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Intervista alla stilista micol fontana




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Intervista alla stilista micol fontana


INTERVISTA  ALLA  STILISTA  MICOL  FONTANA  1    Premesse Il rapporto



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INTERVISTA  ALLA  STILISTA  MICOL  FONTANA



 1    Premesse

Il rapporto tra la moda ed il cinema, soggetti di questa tesi, è stato fin qui esaminato tenendo sempre in considerazione le testimonianze dirette della casa di moda Sorelle Fontana.

In particolare, all’inizio di questa ricerca la stilista Micol Fontana ha presentato il suo atelier in tutte le sue sfaccettature, riuscendo, attraverso una minuzia di particolari ed una miriade di aneddoti, a darne un’idea piuttosto chiara e precisa, anche se la realtà soggetto della sua narrazione è piuttosto lontana e diversa dal mondo della moda contemporaneo.

Abbiamo pensato che a conclusione di questo lavoro potesse essere utile ed interessante intervistare di nuovo la Signora Fontana, la persona sicuramente più adatta con la quale ripercorrere tutta la nostra “ricerca moda-cinema” verificarne i contenuti.

L’intervista, composta da domande che permettono di spaziare su tutti i punti principali dell’argomento, si è in effetti rivelata estremamente interessante. Le risposte di Micol Fontana per lo più confermano tutto quello che abbiamo detto, affermato, scritto nella tesi, ma si sono anche dimostrate molto utili al fine di un approfondimento degli argomenti trattati, soprattutto per quel che riguarda il senso di cui gli abiti sono portatori, la figura della diva, le differenze tra alta moda e prêt-à-porter.

L’abito viene considerato un mezzo attraverso il quale esprimere la personalità di chi lo indossa, e a questa funzione si attribuisce il successo di tutto l’atelier Fontana.

Il regista ed il costumista sono invece riconosciuti come due menti pensanti distinte, a volte anche tra loro in contraddizione, che devono in qualche modo sempre accordarsi affinché l’oggetto, l'abito, del loro interagire possa essere in armonia con tutta la scenografia circostante.

Riguardo al fenomeno del “divismo” la Signora Fontana ha colto e sottolineato le differenze che, oggi rispetto a ieri, si sono affermate nella nostra società di massa, in quanto società che guarda molto più al consumo e quindi alla quantità, che non alla qualità del prodotto.

Dalle risposte, poi, relative al prêt-à-porter, la stilista oltre ad aver confermato la diversità che questo ha di fare moda rispetto all’alta moda, ha anche evidenziato un altro fattore. Ossia l’importanza di saper comunicare, sempre ed ovunque, se stessi in modo distintivo, rendendosi diversi dagli altri pur facendo uso di indumenti uguali. Quindi l’importanza di mantenere un proprio stile e quella di non abbandonare mai l’artigianato, in quanto capace, quest’ultimo, di dare quel non so che in più che appunto caratterizza il singolo.

Infine, attraverso quest’intervista sarà possibile, per l’ultima volta, ripercorrere alcuni momenti dell’alta moda italiana che hanno fatto la storia e la fortuna dell’atelier “Sorelle Fontana” e che, a loro volta, sono passati alla storia.

 2    Intervista

1.  L’abito è un sistema di segni ed in quanto tale è portatore di senso. Qual era il senso che Micol Fontana voleva comunicare quando progettava un abito?

Ho sempre voluto comunicare la personalità, non la persona. Quando noi ci mettiamo in un salotto da prova con la cliente a parlare, non è un parlare vero, ma è un capire com’è quella persona, così  poi la vestiremo in base a quello che lei è per noi. La conoscenza tra lo stilista ed il cliente è fondamentale, per questo noi siamo sempre state molto unite alle nostre clienti.

2.  La moda ha una natura effimera e quindi è soggetta a continui cambiamenti. Lo stilista asseconda la sua natura mutevole o può essere lui stesso il motore del cambiamento della moda?

Lo stilista deve sempre prodursi in qualcosa di nuovo; però lo stilista è un bravo stilista quando non esagera, quando trova la giusta misura. A quel punto si mette in evidenza la sua personalità  dello stilista stesso e questa  è una cosa veramente importante perché è l’elemento che permette al cliente di sentirlo suo, di sentire che quel suo stile va bene per sé. Infatti ogni stilista ha un genere diverso di clientela.

3.  Se dovesse dare una definizione della moda come abbigliamento che cosa direbbe?

La moda è una cosa importante per se stessi se non la si esagera. Quando uno dice di voler essere “alla moda” non deve mai eccedere, ci vuole sempre un certo modo di confermare se stessi e bisogna assolutamente sempre mantenere il proprio stile.

4.  Se è vero che un abito è espressione del sé, allora uno stilista di alta moda dovrebbe sempre conoscere la personalità del suo cliente?

La casa di moda ha sempre un determinato genere di clientela, certa gente non verrà mai a bussare dalle Sorelle Fontana, e quella che viene da noi non andrà mai dagli altri. Perché? Perché la casa di moda a cui ogni cliente decide di affidarsi è personalizzata nel gusto, nel modo di pensare la moda.

5.  L’abito può mentire circa la personalità di chi lo indossa?

Sì, assolutamente, assolutamente. A seconda di come ti vesti sei diversa. E così come attraverso l’abito puoi comunicare te stesso e addirittura il tuo stato d’animo, così puoi mascherarlo. Basta vestire, ad esempio, in modo molto colorato quando si è preoccupati per qualcosa e così s’inganna chi ci circonda circa le nostre emozioni.

6.  Quando una donna è davanti al suo armadio e deve scegliere quale abito indossare, di quali fattori, elementi non deve dimenticarsi mai?



Quando apri l’armadio è sempre un punto interrogativo “Cosa mi metto? Cosa andrà bene?”. La scelta, il modo di vestirsi  deve dipendere assolutamente da DOVE una donna andrà e COSA farà quel giorno. Se andrà al mercato si vestirà in un modo, se andrà invece in ufficio, dove sa che dovrà incontrare della gente importante, sarà tutto un altro pensiero. Il vestito che si ha nell’armadio diventa nullo per una situazione e al suo posto ne diventa importante un altro. Bisogna sempre essere “giusti” nel vestire.

7.  Oltre ad essere “giusti” per il luogo in cui si va, è importante anche essere “giusti” per sé stessi?

Certo! Se ci si  vuole presentare per quella che si è, la scelta dell’abito dipenderà da quello che si vuole mettere in risalto di se stessa.

8.  Nel nostro primo incontro lei mi ha raccontato - come conferma la sua biografia- che le Sorelle Fontana hanno cominciato, a Roma, vestendo l’aristocrazia. Nel corso della mia analisi ho riscontrato che, da un punto di vista sociologico, la moda può essere intesa strumento di differenziazione sociale. Lei è d’accordo?

Certamente.  Anche se il motivo per cui da subito abbiamo vestito l’aristocrazia è un altro. Quando infatti, noi siamo arrivate a Roma, la nostra promozione, pubblicità ce l’ha fatta la portiera. Il nostro lavoro è cominciato perché la portiera del palazzo incantava, nel vero senso della parola, le signore che  lo abitavano dicendo loro che c’erano delle ragazze venute da Parma molto brave nel cucito. E quelle donne cominciarono a portarci gli abiti da accorciare…  E poiché il palazzo era abitato da famiglie aristocratiche, ecco allora perché le prime clienti erano aristocratiche. E piano piano abbiamo dimostrato che eravamo brave anche a fare il vestito intero.

9.  Dalle ricerche condotte ho potuto constatare che tra “fare moda” nell’alta moda e farla nel prêt-à-porter c’è una grande differenza…

C’è un mondo!   - interrompe Micol Fontana -

…ma c’è un elemento fondamentale, il più importante tra tutti che rende diversi questi due modi?

Quando nel 1950 andai per la prima volta in America, lì non esisteva  l’alta moda, c’era solo il prêt-à-porter. Ed io pensavo che le donne italiane non avrebbero mai messo il prêt-à-porter perché individualiste, perché vogliono essere loro…Invece ho sbagliato completamente! Le donne italiane adesso si adattano. Ecco perché, per rispondere alla domanda, io dico sempre che anche nel prêt-à-porter ci vuole un tocco diverso, e specialmente bisogna conservare qualcosa di artigianale. L’artigianato è la cosa che ci distingue da tutti. Il prêt-à-porter italiano per distinguersi da quello francese, americano, da tutti dovrebbe conservare sempre un tocco di artigianato, come il semplice dettaglio della cucitura a mano (anziché a macchina) di un’asola di una giacca.

 

10.  La sfilata è il principale canale distributivo della moda ed è evidente che il modo di organizzare una sfilata e di sfilare  oggi è cambiato. Ma di cosa tenevano sempre conto le Sorelle Fontana nell’organizzazione di una sfilata? 

Noi pensavamo sempre a mantenere la signorilità delle nostre indossatrici; anche se oggi sono diventate grandi, sono pur sempre delle Signore infatti. Per noi era molto importante il come si muoveva un’indossatrice.

11.  In passato la sfilata era il modo diretto della casa di moda di presentarsi al cliente; oggi invece si presenta ai mass media, e soprattutto alla stampa, che a sua volta la comunica al cliente. Questo cambiamento, secondo lei, ha portato un vantaggio uno  svantaggio, dipende?

Ma…direi che la stampa c’è sempre stata; insomma non sempre sempre, ma dagli anni Cinquanta sì. Noi stilisti siamo sempre stati sotto la «Spada di Damocle»: “Che cosa scriveranno di noi domani?!”. E di corsa al mattino andavamo a comprare i giornali per scoprire se eri piaciuto o se ti avevano bocciato. La stampa oggi come ieri è sempre quella che ti costruisce o ti annulla. Del resto perché oggi fanno tutte queste follie, esagerano anche nel fare moda? Perché così la stampa ne parla.

12. Prima di svolgere la lettura dei film vestiti “Sorelle Fontana” ho indagato sul rapporto che lega insieme  regista e costumista cinematografico. Lei mi può confermare che dev’essere un rapporto di stretta collaborazione?

Sì, certo, lo confermo. Noi abbiamo sempre vissuto quel rapporto con grande interesse a partire dall’emozione di quando suonava il campanello e sulla porta appariva  Joseph Mankiewiczs, che lasciava il  copione da leggere e tornava per la presentazione dei disegni. E quest’ultimo era il momento un po’ più difficile. Infatti quelli erano i disegni di come io, Micol, avevo visto il vestito per una certa scena. Ed era difficile perché non sapevi mai come il regista aveva immaginato quella stessa scena. Solo dopo aver disegnato l’abito,  infatti, avveniva la discussione, non prima. Ed era in quella situazione che il mio ruolo di costumista diventava importantissimo. Infatti molto spesso, soprattutto tra la Gardner e Mankiewiczs io dovevo fare da equilibrio - era interessantissimo -, da mediatrice tra l’attrice ed il regista. Dovevo creare come piaceva all’attrice, ma anche come non dispiaceva al regista.




13.  Lei è d’accordo con chi definisce il costume “la scenografia    

 umana” del film?

Non c’è dubbio, il costume fa parte della scenografia ed è importante tenerne conto, perché non devono mai essere in contrasto l’uno con l’altra. Per dare un’idea, basta pensare, anche se non si tratta di cinema, all’abito che le Sorelle Fontana hanno realizzato per il diciottesimo compleanno della figlia di Maria Gabriella di Savoia. La festa si sarebbe svolta a Venezia in casa Volpi. E da noi è venuto, da Parigi, l’architetto che avrebbe arredato il salone per l’occasione, chiedendo che il vestito fosse di due tonalità di verde che stessero bene con quell’ambiente. Credo che questo dia abbastanza l’idea di quanto è importante che tutto sia studiato e che ci sia armonia ed equilibrio tra le singole parti.

14.  C’è differenza tra Micol Fontana stilista e Micol Fontana costumista?

Tra stilista e costumista c’è una differenza di compiti, ma la persona è la stessa. Lo stilista si trasforma dentro di sé perché si mette nella situazione del film, si ambienta in quello che fa.

15.  Le sorelle Fontana hanno conosciuto le più grandi e belle dive di Hollywood. Quando, secondo Micol Fontana, una donna diventa “diva”?

E’ la casa di produzione che decide e che la fa diventare diva, non è l’attrice stessa. E questo è il motivo per cui adesso non c’è divismo, non ci sono dive. Oggi non potete nemmeno sognare che cos’era una diva. Era Qualche cosa che metteva in soggezione per quanto era diversa. Ma quello era il risultato della pubblicità che le faceva la casa cinematografica. Si trattava di “fabbricare” le dive nel vero senso della parola. Oggi le dive non sono più nessuno. Quando veniva Ava Gardner a provare sapendo che tra paparazzi e passanti avrebbe incontrato qualcuno, lei usciva sempre perfetta, non si voleva far vedere senza trucco. Con il suo stile dettava legge. Adesso non è più così perché oggi le attrici si mettono i jeans che si mettono tutte le donne, ad esempio. E secondo me la responsabilità è delle case cinematografiche che non le “coccolano” più come una volta.

16.  Lei è d’accordo nel dire che l’abito indossato dall’attrice giusta può fare la fortuna di un atelier?

Assolutamente, assolutamente sì ed io lo dico sempre. Se io dovessi dare un premio di riconoscimento per il nostro successo lo dovrei dare a Linda Christian. Il vestito da sposa che abbiamo creato per lei è andato sulle pagine di tutto il mondo e da lì sono tutti venuti a cercarci. E’ stato, sinceramente, molto semplice. E’ stata quella fortuna che ci ha lanciate, venivano a Roma…venivano da noi.

17.  La casa di moda Sorelle Fontana è cresciuta a cavallo di due epoche - prima e dopo gli anni ’50 - in cui il modo di fare moda era molto diverso. Che cosa ha determinato quel cambiamento di stile?

Mentre negli anni Cinquanta si aveva voglia di stile, di eleganza per consolarsi delle brutture della guerra anche a costo di rinunciare alla comodità, oggi invece tutto ha lasciato il posto alla ricerca di praticità, alla voglia di spostarsi, muoversi e farsi notare. Così la moda si è trasformata in spettacolo, andando a ricercare ciò che desta stupore, ciò che colpisce. E questo purtroppo spesso scade nella volgarità, in ritmi veloci ed innaturali che si imprimono nelle sfilate, che oggi sono ormai vera e propria teatralizzazione degli abiti sulla passerella.

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