.

 2    Le  Sorelle  Fontana.   Storia  dell’Atelier

 2. 1    Dai  primi  del ‘900  agli  anni  ’30

Celate dietro la semplice griffe «Sorelle Fontana» vi sono una moltitudine di esperienze uniche e fantastiche realmente vissute in prima persona dalle sue tre fondatrici.

Zoe, Micol e Giovanna Fontana nascono a Traversetolo, un piccolo paese di sole 2000 anime in provincia di Parma, da mamma Amabile, sarta e papà Giovanni, piccolo imprenditore edile. Dopo

la quinta elementare ciascuna delle tre sorelle inizia ad apprendere l’arte del mestiere presso la sartoria materna: due sole ore di pausa per il pranzo, poi tutta una tirata fino all’ora di cena, ancora una libera uscita e poi il lavoro notturno. Solo la domenica ferro da stiro e forbici riposavano e lasciavano spazio alle corse in bicicletta, agli amici, al ballo e a volte alle gite a Parma. “La gente di città è una categoria diversa dalla nostra, un’altra mentalità, altre abitudini” diceva sempre la maggiore (Zoe), sognando di uscire il più presto possibile dal guscio in cui viveva per realizzare tanti progetti sin ora fantasticati27.

 2. 2    1934:  alla  scoperta  di  Roma

Il tempo scorre e le tre sorelle crescono.

E’ il 1934, l’anno del cambiamento di casa Fontana. Zoe prende marito, sposa Mario Montanarini, un restauratore di pezzi antichi. Insieme partono alla volta di Parigi, dove la giovane inizia subito a lavorare come sarta per due anni. Tornati a Traversetolo, Zoe comprende quanto sia importante seguire i propri desideri, ovvero lasciare quella terra e trasferirsi con le sorelle a Roma o Milano per creare una loro sartoria.

E’ il settembre del 1936 quando proprio la più grande si decide e parte. Milano o Roma? A decidere è il caso: il primo treno a passare per Parma è diretto a Roma, “E Roma sia!”28. Solo un mese dopo le tre sorelle si riuniscono: Micol e Giovanna raggiungono Roma, ma anche totalmente ignare di essere le future creatrici del Made in Italy.

Mentre Zoe lavora presso la sartoria Zecca prima, e la Casa di Moda Battilocchi dopo, le altre due svolgono piccoli lavori di sartoria in casa.

 2. 3     L’Italia  del  Fascismo

Nel 1938 il governo fascista domina il Paese. Mussolini applica l’autarchia ed anche il settore moda ne risente negativamente. Ma nonostante ciò per le tre sarte è il momento della svolta. Sollecitate dal licenziamento della più grande si stanziano in un piccolo appartamento del centro storico, in via Emilia, una traversa  di via Veneto. E’ un terzo piano di sole quattro stanze, ma più che sufficiente per fungere da laboratorio e salotto di prova di giorno e da dormitorio di notte29.

Certo quello non era il periodo più felice per avviare la sartoria. La guerra era alle porte e l’acquisto delle stoffe presto sarebbe divenuto molto difficoltoso. Ma non impossibile per Zoe, Micol e Giovanna, che barattano patate e ortaggi coltivati presso la casa di Traversolo in cambio di stoffe. E con quegli scampoli riescono a soddisfare la buona clientela di cui già godevano. Infatti, nonostante la guerra, l’aristocrazia romana continuava a vestire in modo sfarzoso e a celebrare feste30.

Proprio il crescente numero delle clienti porta le Fontana all’acquisto di un nuovo stabile più ampio, in via Veneto.

 2. 4    Il  dopoguerra

La guerra finisce il 4 giugno 1944 e viene proclamata la Repubblica. Roma si risveglia dal lungo letargo in cui era caduta e la vita mondana riprende anche nei night club di via Veneto, proprio a due passi dalle Fontana, che sul proprio campanello scrivono: “Casa di moda Sorelle Fontana”. Finalmente dopo tanti anni di mortificazione riemerge il culto per la femminilità, nasce la ricercatezza per la persona ed una cura maggiore nella scelta dell’abito31.

Nella neonata casa di moda le tre donne ricominciano a lavorare con ritmi serrati per lanciare una vera e propria linea che si richiamava al gusto del passato, quello precedente la guerra, con qualche indulgenza al Rinascimento, contrapponendosi all’affermato gusto seducente del «new look» del francese Christian Dior.

Lo stile Fontana piace molto, i modelli sono giudicati perfetti, gli abiti unici nel loro genere e nei colori e le clienti affezionate li raccomandano alle proprie amiche. Del resto il passaparola era la sola forma di pubblicità allora esistente, poiché la moda non era ancora oggetto di interesse per riviste e giornali, ma ancora per poco…32

 2. 5    1949:  l’abito  da  sposa  di  Linda             

                Christian

E’ il 1949 quando le Sorelle Fontana vengono scelte tra tanti stilisti per creare e confezionare l’abito da sposa di Linda Christian, una giovane attrice fidanzata con il famoso attore Tyron Power, allora a Roma per girare a Cinecittà “Il Principe delle volpi”. “Queste nozze finiranno sui giornali che scriveranno che l’abito da sposa è delle Sorelle Fontana”. Questa la giusta intuizione di Micol. Fu il matrimonio del secolo: cinegiornali, rotocalchi ed il giornale americano “Life” pubblicarono le foto che ritraevano Linda in quell’abito, che divenne l’argomento principale di conversazione tra le giovani in età da marito. Tutte volevano la sartoria Fontana per il proprio abito nuziale; addirittura Margaret Truman, la figlia del Presidente degli Stati Uniti, si fece confezionare oltre che l’abito l’intero corredo33!

Così Il Messaggero del 26 gennaio 1949 scrive di tale avvenimento:

“[…] Intorno a quest’abito si è fatto un gran parlare. Sembra di trovarsi di fronte a un cifrario segreto o a un piano operativo, sottratto ad ogni sguardo indiscreto, vietato a tutti i fotografi e giornalisti che non siano americani…, esso riposa in un grande armadio bianco, chiuso a doppio giro di chiave… Domattina, le Sorelle Fontana non lo porteranno in uno scatolone - non ne esiste infatti uno capace di contenerlo - ma lo caricheranno in automobile, avvolto in carte sottili e vaporose come seta. Il corredo comprende numerosi pezzi fra cui un caratteristico smoking identico a quelli in uso fra gli uomini, un modello in broccato bianco e raso nero ricamato in oro e vestito in broccato azzurro…”

E ancora leggiamo: “…Linda non era inferiore all’attesa: la bella persona inguainata nell’abito di raso bianco, mosso sui fianchi da gonfie pieghe ottocentesche, era ravvolta dalla trasparente nube del velo nuziale. Il velo era fermato alla semplice acconciatura dei capelli da una cuffietta tempestata di perle, la quale pareva tolta per incantesimo ad un ritratto muliebre del Rinascimento italiano. Altre perle erano disseminate come costellazioni lungo la via lattea dei ricami d’argento. Qua e là tocchi d’oro ravvivano i ricami”34.

 2. 6    Le  Sorelle  Fontana  oltreoceano

E’ il 1951. Il successo dell’abito bianco di Linda e gli abiti  firmati Fontana, indossati dalle star hollywoodiane passate per Roma durante il soggiorno a Cinecittà, catturano anche l’interesse delle donne d’oltre oceano. E così è la volta dell’America.

Micol Fontana accoglie l’invito di Tyron Power e vola fino ad Hollywood con un bagaglio di oltre trenta valigie colme di vestiti, sogni, idee e risparmi per tenere una sfilata proprio nel cuore della cinematografia americana. La serata termina con lo scroscio degli applausi di un pubblico tutto formato da star del cinema, tra cui Spencer Tracy, Clark Gable, Rita Hayworth35.

Di ritorno dall’America Micol può contare, insieme alle sorelle,   sulla  solidità  della  sartoria,   perfettamente   in  grado  di

soddisfare    le    richieste    di   donne   quali   Jacqueline Kennedy,

l’imperatrice Soraya di Persia, la principessa Torlonia infanta di Spagna, la principessa Caracciolo e tante altre.

 2. 7    Nasce  l’ “Italian  Fashion”

La Moda Italiana nasce il 12 febbraio 1951 nella rinascimentale Villa Torrigiani di Firenze, in via dei Serragli, dimora del marchese Giovanbattista Giorgini.

Il giovane aristocratico intuisce che il successo di una sfilata, fatta di modelli direttamente creati da alcune sartorie e da alcuni specialisti del genere boutique, avrebbe costituito il trait d’union ideale tra il mondo commerciale, quello artigianale e quello aristocratico.

Il successo fu tale che l’anno seguente ai modelli sartoriali indossati dalle aristocratiche mannequin fiorentine furono aperte le porte della Sala Bianca di Palazzo Pitti36.

 2. 8    Le  donne  dell’Atelier  Fontana:  Ava        

               Gardner

Gli anni cinquanta sono ricordati per la moda come un momento dolcemente italiano, per non dire romano. Infatti le grandi dive di Hollywood, ospiti di Cinecittà, vengono a Roma e vestono Schubert, Gattinoni, Fabiani, Fontana37.

Tra queste c’è Haudry Hepburn, sul Tevere per girare le riprese di “Vacanze Romane” con Gregory Peck, la quale sceglie le Sorelle Fontana per la realizzazione del suo abito da sposa.

Con il passare dei mesi gli impegni e la mole di lavoro di casa Fontana sono sempre più numerosi.

Nel 1953 Micol, l’ambasciatrice all’estero della casa di moda, è ospite della First Lady Mamie Eisenhower alla Casa Bianca e successivamente vola con tre indossatrici di gran fascino: Elsa Martinelli, Lilli Cerasoli e Iris Bianchi. Intanto a Roma le sorelle sono impegnate nella creazione dei costumi di scena del film “Le ragazze di Piazza di Spagna” di Luciano Emmer, quasi  interamente

girato proprio nel loro atelier38.

Al suo ritorno Micol porta con sé non solo tanto successo, ma anche numerosissime amicizie, tra le quali una con la “A” maiuscola, quella con Ava Gardner.

Il movente dell’incontro tra Micol ed Ava è la realizzazione dei costumi di scena che l’attrice-protagonista doveva indossare per il film “La Contessa Scalza” (1954) di Mankiewiczs39. E prova dopo prova la simpatia tra le due donne si consolida in vera amicizia.

 Ava all’inizio amava il nero e si vestiva solo di nero, o tutt’al più di grigio scuro. Poi l’estro di Micol trasforma il suo guardaroba in una roulette, rosso e nero, fino a convincere la star che il rosso acceso era il colore che meglio rappresentava la sua personalità scatenata. Di qui il famoso abito talare nero percorso da una miriade di bottoni rossi in cui la Gardner è stata più volte ritratta.

Da amica Micol diviene presto la confidente prediletta dell’attrice, la quale, forse per ricambiare i lunghi momenti a lei dedicati, sfila come mannequin per la sfilata di presentazione dei costumi del film40.

Ava Gardner ritorna a Roma più volte negli anni a venire ed ogni volta visita l’atelier Fontana  ed incontra in amicizia Micol.

Per lei le tre sorelle confezionano l’abito da indossare per le nozze tra Grace Kelly ed il Principe Ranieri. Inoltre le loro vite si incrociano ancora per la realizzazione dei costumi di scena di due importanti film: “Il sole sorge ancora” con Tyron Power ed Errol Flynn (1957), e “La Bibbia” (1966) per la regia di De Laurentiis41.

L’amicizia di Micol per la bellissima Ava non si spense mai, nemmeno dopo la sua morte, annunciata dal primo giornale radio la mattina del 25 gennaio 1989.

 2. 9    La  moda  italiana  in  Vaticano

Per la famiglia Fontana il 1957 fu un anno molto importante, segnato da un evento eccezionale.  Per la prima volta nella  storia  il

Vaticano apriva le sue porte ad un atelier al completo. Papa Pio XII, Papa Pacelli, riceve in udienza privata l’intera Casa di moda Fontana, in onore delle nozze d’oro della sua attività sartoriale. E’ il 7 giugno 195742.

 Il Pontefice commentò così il fenomeno moda: “La moda in se stessa non contiene nulla, ma la virtù sta nel mezzo, cioè non rifiutarsi di seguirla, fino al punto di rendersi ridicoli, ma non renderla tanto importante da farne uno scopo di vita. La moda è fonte di benessere, contribuisce a migliorare l’economia delle nazioni, perché fornisce una possibilità di lavoro a migliaia e migliaia di persone e non soltanto donne”43. Poi si complimentò con le tre sorelle per il senso di castità con cui avevano sempre realizzato gli abiti delle donne che si erano presentate al suo cospetto. E si raccomandò loro di seguire sempre ciò che la morale suggerisce, per qualsiasi tipologia di abito.

L’emozione di quella giornata  in  realtà  si  protrasse  fino  al

giorno dopo, quando due inviati del Vaticano consegnarono tra le mani di Zoe una scatola per mamma  Amabile, un dono del Pontefice, compiaciuto dell’udienza. Qualche minuto dopo mamma Amabile aveva in mano il camauro papale e, avvolta da un velo di commozione, si sentì ripagata di tutti i sacrifici compiuti nella sua

vita.

Volgeva al termine l’estate romana del 1957, quando le Sorelle Fontana si stabilirono definitivamente nella nuova - ed ultima - sede di via S. Sebastianello ad un passo da Piazza di Spagna.

Qui un giorno suonò il campanello colui il quale, solo tre anni dopo, nel 1960, sarebbe diventato il trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Il senatore Jhon Kennedy aveva accompagnato la moglie, Jacqueline, per acquistare qualche abito nuovo da aggiungere al suo guardaroba44.

 2. 10    Prima  della  Contestazione. 1958 - 1968

E’ il 1958. Alla Casa Bianca siede ancora il Presidente Eisenhower; in Italia si Canta “Volare, oh! oh!” con Domenico Modugno vincitore del Festival di San Remo45.

Per Casa Fontana non è un anno felice; mamma Amabile, colpita da un male incurabile, muore. Consapevoli che continuare la vita di sempre sarebbe stato il solo giusto  modo di renderle onore, le tre figlie proseguono la solita vita. Realizzano un nuovo progetto, creando un collegamento tra moda e pittura. Trasformano l’Atelier in una sala esposizioni; opere di artisti quali Ludovisi, Monachesi, Vespignani, Villoresi gareggiano con il tema “Le Fontane di Roma”. A ciascun quadro è abbinata una mannequin, il cui abito ne richiama il soggetto.

Arrivano nel frattempo le nozze segrete della Principessa Alessandra di Torlonia. Mentre i giornalisti sono impegnati a scommettere su chi sarà lo sposo, le Sorelle Fontana cuciono per lei l’abito nuziale ed il corredo. Alla cerimonia, in cui la giovane si unisce di nascosto al Conte Clemente Lequio di Torino, partecipano solo nove persone, di cui tre sono le sarte e due gli sposi, nessuno della famiglia. E dopo, per festeggiare, tutti in un bar per una buona colazione! Il Principe Alessandro di Torlonia, padre della sposa, messo davanti al fatto compiuto, per evitare qualsiasi scandalo, annunciò subito le nozze con un comunicato stampa.

Zoe, Micol e Giovanna erano appena state, ancora una volta, protagoniste di una fiaba… E non fu certo l’ultima.

Poi il 1966. E’ l’anno di inaugurazione dello Stabilimento di Confezioni e Ricamo per abiti da prêt-à-porter a Cecchina, alla presenza dell’Onorevole Senatore Giulio Andreotti46.

I grandi nomi dello spettacolo continuano a vestire Fontana e Micol ricomincia a viaggiare alla volta di Singapore, Hong Kong, Giakarta, Sidney… E a Miami Beach il Sindaco della città, Henry Eblit, le consegna la chiave d’oro, riconoscendola “cittadina onoraria di Miami”47.

Grazie alla volontà e all’amore per il loro mestiere le tre donne, sul finire degli anni ’60, sono riuscite ad affermare il proprio nome in quasi tutto il mondo.

 2. 11    Aneddoti  nuziali

Facciamo un passo indietro. Nel 1955 è un nuovo abito nuziale ad accendere i riflettori sull’Atelier di via Veneto e ad alimentare nel mondo la fama della moda italiana.

Zoe, Micol e Giovanna realizzano il vestito da sposa di Maria Pia di Savoia, la fidanzata del Principe di Karagherghevic. Furono nozze “movimentate” e “all’ultimo minuto”. Zoe e Giovanna la mattina del matrimonio dovevano portare l’abito, precedute in auto da Micol che accompagnava la futura principessa. Ma furono bloccate dalla polizia perché avevano dimenticato il passi in Hôtel. Nemmeno l’apertura, in mezzo alla strada, della valigia contente l’abito nuziale bastò a convincere le guardie. Passarono dopo tanto tempo solo grazie all’intervento del Principe Umberto, che inviò due poliziotti a prenderle. A fine celebrazione ciascun parente tagliò un lembo del velo conservandolo come segno di buon augurio48.

Per le tre sorelle lo studio della corporatura, dei capelli, del trucco e degli abiti delle donne che suonavano il loro campanello era una vera e propria arte. Questa volta toccò alla figlia dell’ex presidente americano, la giovane Margaret Truman. Lo stile così elegante riconosciutole nei panni Fontana la convinse ad inviare alle tre sarte una lettera “top secret” in cui chiedeva di recapitarle alcuni disegni per un abito da indossare per un’occasione davvero speciale… Le tre sorelle non capirono affatto che la Truman si riferiva alle sue nozze con il giornalista del “New York Times”, Clifton Daniel, incontrato nel magico contorno di Fontana di Trevi a Roma. Ma fecero comunque in tempo a confezionarle l’abito, anche se dovettero lavorare giorno e notte, ininterrottamente.

Era il 21 aprile 1956. Una cerimonia molto intima, segnata da un episodio che fece sorridere tutti i lettori delle cronache del giorno dopo. Mentre Margaret camminava verso l’altare, il suo abito si sollevò fino alle caviglie, attirando l’attenzione di tutti gli invitati. Fu Micol Fontana a sgattaiolare fino ai suoi piedi e ad abbassare l’abito. Tutti trovarono quell’episodio molto divertente49.

 2. 12    Gli  anni  della  Contestazione

E’ il 1968; l’anno rivoluzionario sia da un punto di vista politico, sia  sociale, sia stilistico. E’ l’anno della contestazione, per la quale, senza nessuna previsione, l’Italia e gran parte dell’Europa occidentale vivono momenti di terrorismo che paralizzano il mercato economico. Roma si fa teatro di violente manifestazioni in piazza di Spagna e di una nuova anarchia che s’infiltra tra le sue vie, compresa via San Sebastianello.

Le tre Sorelle Fontana reagiscono alla contestazione in modo altrettanto rivoluzionario, trasformando il loro atelier. Lo dividono in due settori: mentre il piano terra è riservato alle clienti pigre che cercano il bello già fatto, cioè il prêt-à-porter, invece il primo piano ospita le privilegiate che desiderano l’abito esclusivo, il modello unico. Come Ingrid Bergman, ad esempio, oppure Grace di Monaco, per la quale le Fontana cuciono, eroicamente, in una sola notte, l’abito per l’udienza del giorno dopo con il Presidente Saragat al Quirinale.

Purtroppo, però questo cambiamento non è sufficiente e, a causa del clima diffuso, le Sorelle Fontana sono costrette a chiudere la maggior parte delle loro filiali nel mondo.




Contemporaneamente i divi di Hollywood che erano venuti a Cinecittà abbandonano quella meravigliosa Roma, ormai non più in grado di regalar loro magici ed indimenticabili attimi come in passato.

Addirittura il nuovo stabilimento di Cecchina non sopravvive al tracollo e nel  1973 viene chiuso. Ma l’amore per il proprio lavoro e l’esempio di una madre inarrestabile non permettono alle tre sorelle di cedere50.

 2. 13    Dagli  anni ’70  ai  giorni  nostri

E’ necessario cambiare le sorti del vicino tracollo e le Sorelle Fontana ci riescono guardando in una nuova direzione: l’Oriente. Così Micol, instancabile ambasciatrice di Casa Fontana, vola in Giappone. Usi, costumi e filosofia di vita sono diversi; per non parlare del cibo e della lingua. Ma la moda Fontana riesce comunque a penetrare nella città. L’atelier romano è salvo.

Ma nel 1973 la famiglia Fontana fu sorpresa da una nuova disgrazia.

Inizialmente fu solo una semplice storta alla caviglia quella presa da Zoe, poi divenne un fatto serio. Dalle analisi risultarono dei valori allarmanti della VES. Zoe si ritrovò costretta in un letto di ospedale operata ad un rene. L’operazione riuscì bene, ma… nonostante la corporatura e soprattutto lo spirito forte, la chemioterapia fu troppo e il 31 ottobre 1979 Zoe se ne andò silenziosamente.   La  sua  scomparsa  lasciò  un  vuoto  incolmabile

nelle due sorelle  e  nessun  telegramma  di  partecipazione  al  loro

dolore fu abbastanza51.

Per Micol e Giovanna, dunque, iniziava un nuovo periodo, un’altra prova, anche piuttosto difficile. Lavoravano ininterrottamente per rendere onore alla sorella, ma lei mancava col suo affetto e con le sue idee e la sua preparazione in campo economico. Per Micol non fu facile, inizialmente, sostituirla nel suo mestiere di relazioni con il pubblico e rapporti con la stampa, ma in poco tempo divenne abile anche in questo.

Arriviamo così alle porte degli anni ottanta.

Il primo episodio a contrassegnare il nuovo decennio è un grave furto che la Casa di Moda Fontana subisce: 300 abiti di una collezione speciale diretta in Giappone. Ma la bottega non si chiude neanche questa volta e la merce, ripristinata in pochi giorni, viene consegnata personalmente da Micol con un po’ di ritardo come se nulla fosse!52 Ma quegli anni sono anche portatori di avvenimenti di grande portata per l’Atelier.

L’Università di Parma presta la sua Aula Magna come sala esposizioni di una mostra dedicata dal CSAC (Centro Studi e Archivio della Comunicazione) alle Sorelle Fontana. E’ il 4 novembre 1984 ed in quell’aula vengono esposti parte dei 6.400 disegni donati dalle Sorelle Fontana all’Università. Un evento importante, che segna l’inizio in ambito accademico dell’attenzione degli studiosi per il fenomeno moda. Nel suo discorso il Rettore Giuseppe Pelosio, spiegando l’attività del CSAC, ovvero l’analisi storica e la ricerca critica sulla moda, non può fare a meno di ribadire che è grazie alle Sorelle Fontana che la moda italiana ha conosciuto un’epoca nuova, indipendente dai modelli francesi53.

L’anno successivo, in occasione del 50° anniversario di attività dell’Atelier Fontana la stessa mostra viene portata a Roma. Allestita tra le mura di Castel Sant’Angelo fu un doveroso omaggio a chi con la moda era riuscito a dare all’Italia un’immagine di primo piano54.

Nel 1988 la città di Roma regala alle Fontana una nuova grande emozione. Il Sindaco della città, Nicola  Signorello, per rendere onore alla scomparsa di Zoe chiama una via della Tiburtina col suo nome, Via Zoe Fontana55.

Adesso le Sorelle Fontana possono lasciare l’Atelier e ritirarsi dall’attività con una grande consapevolezza nell’animo, quella di aver «Vissuto» una vita ricca di esperienze uniche e meravigliose, passate addirittura alla storia.

Oggi a via San Sebastianello n. 6 lavora ancora una persona, Micol Fontana. Energicamente impegnata, nonostante l’età, la signora Fontana ha dato vita nel 1994 ad una Fondazione, la “Fondazione Micol Fontana”. Lo scopo è quello di assegnare “borse di studio” a giovani emergenti nel campo della moda italiana. Forse la speranza è che un giorno qualcuno riesca a riproporre quel “non so che” che ha reso grandi ed uniche nel mondo della moda le Sorelle Fontana.

 3    Studio  di  due  film  vestiti  “Sorelle Fontana”

             3. 1    Premesse

            Nel dopoguerra Hollywood, che domina completamente i mercati cinematografici occidentali ed italiani soprattutto, scopre che l’Italia può essere un ottimo sfondo, una scenografia naturale ed artistica a bassi costi in cui girare i film della commedia americana, soprattutto Roma56.

            La città di Roma, infatti, permette  di eseguire delle riprese fotografiche molto semplici, di tradizione pittorica ottocentesca, la cui grandezza e bellezza è data dalla panoramica o da una fissa sul monumento visto di fronte o di scorcio.

            La decisione imprenditoriale americana di creare una «Hollywood sul Tevere» coinvolge la maggior parte delle case di moda romane del tempo ed in particolare l’atelier delle Sorelle Fontana.  Quest’ultimo, infatti, diviene l’atelier per eccellenza delle

dive  e  le  tre  stiliste  divengono,  a  loro  volta,   delle   costumiste

cinematografiche professioniste. Il loro stile, del resto, è del tutto congeniale alle esigenze del cinema: abiti romantici, soprattutto quelli da sera, ricchi di ricami, di pizzi o di fiori; sono quanto di più adatto si possa pensare per le storie sentimentali che il cinema vende57.

            Il cinema americano di quel momento propone infatti tutta una serie di commedie che sono riconducibili al tipico genere della narrativa rosa: lui o lei, di solito facoltosi, arrivano in Europa, spesso per una vacanza, e come ultima tappa giungono in Italia. Sono storie d’amore le cui protagoniste sono ragazze di estrazione umile; c’è il tema della maturazione sentimentale, quello della ricchezza e del lusso come tentazione, il tema della passione e quello dell’amore prima respinto e poi ricambiato, il lieto fine matrimoniale, oppure la morte magari con suicidio.

            Attraverso la proiezione di queste commedie il cinema americano si fa mezzo di diffusione della moda, soprattutto italiana.

Infatti, il vestirsi delle attrici, nei film, come le donne comuni crea nell’animo delle loro spettatrici il desiderio non solo di imitarle, ma anche di vestirsi proprio nel loro stesso modo.

            A volte capita addirittura che la casa produttrice del film metta in vendita, naturalmente in serie, l’abito indossato dalla protagonista. E’ il caso ad esempio, dell’abito bianco che l’attrice Elizabeth Taylor indossa in “Cat on a Hot Tin Roof” (La gatta sul tetto che scotta, 1958) ideato dalla famosa costumista americana Edith Head58. O ancora è il caso degli abiti ideati dalla costumista Helen Rose del Metro Goldwyn Mayer: per le attrici hollywoodiane ha realizzato abiti da sera lunghi e ricamati, ricchi, a colori chiari e pastello. Non è raro che un suo abito, indossato in un film di successo, sia stato ripreso ad esempio dalle Sorelle Fontana o che, al contrario, la stessa Helen Rose abbia trovato motivi d’ispirazione in modelli delle Fontana.

            L’abito indossato dall’attrice giusta può fare la fortuna dell’atelier che lo ha realizzato: pensiamo all’importanza che ha avuto l’abito da sposa di Linda Christian per l’atelier Fontana (Micol Fontana non manca mai di specificare che è stato quell’abito, nel 1949, a dare il via alla fortuna della griffe Sorelle Fontana), oppure all’alleanza tra Sofia Loren e Schubert o a quella tra Audrey Hepburn e Givenchy. L’abito indossato dalle dive diventa immediatamente desiderabile e la star funge da tramite dell’identificazione della spettatrice con il personaggio dello schermo. L’abito assume la stessa funzione di un talismano perché, come nelle antiche favole, è l’elemento magico che permette la trasformazione59.

Il costume cinematografico, quindi, risulta essere un elemento fondamentale del film e non solo un semplice accessorio. Il costume serve per fissare la documentazione, cioè per rendere il film un documento. Un buon film, infatti, per essere tale dev’essere, in sé, testimonianza di uno stato di cose, di un’epoca, di un ambiente60. Quindi il costume è una forma  del  racconto  stesso  del

film, fa parte della scenografia umana, come abbiamo già detto. Esso svolge una serie di giochi plastici e drammatici attraverso i quali si fa indicazione psicologica, informandoci, di conseguenza, circa il carattere del personaggio stesso che lo indossa.

            Da qui emerge la differenza che corre tra un semplice stilista di alta moda ed uno stilista che è anche, a volte, costumista cinematografico. Il primo, nel progettare un qualsiasi abito, crea un’immagine ideale seguendo esclusivamente le proprie norme estetiche individuali e soggettive. Egli non ha motivi per porre limiti alla sua creatività e non ha nemmeno in mente, a volte, il consumatore finale. Invece il costumista mette completamente il proprio lavoro al servizio di una sceneggiatura, del ruolo e della personalità di chi interpreta il personaggio che indosserà quell’abito. Egli conosce, deve conoscere fin dall’inizio la persona immaginaria e quella reale che indosserà i suoi vestiti. Quindi la sua  creatività,  al  contrario  dello  stilista,   trova  un   limite  nelle

esigenze espresse dal copione. Ed il  suo  compito  consiste  proprio

 nel trovare e creare l’abito più adeguato a quelle esigenze61.

            Quando (un esempio di stilista-costumista) la casa di moda Sorelle Fontana fu incaricata di creare gli abiti di scena per la bellissima Ava Gardner nel film “La Contessa Scalza” questo fu il commento immediato: «Per noi – disse Micol Fontana – è un onore, Mr. Mankiewiczs, ma prima di accettare vorremmo dare un’occhiata al copione ed incontrare la Signora Gardner. Per riuscire bene con i vestiti bisogna conoscere la storia, il personaggio…»62. Questo a dimostrazione del fatto che per essere veri costumisti nulla deve essere lasciato all’imprevisto e nel progettare l’abito bisogna da subito tenere conto della qualità fotografica dei modelli sotto ogni punto di vista. Il costumista deve soddisfare l’obiettivo che, in modo penetrante e preciso, spoglia l’immagine sin nella grana dei suoi colori. Di conseguenza, qualsiasi linea prende enorme importanza e soltanto le stoffe della migliore qualità possono essere impiegate per ottenere la perfezione  nel taglio e nelle pieghe; inoltre la fattura deve essere impeccabile affinché lo spettatore non possa vedere alcun difetto nei primi piani.

            Una regola fondamentale per un costumista è quella di conoscere, prima di disegnare un costume per lo schermo, dov’è situata l’azione del film; solo così è possibile connotare l’aspetto dell’attrice a seconda dei differenti ambienti63.

            In questo sono state certamente maestre le Sorelle Fontana, che nei film che hanno vestito, ben evidenziano il ruolo svolto dagli abiti nell’evolversi dell’azione.

            Date queste premesse, possiamo finalmente procedere all’analisi della relazione moda-cinema partendo direttamente dallo

studio di alcune inquadrature di film, i cui costumi sono stati realizzati proprio dalle Sorelle Fontana.

Tra tutti i film che nel tempo l’atelier Fontana ha vestito qui ne abbiamo scelti due in particolare: “La Contessa Scalza” (1954) di Mankiewiczs ed “Il sole sorgerà ancora” (1957) di Henry King.

Entrambi   massimamente   esemplificativi   dell’ esaltazione   della

bellezza femminile attraverso l’abito e quindi dell’importanza che il vestito ha nel comunicare l’idea, lo stato d’animo… allo spettatore. Oltre che dalle costumiste, queste due pellicole sono accomunate anche dalla loro protagonista, interpretata dall’attrice Ava Gardner. Una donna di una bellezza veramente unica ; di lei, il suo produttore Louis B. Mayer così diceva: “Non sa recitare, non sa neanche parlare: è assolutamente fantastica64. Una donna che ha conosciuto le Sorelle Fontana per vanità che poi ha trasformato in vera amicizia, soprattutto con Micol. Una donna simbolo dell’interconnesione tra moda italiana e cinema hollywoodiano. Una donna che vale la pena di conoscere…

             3. 2    “La  Contessa  Scalza”  (1954)

            Nel 1954 è datato l’incontro con la diva più importante per la storia dell’atelier Fontana, Ava Gardner appunto, che imporrà le tre sarte come costumiste di quattro dei film da lei interpretati: “La Contessa Scalza” (1954), “Il sole sorgerà ancora” (1957), “L’ultima spiaggia” (1959), “La Bibbia” (1966).

In quell’anno il regista Mankiewiczs è a Roma per le riprese del film “La Contessa Scalza” (The Barefoot Contessa) interpretato da Ava Gardner - appunto - nel ruolo di Maria Vergas, protagonista femminile e da Humprey Bogart nel ruolo di protagonista maschile. Poi ci sono Edmond O’Brien, Marius Goring, Valentina Cortese, Rossano Brazzi, Elizabeth Sellers, Warren Stewens65.

            La storia in fondo non è altro che quella di una moderna Cenerentola: Ava - Maria Vergas, povera ballerina di flamenco, diventa prima attrice di successo e poi contessa grazie all’amore. Qui i diversi passaggi di classe della protagonista sono sempre sottolineati dai costumi. E l’elemento interessante è proprio la funzione continuamente ribadita che essi hanno.

            Intanto non sono mai costumi “realistici”: nella scena iniziale, ad esempio, Maria è presentata mentre, ancora poverissima, balla il flamenco in un locale di Madrid. Qui l’abito è un abito mitico, è come l’immaginario popolare è abituato a pensare una povertà che non è vera , ma solo temporanea. Niente stracci dunque, ma piuttosto un abito che ad arte ricostruisce una finta semplicità. Allo stesso modo, quando ritroviamo Ava - Maria attrice ormai affermata ad Hollywood, il costume, un abito attillato lungo, serve per meglio sottolineare lo stereotipo della diva, mentre quando si arriva finalmente all’incontro con il conte, futuro marito, ecco che si torna al costume delle favole, all’immaginario collettivo: l’abito, dalla linea ottocentesca, è rosa, guarnito di ricami, con una grande cappa sulle spalle66.

            La professionalità delle Fontana nel ruolo di costumiste è confermata dalla presenza costante di Micol sul set del film. Stava lì a provare e modificare continuamente i trenta vestiti che la star indossava nel corso delle varie scene. E probabilmente fu proprio quell’attenzione puntigliosa che spinse l’attrice a sfilare come indossatrice per  casa  Fontana,  oltre  al  rapporto  di  amicizia  che

mano mano si era creato tra lei e Micol.

            La Gardner vestita dell’abito da sera di raso verde acqua decorato con pietre, apparve subito su una delle testate più prestigiose della stampa internazionale, il settimanale Life, oltre che sui giornali, quotidiani e settimanali d’Italia, Francia, Svezia e Messico. Mentre l’abito della “scalata sociale”, quello da sera rosa con applicazioni di velluto nero e la grande cappa sulle spalle fu donato al Museo di Brooklyn perché rappresentativo del “modello” firmato Fontana, come una dichiarazione di poetica per un artista67.

 3. 3    “Il  sole  sorgerà  ancora”  (1957)

            La riprova della professionalità di Micol Fontana, e quindi di tutto l’atelier, è data dalla sua presenza costante su un altro set, quello del film “Il sole sorgerà ancora” (The Sun Also Rises).

            E’ il 1957 ed il regista Henry King affida la parte di protagonista, Lady Brett Ashley, alla bellissima Ava Gardner, la quale accetta alla sola condizione che i suoi abiti di scena siano una creazione Sorelle Fontana. La Gardner in questo film recita accanto al bellissimo attore americano Tyron Power; ci sono poi Mel Ferrer, Errol Flynn, Eddie Albert, Gregory Ratoff, Juliette Greco, Marcel dalio, Henry Daniell, Robert J. Enons68.

            Questo film è diverso dal precedente. Innanzi tutto non è l’attrice americana che si sposta a Roma, ma è la sua costumista che, devota alla diva, la segue fino sul set, in Messico. E qui rimane per tutta la durata delle riprese. In quel periodo un giornale americano pubblica un servizio dal Messico intitolato “Most Beautiful proportioned”. Con questo commento si vuole sottolineare come l’espressione di bellezza di Ava sia dovuta all’abilità di Micol Fontana, che crea per lei abiti assolutamente adatti a quella scenografia. E sul giornale compare anche la fotografia della Signora Fontana accanto alla Gardner, la quale per quell’occasione indossa proprio uno degli abiti di scena del film69.

            Questa volta Casa Fontana realizza per la sua diva degli abiti che, paragonati a quelli di ispirazione ottocentesca con pizzi e ricami tipicamente barocchi, possono certamente essere definiti “semplici”. Si tratta, infatti, di costumi piuttosto comuni, potremmo dire “di uso quotidiano” che permettono, proprio per la loro essenzialità, un’identificazione della spettatrice con il personaggio ancora più facile. Dal classico grembiule bianco da crocerossina, si passa a gonne al ginocchio e camicetta con maniche corte a sbuffo, fino a fiocchi grandi al collo o cravattini che ricordano molto lo stile marinaro. Si tratta di abiti tipicamente estivi, che danno il senso della freschezza, requisito fondamentale per rappresentare al meglio il carattere della giovane protagonista.

Le scene sono ambientate in Spagna, (anche se girate in Messico) nella terra infuocata in cui si vanno a vedere le corride. Il testo è tratto da un romanzo di Hemingway, autore tanto caro alla Gardner che si vede impegnata a ricreare, in una somma di varianti, la complessa ed imprevedibile personalità di una lady scozzese trasferita nella calda Penisola Iberica70. Ed in questo appunto aiutata dai costumi che indossa.

            A proposito di quegli abiti la Signora Micol Fontana – in una intervista – ci ha detto: «… In quel film Ava doveva essere una qualunque e quindi gli abiti erano semplici. Tanto è vero che quando siamo arrivate alla fine del film (Micol era in Messico con Ava) io ho detto che non avevamo fatto nessuna “entrance” di questa divinità. Così ho suggerito, al regista, per l’incontro tra Ava e il torero, di farla scendere da una scala. Doveva essere uno choc e non la solita discesa. Allora abbiamo telefonato a Roma e ci siamo fatte portare la stoffa ricamata. E così Ava ha avuto una scena di trionfo ed io ho avuto il mio di disegnatrice».

            La semplicità degli abiti, di cui si è detto, non serve comunque a nascondere la bellezza corporea della protagonista che, anche quando è avvolta in un camice bianco, mette comunque in evidenza la sua “vitina di vespa”.

            Ava Gardner, più di qualsiasi altra diva cliente presso l’atelier Fontana, deve l’esaltazione della propria bellezza tutta alle Sorelle Fontana. La sua recitazione infatti - nonostante sia stata chiamata ad interpretare numerosissimi film - non è mai stata eccezionale. Dunque, gran parte del suo successo cinematografico è dipeso, oltre che dalla sua bellezza, dall’abilità delle Fontana di mantenere sempre “alta” la sua immagine.

            A conclusione di questo breve excursus iconologico-iconografico di alcune inquadrature e di alcuni costumi, possiamo affermare con decisione che il grande successo delle Fontana è legato al cinema: almeno in parte, infatti, è grazie alle dive, modelli da imitare, che le tre sorelle sono riuscite a conquistare il grande pubblico americano. Un pubblico che mitizza l’Europa e l’Italia in particolare, quell’Italia che solo pochi anni prima era stata distrutta dalla guerra.

 4    Biografia  di  Ava  Gardner

A conclusione di questa lettera filmica è importante dedicare qualche riga all’attrice Ava Gardner, in quanto protagonista di entrambi i film studiati e personaggio fondamentale nel rapporto tra l’atelier Fontana ed il cinema.

“La verità è che sono contenta solo quando non faccio assolutamente niente. Non capisco la gente che vive per lavorare e ne parla come se fosse un qualche dannato dovere. Per me non fare niente è come galleggiare sull’acqua calda – delizioso, perfetto”71.

            Una vita inseguendo un sogno mai realizzato: quello di recitare, di essere una grande attrice e non soltanto una diva.

            Ava Lavinia Gardner era nata il 24 dicembre 1922 a Boon Hill, un piccolo agglomerato di fattorie poco distante da Smithfield, nello   stato   americano   della   Carolina   del  Nord.  Qui  ricevette

un’educazione molto rigida che rasentava la morale vittoriana.

            La grande depressione del 1929 mise in crisi anche la sua famiglia, il cui tenore di vita era comunque già molto modesto. Per mandare avanti la famiglia i due genitori dovettero separarsi, ed Ava si trasferì con la madre a Newport News, in Virginia, dove aprirono una pensione di 20 camere.

            Negli anni dell’infanzia, prima, e dell’adolescenza, poi, il cinema era un argomento tabù in casa Gardner. Ma Ava cominciò lo stesso a infilarsi nei cinema senza che i genitori lo sapessero. Divenne anche una lettrice avida delle riviste per fan di cinema, presi a prestito da uno degli ospiti della madre.



            Nell’estate del 1940 andò qualche giorno a New York a trovare la sorella Bappie, sposata con il fotografo Larry Tarr. E fu proprio Larry a scattarle alcune foto che attirarono l’attenzione di un dipendente della Metro Duhan. Infatti nell’estate del 1941 Ava venne chiamata: le chiesero di esibirsi davanti alla cinepresa, senza però dire una parola, perché il suo terribile accento da  ragazza  del

Sud complicava tutto. A Hollywood la videro alcuni dirigenti della MGM. Prima rimasero perplessi, poi la chiamarono. Arrivò a Hollywood il 23 agosto 1941, aveva 18 anni e non era proprio sicura di voler fare l’attrice. Il primo provino parlato fu un disastro ma, il produttore Louis B. Mayer quando la vide disse una frase che Ava non dimenticò più: “questa non sa recitare, non sa cantare, ma è magnifica”. La MGM decise così di scritturarla, cioè di “fabbricare” una diva in casa72.

            Per alcuni mesi il suo impegno fu soltanto quello di posare per fotografie piccanti. Poi la prima “parte”: una semplice comparsa di un giorno.

            Ava aveva solo 19 anni quando nel 1942, sei mesi dopo il suo arrivo a Hollywood, si sposò con Mickey Rooney. E se non fosse stata sua moglie, probabilmente la sua carriera sarebbe finita. Ciò nonostante il loro matrimonio entrò in crisi e nel maggio del 1943 divorziarono.

Nell’autunno dello stesso  anno,  il 1943,  la  svolta  decisiva

nella carriera di Ava con una parte nel film “Three Men in White”; una parte non difficilissima ma che terrorizzò Ava.

            Nel 1945 Ava fu ceduta dalla MGM alla United Artist, che le offrì subito un ruolo importante accanto all’attore George Raft. In quello stesso anno si sposò per la seconda volta. Un altro matrimonio destinato a finire in fretta, con Artie Shaw. Ava durante i mesi passati con Artie ebbe modo di migliorarsi molto. Divenne più elegante e più fiduciosa in se stessa, si spogliò degli ultimi goffi tratti del Nord Carolina. Ma dopo il primo anniversario di nozze comunque divorziarono e fu a partire da quel momento che Ava cominciò ad annegare le proprie insicurezze e nevrosi nell’alcool.

            Fu nel 1947, a cinque anni dalla firma del suo contratto con la MGM, che Ava ebbe finalmente la consacrazione a diva di Hollywood. Una consacrazione suggellata dal premio della rivista “Look”, che le assegnò l’importante riconoscimento quale “attrice

più promettente del 1947”. Ava infatti aveva offerto una splendida interpretazione nel ruolo di Kitty Collins nel film “I gangster”. Con “Il bacio di Venere”, del 1948, Ava ottenne il suo secondo grande successo: quel successo che la fece definitivamente accettare dal pubblico. Ed è dopo questo film che la sua vita sentimentale divenne ancora più movimentata che non in passato73.

            Ava di sé e della sua vita sentimentale diceva: “Ho un fiuto speciale per gli uomini sbagliati. Ma anch’io troverò alla fine il grande amore”. Credette di averlo trovato in Frank Sinatra, che incontrò nel novembre del 1949 a New York. L’amore però non esplose subito. E al momento della partenza per la Spagna, dove doveva girare “Pandora” Ava e Frank non avevano ancora deciso di sposarsi. Pur telefonandogli spesso, la Gardner in Spagna intanto perdeva per l’ennesima volta la testa per un uomo sbagliato.

            Ma il 7 novembre 1951 Ava e Frank si sposarono a Philadelfia. “Farò qualsiasi cosa per renderlo felice”, fu la prima dichiarazione pubblica di lei. E infatti, nonostante i ripetuti tradimenti di Ava e l’irascibilità ed incertezza di Sinatra, quello fu comunque un vero grande amore74.

Erano passate soltanto poche settimane da quel matrimonio quando la Metro cedette Ava alla 20th Century Fox e le affidò il ruolo di protagonista in “Le nevi del Kilimangiaro” e poco dopo di Lady Brett in “Il sole sorgerà ancora”. Con quei due personaggi avrebbe potuto dimostrare di saper recitare. Ma Ava in vecchiaia, confiderà: “Ogni volta che ho provato a recitare mi hanno calpestata. Sono stata una star del cinema per 25 anni e non ho fatto niente, niente di cui possa andar fiera, se avessi imparato qualcosa sarebbe stato diverso. Ma non ho fatto mai niente di cui andare orgogliosa75.

            Donna fatale; questo sembrava il destino cinematografico di Ava. Fu “La contessa scalza” che definì più di ogni altro il suo identikit di attrice. Ma fu proprio questo film girato in Italia ad aprire un altro importante capitolo sentimentale dell’attrice. Le riprese della Contessa scalza furono un’esperienza completamente negativa. Mankiewiczs, il regista, era una persona estremamente rigida, con un carattere che rendeva la vita sul set nervosissima e faceva lavorare molto. A rendere le cose ancora peggiori c’era Rossano Brazzi, che nel film era il marito italiano impotente, che si lamentava in continuazione o Humprey Bogart.

            Durante quelle riprese avvenne l’incontro tra Ava e Walter Chiari. Ha raccontato il comico: “All’inizio ci fu soltanto molta simpatia: […]Più tardi, per starmi vicina, non lavorò per un anno intero, rinunciando a tre film. Poi toccò a me accompagnarla per le riprese del film “Il sole sorgerà ancora” con Tyron Power e Errol Flynn […]. E’ stata la nostra, una passione senza tempeste: l’unico problema nasceva quando Ava era ossessionata dall’idea che io potessi chiamare i fotografi per farmi pubblicità. Ci siamo amati e abbiamo riso tanto. Ava trovava sempre il modo di sorprendermi con la sua carica di umanità. L’ho amata prima ancora di conoscerla76.

            Con Sinatra il matrimonio entrò inevitabilmente in crisi. Lui era egocentrico, infedele, bugiardo; lei invece gelosa e possessiva.

            Rimase  sola,  ma  comunque  non  finì  la  carriera  di  Ava,

nonostante alcuni fiaschi clamorosi come “La capannina” (1957), “La Maja desnuda” (1959) e “55 giorni a Pechino”. Soltanto in “La notte dell’iguana” (1964) di John Huston riuscì a dare consistenza al personaggio dell’energica eroina Maxime, un personaggio “alla deriva” che in qualche modo le assomigliava. Nel 1966 accettò anche di essere Sara nella “Bibbia”. L’ultima interpretazione, del 1984, fu “A.D. Anno Domini”, un colossal storico nel quale accettò di dare un volto ad Agrippina, maestra di piaceri ed intrigo politico. Poi l’inevitabile tramonto.

            Si trasferì a Londra e spiegò: “In America sarei ancora infastidita ad ogni passo, qui nessuno mi disturba, ho trovato la serenità. La gente mi riconosce ma neppure mi guarda. Mi sento libera, ricordata ma rispettata”.

            Negli ultimi anni della sua vita la Gardner ha trascorso il suo tempo solitaria guardando alla televisione soltanto i programmi per bambini piccoli perché “divertenti, senza alcuna violenza. E io ho bisogno di vedere soprattutto cose che mi infondano serenità”. Se ne è andata la mattina del 25 gennaio 1990. “Sono stata bravissima, sono riuscita ad accettarmi. Mi piaccio. Quasi.”77



1 Beltrami A., Dispense, La Fabbrica delle Illusioni, c/o Bibl. Tremelloni, Milano, p. 13

2 Bianchino G., Sorelle Fontana, CSAC, Università di Parma, 1984, p. 19

3 Calandri N., Storie e favole di moda, Fratelli Alinari, Firenze, 1981, p. 16-17

4 Bianchino G., Sorelle Fontana, CSAC, Università di Parma, 1984, p. 20

5 Ibidem, p. 43

6 Ibidem, p. 44

7 Gastel M., Cinquant’anni di moda italiana, Tascabili Mondadori, Milano, cfr.11-14

8 Ibidem, p. 14-15

9 Cit. da Villa N., Le regine della moda, Edizioni Rizzoli, Milano, 1970, p. 54

10 Baileux N. e Remaury B., La Moda. Usi e Costumi del Vestire, Electa Gallimard, Parigi, 1995, cfr. p. 130

11 Cit. da Malossi-Giannino, La Sala Bianca: nascita della moda italiana, Electa, Milano, p. 43

12 Baielux N. e Remaury B., La moda. Usi e Costumi del Vestire, Electa Gallimard, Parigi, 1995, p. 131

13 Cit. da Bianchini G. e Quintavalle A., Moda. Dalla fiaba al design, De Agostini, Novara, 1986, p. 10

14 Cit. Bellezza, n. 53, Rivista dell’Alta Moda, Milano, 1951

15 Bianchino G., Sorelle Fontana,CSAC, Università di Parma, 1984, p. 48

16 Malossi-Giannino, La Sala Bianca: nascita della Moda  Italiana, Electa, Milano, 1992, p. 23-50

17 Cit. da Gastel M., Cinquant’anni di moda italiana, Tascabili Mondadori, Milano,        p. 20 - 21

18 Cit. da Elsa Robiola, I sarti ricevono a Palazzo Strozzi, Bellezza, n. 72, Rivista dell’Alta Moda, Milano, 1954, p. 16

19 Bianchino G., Le origini dell’Alta Moda e la maglieria, Electa, Milano, 1987, p. 52-60

20 Caldarini N., Storie e favole di moda, Fratelli Alinari, Firenze, 1981, p. 55 - 57

21 Ibidem, p. 56

22 Gastel M., Cinquant’anni di moda italiana, Tascabili Mondadori, Milano, 1992,         p. 24 - 26

23 Ibidem, cfr. p. 26 - 31

24 Bianchino G., Sorelle Fontana, CSAC, Università di Parma, 1984, p. 56

25 Ibidem, cfr. p. 55 - 58

26 Ibidem, p. 59 - 60

27 Fontana M., Specchio a tre luci, a cura di Cimagalli D., Nuova Eri, Torino, 1990, cfr. cap. 1

28 Villa N., Le regine della moda, Edizioni Rizzoli, Milano, 1970, p. 52

29 Fontana M., Specchio a tre luci, a cura di Cimagalli D., Nuova Eri, Torino, 1990, p. 32

30 Ibidem, cfr. cap. IV

31 Bianchino G., Sorelle Fontana, CSAC, Università di Parma, 1984, p. 21

32 Ibidem, p. 22

33 Fontana M., Specchio a tre luci, a cura di Cimagalli D., Nuova Eri, Torino, 1990, p. 119

34 Ibidem, cit. p. 45

35 Ibidem, cfr. p. 67 - 71

36 Boari A., Palcoscenico e Moda 1950/1960, Il Ventaglio, Roma, 1985, p. 71 - 72

37 Fiorentini Capitani A., Moda italiana. Anni ’50 e ’60, Cantini & Cantini, Firenze, 1991 cfr. p. 14 - 15

38 Fontana M., Specchio a tre luci, a cura di Cimagalli D., Nuova Eri, Torini, 1990, cfr.   p. 77- 83

39 Kaufman H. e Lerner G., Hollywood sul Tevere, Sperling & Kupfer, Milano, 1982, cfr. p. 231

40 Fontana M., Specchio a tre luci, a cura di Cimagalli D., Nuova Eri, Torini, 1990, cfr.   p. 93 - 100

41 Ibidem, cfr. p. 101 - 105

42 Bianchino G., Sorelle Fontana, CSAC, Università di Parma, 1984, p. 53

43 Cit. da Fontana M., Specchio a tre luci, a cura di Cimagalli D., Nuova Eri, Torino, 1990, p. 131

44 Bianchino G., Sorelle Fontana, CSAC, Università di Parma, 1984, p. 54

45 Bianchino G., Le origini dell’Alta Moda e la maglieria, Electa, Milano, 1987, p. 52

46 Fontana M., Specchio a tre luci,  a cura di Cimagalli D.,  Nuova Eri, Torino, 1990, cfr. p. 141-163

47 Ibidem, cfr. cap. XV e XVI

48 Ibidem, cfr. cap. X

49 Ibidem, cfr. cap. XI

50 Ibidem, cfr. cap. XV

51 Ibidem, cfr. p. 173 - 180

52 Ibidem, cfr. p. 183 - 186

53 Bianchino G., Sorelle Fontana, CSAC, Università di Parma, 1984, introduzione

54 Mostra Archivio Storico della Moda. Cinquant’anni di Moda. Disegni, progetti, abiti d’epoca delle Sorelle Fontana, Assessorato Industria Commercio e Artigianato, Roma - Castel S. Angelo, 1985, cfr. p. 6 - 12

55 Fontana M., Specchio a tre luci, a cura di Cimagalli D., Nuova Eri, Torini, 1990. p. 191

56 Bianchino G. e Quintavalle A., Moda. Dalla fiaba la design, De Agostini, Novara, 1989, p. 14

57 Bianchino G., Sorelle Fontana, CSAC, Università di Parma, 1984, p. 65

58 Eugeni R., Film Sapere Società. Vita e Pensiero, Milano, 1999, p. 77

59 Bianchino G. e Quintavalle A., Moda dalla fiaba al design, Novara, 1989, cfr. p. 15

60 Verdone M., Scena e Costume nel Cinema: antologia storico-critica, Bulzoni, Roma, 1986, p. 50

61 Engelmeier P.W., Cinema e Moda. moda nel Cinema, Mazzotta, Milano, 1997, cfr.      p. 12

62 Cit. da Fontana M., Specchio a tre luci, a cura di Cimagalli D., Nuova Eri, Torino, 1992, p. 94

63 Engelmeier P.W., Cinema e Moda. Moda nel Cinema, Mazzotta, Milano, 1997, cfr.      p. 83 - 84

64 Cit. da Nascimbeni G., Corriere della Sera, 26 gennaio 1990, Ritaglio c/o Biblioteca Luigi Chiarini, Centro Sperimentale di Cinematografia, Cinecittà, Roma

65 Gardner A., Ava. La mia vita, Sugarco Edizioni, Milano, 1990, p. 290

66 Bianchino G. e Qintavalle A., Moda. Dalla fiaba al design, De Agostini, Novara, 1986, p. 2

67 Ibidem, p. 3

68 Gardner A., Ava. La mia vita, Sugarco Edizioni, Milano 1990, p. 290

69 Bianchino G., Sorelle Fontana, CSAC, Università di Parma, 1984, cit. p. 71

70 Autera L., Corriere della Sera, 26 gennaio 1990, Ritaglio c/o Biblioteca Luigi Chiarini, Centro Sperimentale di Cinematografia, Cinecittà-Roma

71 Ajamone G., cit. La Stampa, 11 novembre 1990, Ritaglio c/o Biblioteca Luigi Chiarini, Centro Sperimentale di Cinematografia, Cinecittà, Roma

72 Gardner A., Ava. La mia vita (Ava- My Story), Sugarco Edizioni, Milano, 1990, cfr.      p. 7-  39

73 Dal sito web: http://www.flyweb.iy/rubriche/cinema, Ava Gardner, III parte

74 Gardner A., Ava. La mia vita (Ava - My Story), Sugarco Edizioni, Milano, 1990, cfr. cap.  XV - XVI - XVII

75 Dal sito web: http://www.flyweb.iy/rubriche/cinema, Ava Gardner, III parte

76 Nascimbeni G., Corriere della Sera, 26 gennaio 1190, ritaglio c/o Biblioteca Luigi Chiarini, Centro Sperimentale di Cinematografia, Cinecittà - Roma

77 Gardner A., La mia vita (Ava - My Story), Sugarco Edizioni, Milano, 1990, cit.         cap. XXX - XXXI -  XXXII

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